Archive for ottobre 2013

«Un unico Dio, una sola umanità». La XII Giornata del dialogo cristiano-islamico

26 ottobre 2013

“Adista”
n. 37, 26 ottobre 2013

Luca Kocci

Pace e libertà religiosa sono i temi centrali della dodicesima giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, in programma con iniziative in tutta Italia per il 27 ottobre, promossa da una serie di associazioni, gruppi e riviste del mondo cristiano e musulmano, fra cui la nostra agenzia.

«La guerra, con la questione connessa della immonda produzione degli armamenti, è sicuramente una emergenza drammatica del nostro tempo, come le ultime vicende siriane dimostrano», si legge nell’appello per la giornata. «Le religioni, purtroppo, forniscono ancora oggi motivazioni culturali-religiose ad un evento, quello della guerra, che ha invece precise motivazioni di carattere politico-economico. Ed è stato proprio lo scoppio della “guerra infinita” – ricordano i promotori – che ci portò a lanciare nel 2001 la prima Giornata del dialogo cristiano-islamico» (v. Adista n. 81/01). Crediamo, aggiungono, «che la pace sia un bene prezioso da salvaguardare a tutti i costi, ed è per questo che abbiamo aderito convintamente alla giornata di preghiera e digiuno per la pace indetta da papa Francesco lo scorso 7 settembre». E che anche quest’anno si celebra questa giornata di dialogo.

La libertà religiosa è il secondo tema guida dell’iniziativa. Sancita dalla Costituzione, la libertà religiosa «è ancora largamente inattuata ed è anzi oggetto di scontro in numerose regioni del nostro Paese, soprattutto al nord, e non solo nei confronti dei musulmani che si vedono sistematicamente negare il permesso di erigere propri luoghi di culto». Manca ancora, denunciano i promotori, «una legge attuativa delle norme costituzionali che superi la normativa dei “Culti ammessi”, che sono una triste eredità del fascismo. La stessa questione delle Intese, in attuazione dell’art. 8 della Costituzione, ha avuto ed ha tuttora notevoli ritardi, per l’ostruzionismo di alcune forze politiche, negli iter di approvazione definitiva delle intese già firmate con numerose organizzazioni religiose. Fra l’altro l’intesa con l’Islam, che oggi rappresenta la seconda confessione del nostro Paese, non è ancora neppure in cantiere».

E allora, mentre da un lato «abbiamo una Costituzione che sancisce inequivocabilmente la libertà religiosa», «dall’altro abbiamo comportamenti e normative preesistenti alla Costituzione che ne frenano l’attuazione». E un analogo discorso si potrebbe fare sul versante religioso: esistono «documenti importanti e spesso pieni di spirito profetico sul tema del dialogo interreligioso, che però non trovano riscontro nella prassi quotidiana delle comunità cristiane», dalla Nostra Aetate, del Concilio ecumenico Vaticano II, alla più recente Carta Ecumenica, che in particolare «raccomanda “di riflettere insieme sul tema della fede nel Dio unico e di chiarire la comprensione dei diritti umani”, chiedendo alle Chiese di impegnarsi “ad incontrare i musulmani con un atteggiamento di stima” e “ad operare insieme ad essi su temi di comune interesse”».

Diverse le iniziative già in programma: a Faenza, il 26 ottobre, nella centralissima Piazza del Popolo si potranno conoscere ed incontrare le sei comunità religiose presenti sul territorio comunale (cattolici di rito latino, cattolici di rito bizantino, evangelici, Chiesa ortodossa rumena, Comunità islamica ed Istituto buddista italiano Soka Gakkai); a Pisa, sempre il 26, alla stazione Leopolda un incontro sul tema “Libertà religiosa, base della convivenza civile. Un unico Dio, una sola umanità, diritti umani per tutti e tutte”; a Crema, nella sala dei ricevimenti del municipio, il giorno 27, è in programma un incontro su “Preghiera e digiuno nella spiritualità cristiana e musulmana”; a Firenze, il 27 a Palazzo Vecchio, ci sarà la ministra Cécile Kyenge che parteciperà ad un incontro pubblico organizzato dal Seminario permanente di dialogo ebraico-cristiano-islamico. E altre se ne aggiungeranno nei prossimi giorni, anche perché la Giornata è interamente costruita dal basso, da attività organizzate da parrocchie, chiese, centri islamici e gruppi di base. Tutti gli aggiornamenti sul portale del periodico Il Dialogo (www.ildialogo.org), principale motore dell’iniziativa

Bergoglio sulle carceri: «Ci sono solo pesci piccoli»

24 ottobre 2013

“il manifesto”
24 ottobre 2013

Luca Kocci

Le prigioni sono piene di “pesci piccoli”, mentre quelli grossi «nuotano liberamente» fuori. Sono alcune delle parole che ha pronunciato ieri papa Bergoglio, ricevendo circa 150 cappellani delle carceri (che dal 21 al 23 ottobre erano riuniti a Sacrofano, vicino Roma, per il loro convegno nazionale), poco prima della consueta udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro.

Guai a pensare che Francesco ce l’avesse con Berlusconi – condannato in via definitiva ma a piede libero –, tuttavia è lecito supporre che all’ex premier, ai suoi sodali e a tanti altri «pesci grossi» siano fischiate le orecchie e si siano sentiti chiamare in causa. «Il Signore è dentro» con tutti i reclusi, «anche lui è un carcerato, ancora oggi, carcerato dei nostri egoismi, dei nostri sistemi, di tante ingiustizie, perché è facile punire i più deboli, ma i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque», ha detto Bergoglio, che ha anche invitato i cappellani a «far arrivare un saluto a tutti i detenuti» e un incoraggiamento per «superare positivamente questo periodo difficile della loro vita».

Dopo monsignor Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, che al convegno del cappellani aveva denunciato il «sovraffollamento» delle carceri italiane e una situazione giunta «ai limiti della sopportazione umana» e bacchettato la politica per la sua inerzia (come riferito ieri dal manifesto), è ora il papa ad intervenire sulla questione. Anche se né Crociata né Bergoglio hanno fatto esplicita menzione alla possibilità che il Parlamento approvi una misura di indulto o di amnistia, il tema oggetto del dibattito politico in queste settimane.

Non è la prima volta che papa Francesco, nei suoi sette mesi abbondanti di pontificato, parla o affronta l’argomento carcere (al di là di quello che succedeva in Argentina, quando era arcivescovo di Buenos Aires e pare avesse una particolare attenzione alla situazione dei reclusi). Lo aveva fatto già pochi giorni dopo la sua elezione alla cattedra di Pietro, il 28 marzo, andando a celebrare il giovedì santo della liturgia cattolica nel carcere minorile romano di Casal del Marmo, con la lavanda dei piedi a dodici giovani detenuti e detenute, soprattutto stranieri. E poi ha incontrato alcuni carcerati sia durante il viaggio a Rio de Janeiro in occasione della Giornata mondiale della gioventù di fine luglio, sia durante la visita pastorale a Cagliari, a settembre.

Potrebbe farlo nuovamente nelle prossime settimane. Il direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, ha infatti annunciato che il 14 novembre il papa «si recherà al Quirinale in vista ufficiale, per restituire al presidente della Repubblica italiana la visita da lui resagli in Vaticano l’8 giugno scorso». Napolitano nell’ultimo mese è intervenuto più volte sul tema carcere. A fine settembre, durante una visita al carcere napoletano di Poggioreale a Napoli, aveva proposto al Parlamento «di prendere in considerazione la necessità di un provvedimento di clemenza, di indulto e di amnistia», non tanto per rispettare la sentenza di Strasburgo (che ha puntato il dito contro il «sovraffollamento» e il «malfunzionamento cronico del sistema penitenziario», invitando l’Italia a risolvere il problema entro un anno), quanto come «imperativo umano e morale». E ha ribadito la richiesta pochi giorni dopo, l’8 ottobre, con un messaggio alle Camere.

Il 14 novembre, allora, durante l’incontro fra Bergoglio e Napolitano, l’appello potrebbe essere rilanciato. E anche il papa potrebbe forse associarsi alle parole indulto e amnistia.

Sovraffollamento, «parole sante» dal vertice della Cei

23 ottobre 2013

“il manifesto”
23 ottobre 2013

Luca Kocci

La situazione «delle carceri e dei carcerati» è giunta «ai limiti della sopportazione umana», ma la politica continua ad essere sorda, cieca e incapace di agire, come se si trattasse di «problemi marginali» che riguardano solo poche persone e non invece «l’intera società».

Il monito arriva dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata, che ieri è intervenuto al Convegno nazionale dei cappellani delle 206 carceri italiane, in corso fino ad oggi a Sacrofano, nei pressi di Roma. La denuncia, a differenza di altre prese di posizione delle gerarchie ecclesiastiche talvolta piuttosto vaghe e generiche, è netta. Da «troppi anni», nelle carceri del nostro Paese, «si vivono gravi problematiche, prima fra tutte quella del sovraffollamento, che determina condizioni di vita disagiate e spesso ai limiti della sopportazione umana», dice il numero due dei vescovi italiani, con evidente riferimento alle cifre documentate dall’associazione Antigone e pochi giorni fa riconosciute come autentiche anche dalla ministra della Giustizia Annamaria Cancellieri: quasi 65mila detenuti per appena 37mila posti (e non 47mila, come invece dichiarava il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), con un sovraffollamento record del 175%, il più alto di tutta Europa. «Si ha l’impressione che la questione della condizione di vita dei detenuti, oltre a quella dei progetti di recupero e di reinserimento e dei relativi investimenti, non venga mai affrontata con la necessaria determinazione e progettualità – prosegue Crociata –. Sembra che si tratti di problemi marginali, che non toccano la società nel suo insieme, ma solo alcune persone che, obbligate a vivere nei luoghi di detenzione, non ne sono più parte». E quindi che a loro non si debbano «assicurare condizioni di vita dignitose».

Particolarmente disagiata, aggiunge il segretario generale della Cei, è la situazione degli stranieri – «ormai più del 35% del totale dei detenuti» – a cui, alla reclusione, si aggiungono anche «la lontananza dalla famiglia» e dal proprio Paese e le «esigue risorse economiche».

Tutti i detenuti, dice Crociata, non sono cittadini «di serie B», ma «uomini e donne che, pur essendosi macchiati di crimini più o meno gravi, hanno vissuto sofferenze e difficoltà, e ora hanno bisogno di comprensione e dell’appoggio della società per potersi rialzare e reinserire nelle normali relazioni sociali». Invece si constata una situazione assolutamente «non ammissibile»: migliaia di persone «quasi dimenticate per lunghi periodi, abbandonate a una sofferenza che potrebbe in parte essere alleviata e che non è certo il fine della detenzione».

In queste condizioni in cui inevitabilmente le relazioni «sono caratterizzate da conflittualità di vario tipo» a causa della «convivenza forzata in spazi ristretti», la riabilitazione è impossibile – anche perché il detenuto si sente ulteriormente «vittima» ed «è impedito nel suo cammino di recupero» – e la pena da scontare diventa esclusivamente «violenza».

Marcia-nò: Pax Christi scrive al nuovo ordinario militare per smilitarizzare i preti-soldato

21 ottobre 2013

“Adista”
n. 37, 26 ottobre 2013

Luca Kocci

Papa Francesco ha scelto il nuovo ordinario militare per l’Italia. È mons. Santo Marcianò, 53 anni, fino ad ora arcivescovo di Rossano-Cariati nonché segretario della Conferenza episcopale calabra.

Succede a mons. Vincenzo Pelvi, dimessosi lo scorso 11 agosto per raggiunti limiti di età (gli ordinari militari, assumendo anche i gradi – e lo stipendio – di generali di corpo di armata, vanno in pensione da militari a 65 anni, mentre restano in servizio come vescovi fino a 75) e ancora in attesa di una nuova sede episcopale. Sembrava certa la sua nomina alla guida della diocesi di Latina – da giugno retta da un amministratore apostolico, mons. Giuseppe Petrocchi – che però è saltata alla vigilia della comunicazione ufficiale. Pertanto bisognerà trovare un’altra sede. Fra le possibilità c’è anche Caserta, città ad alta densità militare – quindi “familiare” a Pelvi, che inoltre è campano –, il cui vescovo, mons. Pietro Farina, è deceduto lo scorso 24 settembre, ma i rapporti non proprio idilliaci con il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e presidente della Conferenza episcopale campana, sono un ostacolo alla nomina.

Crociata no, Marcianò sì

All’ordinariato militare, invece, sembrava certo che sarebbe andato mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (e a voler essere ironici, per un vescovo castrense che viene formalmente inquadrato nella gerarchia militare, il nome Crociata sarebbe stato più appropriato di Marcianò). Ma è stato lo stesso Crociata a rifiutare l’incarico: pare infatti che aspiri a succedere al card. Paolo Romeo – che ha compiuto i 75 anni lo scorso 20 febbraio – alla guida dell’arcidiocesi di Palermo, e la nomina all’ordinariato gli avrebbe chiaramente precluso tale possibilità. E così è arrivata la nomina, a sorpresa, di Marcianò che nei prossimi giorni presterà giuramento anche nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; l’ordinario militare, infatti, viene designato dal papa ma, proprio per il suo doppio ruolo di vescovo-generale, formalmente è nominato dal presidente della Repubblica, in accordo con il presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno.

«Militari a servizio della vita e della pace»

Appena designato, il 10 ottobre, Marcianò ha subito rivolto una lunga lettera di saluto ai cappellani militari, ai seminaristi, ai diaconi e, soprattutto, ai militari delle Forze armate, «a servizio della vita e della pace» scrive il nuovo ordinario. «La pace, infatti, è un cammino e i nostri passi devono essere guidati dal desiderio di fare la nostra parte per costruirla. Devono essere passi di dialogo con tutti, di rispetto reciproco e rispetto dei diritti umani; passi di ordine e libertà, di legalità e onestà, di giustizia e solidarietà, di lotta contro i soprusi e la corruzione, contro ogni forma di violenza o discriminazione; passi di protezione delle città dell’uomo, nella loro dimensione sociale e politica, nel loro patrimonio di storia e arte; passi di preservazione della natura e dell’ambiente, di custodia della straordinaria bellezza del Creato. Soprattutto, passi di difesa e promozione di ogni vita umana nella sua stupenda dignità: dei più deboli e poveri, dei piccoli e indifesi, dei carcerati e perseguitati, dei senzatetto e disperati, degli abbandonati ed esclusi, di coloro che vivono diverse forme di malattia o disabilità, dei tanti profughi e immigrati che continuano a sbarcare nelle nostre coste dopo viaggi in cui trovano anche la morte, continuando a sollecitare il nostro impegno e il nostro amore».

Pax Christi: smilitarizzare i cappellani militari

Ma «le Forze armate, di cui lei si accinge a far parte e con un elevato grado gerarchico, sono la negazione di questi passi», scrive Antonio Lombardi, di Pax Christi Napoli e tra gli animatori della campagna nazionale “Scuole smilitarizzate”, promossa dal movimento cattolico per la pace (v. Adista Notizie n. 18/13 e Adista Segni Nuovi n. 19/13). «La guerra dialoga solo con le pallottole, che sibilando nell’aria portano messaggi di morte; la guerra è esattamente la forma di violenza più scientificamente studiata ed organizzata; non si distingue per giustizia e solidarietà, ma discrimina tra amici e nemici, schiaccia, corrompe, fa prigionieri. La guerra non protegge gli esseri umani né le loro città: bombarda e distrugge l’ambiente, le risorse per la vita e le opere d’arte. Ma soprattutto non difende i poveri e i disabili, ma fa andare in rovina le case producendo senzatetto e mutilati. La guerra non promuove la dignità dei profughi ma li genera, ed essi, come primo impegno ed atto d’amore, con la loro condizione ci chiedono di smettere di inviare truppe ed armi che riducono in polvere le loro vite. Il primo servizio alla pace che è possibile fare come sacerdote o vescovo impegnato nella cura pastorale dei militari è questo: uscire ed invitare ad uscire da quella fabbrica di morte». «Non ce la faccio a congratularmi con lei – prosegue –, perché considero una sconfitta per un cristiano entrare nei ranghi delle Forze armate e per di più entrarci attraverso la porta della Chiesa. Al suo predecessore, mons. Pelvi, avevo scritto alcune lettere per aprire un dialogo sul senso evangelico dei cappellani militari, ma è stato sempre un monologo: non ho mai ricevuto risposta. Mi auguro miglior fortuna con lei». E infatti Lombardi rilancia subito la storica proposta di Pax Christi di smilitarizzazione dei cappellani militari (v. Adista nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06; v. Adista Segni Nuovi n. 7/12 e Adista Notizie n. 46/12 e 18/13): «Riducendo al massimo la questione, osservo che il personale delle Forze armate ha sì diritto all’assistenza spirituale, ma senza che coloro che la prestano accedano ai ranghi militari, diventino cioè organici ad un’istituzione nata ed esistente per fare la guerra. Anzi, restandone fuori, essi avrebbero la possibilità di assumere uno sguardo critico più libero, di essere essi stessi esempio di nonviolenza, che rifugge dalle attività belliche e da tutto ciò che ne costituisce supporto e strumento. Insomma, esempio di una scelta diversa».

Con papa Francesco si aprirà il dibattito?

Si vedrà se con il nuovo ordinario militare, e soprattutto con il nuovo papa che sul tema della pace e del disarmo ha pronunciato parole nette, nella Chiesa sarà possibile aprire un dibattito – quello appunto sulla smilitarizzazione del preti-soldato – su cui la chiusura è stata sempre totale.

L’utopia che continua a camminare. I 40 anni della Comunità di base di san Paolo

18 ottobre 2013

“Adista”
n. 36, 19 ottobre 2013

Luca Kocci

Erano in oltre 500, lo scorso 5-6 ottobre, nello “storico” salone di via Ostiense, a ricordare e festeggiare i quarant’anni della Comunità cristiana di Base di San Paolo, che, il 2 settembre 1973, poche settimane dopo le dimissioni di Giovanni Franzoni da abate della basilica di San Paolo fuori le Mura, celebrò “fuori dal tempio” la sua prima messa «non autorizzata né proibita» dall’allora vicario del papa per la città di Roma, il card. Ugo Poletti (v. Adista Notizie n. 32/13). «Da allora sono passati quarant’anni e – spiegano dalla Comunità –, come abbiamo fatto dieci e vent’anni fa, abbiamo pensato di fermarci un momento a guardare indietro per poi meglio guardare avanti e proseguire il cammino».

Ad aiutare nella riflessione – dopo la proiezione di filmati storici che hanno ripercorso il cammino, le attività e le battaglie della CdB, e i saluti “istituzionali” di Paolo Masini, assessore alle Periferie del Comune di Roma, ma «soprattutto amico della Comunità», come ha tenuto a presentarsi – Vittoria Prisciandaro, giornalista del mensile Jesus, e Maria Immacolata Macioti, docente di Sociologia delle Religioni all’Università “La Sapienza” di Roma.

Ricorda Prisciandaro come «la Comunità di San Paolo sia stata capace, in questi anni, di tenere le luci accese e di portare nel dibattito politico-ecclesiale temi e questioni che altrimenti sarebbero passati sotto silenzio», perché non affrontati dall’istituzione ecclesiastica e dai suoi mezzi di informazione ufficiali. E aggiunge, senza nascondere le proprie speranze per il futuro, che «questo incontro sarebbe stato molto diverso se si fosse svolto prima del 13 marzo 2013», ovvero prima dell’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, in piena era Ratzinger: «Allora c’era una Chiesa che guardava al mondo con timore, che parlava di relativismo e di “principi non negoziabili”. Oggi invece sembra che il tempo sia cambiato e che si vada in un’altra direzione, verso una Chiesa più accogliente e inclusiva, una Chiesa “popolo di Dio”. Confesso – aggiunge – che in questa Chiesa mi sento più a mio agio, mi sembra di camminare su sentieri più vicini a quelli del Concilio. Mi pare che ci sia la volontà di affrontare alcuni nodi: la collegialità episcopale, le Chiese sorelle, il rapporto con le Chiese locali, la riforma della Curia. Insomma forse è cominciato un percorso diverso, che va seguito con attenzione».

Una visione che Macioti condivide solo in parte: «Bergoglio fino ad ora ha azzeccato tutte le mosse, ma non sono sicura che questo pontificato sarà davvero in grado di riformare la Chiesa», puntualizza la sociologa. «Al di là della mia diffidenza verso i cambiamenti che arrivano dall’alto e non salgono dal basso, voglio solo ricordare che anche gli inizi di papa Wojtyla, che mi sembra piuttosto simile a Bergoglio, ebbero un grandissimo successo popolare e mediatico. Poi però abbiamo visto in che direzione è andato quel pontificato. Quindi io suggerirei di essere molto attenti e prudenti anche nei confronti di papa Francesco». Macioti mette poi in guardia su quelli che potrebbero essere i nodi problematici delle Comunità di Base italiane in questo momento storico: «La trasmissione dell’esperienza alle giovani generazioni che non hanno vissuto la fase storica della CdB; e il rischio che il loro ruolo possa esaurirsi nel momento in cui vengono meno le persone carismatiche attorno alle quali sono nate, che nel caso della Comunità di San Paolo, era addirittura un vescovo, un unicum nel panorama italiano». Il titolo di abate della basilica patriarcale di San Paolo fuori le Mura aveva infatti dignità episcopale, quindi dom Giovanni Franzoni era un vescovo a tutti gli effetti, e in virtù di questo ministero ha partecipato alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II. Un nodo, quest’ultimo, che però, secondo Marcello Vigli (uno degli animatori delle Comunità di Base italiane), è già stato in parte superato, perché «il grande merito di Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto, di Giovanni Franzoni e di altri preti che hanno fatto da catalizzatori alla nascita delle CdB è stato proprio quello di calarsi completamente nella comunità, rinunciando al loro ruolo di “potere”. Infatti quando Mazzi e Franzoni sono stati richiamati dalle autorità ecclesiastiche, non hanno risposto loro come singoli preti, ma a rispondere del loro operato e delle loro scelte sono state le comunità tutte intere». In ogni caso, aggiunge Macioti, «la società e la Chiesa sono profondamente cambiate rispetto a quarant’ anni fa, e le CdB devono trovare il modo, come già stanno cercando di fare, di andare avanti evitando la tentazione di trasformarsi in “isole felici”. Insomma quella della trasmissione dell’esperienza non deve diventare un’ossessione, ma bisogna tenerne conto. Poi, come nella parabola del seminatore, qualche seme cadrà lungo la strada e verrà mangiato dagli uccelli, qualcuno cadrà in un suolo roccioso e inaridirà subito, ma qualcuno cadrà sulla terra buona e crescerà. In ogni caso i semi vanno gettati».

Sono intervenuti poi i numerosi amici della Comunità, dagli esuli argentini accolti alla fine degli anni ‘70 ai ragazzi afghani accampati da anni alla stazione Ostiense che fanno un pezzo di strada insieme alla Comunità (v. Adista Segni Nuovi n. 9/12); dal presidente della Comunità palestinese di Roma a nome di tutti i palestinesi sostenuti dai numerosi progetti della CdB di San Paolo agli amici delle altre Comunità di Base arrivati a Roma per condividere questo momento.

La domenica, celebrazione eucaristica comunitaria, come avviene da quarant’anni, con la riflessione di Giovanni Franzoni che, prendendo spunto da un pensiero di Eduardo Galeano («Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare»), ha voluto condividere le sue utopie: «Che tutti i popoli lavorino per il bene comune. Che con voli low cost andiamo noi a prendere i profughi nei loro Paesi e li portiamo a Bologna, così da incrementare anche il traffico aereo e dare una mano all’Alitalia e ai padani ad abituarsi all’idea. Far tornare gli ebrei che c’erano una volta a Gaza, creando una convivenza pacifica sotto la protezione delle truppe di Hamas, dei palestinesi in genere».

Tra il Concilio di Trento e l’estrema destra

16 ottobre 2013

“il manifesto”
16 ottobre 2013

Luca Kocci

La Fraternità sacerdotale San Pio X viene fondata nel 1970 a Friburgo dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, durante il Concilio Vaticano II schierato con l’ala più conservatrice e fortemente critico verso le istanze di rinnovamento, dalla libertà religiosa all’abolizione della messa in latino. Attorno a lui si aggregano gruppi, preti e laici che non riconoscono i risultati del Vaticano II e accusano la Chiesa di aver abbandonato la retta via della tradizione.

Nelle comunità che iniziano a diffondersi in tutta Europa si celebra la messa in latino e si vive un’esperienza religiosa ferma al Concilio di Trento e alla Controriforma. I rapporti con Roma sono tesi ma i lefebvriani vengono tollerati – anche perché rappresentano una minoranza non del tutto ininfluente della Chiesa – fino al 1988: nel seminario della Fraternità ad Econe, in Svizzera, Lefebvre, senza autorizzazione vaticana, ordina quattro vescovi, e Giovanni Paolo II li scomunica, insieme allo stesso Lefebvre. È scisma. I lefevbriani sono un’altra Chiesa, anche se Roma tenta in continuazione di ricucire.

Una prima pace viene siglata nel 2009, quando papa Ratzinger revoca la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefevbre (morto nel 1991), fra cui il famigerato Williamson, che in diverse interviste aveva negato l’esistenza delle camere a gas e aveva espresso posizioni antisemite (Williamson è stato poi espulso dalla Fraternità, non però per antisemitismo, ma per insubordinazione verso i superiori!). Come del resto molti altri appartenenti alla Fraternità, che peraltro intrattiene rapporti organici con gruppi politici dell’estrema destra, dal Fronte nazionale di Le Pen a Forza Nuova.

Con la revoca della scomunica, sembrava che la riconciliazione totale con Roma fosse alle porte, ma negli ultimi mesi le trattative si sono interrotte. Con lo strappo dei funerali di Priebke, sembra difficile che si possano ricomporre, tanto più che pochi giorni fa il superiore generale della Fraternità, mons. Fellay, ha accusato Bergoglio di essere un «modernista» che sta «peggiorando» la già «disastrosa» crisi della Chiesa.

La San Pio X è presente in oltre 60 Paesi, conta quasi 600 preti e più di 200 seminaristi. In Italia ci sono una ventina di comunità. Albano è la sede centrale. Poco distante, in quella di Velletri, abita il confessore di Priebke, don Nitoglia (di cui ha scritto ieri il manifesto). Il nord-est è un’altra zona ad alta densità lefebvriana. Nel trevigiano c’è don Floriano Abramovich che ha già annunciato: «Sabato celebrerò una messa da requiem per il mio amico Erich Priebke».

Un prete in camicia nera: «Non mollare mai»

15 ottobre 2013

“il manifesto”
15 ottobre 2013

Luca Kocci

«Niemals aufgeben», ovvero «Non mollare mai». Ma forse, visto il destinatario dell’esortazione, la traduzione più appropriata sarebbe «Boia chi molla». Lo scriveva pochi mesi fa sul suo sito internet – dove è ancora leggibile – don Curzio Nitoglia, confessore e consigliere spirituale di Erich Priebke, che così augurava buon compleanno al boia delle Fosse Ardeatine, in occasione dei suoi cento anni, il 29 luglio 2013.

Insomma se il Vicariato di Roma ha negato il funerale religioso pubblico in una chiesa della capitale autorizzando solo una preghiera «in forma strettamente privata nella casa che ospitava le spoglie del defunto», qualche esponente dei settori più tradizionalisti del clero – in questo caso che gravita nella galassia dei lefebvriani – non solo non è d’accordo con la decisione del cardinal Vallini, ma continua ad esaltare Priebke. Don Nitoglia infatti, all’indomani della morte dell’ex capitano della SS, ha ripubblicato sul suo sito la versione integrale dell’ultima intervista di Priebke, risalente allo scorso luglio. «La sua pubblicazione è al solo scopo informativo, per avere una piú ampia conoscenza del suo pensiero, occultato o distorto dalla maggior parte dei media», mette le mani avanti il prete, che però poi colloca in grande evidenza quella che probabilmente reputa essere il nucleo centrale dell’intervista: «Domanda: Sig. Priebke anni addietro lei ha dichiarato che non rinnegava il suo passato. Con i suoi cento anni di età lo pensa ancora? Risposta: Sì». Intervista che è un condensato delle tesi razziste, negazioniste (le camere a gas? «Una falsificazione vergognosa») e antisemite (la Shoah? «Propaganda») della destra neofascista e del cattolicesimo integralista di cui Nitoglia non è che uno dei suoi esponenti sparsi per l’Italia: dalle riviste come Cristianità a personaggi come don Giulio Tam che, prima di essere sospeso a divinis e poi scomunicato, diceva «la mia tonaca è una camicia nera taglia XXL» (data anche la sua corporatura da peso massimo).

Don Nitoglia, dopo un percorso piuttosto accidentato sempre nell’orbita del tradizionalismo cattolico, è ora vicino alla Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da mons. Lefebvre, ai cui vertici nel 2009 papa Ratzinger ha revocato la scomunica (mentre è ancora aperto il confronto con la Santa Sede sul Concilio Vaticano II, che i lefebvriani non riconoscono: si vedrà cosa deciderà Bergoglio). Risiede a Velletri, presso le Discepole del Cenacolo – una delle comunità italiane della Fraternità – dove organizza ritiri spirituali sul Catechismo della Chiesa (il prossimo sarà il 10 novembre). Gira l’Italia tenendo conferenze sui “poteri forti contro la famiglia”, sulla Chiesa preconciliare e su Priebke, suo “figlio spirituale”, che difende fino ed oltre la morte. L’eccidio delle Fosse Ardeatine, una «crudele necessità di guerra», ha seguito equi criteri di «proporzionalità» rispetto all’«illegittimo attentato di via Rasella», scrive Nitoglia. «Quindi Priebke è vittima di una ingiustizia giuridica».

Monaci, laici e credenti contro la chiusura dell’eremo di Ronzano

8 ottobre 2013

“Adista”
n. 35, 12 ottobre 2013

Luca Kocci

Non chiudete quell’eremo. È l’appello che da più parti – religiosi, laici, gruppi di base – viene rivolto all’Ordine dei Servi di Maria i quali, per decisione del Consiglio della Provincia di Piemonte e Romagna, si apprestano a chiudere l’eremo di Ronzano e a cederlo ad una associazione di reduci giuliano-dalmati, legata sia al priore provinciale dei serviti sia alla Curia di Bologna.

Un eremo “colpevole” di troppo Vangelo

L’eremo di Ronzano – antico convento di origine medievale sulle colline bolognesi dove, nei secoli, si sono succeduti i frati “gaudenti”, i domenicani e poi i Servi di Maria – negli ultimi decenni è stato una punta avanzata della Chiesa conciliare in Italia. Oltre alle attività condotte dalla comunità dei frati – dalla produzione di vino, miele e kiwi all’accoglienza dei gruppi, e poi gli incontri biblici guidati da p. Alberto Maggi e p. Ricardo Perez del Centro studi biblici di Montefano, gli “incontri del mercoledì”, momenti di riflessione, preghiera e condivisione –, l’eremo è diventato luogo di aggregazione e di confronto fra credenti e non credenti, accomunati dalla passione per il bene comune e dal desiderio di fare un pezzo di strada insieme. Ultima iniziativa di questo tipo quella svoltasi a fine settembre: un seminario di tre giorni cui hanno partecipato, fra gli altri, il teologo Vito Mancuso, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, Flavia Prodi dell’Università di Bologna, Riccardo Petrella dell’Università del Bene Comune di Bruxelles e mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea.

E allora, vista la storia di Ronzano, l’ipotesi – ma è molto più di un’ipotesi – è che l’Ordine dei Servi di Maria, in combutta con la Curia di Bologna del card. Carlo Caffarra, voglia utilizzare l’occasione dell’oggettiva crisi dell’Ordine (15 conventi dal Piemonte alle Marche ed appena una cinquantina di frati) per liquidare con un tratto di penna – quello che cederebbe l’eremo ai giuliano-dalmati – una realtà fastidiosa perché troppo evangelica e troppo conciliare.

Una realtà ecclesiale viva e conciliare

Ad avvalorare questa ipotesi sono anche le dimissioni di p. Pietro Andriotto, rettore dell’eremo, rassegnate questa estate in polemica con le scelte dei vertici del suo Ordine. «La mia posizione è di netto disaccordo sulla metodologia e sulle conclusioni che il Consiglio provinciale sta adottando in relazione al futuro dell’eremo di Ronzano», scrive Andriotto in una lettera indirizzata ai suoi confratelli. «Non condivido quanto il Consiglio provinciale sta facendo, è una presa di posizione, un giudizio sul modo e sul tipo di presenza religiosa portata avanti all’eremo, è la volontà di far “morire” un’esperienza religiosa realizzata in collaborazione con i laici, si vuole annullare una realtà ecclesiale viva e conciliare». E al priore che gli ricorda la «legge dell’obbedienza», Andriotto risponde che «la soluzione più facile per governare una Provincia, un convento, che sfugge di mano, è quella di affermare il principio di autorità e mettere in sordina tutto il resto. La scorciatoia però è un’illusione, perché nessuna autorità è autorevole senza un gruppo che la riconosca. Una gerarchia senza seguitori è come un pastore senza gregge. Compito del governo della Provincia in questo momento storico non è comandare, imporre, ma mediare tra le diverse forme di vita religiosa, tra diverse espressioni di vocazione, coordinare le differenze, unire i diversi, difendere e garantire le diversità, ragionare sui motivi, far convergere i fini, armonizzare presenze e testimonianze differenti in contesti non omogenei».

Ma il Consiglio provinciale sembra non voler tornare indietro e, nella riunione del 2-3 settembre conferma le decisioni: chiusura dell’eremo e affidamento della gestione per tre anni (rinnovabili) all’associazione dei giuliano-dalmati – senza peraltro chiarire nei dettagli cosa farà a Ronzano, se non un generico servizio di accoglienza – di cui uno dei responsabili risulta essere amico personale del priore provinciale, p. Gino Leonardi, nonché assai vicino alla Curia di Bologna.

Quando l’autorità soffoca la ricerca spirituale

A questo punto la notizia si diffonde all’interno dell’Ordine e si moltiplicano i dissensi. «Il p. provinciale ha sempre opposto le esigenze della ristrutturazione della Provincia. Io mi chiedo se realmente la chiusura di Ronzano sia l’esigenza primaria e più urgente della Provincia, e qual è il progetto di ristrutturazione che il Consiglio provinciale sta portando avanti. Si sta cercando veramente una riduzione delle attività dove non abbiamo più persone da mettere (es. parroci) oppure finalmente si è costituita una maggioranza in Consiglio per chiudere quelle comunità, tipo Ronzano, come da tempo alcuni desideravano?», scrive p. Bruno Zanirato in una lettera inviata a tutti i suoi confratelli di Piemonte e Romagna. «Alcune comunità sono più in grado di vivere valori importanti della vita religiosa, quali l’ospitalità, la convivialità, la collaborazione con i laici, ecc. Eliminarle significa privare alcuni frati di una modalità di vivere la scelta religiosa, impoverire la nostra offerta vocazionale ai giovani, oltre che eliminare una occasione di accostarsi alla fede per tanti laici impegnati».

E p. Benito Fusco – allontanato da Ronzano e trasferito a Budrio nel 2009 dopo aver firmato, insieme ad altri 40 preti, un appello «per la libertà sul fine-vita» a seguito della vicenda di Eluana Englaro (v. Adista nn. 37 e 86/09) – scrive a suoi confratelli che all’inizio di ottobre hanno concluso il Capitolo generale dei Servi di Maria: nel corso dei decenni «i frati, la Chiesa e le sue gerarchie hanno sostituito il modo di amare del Padre di Gesù, rivelato dal Figlio, con altre potenze, fondando su di esse la fede, la vita, le comunità, la Chiesa, e l’ordine stesso della convivenza, e pensando più a gestire strutture che a inventare nuove strade o prendersi cura delle persone. Quali sono queste potenze sostitutive e quali atteggiamenti inducono in chi concede, e ha concesso loro, la sua fede? La dottrina, innanzitutto, che esige solo ortodossia e non ricerca spirituale. Poi l’autorità, che esige solo obbedienza cieca e non liberante. Poi quella sofferenza espiatoria sacrificale in nome di una presunta e autoreferenziale “volontà di Dio”, che esige docilità masochista o crudeltà verso gli altri, e non invece una fraterna collaborazione e misericordia. Di più: i sacramenti concepiti come riti magici, che esigono devozione teatrale ma non conversione della vita. E soprattutto la Parola, che mentre annuncia la vita nuova con prediche o documenti scritti, di fatto, e sfacciatamente, si sostituisce ad essa e perpetua la vecchia vita, quella basata solo sulla legge, mandando così l’amore a farsi benedire. E così sta nascendo un Ordine senza sogni e senza futuro, e comunità che non conoscono e non fanno conoscere l’amore fraterno e la fantasia di Dio».

L’appello dei laici: non chiudete l’eremo

Ma anche dall’esterno, da coloro che da anni frequentano Ronzano, parte un appello – fino ad ora sottoscritto da più di tremila persone – rivolto al Priore e al Consiglio di Piemonte e Romagna dei Servi di Maria. «Chiediamo – vi si legge – di rivedere la scelta sull’eremo di Ronzano» che rappresenta, per quanti lo frequentano, «un luogo di spiritualità conciliare, ispirato al Vaticano II: frati e laici, donne e uomini, credenti e diversamente credenti, insieme per un mondo di uguaglianza, fraternità, condivisione. Un luogo di cultura e ricerca, ove si propongono occasioni di conoscenza e approfondimento della Bibbia, della tradizione cristiana, delle diverse religioni, ma anche delle situazioni dei popoli, specie di quelli un tempo chiamati Terzo mondo, delle problematiche sociali ed etiche, indotte dalla modernità. Uno spazio di fraternità, ove frati e laici si conoscono e intrecciano rapporti di collaborazione e amicizia. Un eremo accogliente, ove chiunque, soprattutto se in ricerca o difficoltà, trovi ospitalità e fraternità. Un ambiente ecologico, che con il suo silenzio e la salubrità favorisce la salute di quanti lo frequentano. Pur nel rispetto delle difficoltà dell’Ordine, che sono all’origine dei provvedimenti, si chiede di aprire un confronto che consenta una soluzione che salvaguardi questa importante realtà ecclesiale, civile, culturale».

La questione, insomma, resta ancora aperta. Il priore provinciale è tornato a Bologna il 2 ottobre, dopo quasi un mese di assenza durante il quale ha partecipato al Capitolo generale dei Servi Maria (cominciato a Pietralba il 19 settembre). Ora dovrà riprendere in mano il “caso Ronzano”. Che probabilmente non immaginava potesse suscitare così tanto clamore.

La comunità che prega con la Bibbia e il giornale

5 ottobre 2013

“il manifesto”
5 ottobre 2013

Luca Kocci

Era il 2 settembre 1973 quando le donne, gli uomini e i giovani della comunità della basilica di San Paolo fuori le mura riuniti attorno all’ex abate Giovanni Franzoni uscirono fuori dal tempio e celebrarono la loro prima messa in un salone della via Ostiense, a poche centinaia di metri dalla basilica dove erano soliti incontrarsi, discutere e pregare.

Nacque così la Comunità cristiana di base di San Paolo – che oggi festeggia i suoi 40 anni –, una delle esperienze più significative della stagione del post-Concilio, del “dissenso cattolico” e di quella Chiesa di base lontana dal Vaticano ma vicina al Vangelo che, come un fiume carsico, continua a scorrere nelle profondità nel corpo della Chiesa.

Non è la più anziana delle Comunità di base italiane. Prima di lei, alla fine del 1968, a Firenze era nata la quella dell’Isolotto, attorno a don Enzo Mazzi, in seguito all’episodio che diede il via al ‘68 cattolico: l’occupazione del duomo di Parma da parte di un gruppo di giovani cattolici che denunciavano i finanziamenti delle banche alla Curia per la costruzione di una nuova cattedrale.

Dopo il ‘68 il dissenso cresce sia in Italia che all’estero – in America latina sboccia la teologia della liberazione –, messo in moto dalle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II, ed arriva fino a Roma, il “cuore dell’impero” ecclesiastico: don Roberto Sardelli lascia la sua parrocchia al Tuscolano e i privilegi che essa gli garantiva per andare a vivere fra i senza casa dell’Acquedotto Felice – uno dei tanti “borghetti” dove migliaia di persone avevano costruito delle abitazioni di fortuna e vivevano ai margini della città – dando vita ad una scuola popolare (la Scuola 725) sul modello di quella di Barbiana; i salesiani allontanano – e poi espellono dalla congregazione – due professori dalla loro università, don Giulio Girardi, fra i maggiori protagonisti del dialogo fra cattolici e marxisti e dei Cristiani per il socialismo, e don Gerard Lutte, che aveva scelto di andare ad abitare con i baraccati di Pratorotondo, alla periferia nord est di Roma, e di sostenerli nelle loro lotte fino all’assegnazione delle case popolari alla Magliana; nasce una moltitudine di gruppi di base riuniti nell’Assemblea ecclesiale romana che si mobilita contro il Concordato e per una «Chiesa povera e dei poveri».

Nella basilica di San Paolo fuori le mura, retta dai benedettini cassinesi, dal 1964 c’è un giovane abate, Giovanni Franzoni, che aveva partecipato alle fasi finali del Concilio e iniziava a farsi interrogare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolato e popolare come San Paolo, animato anche dalla convinzione che la vita monastica non significava isolamento dal mondo ma impegno nella storia. Prende forma così una comunità “orizzontale” di laici, donne e uomini, che cominciano a riflettere sul che fare per vivere un Vangelo ancorato alla società e alla città e si immergono nelle vicende sociali e politiche: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, le lotte degli operai licenziati della Crespi (una fabbrica di infissi non lontana dalla basilica), l’attenzione agli emarginati e agli esclusi, in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano – passando anche all’azione con irruzioni durante le assemblee e con scritte contro Franzoni sui muri dei palazzi del quartiere –, i gerarchi ecclesiastici mugugnano e guardano a vista la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni. Fino all’aprile del 1973. «Durante la messa, un giovane andò al microfono per pronunciare la sua preghiera, che veniva proclamata spontaneamente da chiunque – ricorda Franzoni –. In quei giorni sui giornali si parlava di un’operazione speculativa sul dollaro compiuta dallo Ior che era stata criticata addirittura dagli organismi finanziari internazionali. E quel giovane, nella preghiera, chiese che i suoi figli potessero crescere in una Chiesa che non si dovesse vergognare perlomeno di fronte ai santuari del capitalismo. Due giorni dopo venni convocato da mons. Mayer, segretario della Congregazione vaticana dei religiosi, il quale mi chiese di censurare le preghiere. Ne parlammo in comunità. Alcuni mi suggerivano di accettare, aggiungendo però che in tal caso l’esperienza della comunità sarebbe finita perché avrebbe perso l’autonomia. Tornai dal monsignore, gli dissi che non avrei obbedito e contestualmente fissammo la data delle mie dimissioni da abate di San Paolo: il 12 luglio 1973. Credo che tirò un grande sospiro di sollievo».

Prima di lasciare la basilica, Franzoni fa in tempo a pubblicare La terra è di Dio, una lettera pastorale – quindi a pieno titolo un documento del magistero perché San Paolo era sede vescovile – che conteneva un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economico, all’ombra della Democrazia cristiana. Il 26 agosto Franzoni celebra la sua ultima messa in basilica, davanti a 3mila persone. E il 2 settembre c’è la prima eucaristia nel salone di via Ostiense: partecipano in più di 800. È nata la Comunità cristiana di base di San Paolo.

Desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza, sarà la linea della Comunità, che in questi 40 anni camminerà “tenendo in mano la Bibbia e il giornale”. Nel referendum del 1974 si schiera a favore del divorzio e in questa circostanza Franzoni viene sospeso a divinis, gli viene cioè proibito di amministrare i sacramenti, che in Comunità continueranno ad essere celebrati comunitariamente, con o senza prete. Nel 1976, dopo la sua dichiarazione di voto per il Pci pubblicata sul settimanale Com Nuovi Tempi, viene dimesso dallo stato clericale. Poi il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ’80 e ’90. In tempi più recenti l’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, la partecipazione al World Gay Pride del 2000, nell’anno del Giubileo; nel 2005 il referendum sulla legge 40, contro l’ordine di astensionismo arrivato dal card. Ruini; poi il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso; oggi le attività con i profughi afghani accampati alla stazione Ostiense, nell’indifferenza delle istituzioni capitoline; le storiche battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione della donna nella Chiesa e nella società. Non un’altra Chiesa ma una Chiesa altra.

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I quaranta anni di vita della Comunità cristiana di base di San Paolo verranno festeggiati oggi e domani nello storico salone della comunità, a Roma, in via Ostiense 152/b. Alle 17 proiezione di vecchi filmati dell’archivio della Rai sull’abate Franzoni, sulla comunità e sui movimenti degli anni ’60-‘70. A seguire un incontro-dibattito su quarant’anni di Comunità cristiane di base a Roma e in Italia, con la sociologa Maria Immacolata Macioti, la giornalista Vittoria Prisciandaro (Jesus) e gli interventi «degli amici e delle amiche che ci hanno conosciuto in questi anni e con i quali abbiamo condiviso tratti del nostro cammino», spiegano gli organizzatori. «Ci domanderemo, senza toni celebrativi, se questo movimento, una volta ben presente nelle cronache nazionali e oggi un po’ ridotto e sopito come un fiume carsico, abbia lasciato qualche traccia nella realtà ecclesiale e sociale del Paese». Poi cena insieme e serata di musica, danza e poesia. Domenica, alle 11.30, la messa concelebrata da tutti e tutte, come avviene dal 2 settembre 1973. A seguire, nella tradizione della Comunità di San Paolo, pranzo insieme, condividendo quello che ciascuno avrà portato.

Giovanni Franzoni: «Bergoglio è simpatico e popolare ma non tocca i nodi della chiesa»

5 ottobre 2013

“il manifesto”
5 ottobre 2013

Luca Kocci

La Comunità di base di San Paolo è nata 40 anni fa. Giovanni Franzoni, all’epoca abate della basilica di San Paolo fuori le mura, prima di essere sospeso a divinis e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano per le sue posizioni sociali e politiche – dalla denuncia delle collusioni fra Chiesa e poteri forti, alla presa di posizione a favore del divorzio, fino alla dichiarazione di voto per il Pci – ne racconta le origini.

«La domenica celebravo in basilica la messa di mezzogiorno e nelle omelie tentavo di seguire l’insegnamento del teologo protestante Karl Barth: tenere insieme la Bibbia e il giornale. Ovvero attualizzare il Vangelo, incarnarlo nelle contraddizioni della società. Dopo un po’, con un gruppo di 30-40 persone, decidemmo di incontraci il sabato sera per preparare insieme l’omelia. Leggevamo i testi, discutevamo insieme, i laici portavano il loro contributo che per me, monaco, era molto importante. E la domenica la mia predica era il risultato di quel confronto: quindi un’omelia partecipata, non un indottrinamento dall’alto. Fu quello, di fatto, il primo nucleo della comunità».

Cominciò tutto da lì?

«Ci coinvolgemmo sempre più anche nel sociale: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le lotte con i disoccupati e i senza casa, le denunce della speculazione edilizia ecclesiastica, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Arrivarono le contestazioni dei fascisti e dei cattolici tradizionalisti, arrivarono anche le visite apostoliche, cioè le ispezioni, delle gerarchie ecclesiastiche, da cui però passai sempre indenne. Fino al 1973.

Quando nacque la Comunità di base di San Paolo…

Ci riunivamo in alcuni locali sulla via Ostiense dove iniziammo a celebrare la messa, con il cardinal Poletti, vicario del papa per la città di Roma, che “non approvava ma non proibiva”. E ancora oggi siamo lì

Siete degli scissionisti?

No, non vogliamo un’altra Chiesa, anche perché mi sembra che ce ne siano già tante, ma una Chiesa altra. Siamo dei riformatori, vogliamo che la Chiesa cambi per essere più fedele al Vangelo e al Concilio.

Che ne è del Concilio?

Lo spirito e le istanze del Concilio Vaticano II sono state soffocate da Ratzinger e da Wojtyla: la collegialità, la partecipazione, la sinodalità sono parole vuote. Certo i Sinodi dei vescovi si svolgono, ma hanno un valore solo consultivo, quindi sono totalmente inefficaci. Si continua ad ignorare il ruolo delle donne nella Chiesa, valorizzate solo a parole. C’è stata la sistematica repressione dei teologi che esprimevano un punto di vista diverso, a cominciare dai teologi della liberazione.

Papa Bergoglio sta raccogliendo molti consensi, anche dall’opinione pubblica laica e di sinistra. Qual è il suo giudizio?

È ancora presto per esprimere una valutazione complessiva. Ha cominciato il suo pontificato con una grande retorica pauperistica. La retorica è lecita, ci mancherebbe altro. L’immagine crea simpatia e consenso, ma devono arrivare anche delle decisioni su questioni controverse, altrimenti è solo apparenza.

Per esempio?

Per esempio sulla collegialità. Deve essere vera. I Sinodi devono avere potere decisionale, sennò non servono a nulla. Poi la riabilitazione dei teologi, dei vescovi e dei preti repressi da Wojtyla e Ratzinger, non solo quelli vivi ma anche quelli che sono morti da “eretici”. Non per un riconoscimento post mortem, ma per dire che oggi è possibile parlare liberamente, senza timori di vedersi tolta la cattedra, senza paura di subire emarginazioni e scomuniche. E poi le donne, esaltate a parole ma escluse da ogni ruolo decisionale nella Chiesa.

Parliamo di sacerdozio femminile?

No, parlo di ruoli decisionali e di responsabilità. Durante il Concilio un vescovo indiano, totalmente inascoltato, fece notare che molte responsabilità nella Chiesa non sono legate allo stato clericale. Cioè non bisogna essere per forza preti per ricoprirli. Questi ruoli possono essere affidati ai laici e quindi anche alle donne: i nunzi apostolici, i capo dicasteri, anche i cardinali. Gli otto “saggi” nominati da Bergoglio per riformare la Curia sono tutti cardinali maschi. Ci sarebbe potuto essere tranquillamente qualche laico e qualche donna, senza necessità che fosse prete. La questione del sacerdozio femminile è più ampia: il rischio è di clericalizzare anche le donne. E poi siamo sicuri che Gesù volesse dei preti così come sono oggi?

E sui principi non negoziabili?

Il discorso è analogo. Papa Francesco usa toni concilianti, parla in modo spontaneo. Ma bisogna affrontare i nodi. Va bene che il papa dica “chi sono io per giudicare un gay”, ma se poi quella persona chiede che la sua unione omosessuale venga benedetta dalla Chiesa cosa gli si risponde? Che non è possibile. E allora le parole non sono sufficienti. Bisogna invece aprire le porte, discutere insieme e decidere.