Archive for settembre 2013

L’Imu non c’è più. Ma anche con la Service tax la Chiesa non paga

24 settembre 2013

“Adista”
n. 33, 28 settembre

Luca Kocci

Nell’annoso e confuso dibattito su Imu sì, Imu no, Imu forse, una sola cosa sembra assolutamente certa: gli immobili di proprietà ecclesiastica – e delle organizzazioni senza fini di lucro – continueranno ad essere esentati dal pagamento dell’imposta.

Il presidente del Consiglio Enrico Letta, presentando la nuova Service tax – la tassa che dovrebbe sostituire ed inglobare una serie di imposte locali, da quelle sulla casa (appunto l’Imu) a quelle sulla spazzatura (Tarsu) – è stato esplicito: «C’è tutto il tema dei locali legati alle attività non profit del terzo settore (compresi quindi gli immobili di proprietà ecclesiastica, n.d.r.) che sono stati pesantemente penalizzati dall’Imu», ha detto Letta nella conferenza stampa di presentazione della nuova tassa. «Nella Service tax vogliamo completamente alleggerirla perché crediamo che questo passo sia importante».

La traduzione del lessico coperto, e ancora un po’ democristiano, del presidente del Consiglio è inequivocabile: esenzione totale. Si torna quindi alle origini, quando tutti gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici non pagavano una lira, perché all’epoca c’era ancora la lira.

La storia dell’esenzione Ici è infatti piuttosto lunga e travagliata. Venne introdotta fin da subito, nel 1992, con la nascita dell’imposta. Però a metà degli anni ‘90 il Comune dell’Aquila avviò un contenzioso con l’Istituto delle suore zelatrici del Sacro Cuore e gli intimò il pagamento dell’Ici per alcuni immobili usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie. Ne scaturì una battaglia di ricorsi e contro-ricorsi fra le religiose e l’amministrazione comunale che, dopo una battaglia legale durata quasi dieci anni, vinse: la Corte di cassazione stabilì che l’attività delle suore non era né di culto né benefica – come prevedeva la legge – ma commerciale, perché le anziane e le studentesse pagavano l’ospitalità, quindi l’Ici andava versato.

A quel punto ci fu l’intervento risolutivo di Silvio Berlusconi (presidente del Consiglio) e Giulio Tremonti (ministro dell’Economia), al governo nel 2005, che modificarono la legge: erano esentati dall’Ici tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali purché «connesse a finalità di religione o di culto». Un condono tombale.

L’anno successivo, vinte le elezioni, Romano Prodi (presidente del Consiglio) e Pierluigi Bersani (ministro dello Sviluppo economico) corressero la rotta – anche perché l’Unione europea si stava interessando al caso sulla base di una denuncia presentata dai Radicali per improprio aiuto di Stato –, giocando con gli avverbi: sono esentati dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica (e degli enti senza fini di lucro) destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Il «non esclusivamente» sanò alcune situazioni limite, ma mantenne intatti i privilegi delle migliaia di conventi trasformati in alberghi – gli stessi ricordati da papa Bergoglio durante la sua visita al Centro Astalli di Roma lo scorso 10 settembre: «Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» –, case di riposo, cliniche e scuole private, tanto che lo stesso Bersani, l’inventore della formula avverbiale, ammise che la norma lasciava spazio ad una «casistica di confine», all’interno della quale era possibile ottenere l’esenzione dal pagamento.

Con la trasformazione dell’Ici in Imu, sembrava che l’esenzione potesse essere abolita: si sarebbero dovute delimitare le superfici in cui venivano svolte attività sociali e di culto da quelle destinate ad attività commerciali, per esentare le prime e far pagare le seconde. Ma i tempi troppo stretti non lo hanno permesso e così l’esenzione è rimasta in vigore anche per il 2012. E sarebbe restata anche negli anni successivi perché, con il governo Monti ancora formalmente in carica benché le elezioni politiche si fossero svolte la settimana prima, la risoluzione n. 3/DF del 4 marzo 2013, firmata dal direttore generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella (nomen omen, avrebbero detto i romani), chiariva che per gli enti ecclesiastici e non profit la scadenza del 31 dicembre 2012 per adeguarsi alla nuova normativa che prevedeva la suddivisione degli spazi commerciali/non commerciali «non deve considerarsi perentoria» ma poteva essere assolta «entro il 31 dicembre del quinto anno». Cinque anni in più, quindi, per riscrivere i loro Atti costitutivi e i loro Statuti, passaggi obbligatori per godere dell’esenzione dal pagamento dell’Imu sulle porzioni degli edifici adibiti ad uno non commerciale che così risultava di fatto garantita fino a tutto il 2017.

Poco dopo, il 28 aprile 2013, nasce il governo Letta-Alfano che prima sospende il pagamento dell’Imu e poi abolisce l’imposta inserendola nella nuova Service tax, da cui gli enti ecclesiastici e non profit, come ha detto il presidente del Consilgio, saranno esentati. A meno che i conti pubblici in agonia non costringano il governo a tornare suoi suoi passi.

È impossibile quantificare con precisione il patrimonio immobiliare della Chiesa in Italia. Una parte è di proprietà vaticana – in particolare dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) e di Propaganda Fide (ovvero la Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli) –, quindi formalmente di uno Stato estero per cui i dati sono inaccessibili; il resto è disperso in una miriade di enti ecclesiastici (diocesi e arcidiocesi, istituti per il sostentamento del clero, istituti religiosi, capitoli, parrocchie, confraternite, pie società ecc.). Una stima esatta quindi è irrealizzabile. La valutazione più attendibile resta quella operata dal Gruppo Re, una società fondata nel 1984 e specializzata nella consulenza e nei servizi immobiliari, finanziari e gestionali agli organismi ecclesiastici: la Chiesa italiana sarebbe padrona del 20% del patrimonio immobiliare italiano. A parte le chiese e gli edifici di culto, si tratta di decine di migliaia di istituti religiosi, conventi, collegi, seminari, canoniche – spesso dismessi e convertiti ad altro uso, da alberghi a case di accoglienza – ma anche palazzi e appartamenti, spesso in zone di pregio, terreni e campi accumulati in duemila anni di storia o acquisiti recentemente sotto forma di donazioni e lasciti. Tutti questi immobili di proprietà ecclesiastica (ma anche di altri enti catalogati come «senza fini di lucro») destinati «allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» sono esenti dal pagamento delle tasse, prima l’Ici e ora l’Imu. L’Associazione nazionale dei Comuni italiani calcola che le mancate entrate dovute all’esenzione ammonterebbero ad una cifra fra i 400 e i 700 milioni di euro annui.

Annunci

Nuove nomine, Bergoglio cambia la geografia della Curia

22 settembre 2013

“il manifesto”
22 settembre 2013

Luca Kocci

Comincia a cambiare il volto della Curia romana. Ieri infatti papa Bergoglio ha ufficializzato una serie di nuove nomine e di conferme che ridisegnano alcuni equilibri nei sacri palazzi.

L’avvicendamento più significativo, segnalato già ieri dal manifesto, riguarda Congregazione per il clero, il dicastero che si occupa dei preti di tutto il mondo, una sorta di ministero vaticano della funzione pubblica. Il cardinale che la guidava, il ratzingeriano Mauro Piacenza (molto vicino anche a Bertone) viene trasferito alla Penitenzieria apostolica, il tribunale che si interessa di indulgenze e confessioni. Un declassamento evidente, ad appena tre anni dalla sua nomina, per uno dei prelati più conservatori (è discepolo del cardinale genovese Siri) e maggiormente legati alla stagione precedente. Al suo posto arriva mons. Beniamino Stella, un diplomatico come il nuovo segretario di Stato, Parolin, che il 15 ottobre prenderà il posto di Bertone. È stato nunzio a Cuba – fu lui a preparare la visita di Wojtyla a L’Avana nel 1998 – e in Colombia, prima di essere richiamato a Roma a dirigere la Pontificia accademia ecclesiastica, la scuola di formazione dei diplomatici della Santa sede. La sua nomina conferma la “rivincita” dei diplomatici, piuttosto trascurati negli anni di Ratzinger-Bertone e ora rilanciati da Bergoglio.

Di segno diverso invece, perché attestato su posizioni piuttosto conservatrici, la nomina del domenicano statunitense Di Noia come segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede. Ma alla guida all’ex Sant’Uffizio Bergoglio ha confermato il cardinale tedesco Müller, autore qualche anno fa di un libro insieme a Gustavo Gutierrez (uno dei padri della teologia della liberazione) appena tradotto in italiano dalla Emi e da poco recensito dall’Osservatore romano che lo ha presentato come il segnale della pace fra il Vaticano e la corrente teologica progressista latinoamericana (anche se Gutierrez da diversi anni ha ammorbidito molte delle sue posizioni più radicali). Così come ha mantenuto alla guida della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli il bertoniano card. Filoni. Si tratta di conferme che in realtà sono vere e proprie nuove nomine: pochi giorni dopo la sua elezione Bergoglio infatti aveva riconfermato tutti i capi dicastero «donec aliter provideatur» (fino a che non si provveda altrimenti), ora queste cariche diventano stabili.

Da Bergoglio – oggi in visita a Cagliari dove incontrerà in mattinata ecumenicamente operai, sindacalisti e imprenditori e nel pomeriggio i detenuti – è stato dato anche un altro annuncio. Il 30 settembre si terrà un Concistoro (la riunione dei cardinali) per decidere la data della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Anche con Bergoglio, quindi, non si interrompe la prassi di un papa che proclama santi i propri predecessori. E che, in questo modo santifica il pontificato stesso, contribuendo inevitabilmente alla sacralizzazione del ministero petrino.

“Adamo ed Eva dove siete?”. A Brescia un corso per guarire gli omosessuali

22 settembre 2013

“Adista”
n. 32, 21 settembre 2013

Luca Kocci

Non è una malattia incurabile l’omosessualità. Dall’omosessualità si può guarire grazie ad un percorso di supporto psicologico e preghiera che consente di ritrovare il proprio «vero io» fatto «ad immagine di Dio». A questo servono i seminari di «guarigione interiore» promossi dal Gruppo Lot-Regina della pace, nato sulla scia della esperienza di Medjugorje, il luogo delle controverse apparizioni mariane che la Chiesa cattolica non ha ancora riconosciuto ufficialmente e probabilmente mai riconoscerà.

L’ultimo di questi seminari – il titolo è una domanda: “Adamo, Eva, dove siete?” – si è svolto nell’estate appena trascorsa, dal 12 al 18 agosto, ad Angolo Terme (Bs), piccolo comune della Val Camonica a pochi chilometri dal più noto Boario Terme, nella casa di spiritualità Sant’Obizio (di proprietà della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth di San Giovanni Piamarta, aderente alla Federazione italiana esercizi spirituali), che da anni ospita le attività del Gruppo Lot. «Un seminario rivolto a tutti gli uomini e le donne che vogliono intraprendere un cammino di guarigione interiore della propria sfera emotiva, relazionale e sessuale», spiegano gli organizzatori. Ovvero vogliono guarire dall’omosessualità, come del resto risulta chiaro dal nome stesso che il gruppo si è dato. «Come Lot, che abbandonò la città di Sodoma, abbiamo deciso di uscire dalla città dell’ambiguo inferno contemporaneo in cui viviamo», aggiungono. «La nostra associazione difende l’identità di genere come insegnano il Magistero e il Catechismo della Chiesa cattolica e come ricorda la Scrittura: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Fondamenta purtroppo oggi molto sradicate nel mondo contemporaneo. Noi ed altri cattolici (religiosi, sacerdoti e laici) impegnati in diversi ambienti e realtà ecclesiali abbiamo fatto nostra questa preoccupazione del Magistero, considerando quanto sia diffusa la mentalità relativistica nel modo comune di pensare e di vivere la propria personalità. Ed è per questo che abbiamo deciso di proporre questo corso, attraverso il quale, grazie alla testimonianza, all’insegnamento dei fondamenti antropologici ed alla condivisione delle esperienze, si può cominciare a sperimentare la potenza sanante del Signore».

Temi e programmi dei «seminari di guarigione» – ma ci sono anche incontri giornalieri spalmati lungo tutto l’anno – vanno dritti all’obiettivo: «Le ferite del padre e della madre»; «I meccanismi della confusione sessuale»; «Libertà dalle dipendenze sessuali»; «Amicizie sane con persone delle stesso sesso»; «Maschio e femmina li creò: ristabilire la vera immagine che Dio ci ha donato»; «Ripristinare la vera mascolinità»; «Ripristinare la vera femminilità». «L’adorazione eucaristica e la santa messa quotidiana sono il fondamento del seminario», precisa il pieghevole di presentazione della settimana residenziale di agosto.

Base “scientifica” dei percorsi di guarigione sono le «teorie riparative» dello psicologo clinico statunitense Joseph Nicolosi, cattolico integralista e autore di testi – fra quelli pubblicati anche in Italia – come Omosessualità maschile: un nuovo approccio e Omosessualità. Una guida per i genitori (Sugarco, 2002), Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione (San Paolo, 2007) e Identità di genere. Manuale di orientamento (Sugarco, 2010). La tesi di Nicolosi – peraltro bocciata dalle principali associazioni di psicologi e psicanalisti Usa perché ritenuta priva di fondamento scientifico – è che l’omosessualità non esiste in natura; talvolta però in alcune persone può emergere un orientamento omosessuale causato dal fatto che, durante l’età evolutiva, la naturale sessualità – che è solo eterosessualità – è stata deviata o soffocata da dinamiche psicologiche di vario tipo, generate per lo più in ambito familiare. Dall’omosessualità, quindi, asseriscono Nicolosi e i suoi seguaci – riuniti nella Narth, National association for research & therapy of homosexuality – si guarisce.

Leader del Gruppo Lot – che fa parte della galassia del Rinnovamento carismatico – è invece Luca Di Tolve (insieme a sua moglie Teresa), omosessuale “guarito” sulla via di Medjugorje, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso (Piemme, 2011), introdotto da mons. Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare di L’Aquila. Sono diventato gay perché i miei genitori si separarono quando ero piccolo e io «rimasi da solo con mia madre, in un ambiente tutto femminile», spiega Di Tolve in una vecchia intervista a Tempi, il settimanale diretto da Luigi Amicone, molto vicino a Comunione e liberazione, che ad agosto scorso, al Meeting di Rimini di Cl, raccoglieva firme contro la legge contro l’omofobia. «Così mi innamorai del mio compagno di banco», e al consultorio fu detto ai miei genitori «che ero gay, di non preoccuparsi, anzi di lasciarmi esprimere secondo la mia tendenza. Ecco il primo passo: se invece fossero stati aiutati a comprendere che il mio disagio nasceva dalla mancanza di una figura maschile di riferimento oggi, forse, saremmo qui a raccontare un’altra storia». Di Tolve inizia a vivere la sua omosessualità all’insegna del «nomadismo sentimentale» (fra gli omosessuali, dice, «non esistono relazioni stabili e vere», «mi fanno sorridere le rivendicazioni di coloro che chiedono il matrimonio omosessuale: non può esistere stabilità e fedeltà nel mondo gay perché quel che cerchi non può resistere a lungo»), fino all’incontro con Medjugorje, passando per il buddismo, per la scoperta di essere sieropositivo e le «teorie riparative» di Nicolosi. “Guarisce”, si sposa con Teresa – conosciuta durante un pellegrinaggio a Medjugorje –, il cantautore Povia canta la sua storia in una canzone presentata al Festival di Sanremo del 2009 («Luca era gay») e fonda il Gruppo Lot: «Aiutiamo gli omosessuali a rifiorire», spiega Di Tolve. «Non siamo psicologi, non è il nostro lavoro. Per quel che è stata la mia esperienza posso dire solo che il lavoro psicologico e questi gruppi di preghiera hanno avuto per me pari importanza».

La Diocesi di Brescia guidata da mons. Luciano Monari acconsente. Ufficialmente non partecipa all’organizzazione dei «seminari di guarigione», ma collabora attivamente con il Gruppo Lot. L’ultima iniziativa è dello scorso 13 Aprile 2013, presso il Centro Pastorale Paolo VI: un convegno sul tema “Dalla differenza alla in-differenza sessuale. Gli equivoci del Gender” – relatrice principale era Dale O’Laeary, giornalista e saggista statunitense in grande sintonia con le teorie di Nicolosi, autrice di Maschi o femmine? La guerra del genere (Rubbettino) – organizzato dagli uffici per la famiglia e per la salute della Diocesi, insieme al Gruppo Lot e ad altre associazioni.

Bergoglio ai medici: «Diffondete la cultura della vita»

21 settembre 2013

“il manifesto”
21 settembre 2013

Luca Kocci

Dopo aver letto l’intervista di Bergoglio pubblicata giovedì da Civiltà cattolica, molti hanno parlato di un papa rivoluzionario («Le parole rivoluzionarie del Papa», titolava in prima pagina il Corriere della sera). Ascoltando invece il discorso che ieri Francesco ha rivolto ai ginecologi cattolici ricevuti in Vaticano – tutte incentrate sul tema della difesa della vita e della lotta contro l’aborto –, sembrava di sentire le parole di Ratzinger, pacate nei toni, identiche nei contenuti.

Eppure il pensiero di Bergoglio non è sdoppiato ma unico, e fino ad ora tiene insieme i due aspetti: l’addio ai toni da crociata dei suoi predecessori contro gli infedeli relativisti e la conferma degli aspetti fondamentali della dottrina cattolica («Pop e conservatore» titolava il manifesto all’indomani dell’elezione al soglio pontificio). Una pastorale meno rigida e più inclusiva nei confronti dei “lontani” sembra essere la vera novità di questi primi mesi. Insieme ad una riforma della Curia e degli organismi finanziari che forse verrà nei prossimi mesi. E c’è da aspettarsi che entrambe saranno ostacolate dai settori più conservatori. A questo proposito, oggi potrebbe essere annunciata la nomina del prefetto della Congregazione per il clero (il dicastero che si occupa dei preti di tutto il mondo): va via il cardinale ratzingeriano e ultraconservatore Mauro Piacenza (molto legato al card. Bertone, segretario di Stato uscente), che andrà alla Penitenzieria apostolica, il tribunale che si occupa di indulgenze e confessioni. Al suo posto arriva l’arcivescovo Beniamino Stella, un diplomatico come il nuovo segretario di Stato entrante Pietro Parolin, in passato nunzio a Cuba e in Colombia, ora presidente della Pontificia accademia ecclesiastica, la scuola di formazione dei diplomatici della Santa sede. Lo spoil system continua.

Il magistero sui «principi non negoziabili» però non si incrina, come dimostra il discorso di ieri ai ginecologi: la battaglia contro l’aborto resta la “linea del Piave”. Constatiamo «i progressi della medicina», ma «riscontriamo il pericolo che il medico smarrisca la propria identità di servitore della vita», ha detto Bergoglio. Colpa del «disorientamento culturale» che «ha intaccato» anche «la medicina», per cui «pur essendo per loro natura al servizio della vita, le professioni sanitarie sono indotte a volte a non rispettare la vita stessa». «Si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte anche presunti diritti», aggiunge, e «non sempre si tutela la vita come valore primario». «Ogni bambino non nato ma condannato ingiustamente ad essere abortito – affonda Bergoglio – ha il volto di Gesù Cristo». C’è poi l’appello ai medici ad essere «testimoni e diffusori di questa cultura della vita» all’interno delle strutture sanitarie: «I reparti di ginecologia sono luoghi privilegiati di testimonianza e di evangelizzazione». Il papa non la nomina, ma l’invito all’obiezione di coscienza pare evidente. E a ribadire l’inamovibilità dei principi non negoziabili è anche il convegno internazionale sulla famiglia che si conclude oggi in Vaticano. Mons. Paglia, “ministro” della famiglia, auspica la redazione di una Carta internazionale dei diritti della famiglia per difenderla dalle «usurpazioni» e dagli «attacchi violentissimi» cui è sottoposta. E il presidente dei giuristi cattolici, D’Agostino bolla come «famiglia sintetica» tutti i tipi di unione che non siano quelle fra uomo e donna fondate sul matrimonio: frutto di uno «spirito malato», non basate su un progetto «ma sull’immediatezza dei sentimenti», senza futuro.

In mattinata, nella quotidiana messa a Santa Marta, Bergoglio ha avuto un’uscita delle sue, a testimonianza della sua capacità di tenere insieme dottrina e popolo. «L’avidità del denaro è la radice di tutti mali», ha detto nella breve omelia, aggiungendo subito: «E questo non è comunismo, è Vangelo». E così ha riequilibrato quanto aveva detto a Civiltà cattolica: «Non sono mai stato di destra».

Il papa disarma le crociate

20 settembre 2013

“il manifesto”
20 settembre 2013

Luca Kocci

Mettere da parte i toni da crociata sulle questioni etiche come aborto, contraccezione e coppie omosessuali, senza però stravolgere i fondamenti della dottrina cattolica. Modificare le strutture di governo della Chiesa verso una maggiore collegialità, tenendo presente che per fare le riforme ci vuole tempo.

Sono questi i nodi centrali affrontati da papa Bergoglio in una lunghissima intervista pubblicata ieri dalla Civilità cattolica, frutto di 3 incontri estivi con il direttore del quindicinale dei gesuiti, p. Antonio Spadaro. La sede scelta è significativa: Civiltà cattolica – fondata nel 1850 con l’appoggio di Pio IX per difendere la “civiltà cattolica” dalle nuove idee liberali – è la rivista “ufficiosa” della Santa sede, tanto che le bozze, prima di essere date alle stampe, vengono lette, e corrette, dalla Segreteria di stato vaticana. E anche dei tempi: dieci giorni prima che la commissione degli otto cardinali nominati dal papa si incontri (1-3 ottobre) per avviare la riforma della Curia romana. Quella di Bergoglio è allora una sorta di intervista programmatica, per dare la linea.

Tanti i temi affrontati, sia personali che “politici”, a cominciare dai «principi non negoziabili» – vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna – codificati a suo tempo da papa Ratzinger. «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi», dice Bergoglio, che ammette di non aver «parlato molto di queste cose e questo mi è stato rimproverato» (dai settori più conservatori). Ma aggiunge subito: «Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce». Cita in particolare i gay, ricordando quello che già aveva detto sull’aereo di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù, a fine luglio: «Se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla». E del resto, precisa, «dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo».

I toni sono più morbidi di quelli usati dai suoi predecessori («chi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva», dice Bergoglio) e aprono qualche piccolo spiraglio, anche nei confronti di altre persone come i divorziati («Bisogna sempre considerare la persona», «nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione»). Ma, dall’altra parte, c’è la riconferma che il pensiero della Chiesa resta lo stesso, perché anche quando Bergoglio afferma che «è errata la visione della dottrina come un monolite da difendere senza sfumature», precisa che ad essere modificati possono essere «norme e precetti secondari».

Sulla riforma della Curia e delle istituzioni ecclesiastiche, le aperture di Bergoglio sembrano più decise. I dicasteri romani «corrono il rischio di diventare organismi di censura» mentre molte questioni dovrebbero essere affrontate dai vescovi locali. «Voglio consultazioni reali, non formali» con i concistori (la riunione dei cardinali) e dei sinodi (la riunione dei vescovi), dice il papa, che parla di «collegialità episcopale» e afferma che «sinodalità (la Chiesa non usa la parola democrazia, che non è prevista, ndr) va vissuta a vari livelli». Ma avverte che le riforme non possono realizzarsi «in breve tempo», anche se «a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo».

C’è anche un passaggio sulle donne, molto ambiguo. Perché da un lato Bergoglio esalta, come già Wojtyla e Ratzinger, la donna («la donna per la Chiesa è imprescindibile», «Maria, una donna, è più importante dei vescovi») e ipotizza nuovi ruoli («il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti»); ma dall’altro precisa di fare attenzione a «non confondere la funzione con la dignità» e di temere «la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo». Una chiusura quindi ad ogni ipotesi di donne prete nella Chiesa cattolica, come del resto aveva già fatto sullo stesso volo da Rio: «La Chiesa ha parlato e ha detto no con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa».

Insomma il solito mix di aperture e chiusure – come Bergoglio ha più volte fatto in questi sei mesi di pontificato – che lasciano intravedere riforme ma che fino ad ora restano confinate nelle affermazioni. Nelle prossime settimane però dovranno tradursi in atti effettivi di governo. Oppure restare parole.

«Una Chiesa liberal che non vuole spegnere lo Spirito». Intervista al moderatore della Tavola valdese

12 settembre 2013

“Adista”
n. 31, 14 settembre 2013

Luca Kocci

Con la conferma del pastore Eugenio Bernardini alla guida della Tavola valdese – l’organo esecutivo della Chiesa – si è concluso lo scorso 30 agosto il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi. Un Sinodo che, oltre alle questioni ecclesiali interne, ha guardato al mondo e all’Italia, assumendo posizioni coraggiose e “di frontiera”, sintetizzate negli ordini del giorno approvati democraticamente dall’assemblea dei 180 “deputati”.

C’è stata una severa condanna delle discriminazioni contro le persone omosessuali, anche con  un forte richiamo alle Chiese ad una maggiore vigilanza ed attenzione nei confronti di «ogni persona vittima di sopruso omofobo» e con un pressante invito al Parlamento italiano ad approvare «al più presto una chiara legislazione» contro l’omofobia. Netta è stata anche la denuncia del femminicidio e di ogni violenza contro le donne: sono il «frutto di una secolare cultura patriarcale», per contrastarle «non è sufficiente inasprire le pene» ma «favorire un cambiamento culturale della società in cui la Chiesa ha la sua parte di responsabilità».

Sulle questioni della laicità, i valdesi hanno chiesto al ministero dell’Istruzione la corretta applicazione delle norme sulle attività alternative all’insegnamento della religione cattolica, che le scuole hanno l’obbligo di organizzare. Il pastore Bernardini, nei giorni immediatamente successivi alla chiusura del Sinodo, ha anche scritto al Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, per ricordare che «l’insegnamento delle attività alternative costituisce un servizio strutturale obbligatorio e necessario di cui è prevista la copertura finanziaria, per garantire la laicità, la parità e il diritto di scelta nell’istruzione pubblica». E sul fronte dei diritti civili, il Sinodo ha denunciato «la vergognosa situazione in cui versano le carceri italiane», dove ai reclusi è «impedito l’accesso ai diritti fondamentali» e gli operatori «sono costretti a lavorare in condizioni indicibili»: le istituzioni, chiedono i valdesi, «intervengano energicamente» per ristabilire la legalità e il diritto. È stata inoltre deliberata l’istituzione di una Giornata della legalità.

Per approfondire tutti i temi affrontati al Sinodo, Adista ha intervistato il pastore Eugenio Bernardini.

 

Pastore Bernardini che bilancio complessivo può fare di questo Sinodo appena concluso?

Un bilancio positivo, in particolare in ordine a due elementi: la presenza, nella serata del 26 agosto, della ministra Kyenge e l’aver vissuto una bella esperienza di collegialità ecclesiale.

 

Qual è stato il significato della partecipazione della ministra?

Innanzitutto il riconoscimento del lavoro di integrazione che facciamo ormai da anni. Molti dei fedeli della Chiesa valdese che è in Italia sono stranieri, hanno culture, storie e sensibilità molto diverse rispetto ai valdesi “storici”, ma si sta tutti insieme, nella stessa comunità, e questo mi pare sia un grande contributo all’integrazione per il nostro Paese. E poi un incoraggiamento a proseguire su questa strada perché l’Italia e l’Europa – che sono ormai un Paese e un continente “plurali” – hanno necessità di camminare sulla via dell’integrazione. Non è un optional ma una necessità perché questa è la nostra identità. E un investimento ineludibile per il futuro.

E sul tema della collegialità?

È un’esperienza che viviamo in ogni Sinodo, dove tutti i “deputati”, sia i pastori che i laici (i quali sono equamente ripartiti: 90 e 90), hanno diritto di voto: le decisioni non piovono dall’alto, ma vengono prese insieme, dopo una discussione franca e libera in cui si confrontano idee e sensibilità diverse su vari aspetti, dalla vita di Chiesa alle questioni etiche. Si tenta di trovare una sintesi il più possibile condivisa, in ogni caso si vota e si decide in maniera democratica.

Il Sinodo ha chiesto al Parlamento italiano di adottare al più presto una legge contro l’omofobia…

Una legge sicuramente non è in grado di risolvere tutti i problemi – per quello ci vuole un grande e lungo lavoro culturale – ma può aiutare molto.

Da parte di alcuni settori più conservatori della politica e del mondo cattolico c’è il timore che l’approvazione di questa legge sia una limitazione alla libertà di pensiero e di espressione: non si potrebbe più, sostengono, esprimere una opinione contraria all’omosessualità. Cosa ne pensa?

Chiunque abbia letto realmente il testo di cui si discute in Parlamento non può sostenere una simile tesi. La libertà di pensiero e di espressione non sono assolutamente pregiudicate. Chi non condivide tale orientamento potrà tranquillamente criticarlo e potrà anche sostenere, senza finire in galera, che la Bibbia condanna l’omosessualità. Però non potrà disprezzare gli omosessuali. La legge permette di esprimere liberamente le proprie opinioni, ma non consente di predicare l’odio contro le persone omosessuali, di alimentare la discriminazione e la violenza, che come la cronaca di questi mesi ci dimostra sono presenti anche nei nostri Paesi civili e cristiani.

Sia su questo tema, sia su quello della violenza contro le donne il Sinodo ha parlato anche di una responsabilità delle Chiese. In che senso?

Le Chiese devono essere più pronte e attente e denunciare, aiutare e consolare. Tutti dobbiamo fare la nostra parte e non sempre le Chiese e i cristiani hanno insegnato e si sono comportati bene. Le Chiese non possono tirarsi fuori dalla cultura occidentale che anche loro, nel bene e nel male, hanno contribuito a costruire.

Il Sinodo ha approvato l’istituzione di una Giornata della legalità da celebrarsi in tutte le Chiese valdesi italiane. Ci spieghi meglio questa decisione.

L’assemblea ha riconosciuto che «l’illegalità è uno tra i principali problemi della nostra società» e che «la fede cristiana non può essere disincarnata ma deve saper denunciare il sopruso e l’ingiustizia». A partire da queste considerazioni è stato stabilito di celebrare una Giornata della legalità, che in realtà le nostre comunità dell’Italia meridionale organizzano già da tempo, incoraggiandoci a farla diventare patrimonio dell’intera Chiesa valdese. Perché illegalità, corruzione e criminalità non sono problemi solo del Mezzogiorno.

Parliamo dell’otto per mille, che quest’anno è stato molto più cospicuo del solito per la Chiesa valdese – 37 milioni invece dei 14 del 2012 –, grazie ad un ulteriore aumento delle firme (da 470mila a 570mila) ma grazie soprattutto alla ripartizione delle quote non espresse a cui accedono, per la prima volta, anche i valdesi, che finora vi avevano rinunciato. Proprio alla luce di questo, lei stesso prima del Sinodo aveva ipotizzato il sostegno ad un’eventuale riduzione della quota al sette o al sei per mille e anche ad un’abolizione del meccanismo di ripartizione delle quote non espresse sulla base delle firme ottenute. Come si è sviluppato il dibattito?

Ovviamente se ne è parlato ampiamente. Alla fine il Sinodo si è ritrovato concorde su quelle due proposte. Se a livello politico – perché è una decisione che spetta alla politica, le Chiese, tantomeno quella valdese, non devono indicare soluzioni normative – ci saranno delle iniziative per la riduzione della quota o per l’abolizione delle quote non espresse, i valdesi le sosterranno perché le ritengono più che ragionevoli. A condizione, ovviamente, che si tratti di una riforma complessiva dell’intero sistema dell’otto per mille – che quindi riguardi tutte le confessioni – e che le risorse che si libereranno non finiscano nel calderone del bilancio dello Stato ma siano destinate per sostenere quelle fasce della popolazione che più stanno soffrendo la crisi e per investimenti nella sanità, nella scuola e nell’assistenza.

Sosterrete il referendum dei Radicali che propone l’abolizione della ripartizione delle quote non espresse?

No perché i valdesi generalmente non sostengono le iniziative di un partito politico, qualunque esso sia. Nella nostra storia recente abbiamo preso esplicitamente posizione solo in tre occasioni, ovvero i referendum per confermare il divorzio, l’aborto e per abrogare la legge 40 sulla fecondazione assista. Si trattava di questioni importanti che riguardavano i diritti della persona e la libertà di coscienza di ciascuno. Nel caso del referendum sull’otto per mille invece preferiamo non schierarci come Chiesa. Poi ciascuno potrà fare liberamente le proprie scelte.

Quello delle cosiddette “famiglie plurali” è stato un altro tema controverso. Come si è svolto di dibattito?

Il dibattito è proseguito e proseguirà soprattutto nelle Chiese locali. Entro il 2017, cinquecentenario della Riforma protestante, vorremmo arrivare ad un documento di tutta la Chiesa valdese che ridefinisca il tema delle nuove famiglie, tenendo conto dei mutamenti della società negli ultimi 40 anni. Alcuni nodi, come quello delle benedizioni delle coppie omosessuali – fra l’altro a Roma, nel mese di maggio, c’è stata la benedizione di una coppia di due donne –, sono piuttosto controversi, perché entrano in gioco diverse sensibilità e differenze culturali. E proprio per questo il dibattito deve procedere con calma, con i necessari approfondimenti e con un confronto aperto per arrivare ad un documento condiviso da tutti. Anche perché quando un documento viene approvato ufficialmente – l’ultimo sulla famiglia è del 1970 – diventa poi vincolante e ha delle conseguenze, anche nelle relazioni con le altre Chiese.

Nel discorso che lei ha tenuto subito dopo la riconferma come moderatore della Tavola, ha detto che quella valdese vuole essere «una Chiesa liberal che però non vuole spegnere lo Spirito». Ci spieghi meglio…

Nell’immaginario comune siamo visti come una Chiesa molto liberal, senza gerarchia, senza grandi strutture, tollerante e socialmente impegnata. Insomma più che una Chiesa, una comunità. Siamo contenti di questo, ma vogliamo sottolineare che non siamo una Chiesa “imborghesita”. Agiamo animati dallo Spirito santo e la nostra missione fondamentale è l’annuncio della “buona notizia” di Gesù Cristo.

Cosa ne pensa dell’elezione di papa Francesco e dei primi mesi di pontificato?

Seguiamo con attenzione e con apprezzamento quello che sta avvenendo. Ci sembra di cogliere degli aspetti molto positivi, speriamo con fiducia che arrivino anche i frutti.

Il pressing della Santa sede: «La guerra per vendere le armi»

10 settembre 2013

“il manifesto”
10 settembre 2013

Luca Kocci

Non è rimasta senza eco la denuncia di papa Francesco sullo stretto legame fra conflitti e commercio delle armi. Bisogna «dire no alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale», ha detto Bergoglio durante l’Angelus di domenica scorsa, chiedendo anche: «Questa guerra è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?».

Ieri, infatti, dai microfoni di Radio Vaticana, è tornato sull’argomento mons. Tomasi, osservatore permanente della Santa sede all’Onu, che ha chiarito anche il senso dell’espressione commercio «illegale» usata dal papa e che aveva suscitato qualche perplessità (è da condannare solo il commercio «illegale» delle armi o il commercio tutto, anche quello legale?). «Il profitto diventa la legge suprema, ci sono guadagni enormi che vengono fatti attraverso il traffico di armi, quindi c’è chi “soffia sul fuoco” per poter vendere ancora armi», ha spiegato Tomasi, aggiungendo che non c’è solo «il guadagno dei trafficanti» ma anche gli «interessi economici di Stati che producono e vendono armi», per i quali «l’industria della produzione di armi è una componente significativa dell’economia». E ha specificato: «Il legame tra il complesso industriale e militare è reale ed ha un peso politico sproporzionato», «soprattutto nei grandi Paesi sviluppati».

Tomasi ha ricordato le cifre delle spese militari mondiali – nel 2012 1.750 miliardi di dollari, di cui l’8% finisce Medio Oriente, ed «è proprio olio sul fuoco» – e i Paesi produttori ed esportatori: Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Germania, Israele e Cina. Non ha menzionato l’Italia, ma avrebbe dovuto farlo perché il nostro Paese è il primo fornitore europeo di armi alla Siria: negli ultimi dieci anni «oltre 131 milioni di euro di materiali militari sono stati effettivamente consegnati», spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiana per il disarmo. Senza contare le armi leggere che, soprattutto negli ultimi anni, molto probabilmente sono arrivate in Siria attraverso i Paesi confinanti che hanno visto le loro importazioni raddoppiare e anche triplicare, come denuncia l’Osservatorio permanente sulle armi leggere.

Proprio questa ricerca dell’Opal è stata al centro di un singolare episodio. La Diocesi di Brescia – particolarmente sensibile al tema perché le principali industrie produttrici di armi leggere si trovano proprio lì – aveva inserito nel libretto per la veglia per la pace di sabato sera (in contemporanea a quella che si svolgeva a piazza San Pietro a Roma) le analisi dell’Osservatorio secondo cui molte delle armi usate in Siria provengono proprio dal bresciano. Ma a Gardone Val Trompia il parroco che presiedeva la veglia ha preferito censurare quelle righe: forse non voleva dare un dispiacere alla famiglia Beretta, principali produttori italiani di armi leggere, che proprio a Gardone hanno il loro quartier generale.

E un altro episodio di censura si è verificato a San Pietro, durante la stessa veglia: verso la fine della celebrazione gli attivisti della Comunità di base di San Paolo e del Cipax hanno aperto uno striscione che diceva «No ai cappellani militari». Dopo una mezz’ora però, nonostante si trovassero all’esterno della piazza – quindi in territorio italiano – è intervenuta la polizia che, dopo aver minacciato di identificarli, li ha costretti a richiuderlo. Evidentemente qualcuno non aveva gradito.

L’aratro di Francesco

8 settembre 2013

“il manifesto”
8 settembre 2013

Luca Kocci

«Mai più la guerra!», il grido di papa Francesco è risuonato sul sagrato di piazza San Pietro dove centomila persone, da ieri pomeriggio fino quasi a mezzanotte, erano riunite in preghiera per la pace, contro l’intervento militare in Siria. Lo ha detto domenica scorsa, all’Angelus, quando Bergoglio ha convocato la giornata di digiuno e di preghiera per la pace. E lo ha ripetuto ieri sera, nella sua breve omelia, dopo la recita collettiva del rosario e prima dell’adorazione eucaristica scandita dalle letture bibliche, fra cui la profezia di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri».

«Questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la casa dell’armonia e della pace ed è il luogo in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi a casa», ha detto Bergoglio, «un mondo in cui ognuno si sente responsabile dell’altro». Ma «è questo il mondo in cui viviamo oggi?», ha chiesto. No, la risposta. Oggi ci sono anche «la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra» perché l’uomo «si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere», «rovina tutto e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto». E in ogni guerra «noi facciamo rinascere Caino», anche oggi. «Abbiamo perfezionato le nostre armi, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci», ha detto Bergoglio in un passaggio che sembra particolarmente adatto alla situazione di queste ore, ma «la violenza e la guerra portano solo morte, parlano di morte, hanno il linguaggio della morte». Eppure, ha concluso, «è possibile percorrere un’altra strada» se gli uomini, «dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le Nazioni lo vogliono»

La piazza è piena. Ci sono soprattutto i romani, ma anche persone venute da altre parti d’Italia e molti stranieri, sia turisti per caso a Roma in questi giorni sia seminaristi e religiosi che studiano nelle università pontificie. I giovani sono numerosi, ma meno di quello che ci si aspettava. Ci sono soprattutto le parrocchie romane: da san Tommaso Moro del quartiere universitario di San Lorenzo, a Santa Rita da Cascia, Torbellamonaca, estrema periferia orientale della città, e tante altre ancora. Irriconoscibili, così come non è possibile identificare i gruppi e i movimenti, tranne gli scout che si notano nelle loro divise, perché dal Vaticano è arrivato l’ordine di non far entrare in piazza né striscioni né bandiere. E così ai lati dei varchi presidiati dalla polizia attorno al colonnato, raccolte in ordine, si vedono bandiere della pace e delle nazioni, striscioni dei movimenti e delle parrocchie. Probabilmente si è voluto evitare il rischio che la piazza fosse connotata politicamente. «Obama, you have no dream, you have a nightmare», si legge su un cartellone autoprodotto portato da un da uomo di mezz’età che cammina lungo via della Conciliazione: al colonnato però verrà bloccato anche lui. Invece sono entrati in piazza, “aggirando la sorveglianza”, quattro seminaristi della congregazione degli scalabriniani – due indonesiani, un vietnamita e un messicano –, che lo slogan lo hanno scritto a mano sulle loro magliette bianche: «Mai più la guerra!».

Oltre il colonnato sventola qualche bandiera della pace insieme a quelle nazionali di Argentina, Cina e Siria. «Siamo qui per far sentire la nostra voce contro un attacco illegittimo da parte degli Stati Uniti », ci dice un giovane siriano che da anni vive a Roma. Arriva anche il Cipax (Centro interconfessionale per la pce), mescolati con la Comunità di base di San Paolo, quella di dom Franzoni. «Siamo qui per pregare per la pace e per condannare sia l’eventualità dell’intervento armato occidentale sia i crimini del regime siriano che durano da più di due anni», ci spiega il presidente del Cipax, il teologo islamico Adnane Mokrani, tunisino.

Ci sono anche i laici e i non credenti. Gli attivisti di Emergency, che ha aderito alla giornata per la pace convocata da Bergoglio: «Partecipiamo nel nostro modo, stando dalla parte delle vittime» e «gridando il nostro rifiuto della violenza come strumento di aggressione e come strumento di risoluzione delle controversie» perché «la guerra è sempre il problema, mai la soluzione», si legge nel comunicato dell’associazione fondata da Gino Strada. E lungo via della Conciliazione si vedono anche i militanti di Socialismo Rivoluzionario che distribuiscono volantini per «dialogare» con i credenti che hanno raccolto l’appello del papa. La rete no war manifesta invece a piazza Barberini. I Radicali hanno iniziato il loro digiuno di tre giorni dentro e fuori le carceri.

«Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’umanità», le ultime parole di Bergoglio che cita Paolo VI: «Non più gli uni contro gli altri, non più, mai, non più la guerra», «la pace si afferma solo con la pace, quella non disgiunta dalla giustizia». E per la Siria e per tutto il Medio Oriente papa Francesco chiede ancora una volta «dialogo, riconciliazione e pace».

Veglia di pace per le divisioni del papa

7 settembre 2013

“il manifesto”
7 settembre 2013

Luca Kocci

La cornice è quella di una veglia di preghiera all’interno di una giornata di digiuno per la pace. Ma quello di questa sera a piazza San Pietro è anche il primo importante atto politico di papa Bergoglio: un no deciso all’intervento militare in Siria.

È scontato che un papa parli contro la guerra. Forse. Tuttavia non sempre è stato così dal momento che, anche in tempi recenti, alcune “missioni di pace” sono state quasi giustificate dal Vaticano e in altre occasioni si è preferito mantenere un profilo basso. Stavolta invece da Oltretevere sono arrivate parole chiare e forti, e papa Francesco – grazie anche ad una indubbia presenza e strategia mediatica – ha ricollocato la Santa Sede al centro della scena politica internazionale, come era ai tempi di Wojtyla.

Allora la veglia di preghiera assume il valore di una vera e propria manifestazione contro la guerra. Anche perché non arriva come gesto isolato, ma preceduto da un fitto lavoro di contatti diplomatici: la lettera di Bergoglio a Putin alla vigilia del G20 per chiedere ai “grandi” di «abbandonare ogni vana pretesa di una soluzione militare»; l’incontro, giovedì, con 71 ambasciatori presso la Santa sede durante il quale il “ministro degli esteri” vaticano, mons. Mamberti, ha reso noto il “piano” di Oltretevere per la Siria («ripristino del dialogo fra le parti»; conservazione «dell’unità del Paese, evitando la costituzione di zone diverse per le varie componenti della società»; «integrità territoriale»); e una serie di incontri bilaterali dei nunzi apostolici, soprattutto quelli mediorientali. La diplomazia vaticana rimarrà al lavoro anche nei prossimi giorni, così come papa Francesco – che ieri si è fatto vivo con altri tweet sull’account @Pontifex che ha raggiunto i 9 milioni di follower: «La pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità», «Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà» – pronuncerà altri appelli contro la guerra, già dall’Angelus di domani.

La veglia di questa sera a San Pietro sarà affollata: le parrocchie – soprattutto quelle romane –, gli scout, i movimenti e i gruppi sono mobilitati per riempire la piazza. Aumentano le adesioni, anche quelle internazionali, alcune “pesanti”, come quella del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, che ha anche rivolto un appello ai Paesi del G20 per «una soluzione negoziale e non militare del conflitto in Siria». Aderisce anche mons. Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, in Iraq, che ammonisce: «In Iraq, dopo l’invasione degli americani, dove sta andando il Paese? È diviso, ci sono problemi di sicurezza, di lavoro, di corruzione, tutto viene creato in maniera “confessionale”. Dove sono la democrazia e la libertà?».

In Italia, oltre a quella di san Pietro, veglie e manifestazioni pacifiste – queste ultime organizzate da gruppi e movimenti laici – si svolgeranno in numerose città: all’Arsenale della pace di Torino insieme al vescovo, a Vicenza con il coordinamento dei cristiani per la pace (l’ala cattolica del movimento No Dal Molin), a Novara con il coordinatore di Pax Christi don Renato Sacco, in prima linea contro i cacciabombardieri F35 che proprio lì – a Cameri – verranno assemblati, in altre diocesi. Sul fronte laico, la Tavola della pace andrà ad Assisi ed invita tutti ad esporre la bandiera della pace ai balconi; i Radicali iniziano uno sciopero della fame di 3 giorni dentro e fuori le carceri italiane, contro la guerra e contro la «violenza di Stato».

Qualche voce critica, di segno opposto. Il prete genovese don Paolo Farinella condivide l’appello alla pace del papa ma non la piega che ha preso il digiuno a cui aderiranno il «ministro della guerra» Mario Mauro, Formigoni «non nuovo ai rapporti con i dittatori» e molti altri «che non dovrebbero nemmeno farsi vedere, se avessero un minimo di coscienza e di dignità». Allora, aggiunge, «più che un digiuno per la pace mi pare un coffe break dalle larghe intese con delinquenti, guerrafondai e immorali in passerella». I lefebrviani della Fraternità San Pio X invece criticano Bergoglio perché pregherà «insieme ai rappresentanti di altre religioni», contribuendo così a «diffondere il relativismo religioso».

«Dicci dove sono sotterrati i rifiuti tossici». Un parroco campano scrive al boss pentito Carmine Schiavone

6 settembre 2013

“Adista”
n. 30, 7 settembre 2013

Luca Kocci

Carmine, fratello mio, dicci dove sono stati sversati i rifiuti tossici che stanno uccidendo la nostra gente. Si rivolge direttamente a Carmine Schiavone, boss pentito del clan casertano dei casalesi, don Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo Apostolo a Caivano (Na), da anni in prima linea nella lotta per la difesa dell’ambiente e della salute dei suoi concittadini, contro le discariche e i rifiuti velenosi che ammazzano il territorio e le persone, facendole ammalare di tumore più che ogni altra parte d’Italia (47% di mortalità in più rispetto alla media nazionale).

Siamo nella “terra dei fuochi”, il fazzoletto di terra fra Napoli e Caserta così chiamato per i roghi sempre accesi che bruciano i rifiuti, liberando diossina e avvelenando l’aria e i polmoni. Da anni i vescovi – il “pioniere” fu mons. Raffaele Nogaro, ora emerito di Caserta, “occupando” la discarica di Lo Uttaro, poi giudicata illegale (v. Adista nn. 31, 33 e 37/07) – e molti preti di quel territorio che comprende le diocesi di Napoli, Caserta, Aversa, Acerra, Capua, Nola, Pozzuoli hanno preso la parola per denunciare la situazione (v. Adista Notizie nn. 42 e 43/12).

L’occasione è stata un’intervista dello stesso Schiavone – cugino del più noto Francesco “Sandokan” Schiavone – andata in onda sul telegiornale di Sky lo scorso 23 agosto, in cui l’ex boss dei casalesi, fra le altre cose, ha raccontato che i clan per anni hanno illegalmente interrato rifiuti tossici in Campania, dal lungomare di Baia Domizia fino a Pozzuoli. «Ti prego, esci dal generico. Dicci chiaramente dove, in quale contrada, in quale terreno, in quale sito sono stati sversati i veleni che stanno portando a morte la nostra gente, i nostri giovani, i nostri figli», ha scritto don Patriciello a Schiavone il giorno dopo in una “lettera aperta” pubblicata sul profilo facebook del parroco di Caivano che in breve è rimbalzata sul web raccogliendo le adesioni e il plauso di molti.

«Carmine, fratello mio, stiamo soffrendo. Terribilmente. E con noi, ne sono certo, state soffrendo anche tu e la tua famiglia – si legge nella lettera –. Abbiamo ascoltato la tua intervista su Sky Tg24 e siamo rimasti angosciati. Tante cose già le sapevamo. Altre le abbiamo da sempre immaginate. Ma sentirle direttamente dalla bocca di chi le ha vissute è tutt’ altra cosa. È proprio vero che la vita è un’eterna lotta tra il bene e il male. È proprio vero che il dio Mammona ammalia, affascina e trascina verso gli abissi più gelidi, profondi e bui tanti nostri fratelli in umanità. Ma è pur vero che la scintilla di luce, la coscienza, che Dio ha messo in ognuno di noi non si spegne mai». Potremmo dire di aver vinto, prosegue il prete, «quando sapremo, noi campani e chi i campani si è comprato per una manciata (potrà essere anche un autotreno è la stessa cosa ) di monete. Quei soldi, lo hai visto, bruciano più del fuoco. Il pane macchiato dal sangue che gli innocenti della catastrofe ambientale stanno versando, è indigesto. È pane che non sazia. Pane avvelenato. Pane velenoso. Fratello Carmine, fino ad oggi, purtroppo, i pentiti dell’ inquinamento delle nostre terre li abbiamo solo tra i camorristi. È vero. È giunta l’ora che si facciano avanti tutti coloro che hanno avvelenato, o permesso di avvelenare, le nostre campagne. È giunta l’ora del coraggio e della verità. Aiutaci anche tu a svergognare questi loschi figuri nascosti dietro la cravatta e il computer. Non è giusto che il termine “camorrista” venga appiccicato solo a voi. Loro lo sono stato quanto e forse più di voi». Per questo ti chiedo di impegnarti «oggi per il bene come un tempo lo sei stato per il male. Insieme ce la possiamo fare a salvare la nostra terra martoriata e bella. Non per noi. Credo che per noi ormai sia già tardi. Lo facciamo per le future generazioni. Per i nostri figli. Per i figli dei loro figli. Perché non abbiano a vergognarsi dei loro padri. Perché non abbiano a maledirci. Ridiamo un poco di speranza ai nostri giovani. E anche tu cerca di non smarrirla la speranza, compagna tra le più care nel corso della vita». «Lotta anche tu con noi», si conclude la lettera di don Patriciello. «Chiedi di farlo anche ai tuoi figli e ai tuoi vecchi amici. Presto anche per noi verrà la sera. Sarà bello, allora, sul letto di morte, confessare a chi ci vuole bene: “Ho sbagliato. Ho peccato. Se potessi tornare indietro non rifarei tanti errori che, purtroppo, ho fatto. Sono pentito, però, e ho fiducia che Dio mi perdoni. Vi prego, figli: tenetevi lontano da ogni violenza, da ogni sopruso, da ogni menzogna. Ricordate sempre che c’ è più gioia nel dare che nell’avere. Peccato che io l’ ho compreso così tardi. Accompagnatemi con la vostra preghiera”».

Due giorni dopo, il 26 agosto, quasi a voler ulteriormente dimostrare la gravità di una situazione che strazia la carne delle donne e degli uomini di quelle terre, il parroco di Caivano partecipa al funerale di Tonia, 6 anni, uccisa dal tumore, e la ricorda con una lamentazione dal tono biblico che è nello stesso tempo grido di dolore e atto di accusa: «Tonia è volata al cielo. Inutile dire quale morbo le ha rapinato la vita. Abitava con i genitori ad Acerra. Acerra! Acerra! Ti sei fatta nemica dei tuoi stessi figli. Acerra, ritorna alla tua vocazione antica. Un dolore immenso sta avvolgendo i cittadini campani. Una sofferenza atroce tiene loro compagnia. Un dubbio che si fa sempre più certezza li opprime a ogni ora. Tonia è nostra. Tonia ci appartiene. Siamo accanto ai genitori. Con loro piangiamo il sangue innocente. Erode non è morto. Erode non muore mai. Erode uccide ancora. Rachele piange i suoi figli. Non vuole essere consolata. Consolazione non c’è. Non potrà mai esserci. C’è colpa. C’è ignavia. Ci sono omissioni. Ci sono ritardi. Iniquità. Responsabilità. C’è un popolo condannato a morte in un Paese “ democratico” e “ civile”. Un popolo che non vuol morire. Che continua a gridare: “ Aiuto!”». E poi si rivolge alle mamme – «voi che sentite per i figli un amore senza limiti, voi che vi trasformate in leonesse per difenderli da chi gli vuole male» –, per invitarle a non arrendersi: «Il futuro dipende anche da voi. Dalle vostre lotte. Dalla vostra indignazione. Dal vostro diritto di vivere felici. Per il bene di coloro cui volete bene, occorre coinvolgere tutti. Medici e politici. Industriali e contadini. Polizia e giornalisti. Preti e non credenti. Ignavi e coraggiosi. Delinquenti e persone oneste. Stiamo tutti su una barca fatiscente in mezzo a un mare tempestoso, ma ancora c’è chi continua a dire che abbiamo il vento in poppa e si procede a gonfie vele…Bugiardi!».