Archive for luglio 2013

Al via la Gmg, il papa visiterà una favela

25 luglio 2013

“il manifesto”
25 luglio 2013

Luca Kocci

Con la festa di accoglienza dei giovani sul lungomare di Copacabana a Rio de Janeiro prenderà ufficialmente in via oggi (alle 18 in Brasile, alle 23 in Italia) la Giornata mondiale della gioventù, il raduno dei giovani cattolici di tutto il mondo.

Ma la giornata odierna, più che per l’happening sulla spiaggia, si caratterizzerà per la visita di papa Francesco alla comunità di Varginha, nella favela di Manguinhos – una delle oltre 750 di Rio –, 25mila abitanti, incastrata fra una grande arteria stradale ed una ex raffineria di petrolio, nella zona settentrionale della città. Un appuntamento voluto proprio da Bergoglio che ha modificato il programma che, prima delle sue dimissioni, Ratzinger aveva già definito con il suo staff.

Ieri c’è stato invece il primo appuntamento pubblico del papa in Brasile, con la messa (200mila partecipanti)  al santuario mariano di Aparecida, nello Stato di San Paolo, uno dei luoghi simbolo per i cattolici brasiliani. Dobbiamo impegnarci, ha detto Bergoglio nell’omelia, «a trasmettere ai giovani i valori che li rendano artefici di una nazione e di un mondo più giusti, solidali e fraterni». In serata, poi, il papa ha fatto visita all’ospedale São Francisco de Assis, un centro per la cura e il recupero di alcolisti e tossicodipendenti.

Papa in Brasile, fra messe e proteste

24 luglio 2013

24 luglio

Luca Kocci

Entra nel vivo il viaggio di papa Francesco in Brasile in occasione della Giornata mondiale della gioventù, il raduno dei giovani cattolici di tutto il mondo.

Oggi sono previsti due appuntamenti importanti, i primi dopo l’atterraggio a Rio de Janeiro lunedì. Alle 10 (ore 15 in Italia) ci sarà la visita e la messa al santuario mariano di Aparecida, nello Stato di San Paolo, uno dei luoghi simbolo del Brasile cattolico, dove nel 2007 si svolse la V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi il cui documento finale – riveduto e corretto prima della firma definitiva di papa Ratzinger – assestò un altro colpo, dopo quelli già violentissimi di papa Woltyla, alla teologia della liberazione. Nel pomeriggio (18.30 in Brasile, 23.30 in Italia), il primo “fuori programma” – un’aggiunta voluta da Bergoglio rispetto a quanto avevano definito in precedenza Ratzinger e il suo staff –, con la visita all’ospedale São Francisco de Assis, un centro per la cura e il recupero di alcolisti e tossicodipendenti.

La giornata di ieri, dedicata al riposo dopo il lungo viaggio aereo e il diverso fuso orario, è stata meno tranquilla del previsto, perlomeno fino alle prime luci dell’alba. Infatti, dopo il trasferimento dall’aeroporto nella residenza di Sumaré a Rio – durante il quale, anche a causa di un’organizzazione non priva di smagliature, il corteo papale ha sbagliato strada e l’automobile di Bergoglio si è trovata per qualche minuto assediata dalla folla che voleva salutarlo –, nel corso della notte ci sono state diverse manifestazioni di protesta, anche con qualche incidente, disperse dalle forze dell’ordine: una dei gruppi gay che criticavano l’oscurantismo del magistero cattolico e rivendicavano maggiori diritti civili per gli omosessuali («Per il diritto di amare», si leggeva su diversi cartelloni) anche in Brasile, dove – a differenza dell’Argentina di Bergoglio, che pure la osteggiò fortemente quando era vescovo di Buenos Aires – non esiste una legge sui matrimoni omosessuali ma il Consiglio nazionale di giustizia (l’organo di controllo dell’autonomia del potere giudiziario) si è espresso a favore; e soprattutto diverse organizzate dagli studenti, dai giovani e dai disoccupati che già nelle scorse settimane avevano promosso in tutto il Brasile manifestazioni molto partecipate contro la crisi economica, la corruzione e le spese esorbitanti in vista dei prossimi campionati del mondo di calcio, in programma nel 2014.

Spese che, sebbene assai minori, saranno sostenute dal Brasile di Dilma Rousseff anche per la Giornata mondiale della gioventù: oltre 360 milioni di reais (circa 120 milioni di euro), di cui 190 a carico del governo federale e 26 dallo Stato di Rio, il resto da sponsor e contributi dei pellegrini (sembra che un paio di settimane fa, informa l’agenzia Adista, la Santa Sede abbia chiesto un ulteriore impegno di 90 milioni al governo federale, al governo statale e a quello cittadino, che però hanno rispedito al mittente la richiesta). A far crescere la tensione anche la notizia del ritrovamento di una bomba ad Aparecida. Ma è stato lo stesso padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, a ridimensionare: «Più che una bomba era un piccolo ordigno artigianale trovato in un bagno pubblico vicino alla basilica che non era in rapporto con la visita del papa, per cui non c’è stata nessuna reale preoccupazione da parte delle forze dell’ordine». Manifestazioni, comunque, sono previste anche nei prossimi giorni, quando gli occhi dei media di tutto il mondo saranno puntati sul Brasile e Rio sarà una vetrina internazionale imperdibile.

«Una generazione senza lavoro»

23 luglio 2013

“il manifesto”
23 luglio 2013

Luca Kocci

È cominciato il primo viaggio internazionale di papa Francesco che è atterrato ieri – alle 16 ora locale, alle 21 ora italiana – all’aeroporto Galeão/Antonio Carlos Jobim di Rio de Janiero, in Brasile, dove parteciperà alla tradizionale Giornata mondiale della gioventù, l’happening di massa dei giovani cattolici di tutto il mondo.

Che il primo papa latinoamericano faccia il suo primo viaggio fuori dell’Italia proprio in America meridionale – sebbene in Brasile, non nella “sua” Argentina – è solo una coincidenza: la Giornata mondiale della gioventù era stata fissata a Rio da più di due anni. Che tocchi proprio a Bergoglio guidarla è un caso, che tuttavia contribuisce a rendere il viaggio particolarmente significativo.

Alla partenza dall’aeroporto romano di Fiumicino – dove c’era anche il premier Letta – come già in altre occasioni in questi quattro mesi di pontificato, Bergoglio si è caratterizzato all’insegna della ordinarietà, salendo la scaletta dell’Airbus A330 Alitalia – «volo pagato dal Vaticano», fanno sapere dalla compagnia – che lo avrebbe portato a Rio portando con sé un piccolo bagaglio a mano, come un qualsiasi passeggero. Un’immagine che ovviamente, al pari di molte altre – dal conto dell’albergo pagato il giorno dopo essere stato eletto pontefice, all’uso delle utilitarie invece delle berline papali – ha conquistato le prime pagine sui media di tutto il mondo. Sarebbe stata una non notizia se anche i suoi predecessori – Wojtyla e Ratzinger – avessero adottato uno stile più sobrio. Invece, vista la solennità e il trionfalismo che ha contraddistinto i loro pontificati, anche una borsa nera “buca”. Se poi quella di Bergoglio sia solo strategia mediatica o reale volontà di trasformare e alleggerire la Chiesa e le sue strutture saranno i prossimi mesi a dimostrarlo.

Sul volo – oltre al personale vaticano c’erano una settantina di giornalisti di vari Paesi – papa Francesco ha rivolto parole di attenzione ai giovani, in particolare all’emergenza lavoro: «Abbiamo il rischio di avere una generazione che non ha lavoro», mentre è dal lavoro che viene «la dignità della persona». E il bagno di folla con i giovani – in questo del tutto simile alle altre Giornate mondiali della gioventù – ci sarà dal 25 fino al 28: ne sono attesi due milioni, per lo più latinoamericani, che parteciperanno ad una via crucis (venerdì), ad una veglia (sabato) e alla messa finale (domenica).

Saranno questi gli eventi centrali di un programma fitto e con qualche nota alternativa: mercoledì, ad Aparecida, è prevista la visita ad una comunità di recupero per alcolisti e tossicodipendenti; giovedì un giro nella favela di Varginha, a Rio; venerdì l’incontro con i detenuti. Meno alternativa, e anzi piuttosto controversa, la decisione – come fece anche Ratzinger – di concedere l’indulgenza plenaria a tutti i partecipanti, purché ottemperino «alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera, con il proposito di filiale sottomissione al romano pontefice», e «partecipino alle sacre funzioni». Al di là dell’insistenza nella pratica medievale dell’indulgenza – che del resto conferma la fedeltà di Bergoglio al magistero tradizionale –, si tratta di un atto che non facilita il dialogo con il mondo protestante, che si separò da Roma anche per questo motivo.

Aumenta l’export di armi italiane. Israele primo cliente

22 luglio 2013

“Adista”
n. 28, 27 luglio 2013

Luca Kocci

Aumenta l’export di armi italiane nel mondo, e Israele diventa il primo acquirente di armamenti made in Italy. È quanto si ricava dalla “Relazione annuale della Presidenza del Consiglio sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento” trasmessa dal presidente Enrico Letta al Parlamento lo scorso 16 giugno (e non ancora resa nota), con quasi tre mesi di ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge 185/90 che fissa come termine il 31 marzo di ciascun anno.

Export in crescita

Nel corso del 2012 le autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dal governo dei tecnici di Mario Monti hanno toccato la cifra di 2.725.556.508 euro (leggermente inferiore a quella dello scorso anno, ma siccome nelle confuse tabelle ministeriali alcuni importi sono stati inseriti in altri capitoli di spesa – in particolare quelli relativi all’Arabia Saudita conteggiati fra i “programmi intergovernativi” – la cifra va aumentata di circa 200 milioni, così da farle superare, seppure di poco, quella del 2011). E, soprattutto sono cresciute le effettive consegne di sistemi militari che nel 2012 hanno sfiorato anch’esse i 3 miliardi di euro (2.979.152.817 euro). Mentre gli introiti relativi ai programmi intergovernativi di riarmo ammontano a 1.238.843.207 euro. Nemmeno il governo Berlusconi era riuscito a fare così “bene”.

Affari d’oro con Israele

Israele è stato il miglior cliente dell’industria armiera italiana nel 2012, con acquisti per 472.910.250 euro; seguito a breve distanza dagli Stati Uniti, che hanno speso 419.158.202 euro. Più distanziati gli altri Paesi: Algeria (262.857.947 euro), Arabia Saudita (244.925.280 euro), Turkmenistan (215.821.893 euro), Emirati Arabi Uniti (149.490.989 euro), Belgio (123.658.464 euro), India (108.789.957 euro), Ciad (87.937.870 euro) e Regno Unito (dalla tabella riassuntiva presentata nella Relazione sembrerebbe che il principale acquirente sia la Gran Bretagna ma, in realtà, si è trattato di una interpretazione dei tecnici del ministero degli Esteri che hanno messo insieme sia le esportazioni reali autorizzate – 74 milioni di  euro – sia la partecipazione ai programmi intergovernativi, così da far balzare il Regno Unito al primo posto). Seguono, in ordine sparso, la Turchia (43 milioni), il Pakistan (24 milioni), la Libia (20 milioni), l’Afghanistan (8 milioni).

“Clienti serpenti”

«Come si può notare, tra i primi dieci destinatari delle autorizzazioni all’esportazione solo tre (Usa, Belgio e Gran Bretagna) fanno parte delle tradizionali alleanze dell’Italia (Nato e Ue) mentre per la maggior parte si tratta di Paesi extra europei, di nazioni in guerra, rette da regimi dispotici o autoritari e da governi responsabili di reiterate violazioni dei diritti umani», rileva Giorgio Beretta, della Rete italiana per il disarmo, il quale in un dettagliato articolo pubblicato sul portale Unimondo ha realizzato un’analisi puntuale della Relazione che, nel momento in cui viene chiuso questo numero, non è ancora stata resa pubblica da Palazzo Chigi (ma Adista l’ha potuta comunque visionare). E infatti Israele risulta essere il principale acquirente di armamenti made in Italy: una novità assoluta nell’ultimo ventennio, da quando è entrata in vigore la legge 185/90 che regola l’export di armi italiane, che prefigura, nota Beretta, «rilevanti implicazioni sulla politica mediorientale del nostro Paese». Ma c’è anche l’Algeria (che, fra l’altro, risulta aver acquistato 14 elicotteri Agusta Westland AW139) e l’Arabia Saudita (2mila bombe, 100mila granate e un po’ di cacciabombardieri Eurofighter, catalogati appunto fra i “programmi intergovernativi”). Mentre non è dato sapere cosa l’Italia abbia venduto al Turkmenistan – definito dagli Usa uno «Stato autoritario», basta chiedere a Jennifer Lopez, pesantemente criticata per aver cantato alla festa di compleanno del presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov, ricorda Beretta – dal momento che la tabella non è stata allegata alla Relazione.Le principali aziende esportatrici fanno quasi tutte riferimento alla galassia Finmeccanica: ai primi due posti ci sono Alenia Aermacchi (che ha incassato oltre 1 miliardo di euro) e Agusta Westland (490 milioni).

Banche (un po’ meno) armate

Fra le cosiddette “banche armate”, cioè quegli istituti di credito che svolgono un importante ruolo di intermediazione fra aziende armiere e Paesi acquirenti dal quale incassano notevoli compensi di intermediazioni, si trovano invece delle conferme ma anche delle novità. Scompare quasi del tutto, per citare solo un esempio, il gruppo Ubi, nel 2009 al vertice della classifica (v. Adista n. 41/10), nel 2010 e nel 2011 in forte calo (v. Adista n. 41/11) e ora praticamente assente, se si eccettuano i residui movimenti ancora effettuati dalle sue controllate Banco di Brescia (2 milioni) e Banco di San Giorgio (3 milioni): un successo anche della campagna “banche armate” – animata dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi, Mosaico di pace e da Unimondo – che ha messo “sotto pressione” il gruppo Ubi.Per quanto riguarda le esportazioni, gli istituti che hanno movimentato il maggior numero di soldi per conto delle industrie italiane sono due banche estere: Bnp Paribas con quasi 942 milioni di euro – a cui però vanno aggiunti anche i 108 milioni di Banca Nazionale del Lavoro, facente parte dello stesso gruppo – e Deutsche Bank (poco meno di 743 milioni di euro), una delle banche con cui il Vaticano è in più stretti rapporti.

Segnale evidente che, perlomeno sugli istituti di credito italiani, la campagna di pressione alle banche armate, con le sue richieste di adottare specifiche direttive in materia di servizi all’industria militare e all’esportazione di armamenti e di limitare la partecipazione al finanziamento e all’offerta di servizi all’industria militare, sta ottenendo buoni risultati. Al terzo posto la prima banca italiana, Unicredit, che secondo la tabella allegata alla Relazione governativa ha un importo di quasi 541 milioni di euro, più del triplo rispetto allo scorso anno (quasi 180 milioni). Si tratta però di una cifra che Unicredit non conferma, dal momento che i dati interni in possesso del gruppo rilevano in realtà un importo simile a quello del 2011, per cui potrebbero essere stati impiegati diversi metodi di calcolo; in ogni caso, fanno sapere da Unicredit, quando la Relazione sarà pubblica verranno fatte le opportune verifiche e i dati saranno pubblicati anche sul sito dell’istituto di credito. Rispetto alle attività del gruppo nell’ambito della difesa, «Unicredit riconosce le preoccupazioni di azionisti, clienti ed organizzazioni non governative relativamente al finanziamento di un settore i cui profitti dipendono dalla presenza di conflitti armati e situazioni di instabilità. Comprendiamo tali preoccupazioni verso la produzione nonché l’uso di armi non convenzionali e controverse in varie parti del mondo, ed è per questo che abbiamo assunto una posizione intransigente per il finanziamento di tali attività.

Al contempo tuttavia siamo altrettanto consapevoli che alcuni tipi di armi sono necessarie al perseguimento di obiettivi legittimi, accettati dalla comunità internazionale, quali le missioni di pace e la difesa nazionale».Al quarto posto, piuttosto distanziata, Barclays Bank, con 232 milioni. Insieme, queste quattro banche, gestiscono oltre l’80% dell’intero volume di movimenti di esportazione. Per trovare un’altra “banca armata” italiana bisogna arrivare al quarto posto, dove c’è la Cassa di Risparmio di La Spezia, con 68 milioni. Poi, superata da Commerzbank (32 milioni) e Société Générale (17 milioni), il Banco di Sardegna, con quasi 15 milioni. Quindi due banche estere – Europe Arab Bank (13 milioni) e Banco di Bilbao (11 milioni) – e poi di nuovo alcune italiane: Banca Valsabbina (11 milioni), Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio (quasi 7 milioni) e Banca Carige (5 milioni).Il discorso cambia un po’ se si vanno da analizzare i «programmi intergovernativi», ovvero i progetti internazionali di riarmo. Unicredit è saldamente al primo posto, con 738 milioni di euro (nel 2011 la cifra era superiore agli 870 milioni); seguita da Deutsche Bank (poco meno di 316) e da Intesa San Paolo (126 milioni), che però, come si è visto, è uscita del tutto dalle operazioni di esportazione grazie all’adozione di nuove e più stringenti direttive.

Il papa crea una nuova commissione sulle finanze

20 luglio 2013

“il manifesto”
20 luglio 2013

Luca Kocci

Papa Francesco istituisce una commissione di indagine sugli affari economici e finanziari della Santa sede. Si tratta, come già per le altre commissioni speciali, di un’autonoma decisione del pontefice che conferma quello che già risultava evidente: che il papa, nonostante le rassicurazioni di maniera, non ha fiducia nelle persone che occupano le stanze del potere vaticano, nominate durante la gestione Ratzinger-Bertone; e che il settore economico-finanziario di Oltretevere è un buco nero – o, ad essere indulgenti, un porto delle nebbie – che turba il sonno di Bergoglio.

Francesco però non intende agire subito, anche perché uno spoil system dopo soli quattro mesi di pontificato sarebbe il segnale di una sconfessione del suo predecessore il quale, caso unico nella storia della Chiesa, vive in Vaticano, a due passi da Santa Marta, l’abitazione di Bergoglio (che ieri infatti è andato a trovare Ratzinger). Il papa quindi vuole prendere tempo e soprattutto vederci chiaro, apprendendo notizie ed informazioni da persone che evidentemente ritiene di sua fiducia.

Con il rischio di qualche scivolone, come nel caso di mons. Battista Ricca, direttore della casa Santa Marta, che Bergoglio ha nominato prelato dello Ior, perché gli riferisca tutto quello che si muove e si dice nella banca vaticana, e che secondo un’inchiesta dell’Espresso avrebbe alle spalle un passato “torbido” quando lavorava alla nunziatura in Uruguay (nel 1999-2001), ignoto a Bergoglio. Sarebbe insomma uno degli esponenti di quella “lobby gay” che, secondo lo stesso Francesco che ne ha parlato a giugno durante un incontro con i rappresentanti della Clar (la Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), avrebbe un grande potere nei sacri palazzi. La Santa sede smentisce («Quanto affermato sul conto di mons. Ricca non è attendibile», ha dichiarato il portavoce p. Lombardi), conferma tutto l’autore dell’inchiesta, Sandro Magister, vaticanista di lungo corso e assai informato, molto vicino al card. Ruini e sostenitore del pontificato di Ratzinger, così da non escludere che la sua fonte sia stata mossa anche dall’intenzione di mettere in difficoltà Bergoglio.

La «Commissione referente sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa sede» è stata nominata dal papa con un «chirografo» (un atto redatto di suo pugno, lo stesso strumento utilizzato per la commissione sullo Ior) datato 18 luglio ma reso noto solo ieri. È composta da 8 esperti di materie economiche e giuridiche (un ecclesiastico, lo spagnolo mons. Vallejo Balda, della Prefettura degli affari economici, con funzioni di segretario; e 7 laici, fra cui l’unica italiana, Francesca Chaouqui, che si occupa di relazioni pubbliche e comunicazione per la Ernst&Young; presidente è un maltese, Joseph Zahra). Avrà il compito principale di raccogliere «puntuali informazioni sulle questioni economiche interessanti le amministrazioni vaticane» e di riferire tutto a Bergoglio; ma anche di elaborare «soluzioni strategiche di miglioramento» per «evitare dispendi di risorse economiche», «favorire la trasparenza nei processi di acquisizione di beni e servizi», «perfezionare l’amministrazione del patrimonio mobiliare e immobiliare», «operare con sempre maggiore prudenza in ambito finanziario», «assicurare una corretta applicazione dei principi contabili». Come già nel caso della commissione sullo Ior, il papa ha disposto che tutte le amministrazioni vaticane «sono tenute ad una sollecita collaborazione» e che in nessun caso può essere invocato il «segreto d’ufficio».

È la terza commissione speciale creata da Bergoglio, dopo quella degli 8 cardinali per studiare un progetto di riforma della Curia e quella dei 5 (3 ecclesiastici e 2 laici) chiamati ad indagare sullo Ior. Non si tratta di atti rivoluzionari – come da più parti si vorrebbe far credere – ma del preambolo a qualche cambiamento che avverrà nei prossimi mesi. Prima nel settore economico-finanziario – perché le inchieste sullo Ior si avviano a conclusione e pende il giudizio del Consiglio d’Europa (con Moneyval) sulla normativa antiriciclaggio del Vaticano – e poi nella struttura della Curia. Solo allora si capirà se papa Francesco riformerà la Chiesa oppure cambierà tutto perché tutto resti uguale.

Il buco nero della Curia di Terni: tre arresti

18 luglio 2013

“il manifesto”
18 luglio 2013

Luca Kocci

Con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla truffa sono stati arrestati, ieri mattina, due dirigenti della Curia di Terni-Narni-Amelia insieme ad un tecnico del Comune di Narni.

La vicenda deve essere delineata in tutti i suoi dettagli – l’indagine è ancora in corso e ci potrebbero essere ulteriori sviluppi –, ma il quadro risulta sufficientemente chiaro al sostituto procuratore di Terni, Elisabetta Massini, che ha ordinato gli arresti: una serie di operazioni immobiliari spericolate condotte da almeno due dirigenti laici della Curia – Luca Galletti (ex presidente dell’Istituto per il sostentamento del clero e direttore dell’ufficio tecnico dell’Economato) e Paolo Zappelli (direttore dell’ufficio amministrativo dell’Economato) –, che hanno provocato un buco di 20 milioni di euro nelle casse della diocesi umbra. Ancora da chiarire il ruolo dell’ex vescovo di Terni dal 2000 al 2012, monsignor Vincenzo Paglia – che non è indagato –, guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio (fondata nel 1968 dall’ex ministro Andrea Riccardi) e da poco più di un anno chiamato in Vaticano da Ratzinger alla guida del Pontificio consiglio per la famiglia: era al corrente dei movimenti di denaro e di immobili che si sono svolti mentre era a capo della diocesi oppure tutto è accaduto a sua insaputa?

La vicenda prende le mosse proprio dal bilancio in rosso della Curia, emerso nel mese di febbraio, quando alcuni dipendenti, a cui era stato proposto di trasformare i contratti da tempo pieno a part-time o di passare alle dipendenze di una cooperativa, si rivolgono ai sindacati temendo per il posto di lavoro. Andando a fondo, compaiono diverse società riconducibili alla Curia ternana, che avrebbero effettuato operazioni piuttosto azzardate, attingendo alle casse e al patrimonio della diocesi. A quel punto si allarma anche il Vaticano che invia a Terni – senza vescovo da diversi mesi per la promozione di Paglia – un amministratore apostolico per fare chiarezza, mons. Ernesto Vecchi, già vescovo ausiliare di Bologna, da più di un anno in pensione per raggiunti limiti di età. Una decisione importante, che viene presa quando in una diocesi emergono gravi problemi, come è accaduto recentemente a Trapani (vescovo rimosso ed economo sospeso a divinis e indagato per ricettazione e truffa) e Orvieto (un prete sospettato di omosessualità che si suicida alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale approvata dal vescovo ma bloccata dal Vaticano).

Mons. Vecchi scopre il buco di bilancio in tutta la sua ampiezza, la Procura indaga ed emette i primi avvisi di garanzia, diretti agli arrestati di ieri e ad altre persone, fra cui ancora qualche dipendente degli uffici economici della Curia. Tutti vengono incoraggiati a dimettersi dagli incarichi, un po’ come è avvenuto in queste settimane per i vertici dello Ior. In questo periodo iniziano a circolare anche lettere, documenti e testimonianze – spesso anonime – che gettano qualche ombra su mons. Paglia, immediatamente difeso dai suoi supporter.

Ieri la svolta, con gli arresti. Al centro il castello di San Girolamo a Narni, messo in vendita dal Comune per 1 milione e 760mila euro e acquistato – nonostante una serie di anomalie amministrative –, dopo un complicato passaggio di quote, da una società facente capo a Galletti e Zappelli e dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Che però poco dopo si sfila dall’affare, lasciandolo a Galletti e Zappelli, senza che questi sborsino un centesimo, grazie al coinvolgimento della diocesi di Terni e dell’Ente seminario vescovile di Narni, che si sarebbero impegnati a versare oltre 1 milione di euro, ovvero la quota precedentemente detenuta dall’Istituto. Non è chiaro se la diocesi e i suoi enti siano stati usati come copertura e come cassa da cui attingere da Galletti e Zappelli, oppure se siano anche loro attori protagonisti della vicenda. Certo è che per movimenti superiori al milione di euro, gli Istituti per il sostentamento del clero devono avere non solo l’autorizzazione del vescovo ma anche «il preventivo parere della Conferenza episcopale italiana» e «l’autorizzazione» della Santa Sede. Insomma nonostante le parole e gli atti di papa Francesco sui beni e i patrimoni della Chiesa, la finanza ecclesiastica resta un enorme buco nero.

I lefebvriani contro papa Francesco: «Bieco becerismo progressista»»

17 luglio 2013

16 luglio 2013

Luca Kocci

«Bieco becerismo progressista»: è l’accusa che la Fraternità sacerdotale San Pio X – la fazione dei cattolici ultraconservatori fondata dal vescovo scismatico Marcel Lefebvre, che durante il pontificato di Ratzinger si sono riavvicinati alla Chiesa di Roma – rivolge a papa Francesco dopo la sua visita pastorale a Lampedusa.

Bergoglio, scrivono i lefebvriani in una nota, non solo non si pone come argine all’invasione musulmana, ma con le sue parole pronunciate a Lampdusa sembra anzi voler favorire il loro ingresso. «Dal IX secolo i papi, tra i quali diversi santi – gridano i tradizionalisti, più volte accusati di antisemitismo e negazionismo –, hanno armato flotte per frenare l’ingresso (armato, certo) dei musulmani in Italia, desiderando preservare il cattolicesimo lì dove non era ancora stato annientato dall’invasione maomettana. Papa Bergoglio invece con il suo viaggio a Lampedusa ha voluto invece semplificare la questione: ci sono dei miserabili che vogliono venire da dei ricchi egoisti che li lasciano morire in mare, e questi ricchi colpevoli siamo noi tutti». In tal modo, proseguono, sottovaluta «il piano massonico di creazione di una società multiculturale», una colpa «grave» perché il papa «ha la responsabilità della difesa della fede». Insomma si tratta, secondo i lefevbriani, di «gesti e parole» di «popolarità immediata presso un certo pubblico e soprattutto presso i media» ma all’insegna «del più bieco becerismo progressista».

Ma c’è dell’altro. Bergoglio ha salutato gli immigrati musulmani augurando loro «abbondanti frutti spirituali per il Ramadam». Un peccato mortale per i lefebvriani: il papa non solo non ha rivolto «nessun invito alla conversione», ma anzi li ha incoraggiati «a rimanere fedeli alle loro pratiche religiose», evidentemente «considerate efficaci sulla scorta della Nostra Aetate» – la dichiarazione sulla libertà religiosa approvata al Concilio Vaticano II – e «del solito modernismo» (la corrente teologica di fine ‘800-inizio ‘900, condannata come «sintesi di tutte le eresie» per la sua tensione al dialogo con il mondo moderno).

Accuse, quelle dei lefebvriani, del tutto coerenti, con la loro visione, secondo cui «la causa dei gravi errori che stanno demolendo la Chiesa» è il Concilio Vaticano II e la sua pretesa di aggiornare la dottrina cattolica con le «idee liberali», la «libertà religiosa», «l’ecumenismo» e la «collegialità episcopale», peraltro ben lungi dall’essere realizzata.

Lavoro, disarmo, legalità: i vescovi prendono la parola

15 luglio 2013

“Adista”
n. 27, 20 luglio 2013

Luca Kocci

Lavoro e diritti, pace e disarmo, mafia e antimafia: su questi temi sociali, nelle ultime settimane, i vescovi di diverse diocesi italiane si sono schierati pubblicamente, assumendo posizioni coraggiose e “di frontiera”.


Mons. Depalma: dalla parte dei lavoratori

Il caso più noto, che ha trovato ampio spazio anche nelle cronache nazionali, è stato quello che ha avuto come protagonista il vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, che lo scorso 15 giugno ha partecipato ad una manifestazione degli operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco (Na) – da anni alle prese con la cassa integrazione – per contestare i sabati lavorativi di “recupero produttivo”.

Il vescovo si è collocato «dalla parte dei violenti e dei prevaricatori», ha affermato il responsabile dello stabilimento di Pomigliano, Giuseppe Figliuolo, in una lettera indirizzata al vescovo nel giorni successivi alla manifestazione. Nella missiva Figliuolo ha criticato la presenza del vescovo davanti ai cancelli dello stabilimento «per portare la sua solidarietà ad alcuni manifestanti che con azioni violente e minacce hanno tentato di impedire l’ingresso in fabbrica ai lavoratori della Fiat». «La sua scelta di essere dalla parte dei violenti e prevaricatori – aggiunge – è stata involontaria e causata dalle mistificazioni veicolate da alcuni organi di informazione che hanno volutamente travisato la realtà dei fatti», omettendo che «era stato sottoscritto un accordo sindacale tra azienda e legittimi rappresentanti dei lavoratori».

«No, dottor Figliuolo, io non sto dalla parte dei violenti, né volontariamente né, come dice lei, “involontariamente”», ha replicato il vescovo – che più volte, in passato, è intervenuto su questioni sociali che riguardavano il suo territorio, dalle lotte degli operai della Fiat al problema rifiuti e discariche abusive (v. Adista nn. 5/08; 34 e 52/09) – in una lettera pubblicata dal quotidiano napoletano Il Mattino (7/7). «Bisogna provare in ogni circostanza, anche la più burrascosa, a mettere le persone intorno allo stesso tavolo. Un vescovo, un pastore, non è un dirigente di un’azienda: quando vede e sente uomini gridare, ha l’obbligo morale di andare a vedere e sentire con i suoi occhi e con le sue orecchie. Credo che oggi, in questo tempo così difficile, i complici dei violenti siano tutti coloro che stanno rinchiusi nei loro fortini sperando che la burrasca passi senza bagnarli. Opera davvero violenza chi nega la speranza negando prospettive di futuro alle persone e alle famiglie. La Chiesa ha una sola preoccupazione: che le famiglie non perdano il salario». «Ha difeso i deboli, ha parlato in favore del diritto al lavoro. La sua è stata l’espressione di un pastore e non dovrebbe essere sindacata, e tantomeno censurata da parte di un’azienda», difende il suo vescovo don Peppino Gambardella, parroco di San Felice in Pincis a Pomigliano, anche lui da sempre schierato accanto agli operai della Fiat (v. Adista n. 25/09). «Ancora una volta i vertici Fiat hanno dimostrato arroganza e anche poco rispetto della dignità del pastore della Chiesa. Probabilmente a loro, che vivono una vita staccata dalla gente, sfugge il valore morale che il vescovo rappresenta per i lavoratori. A lui arriva il grido di aiuto dei poveri, la loro disperazione. Tutto questo purtroppo sfugge ai dirigenti della Fiat. Forse sono abituati a comandare e ad avere gente che deve solo obbedire. Sono poco adusi alla democrazia».

Intanto Depalma ha fatto sapere di aver accettato l’invito di Figliuolo a visitare lo stabilimento di Pomigliano: mi pare un modo «per avere l’opportunità di un confronto franco e diretto», ha motivato la sua decisione il vescovo.

Mons. Pizziol: l’unico valore è la pace

Ha invece declinato l’invito a partecipare all’inaugurazione della nuova base militare Usa all’aeroporto Dal Molin di Vicenza il vescovo della città, mons. Beniamino Pizziol, come peraltro gli aveva chiesto il Coordinamento cristiani per la pace di Vicenza e altre associazioni (v. Adista Notizie n. 23/13), evidenziando quindi un atteggiamento ben diverso da quello del suo predecessore, mons. Cesare Nosiglia, sempre piuttosto disponibile verso il Dal Molin.

«La decisione se presenziare o meno a detta inaugurazione – scrive il vescovo al colonnello David W. Buckingham, comandante della guarnigione dell’esercito Usa a Vicenza – è stata fonte di un sereno e condiviso discernimento sul significato della presenza di un vescovo in questa struttura che, al di là della buona coscienza delle persone che vi operano, resta il segno che siamo ancora lontani dalla realizzazione di quel progetto di pace, che tutti portiamo nel cuore come un “anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi” (Giovanni XXIII, Pacem in Terris, n. 1)».

La lettera del vescovo al colonnello Usa si conclude con una «speranza», che però pare piuttosto un auspicio di improbabile realizzazione: che la base di Vicenza – dove verranno collocate alcune attività di Africom, il comando militare Usa per l’Africa – «possa essere trasformata in un centro di formazione e di azione per promuovere lo sviluppo del Continente africano, a servizio della vera libertà e della democrazia».

Mons. Morosini: via i condannati dalle associazioni ecclesiali

Tornando a sud, il vescovo di Locri, mons. Giuseppe Morosini (nel frattempo nominato nuovo arcivescovo metropolita di Reggio Calabria), ha emanato un decreto molto severo nei confronti di chi è stato rinviato a giudizio in un procedimento penale: non può far parte delle associazioni ecclesiali presenti nella diocesi, compresi i Consigli pastorali parrocchiali. Morosini parla in generale dei rinviati a giudizio, ma è abbastanza chiaro – data la specificità del territorio della Locride – che il provvedimento sia diretto ad escludere dalla vita delle associazioni ecclesiali le persone coinvolte in indagini sulla ‘ndrangheta.Gli indagati, è scritto nel decreto, devono subito informare il responsabile dell’associazione del procedimento aperto a loro carico e autosospendersi dall’associazione. Se non lo fanno, interviene d’ufficio il capo dell’associazione o il vescovo. Il quale può anche sciogliere l’associazione nel momento in cui ravvisasse che è stata messa in atto una copertura dell’associato sotto indagine. L’esclusione dall’associazione resta in vigore fino alla fine del procedimento penale ed è definitiva in caso di condanna.

Il provvedimento del vescovo Morosini segue di qualche giorno quello del vescovo di Acireale, mons. Antonino Raspanti, che ha vietato, nel territorio della sua diocesi, i funerali ai condannati per mafia (v. Adista Notizie n. 25/13).

Don Diana: laurea post mortem

A Napoli, la Facoltà teologica dell’Italia meridionale – la sezione San Luigi, quella gestita dai gesuiti – ha deliberato di concedere la licenza in Teologia biblica a don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra nel 1994, come peraltro era stato proposto da diversi docenti e studenti della facoltà nel 2011, al termine della Giornata di studio “Martiri per la giustizia, martiri per il Sud. Livatino, Puglisi, Diana, uccisi non per errore” (v. Adista n. 35/11).

«Alcuni anni fa – spiega Sergio Tanzarella, docente di Storia del cristianesimo alla Facolta teologica, fra i principali promotori dell’iniziativa – ricostruendo la carriera universitaria di don Peppe, si è deciso di riconoscere il titolo che il parroco di Casale non aveva potuto conseguire. Don Diana era arrivato quasi alla fine dei suoi studi teologici, ma non riuscì a completarli perché fu ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Era una persona che amava studiare. Si era laureato in filosofia, ed era quasi arrivato alla conclusione degli studi in teologia biblica quando fu assassinato. Così il Consiglio di Facoltà ha deciso di riconoscere a don Diana la laurea nonostante non abbia concluso il corso di studi. Nel mese di ottobre avrà luogo la cerimonia di assegnazione». Sul fronte del processo di beatificazione di don Diana – anche su questo punto, in occasione della stessa Giornata di studio, era stata inviata una sollecitazione al vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo – invece, nulla di fatto. «In diocesi non è presente nessuna forma di culto nei confronti del parroco di Casal di Principe», dicono ad Adista fonti vicine alla Curia aversana. Un appello a proclamare martiri anche dei laici che si sono impegnati fino alla fine per la giustizia arriva invece dal vescovo emerito di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che propone la beatificazione del magistrato ucciso dalla mafia Rosario Livatino: «Mi piace una Chiesa che ricosce anche la laicità della santità”, perché “i santi non sono quelli con l’aureola”».

F35: la “guerra” si sposta in Parlamento

14 luglio 2013

“Adista”
n. 26, 13 luglio 2013

Luca Kocci

Da qualsiasi angolazione la si osservi, la mozione sui cacciabombardieri F35 approvata alla Camera lo scorso 26 giugno con 381 sì e 149 no rappresenta un compromesso. Una mediazione “alta” per il Partito democratico, fra i principali promotori dell’iniziativa, che ha ottenuto una sospensione di sei mesi sull’eventuale attuazione del programma di acquisto degli aerei, durante i quali il Parlamento procederà ad un’indagine conoscitiva al termine della quale tornerà ad esprimere un parere che secondo i piddini sarà vincolante per il governo. Un compromesso al ribasso per Sinistra Ecologia e Liberta, MoVimento 5 Stelle e l’ala pacifista del Pd che avevano presentato una mozione di cancellazione del programma e invece ritengono di trovarsi di fronte ad un mero rinvio di una decisione già presa, dal momento che, per come è formulato il testo approvato, non ritengono vincolante il nuovo parere del Parlamento.

L’altolà del Consiglio Supremo di Difesa

Tuttavia è un dato indiscutibile che, di fatto per la prima volta – le Commissioni Difesa di Camera e Senato approvarono il progetto il 7 e 8 aprile 2009, dopo un dibattito di poche ore (v. Adista n. 46/09) – il Parlamento si è trovato a discutere seriamente del programma, mettendo sul tavolo anche la possibilità della cancellazione. E che, rispetto al “dogma” dell’acquisto degli F35 mai messo in dubbio, la mozione rappresenta comunque un passo avanti. Tanto che il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Giorgio Napolitano (vi fanno parte, fra gli altri, anche il premier Enrico Letta, la ministra degli Esteri Emma Bonino, dell’Interno Angelino Alfano, dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni, della Difesa Mario Mauro e il Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli), il 3 luglio, ha voluto precisare in una nota che, per quanto riguarda i «programmi di ammodernamento delle Forze armate», nel quadro complessivo di «un rapporto fiduciario che non può che essere fondato sul riconoscimento dei rispettivi distinti ruoli», la facoltà del Parlamento «non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo».Insomma una sorta di altolà al Parlamento – segno quindi che la mozione approvata, benché frutto di mediazione, non è affatto irrilevante – che però rischia di aprire un inedito conflitto istituzionale, come dimostrano le prime reazioni delle opposte fazioni della medesima maggioranza di governo. «La legge di riforma dello strumento militare attribuisce al Parlamento la competenza primaria in materia di acquisizione e riordino dei sistemi d’arma», dice il deputato del Pd Gian Piero Scanu (capogruppo in commissione Difesa), fra i principali tessitori della mozione che ha ottenuto la maggioranza in Parlamento. La nostra mozione, prosegue, «ribadisce la titolarità del Parlamento su questa materia e impegna il governo a tener conto delle proprie indicazioni. La sovranità del Parlamento non può essere derubricata come mero esercizio di veto».

Mentre il presidente della commissione Difesa della Camera, il pidiellino Elio Vito, apprezza la nota del Consiglio Supremo di Difesa: «Il rispetto dei ruoli tra organi dello Stato consente al Parlamento il pieno esercizio delle sue prerogative, senza tuttavia alcuna attribuzione di diritti di veto su decisioni operative e tecniche che rientrano tra le responsabilità costituzionali del Governo». Ma per Stefano Ceccanti, costituzionalista di area Pd, si tratta di «una tempesta in un bicchier d’acqua» perché il conflitto non esiste: «Il Parlamento fa grandi scelte di indirizzo, entra in scelte minute approvandole con legge solo quando siano richiesti finanziamenti straordinari. Altrimenti, sulle varie questioni di dettaglio, può dare pareri su scelte che alla fine sono di competenza del governo» (Huffington Post). «Pertanto le mozioni parlamentari possono prevedere indagini conoscitive, forme varie di intervento, ma non potrebbero comunque creare un potere di veto su una scelta di dettaglio richiamando una legge che lo esclude. Quel potere, nonostante qualche interpretazione, non stava scritto nella mozione, il comunicato si premura di chiarirlo in modo inequivoco».

«Il Parlamento ribadisca la sua funzione e si opponga alla presa di posizione del Consiglio Supremo di Difesa, cioè che le Camere non hanno nessun diritto di veto o di decisione finale sui programmi di acquisto di armamento», interviene la Rete italiana per il disarmo. E il suo coordinatore, Francesco Vignarca, aggiunge: «Non si capisce come mai il Senato e la Camera possano definire il livello delle tasse per ciascun contribuente, abbiano il potere di decidere tagli alla Sanità e al sostegno per anziani e disabili, possano definire le decisioni riguardanti le politiche del lavoro e per i giovani, ma non possano dire nulla di definitivo sull’acquisto di armamenti, in particolare sulla loro cancellazione». «Se il lavoro fosse un F35 ci sarebbero tanti miliardi da “spendere” in barba al “debito” pubblico, se le scuole fossero una pattuglia di F35 esse sarebbero rapidamente modernizzate e potenziate», «se il Parlamento italiano fosse uno spazio aereo di guerra anziché uno spazio pubblico dove il popolo sovrano è democraticamente rappresentato le sue risoluzioni non sarebbero rigettate perché accusate di costituire un veto», replica il Gruppo promotore dell’iniziativa “Banning Poverty 2018” (v. Adista Notizie n. 34/12 e Adista Documenti n. 39/12). «Se v’è stata prevaricazione da parte di una istituzione, non è certo il Parlamento ad averla compiuta».

Gli F35? Nulla a che fare con la pace

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, ci aveva pensato poi lo stesso ministro della Difesa Mauro, un ciellino che, in quanto cattolico, dovrebbe essere attento e sensibile al tema della pace. E, a modo suo, lo è stato : «Per amare la pace, armare la pace. Il caccia F35 risponde a questa esigenza», aveva twittato alla vigilia del dibattito parlamentare.Un’affermazione contro cui si è subito schierato mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente di Pax Christi, con un inequivocabile tweet di risposta, che ha messo a nudo l’incoerenza di fondo dei cattolici con l’elmetto. «Ministro Mauro: “Per amare la pace, armare la pace”. Una falsità storica, un’offesa all’intelligenza, dimenticate le radici cristiane», scrive mons. Giudici. Un messaggio che Pax Christi «chiede di diffondere, sostenere e aderire», «in vista anche dei prossimi dibattiti parlamentari, per continuare il cammino di costruzione della pace, per il disarmo, contro il proliferare di armamenti e di spese militari». E don Renato Sacco, nuovo coordinatore nazionale di Pax Christi che succede a don Nandino Capovilla, rilancia: «L’aereo F35 è un caccia d’attacco per fare la guerra, uccidere e massacrare, per far piangere tante persone, togliendo soldi a ciò che invece serve per la vita. Ma le persone che hanno vissuto o vivono ancora oggi la guerra cosa ne pensano? Perché non chiederlo a loro?», ovvero ai missionari che vivono e lavorano nelle aree di guerra e di conflitto. «Loro vedono il mondo dall’altra parte, e la guerra per loro non è tecnologia, ma semplicemente morte e distruzione» prosegue il coordinatore di Pax Christi. «“Chiedilo a loro”, dice la pubblicità dell’8 per mille alla Chiesa cattolica. Chiediamoglielo allora. Penso che ogni parlamentare conosca più o meno direttamente qualche missionario. In fondo i missionari sono persone stimate, amano il prossimo, aiutano gli altri. Invece di analisi strategico-militari-economiche, perché non sentire loro? Dal loro osservatorio ci raccontano di armi made in Italy che arrivano nelle mani dei bambini soldato, vedono le conseguenze dei bombardamenti e di un’economia che sottrae risorse agli ospedali e alla scuola per investire nelle armi. Esattamente quello che succede in Italia. Certo è più semplice inviare loro qualche offerta, ma poi basta, che ci lascino… in pace».

Poi ci sono i parlamentari cattolici, come Andrea Olivero, ex presidente delle Acli, ora senatore di Scelta civica (la lista di Mario Monti), che prima e durante la campagna elettorale si sono spesi, a parole, contro i cacciabombardieri – Olivero ha anche sottoscritto la petizione della campagna “Taglia le ali alle armi”, che chiede la cancellazione del programma – e ora sembrano aver perso la memoria. «Non comprendiamo quale sia la funzione di un’arma di attacco come sono gli F35, all’interno di una strategia di sicurezza di un Paese che ha nella sua Costituzione il ripudio della guerra», aveva detto qualche mese fa l’ex presidente delle Acli in una intervista all’Unità. E Giorgio Beretta, analista della Rete disarmo, su Unimondo – di cui è caporedattore – chiede: «Senatore Olivero, che ne pensa degli F35?». Nei prossimi giorni si aprirà il dibattito anche a Palazzo Madama: allora si capirà se il senatore Olivero ha cambiato idea.

Giustizia vaticana, congelati i fondi di mons. Scarano

13 luglio 2013

“il manifesto”
13 luglio 2013

Luca Kocci

Sebbene con qualche settimana di ritardo rispetto ai pubblici ministeri italiani, ora anche la magistratura vaticana interviene nei confronti di Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro”, il prelato salernitano dipendente dell’Apsa (il “ministero del tesoro” di Oltretevere) – prima di essere sospeso dall’incarico – dal 28 giugno agli arresti nel carcere di Regina Coeli perché accusato di aver tentato di far rientrare dalla Svizzera in Italia 20 milioni di euro per conto di una famiglia di imprenditori napoletani in cambio di una ricompensa di due milioni e mezzo di euro.

Ieri il portavoce della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha comunicato che il Promotore di giustizia del Tribunale del Vaticano già dal 9 luglio «ha disposto il congelamento dei fondi intestati presso lo Ior» a Scarano», titolare di almeno due conti, uno dei quali mascherato da intenzioni caritatevoli e denominato “fondo anziani”. E ha aggiunto che «le indagini possono essere estese anche ad altre persone». Non è escluso, quindi, che altri prelati o funzionari vaticani vengano coinvolti nell’inchiesta: si parla dell’esistenza di un archivio segreto in cui Scarano avrebbe appuntato nomi e conti correnti criptati allo Ior.

Il provvedimento arriva in contemporanea con la riforma del sistema giudiziario penale vaticano – approvata due giorni fa – che prevede, fra le varie novità, misure più rigorose nei confronti dei reati amministrativi a finanziari, dalla corruzione al riciclaggio, dando ai magistrati la possibilità di intervenire non solo nei confronti dei singoli (come appunto Scarano) ma anche direttamente sugli enti con personalità giuridica, come lo Ior. Ma le nuove norme non hanno nulla a che vedere con il sequestro dei conti di “monsignor 500 euro”, anche perché entreranno in vigore solo a settembre. Mentre è assai probabile che siano state le dimissioni, indotte dall’alto, lo scorso 1 luglio, del direttore generale dello Ior, Paolo Cipriani, e del suo vice, Massimo Tulli – ritenuti i garanti della poca trasparenza dello banca vaticana – a consentire ai magistrati di Oltretevere di pigiare il piede sull’acceleratore e disporre il sequestro dei conti di Scarano. Il monsignore, va ricordato, è indagato da due diverse procure italiane: quella di Roma, per il tentativo di far rientrare in Italia i 20 milioni di euro, in concorso con il carabiniere Giovanni Maria Zito (ex funzionario dei servizi segreti dell’Aisi) e il broker finanziario Giovanni Carenzio, entrambi agli arresti; e quella di Salerno, secondo la quale Scarano sarebbe coinvolto in un’operazione di riciclaggio di 560mila euro attraverso un giro di assegni circolari emessi da 56 “donatori”. Ed ora i suoi movimenti sono sotto osservazione anche della magistratura vaticana.

Insieme alla notizia del blocco dei conti di Scarano, Lombardi ha fornito qualche aggiornamento su quello che sta succedendo allo Ior: si stanno esaminando «tutte le relazioni con i clienti e le procedure in vigore contro il riciclaggio di denaro» per tentare di identificare le attività «illegali o estranee agli Statuti dell’Istituto, siano esse condotte da laici o da ecclesiastici». Un processo, puntualizza Lombardi «avviato nel maggio 2013» – e questo la dice lunga sul storia anche recente dello Ior – e che «ci si aspetta sia concluso per la fine del 2013». Una scadenza importante quella del 2013: entro l’anno, infatti, i tecnici di Moneyval (l’organismo di vigilanza del Consiglio d’Europa) dovranno emettere la sentenza definitiva sull’ammissione – finora negata – del Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi in materia di antiriciclaggio. E così si spiega tutto l’attivismo di queste settimane attorno allo Ior, che papa Bergoglio ha voluto mettere sotto il suo controllo, nominando, fra l’altro, una Commissione di indagine che mercoledì scorso ha avviato i lavori.