Archive for novembre 2013

Chiesa collusa con la ‘ndrangheta? Le polemiche dopo le parole del pm Gratteri

29 novembre 2013

“Adista”
n. 42, 29 novembre 2013

Luca Kocci

Polemica a mezzo stampa fra magistrati e vescovi calabresi. Da una parte il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri (autore, con Antonio Nicasio, del fresco di stampa Acqua santissima. La Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni, Mondadori), che accusa la Chiesa di omissioni e talvolta collusioni con la ‘ndrangheta, puntando il dito anche contro alcuni vescovi tradizionalmente in prima fila nella lotta e nella denuncia delle organizzazioni mafiose, fra cui mons. Giancarlo Bregantini, già vescovo di Locri, ora a Campobasso. Dall’altro lato mons. Giuseppe Fiorini Morosini, successore di Bregantini a Locri e ora vescovo di Reggio Calabria, che risponde per le rime, accusando Gratteri di aver cercato l’applauso facile «gettando discredito sulla Chiesa». Il risultato complessivo è una polemica tanto violenta quanto inutile, che contribuisce solo a dividere ulteriormente un fronte antimafia, perlomeno in Calabria, già piuttosto diviso.

A dare fuoco alle polveri è Gratteri, con un’intervista al Fatto quotidiano (13/11), nella quale, dopo aver avanzato l’ipotesi che papa Francesco potrebbe essere nel mirino delle cosche per la sua opera di pulizia finanziaria all’interno del Vaticano, entra nel merito delle relazioni fra Chiesa e ‘ndrangheta. «Faccio il magistrato da 26 anni – dice – e non trovo covo dove manchi un’immagine della Madonna di Polsi o di San Michele Arcangelo. Non c’è rito di affiliazione che non richiami la religione. ‘Ndrangheta e Chiesa camminano per mano». E poi si lancia in alcuni esempi recenti: «Il vescovo di Reggio Calabria (mons. Morosini, che rimanda subito al mittente l’accusa: Gratteri «mi dica la fonte di questa sua gravissima accusa», ndr), anche dopo la condanna in Cassazione di un capobastone, ha detto che non poteva schierarsi perché magari si trattava di un errore giudiziario. Il vescovo di Locri (mons. Bregantini, ndr) ha sì scomunicato i mafiosi, ma solamente dopo che avevano danneggiato le piantine di frutti di bosco della comunità ecclesiastica di Platì. Solo che prima di quell’episodio, i boss avevano ammazzato migliaia di persone. Bisogna aspettare le piantine perché i prelati si sveglino?». E ancora: «Qualche anno fa la figlia di Condello il Supremo si è sposata nel duomo di Reggio Calabria. È arrivata pure la benedizione papale. A Roma potevano non conoscere il clan, ma in Calabria tutti sanno chi sono i Condello. Eppure nessuno ha fiatato. I preti, poi, vanno di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popolare. Alcuni dicono che frequentano i mafiosi perché devono redimere tutte le anime, senza discriminare. Capirei se la Chiesa accogliesse chi si pente davvero, ma così è troppo facile: continui a uccidere, a importare cocaina, a tenere soggiogata la gente e io, prete, ti do pure una mano».

Parole estremamente severe, in più di un caso fondate, come l’episodio del matrimonio di Caterina Condello e Daniele Ionetti, figli di due noti boss reggini (v. Adista n. 102/09) o come la vicinanza, di antica data, della ‘ndrangheta al santuario della Madonna di Polsi a San Luca in Aspromonte, spesso luogo di riunione dei capi-mafia (v. Adista Notizie n. 64/10); ma totalmente fuori bersaglio in altri, probabilmente frutto di una sintesi troppo superficiale e semplicistica, poco attenta alle distinzioni e all’impegno di tanti parroci e di tante realtà della Chiesa di base calabrese, impegnate sul fronte anti-‘ndrangheta. Come per esempio le accuse a mons. Bregantini, molto attivo contro la criminalità negli anni, dal 1994 al 2007, in cui è stato vescovo di Locri, dove ha anche dato vita ad un consorzio di cooperative sociali di lavoro, il Goel, finalizzate fra l’altro al recupero degli ‘ndranghetisti fuoriusciti. Tanto che l’episodio, richiamato da Gratteri, quello della scomunica ai mafiosi «solamente dopo che avevano danneggiato le piantine di frutti di bosco della comunità ecclesiastica di Platì» non è affatto isolato e si colloca all’interno di un percorso coerente di lotta alla ‘ndrangheta da parte del vescovo (e fra l’altro le piantine di frutti di bosco danneggiate non erano quelle «della comunità ecclesiastica di Platì», bensì quelle di due aziende agricole, “Frutti del sole” e “Agrisole” di Platì, che facevano parte del Consorzio Goel, v. Adista n. 53/02).

A Gratteri, con un lungo articolo pubblicato sul quotidiano L’Ora della Calabria (17/11), replica pochi giorni dopo mons. Morosini, respingendo ogni accusa – sia personale che generale, anche riportando parole di encomio pronunciate qualche hanno fa dal magistrato proprio nei suoi confronti – ma anch’egli senza distinguere, nella complessità ed eterogeneità che esiste nella Chiesa, i diversi atteggiamenti nei confronti delle mafie che vanno dalla denuncia senza tentennamenti ai silenzi più o meno colpevoli; e alzando un po’ troppo i toni, tanto più nei confronti di un magistrato molto esposto sul fronte del contrasto alla ‘ndrangheta. «Signor procuratore – scrive Morosini –, ho letto il suo ennesimo intervento a proposito dei rapporti Chiesa-mafia sui quali ama ritornare nei suoi interventi e pubblicazioni, offrendo all’opinione pubblica l’immagine di una Chiesa unica responsabile della ‘ndrangheta in Calabria». Ma «si ferma su indicazioni generiche: preti che vanno a prendere il caffè a casa dei mafiosi o che ricevono contributi per restauri di chiese. Lei, come un fiume in piena, travolge tutto al suo passaggio: il caso di un prete diventa la Chiesa. Eppure lei, come magistrato, ha un immenso potere investigativo e punitivo, inviando avvisi di garanzia, arrestando gli ecclesiastici che camminano tenendosi per mano con i mafiosi. No, preferisce gettare fango su tutti i sacerdoti, colpevoli solo di esercitare il loro ministero in Calabria». «Ma non si accorge di quale fango sta gettando sulla Chiesa? Tanto più sporco perché gettato da un uomo delle istituzioni qual è lei?», chiede Morosini, che poi conclude: «Signor procuratore, gettando discredito sulla Chiesa lei potrà strappare qualche applauso, ma non certo contribuire alla lotta comune contro quel male che lei chiama “la mala pianta”».

A riportare un po’ di equilibrio nella polemica è don Ennio Stamile, parroco di Cetraro (Cs), più volte oggetto di intimidazioni mafiose per il suo impegno anti-‘ndrangheta (v. Adista Notizie n. 5/12). «Non è corretto estendere alla Chiesa comportamenti che riguardano alcuni suoi membri, con l’elementare equazione consacrato=Chiesa», scrive il parroco sul Quotidiano della Calabria. «Se dovessimo applicare questo concetto anche alla magistratura», anche qui «dovremmo di conseguenza distinguere una magistratura “ammazza sentenze”, collusa e corrotta, da un’altra che invece compie il suo dovere fino in fondo, usque ad sanguinem». Piuttosto è vero «che membri dell’una e dell’altra a volte tradiscono con le loro devianze l’essere servitori dello Stato e figli e servi della Chiesa. Anche per tale motivo i padri della Chiesa hanno ribadito che essa è semper reformanda».

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«Questo potere economico uccide»

27 novembre 2013

“il manifesto”
27 novembre 2013

Luca Kocci

Una sintesi articolata e complessiva delle tante parole pronunciate in questi otto mesi da papa che, in quanto atto ufficiale del magistero, assume il valore di documento programmatico del pontificato. È tutto questo l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, pubblicata ieri da Francesco.

Formalmente si tratta di una esortazione post-sinodale, ovvero il testo che il papa elabora sulla base delle conclusioni di un Sinodo dei vescovi (nella fattispecie quello dell’ottobre 2012 sulla «nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede»). Di fatto il documento amplia notevolmente i risultati di quell’assise dei vescovi, perché contiene molti elementi del lessico e del pensiero di Bergoglio, finora espressi negli interventi pubblici del papa e nelle lunghe interviste rilasciate a Scalfari su Repubblica (in parte corretta e comunque eliminata dal sito ufficiale del Vaticano qualche giorno fa) e soprattutto a p. Spadaro sul quindicinale dei gesuiti Civiltà cattolica. È vero quindi che Bergoglio ha già firmato a giugno l’enciclica Lumen Fidei insieme a Ratzinger – facendola quindi propria, benché forma e contenuti siano prevalentemente ratzingeriani –, ma la Evangelii gaudium si presenta come il primo documento ufficiale di papa Francesco.

E infatti il testo ribadisce numerosi concetti già affermati da Bergoglio in questi mesi: l’abbandono dei toni da crociata sui «principi non negoziabili» senza però arretrare sui loro contenuti; un atteggiamento pastorale meno rigido e più inclusivo nei confronti delle persone in difficoltà,  parallelamente alla conferma della sostanziale inamovibilità dei capitoli fondamentali della dottrina e della disciplina (un esempio, sull’aborto: «Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana» ma «abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure»); la riforma della struttura ecclesiastica in direzione di una maggiore «decentralizzazione»; «l’opzione per gli ultimi» «e la severa critica dell’economia di mercato e delle ricette liberiste. «Questa economia uccide», scrive il papa, «grandi masse di popolazione» sono «escluse ed emarginate», anzi sono «rifiuti, avanzi». Eppure alcuni ancora difendono il «libero mercato» e nutrono «una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema», mentre aumentano gli squilibri frutto di «ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria», negando «il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune».

Il punto centrale del documento, come indica lo stesso titolo («La gioia del Vangelo»), è un nuovo slancio nell’evangelizzazione, che la Chiesa deve perseguire non «per proselitismo ma per attrazione», senza curarsi troppo della «autopreservazione» e senza essere «ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine» da «imporre a forza di insistere». Per realizzarlo, sostiene Bergoglio, è necessario intervenire sulla struttura ecclesiastica, verso una «decentralizzazione», in cui ci siano meno Vaticano e meno papa (serve una «conversione del papato»), più Chiese locali e più collegialità. Su questo siamo fermi, ammette Francesco, «perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale».

La pastorale più inclusiva riguarda, per esempio, i divorziati, non esplicitamente nominati ma è evidente che è a loro che Bergoglio si riferisce quando dice che «nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi» e che la Chiesa non deve essere «una dogana». Ma questo non significa ammorbidimento della dottrina. Infatti quando parla delle donne, il papa dice che «anche nella Chiesa» devono trovare spazio «nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti», ma ribadisce la chiusura all’ordinazione presbiterale: «Il sacerdozio riservato agli uomini è una questione che non si pone in discussione».

Insomma la Evangelii gaudium ha tutti i connotati di un documento programmatico. Che però dovrà trasformarsi in azione di governo e in decisioni operative, per non restare nell’alveo delle intenzioni, come in fondo è stato finora il pontificato di Bergoglio. Le occasioni, anche a breve e medio termine, non mancano: la prossima settimana (3-5 dicembre) in Vaticano ci sarà la seconda riunione degli “otto saggi”, i cardinali scelti dal papa per aiutarlo a preparare la riforma della Curia; e ad ottobre si terrà il Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia. Momenti importanti per provare a passare dalle parole agli atti.

 

La pace e la «famiglia» tra Putin e Francesco

26 novembre 2013

“il manifesto”
26 novembre 2013

Luca Kocci

Quella di ieri per papa Francesco è stata giornata di udienze presidenziali: in mattinata ha ricevuto il paraguayano Horacio Cartes; nel tardo pomeriggio la visita più attesa, quella del russo Vladimir Putin, per la quarta volta in Vaticano, dopo i due incontri con Wojtyla (2000 e 2003) e con Ratzinger (2007).

Poco più di mezz’ora di colloquio per parlare soprattutto di Medio Oriente, anche sulla scia della lettera che Bergoglio scrisse al presidente russo – contrario all’azione armata – alla vigilia del G20 di San Pietroburgo dello scorso settembre, in piena crisi siriana, quando il papa chiese ai capi di Stato e di governo con il dito già sul grilletto di abbandonare «ogni vana pretesa di una soluzione militare» contro Damasco.

«È stata sottolineata l’urgenza di far cessare le violenze in Siria e di recare l’assistenza umanitaria necessaria alla popolazione», informa una nota della Santa Sede diramata in serata al termine dell’incontro, ma anche «di favorire iniziative concrete per una soluzione pacifica del conflitto, che privilegi la via negoziale e coinvolga le varie componenti etniche e religiose, riconoscendone l’imprescindibile ruolo nella società». Ma i due hanno affrontato anche altri temi: la vita della comunità cattolica in Russia e i valori non negoziabili, ovvero «la difesa e la promozione dei valori riguardanti la dignità della persona e la tutela della vita umana e della famiglia». E non a caso proprio ieri, poche ore prima di incontrare Bergoglio, Putin ha firmato una legge che vieta la promozione di servizi medici o pratiche tradizionali per abortire. Si tratta, nota l’agenzia russa Ria Novosti, «dell’ultimo sforzo per restringere l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e tentare di aumentare il tasso di natalità».

Nessun cenno sulla situazione del diritti umani in Russia, che però è stata denunciata, fuori dalle mura vaticane, da un gruppo di attivisti di Greenpeace: hanno esposto striscioni con le scritte “Free the Arctic 30” e “Liberate Cristian”, ovvero Cristian D’Alessandro, uno dei 30 membri dell’equipaggio della nave ecologista Arctic Sunrise che protestavano contro le esplorazioni petrolifere della Russia nel Mar di Barents. Arrestati a Murmansk a settembre, gli attivisti di Greenpeace rischiano ancora una pena di sette anni di carcere per vandalismo per aver tentato di arrampicarsi sulla piattaforma petrolifera di Gazprom.

In serata Putin ha incontrato Prodi e Napolitano. Poi cena dall’amico Berlusconi a Palazzo Grazioli. Oggi il presidente russo sarà a Trieste, con Letta, per il vertice intergovernativo Italia-Russia, dove sono previste altre manifestazioni di protesta promosse da Arcigay e Arcilesbica contro le violazioni dei diritti umani in Russia.

Prima di Putin, in mattinata il papa aveva ricevuto il presidente del Paraguay Horacio Cartes, il “Berlusconi guaranì”. Presidente di una squadra di calcio, imprenditore con molteplici interessi dalla finanza al tabacco, tirato in ballo per presunte collusioni con il narcotraffico e riciclaggio di denaro, dopo il “golpe istituzionale” che nel 2012 ha tolto di mezzo l’ex vescovo “rosso” Fernando Lugo, Cartes è stato eletto presidente ad aprile con il Partito colorado, formazione conservatrice di destra al potere dal 1946 al 2008, compresa la dittatura di Alfredo Stroessner. Nel corso dei colloqui, informa la Santa sede, «sono stati affrontati temi di comune interesse attinenti alla situazione del Paese e della Regione, come la lotta alla povertà e alla corruzione, la promozione dello sviluppo integrale della persona umana ed il rispetto dei diritti umani».

Nasce l’Alleanza dei cattolici contro la povertà

23 novembre 2013

“Adista”
n. 41, 23 novembre 2013

Luca Kocci

L’obiettivo è tanto ambizioso quanto ineludibile: realizzare un Piano nazionale contro la povertà, che possa far uscire dalla loro condizione i «poveri assoluti». Un numero – quello dei «poveri assoluti» – che nel nostro Paese cresce a ritmi molto veloci: erano il 4,1% nel 2005, sono l’8% oggi, il doppio in appena sette anni, ovvero quasi 5 milioni di persone. Non si tratta di mero impoverimento, che tocca una parte ben più ampia della popolazione – che deve rinunciare ad alcuni consumi fruendo però dei beni e dei servizi essenziali –, ma di coloro che non raggiungono uno standard di vita accettabile, calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a una situazione abitativa decente e ad altre spese indispensabili (salute, vestiti, trasporti, ecc.).

Per questa ragione, e partendo anche dalla constatazione che l’Italia è l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, a non di disporre di una misura strutturale di contrasto alla povertà, una serie di associazioni – capofila le Acli, vi partecipano fra le altre Azione cattolica italiana, Caritas italiana, Comunità di sant’ Egidio, Federazione nazionale Società di san Vincenzo De Paoli Consiglio, Movimento dei Focolari e Jesuit social network – ha stretto una “Alleanza contro la povertà in Italia”.

L’Alleanza, spiegano i promotori che hanno presentato la proposta a Roma lo scorso 11 novembre, «svolgerà un lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica; promuoverà un dibattito basato sull’evidenza empirica concernente gli interventi esistenti e quelli proposti; si confronterà con le forze politiche e farà pressione su di esse affinché compiano scelte favorevoli alla lotta contro la povertà; elaborerà una propria dettagliata proposta di riforma».

Proposta che sarà pronta fra tre mesi – e che si vorrebbe che il governo avviasse già dal 2014 – ma che è già abbozzata. Il Piano conterrà tutte «le indicazioni concrete affinché venga gradualmente introdotta una misura nazionale, rivolta a tutte le persone in povertà assoluta nel nostro Paese, che si basi su una logica non meramente assistenziale, ma che sostenga un atteggiamento attivo dei soggetti beneficiari dell’intervento», sottolineano i promotori; i quali chiedono al governo di «impegnare già da subito risorse adeguate a far partire il Piano il prossimo anno e a non limitarsi al modesto finanziamento attualmente previsto nel disegno di legge di stabilità».

Il Piano che le associazioni presenteranno avrà una progressione graduale. «Nel primo anno riceverà la misura un numero significativo di persone e ogni annualità successiva vedrà il numero aumentare» fino a quando non andrà a regime, spiegano i promotori (ma non è precisato il numero dei beneficiari). I primi ad usufruirne saranno gli ultimi: «Si comincia da coloro che versano in condizioni economiche più critiche e progressivamente si copre anche chi sta “un po’ meno peggio” sino a rivolgersi a tutti i nuclei in povertà assoluta». E, aggiungono, «sin dall’inizio la misura dovrebbe assumere alcuni tratti fondamentali», ovvero «il diritto ad una prestazione monetaria accompagnato dall’erogazione dei servizi necessari ad acquisire nuove competenze e ad organizzare diversamente la propria vita», dai servizi per l’impiego e quelli contro il disagio psicologico e sociale. Due, infine, le caratteristiche del Piano: non una tantum o a macchia di leopardo (come ad esempio la Social card, adottata in 12 grandi Comuni, o la Carta per l’inclusione sociale, presente nelle regioni del meridione), ma diffuso sull’interno territorio nazionale e continuo nel tempo; e poi con il «pieno coinvolgimento delle organizzazioni sociali e del Terzo settore, sia nella programmazione che nella progettazione e gestione degli interventi».

A gennaio arriverà la proposta dettagliata. E poi si tratterà di vedere se il governo delle larghe intese avrà la volontà di attuarlo.

«Un padre non ha gradi». Dossier di Mosaico di pace sui cappellani militari

22 novembre 2013

“Adista”
n. 41, 23 novembre 2013

Luca Kocci

Il sistema dell’Ordinariato e dei cappellani militari «va completamente riveduto, aggiornato e corretto». Parola di generale. E non un generale qualsiasi, ma Fabio Mini, già capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e comandante della missione militare “di pace” in Kosovo, intervistato da don Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi), curatore, insieme a Vittoria Prisciandaro, del dossier di Mosaico di pace di novembre interamente dedicato ai cappellani militari.

«La figura del cappellano militare come parroco della caserma non è più attuale», spiega Mini: «In caserma non ci “vive” più nessuno, la vita di caserma non è più comunitaria» e «le cappelle sono vuote: non le frequentano più neppure i cappellani». E poi c’è la questione dell’Ordinariato militare come “Chiesa parallela” – organizzata non su base territoriale, come tutte le diocesi, ma funzionale – e dell’inquadramento dei cappellani all’interno della gerarchia militare, con i gradi, dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata (mons. Santo Marcianò, appena nominato da papa Francesco ordinario militare per l’Italia, v. Adista Notizie n. 37/13), fino al cappellano semplice, che è un tenente. «Perché bisogna trattare l’assistenza spirituale alle Forze armate come un problema separato da quello pastorale generale?», chiede Mini. «Cosa devono avere di più o di diverso i cappellani militari? Non sarebbe meglio che tutti i preti avessero la possibilità, una volta nella loro vita, di vedere da vicino e assistere questi cittadini in divisa così buffi e strani da rischiare la pelle per la comunità? Oggi, con il professionismo, le comunità militari tendono a diventare dei ghetti. I cappellani con le stellette ne fanno parte e anzi tendono a incancrenire la ghettizzazione. Abbiamo bisogno di pastori che portino nell’ambito militare le idee e le visioni diverse che si sviluppano nelle comunità civili. Invece di cappellani militari avremmo bisogno di preti di frontiera», dice Mini. Insomma si tratta, fra le righe, della storica proposta di Pax Christi, di smilitarizzare i cappellani militari e di affidare il servizio pastorale alle parrocchie nel cui territorio ricade la caserma.

Anche perché «il grado condiziona», spiega lo psichiatra Vittorino Andreoli, intervistato da Vittoria Prisciandaro. «Il sacerdote deve essere colui che aiuta la comunità e i suoi membri. Il grado pone la comunità in uno stato di soggezione. Esattamente come un caporale maggiore è in soggezione di fronte a un tenente, a un maresciallo. Figuriamoci di fronte a un generale di brigata! È quel segnale che mantiene a distanza, la distanza del grado, e non è certo segno di quel “chi è più grande tra voi sia come colui che serve”. Il tenente prete è un tenente e porta le stellette». E «questa cosa non è molto amata dai soldati», aggiunge Andreoli. «Perché in fondo parlano con un superiore. Faccio un esempio: ciò che racconto al sacerdote tenente maggiore rimane tra me e lui o sto parlando con un superiore che serve l’organizzazione? Se lo incontro nei viali della caserma e sono giù di morale gli dico “Padre…” e non tenente! Un padre non ha gradi, ha l’autorevolezza che viene dalla relazione… il grado può essere un blocco. Anche perché il segreto di un’organizzazione militare c’è se sei in confessione, ma se si parla così, di vicende relative alle difficoltà della vita di caserma, quella chiacchiera può essere trasmessa e magari porre le persone che la raccontano in conflitto con altre».

Quelli di Mini e Andreoli non sono gli unici contributi dell’originale dossier di Mosaico di pace, che si sforza di trattare il tema con un punto di vista diverso da quello del tradizionale antimilitarismo, che si può dare per scontato. Paolo Naso, della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, affronta, anche storicamente, il tema dei pastori valdesi impegnati nell’assistenza spirituale ai soldati; il pastore luterano Rainer Schmid, spiega come sono inquadrati i cappellani militari in Germania; e il teologo Giannino Piana inserisce la figura del militare e del cappellano militare nella storia della Chiesa, dalla Chiesa delle origini in cui vigeva il rifiuto assoluto del servizio militare, alla dottrina della «guerra giusta» di sant’Agostino, fino alla condanna della irrazionalità della guerra (alienum a ratione) da parte di Giovanni XXIII. Ma alla fine dell’excursus, la conclusione di Piana è chiara: esiste una «contraddizione stridente fra le stellette e la croce». Che va risolta con la smilitarizzazione dei cappellani. «La delega a sacerdoti diocesani di occuparsi dei militari presenti sul territorio – scrive Piana –, oltre a garantire il loro inserimento nell’ambito della Chiesa locale e a evitare il mantenimento dell’equivoco attuale, consentirebbe di rendere più limpida la presenza del sacerdote in mezzo ai giovani militari. Il fatto che egli non appartenga alla loro istituzione, magari in posizione di vantaggio rispetto a molti di essi per titoli acquisiti, che non sussistano per lui possibilità di carriera all’interno del mondo militare e che non percepisca stipendi legati ai gradi militari sono altrettanti fattori che gli garantiscono libertà di movimento e rendono più efficace l’esercizio del ministero. La povertà della Chiesa, che costituisce il giusto assillo di papa Francesco, è anche rinuncia a ogni forma di potere, specialmente se ispirato a logiche mondane o modellato su di esse. Il “no” alla perpetuazione dell’attuale sistema dei cappellani militari non nasce dunque da ragioni politiche e tanto meno da preconcetti ideologici, ma risponde a una profonda esigenza di fedeltà alla causa del Vangelo».

Vince la mediazione del vescovo Bregantini: ritirati i licenziamenti degli infermieri di Campobasso

16 novembre 2013

“Adista”
n. 40, 16 novembre 2013

Luca Kocci

Ha avuto buon esito la mediazione di mons. Giancarlo Bregantini, nella vicenda della Fondazione di ricerca e cura “Giovanni Paolo II” di Campobasso – uno dei più grandi presidi sanitari del Molise, collegato all’Università cattolica del Sacro Cuore e specializzato soprattutto in oncologia e malattie cardiovascolari – che aveva preannunciato il licenziamento di 45 infermieri a partire dell’1 novembre: l’accordo raggiunto prevede una ritenuta di solidarietà per il personale medico e quello infermieristico per tutto il 2014, (che però dovrebbe essere restituita nel 2016) in cambio dell’annullamento dei licenziamenti.

Era la soluzione proposta fin dall’inizio dai dipendenti della struttura sanitaria (che l’avevano approvata con un referendum) e dai sindacati che alla fine, anche con la mediazione decisiva dell’arcivescovo di Campobasso – che lo scorso 18 ottobre era sceso in piazza accanto ai lavoratori in sciopero (v. Adista Notizia n. 38/13) –, è stata accolta dall’azienda. E così gli infermieri e le loro famiglie possono tirare un sospiro di sollievo: il posto di lavoro è salvo.

«Abbiamo creato un coinvolgimento della città in maniera massiccia e inaspettata», ha spiegato alla Radio vaticana mons. Bregantini, che è anche presidente della Commissione per il lavoro, la giustizia e la pace della Conferenza episcopale italiana. «C’è stato questo momento di crisi e la manifestazione che abbiamo fatto non era contro la struttura, ma per la crescita della struttura e la difesa dei posti di lavoro. Questo ha favorito un atteggiamento di simpatia da parte di tutte le forze. È stato un gesto che io temevo non fosse compreso; invece è stato ben capito ed ha permesso un atteggiamento di grande capacità di armonizzazione attraverso tutte le vicende umane». E così la Fondazione è tornata sui suoi passi, la Regione Molise ha collaborato con efficacia e tutti i lavoratori – gli infermieri direttamente coinvolti ma anche i medici – hanno deciso di rinunciare a qualcosa in cambio del salvataggio dei posti di lavoro ma anche, si spera, del rilancio della struttura.

«La cittadinanza ci è stata vicina, la Chiesa ha organizzato dei momenti di preghiera, abbiamo dato il nostro appoggio e io sono stato coinvolto dalla direzione», prosegue Bregantini. «Le trattative sindacali sono sempre accese, però alla fine la mediazione del vescovo (che prima dell’ordinazione presbiterale ha lavorato diversi anni in fabbrica, n.d.r.) ha potuto avvicinare di più quasi tutte le sigle sindacali con un’inaspettata capacità collaborativa, che è stata la premessa dell’accordo». La Chiesa non deve «tirarsi indietro», non deve «stare alla finestra» ma, conclude il vescovo di Campobasso, «davanti a certe situazioni deve per forza prendere delle posizioni, quelle dei più deboli, che sono i lavoratori. Da lì si può ricostruire anche il resto e ripartire per una strada futura».

Napolitano riceve il papa e prega per le larghe intese

15 novembre 2013

“il manifesto”
15 novembre 2013

Luca Kocci

A poco più di cinque mesi dal primo incontro di Napolitano con Bergoglio in Vaticano (l’8 giugno), ieri papa Francesco ha ricambiato la visita recandosi al Quirinale. E il presidente della Repubblica, che forse non sa più a che santo votarsi per tenere insieme un governo delle larghe intese sempre in affanno, ne ha approfittato per lamentare il clima politico «avvelenato e destabilizzante» e quasi per chiedere al pontefice di metterci una “parola buona”. «Vede, santità – ha detto Napolitano –, noi che in Italia esercitiamo funzioni di rappresentanza e di guida nelle istituzioni politiche, siamo immersi in una faticosa quotidianità, dominata dalla tumultuosa pressione e dalla gravità dei problemi del paese e stravolta da esasperazioni di parte in un clima spesso avvelenato e destabilizzante. Quanto siamo lontani da quella “cultura dell’incontro” che ella ama evocare, da quella sua invocazione “Dialogo, dialogo, dialogo”!». Ma forse, ha proseguito il presidente, dopo questo incontro, potrà svilupparsi «un impegno comparabile a quello di cui ella, santità Francesco, ci sta dando l’esempio».

Messaggio recepito, perché nel breve discorso di replica, Bergoglio ha augurato «che l’Italia, attingendo dal suo ricco patrimonio di valori civili e spirituali, sappia nuovamente trovare la creatività e la concordia necessarie al suo armonioso sviluppo, a promuovere il bene comune e la dignità di ogni persona» e ad offrire «il suo contributo per la pace e la giustizia». E l’Osservatore Romano di oggi apre la prima pagina con il titolo «Concordia per il bene di tutti».

Chissà se l’auspicio del papa basterà a serrare i ranghi attorno al governo di Letta e Alfano, anche loro al Quirinale – insieme al ministro degli Esteri Bonino e al sottosegretario alla Presidenza Patroni Griffi – che poi, come prassi, hanno incontrato la delegazione “politica” vaticana (il “ministro degli interni” mons. Becciu, quello degli “esteri” mons. Mamberti e il presidente del Governatorato del Vaticano card. Bertello) e il presidente della Cei Bagnasco in un colloquio riservato in cui vengono affrontate questioni più concrete.

La politica «ha drammatica necessità di recuperare partecipazione, consenso e rispetto, liberandosi dalla piaga della corruzione e dai più meschini particolarismi», ha detto Napolitano che più volte ha usato argomenti e lessico bergogliano: pace di Medio Oriente, «periferie» rimaste «ai margini di un moderno sviluppo economico e benessere sociale», «sfida antropologica». Subito ripresa da Francesco che ha rilanciato il valore della famiglia («luogo primario in cui si forma e cresce l’essere umano») e ha chiesto maggior «sostegno», perché «per dispiegare pienamente il suo insostituibile compito» deve essere «apprezzata, valorizzata e tutelata». Bergoglio ha parlato anche della «crisi economica che fatica ad essere superata» e della «insufficiente disponibilità di lavoro», chiedendo di «moltiplicare gli sforzi per alleviarne le conseguenze e per cogliere ed irrobustire ogni segno di ripresa».

Chiude l’eremo di Ronzano. Una «scelta ideologica», unilaterale e sorda alle richieste della base

7 novembre 2013

“Adista”
n. 39, 9 novembre 2013

Luca Kocci

I Servi di Maria hanno deciso: l’Eremo di Ronzano chiude. Non sono serviti a nulla gli inviti alla riflessione da parte di molti frati dell’ordine religioso, né le oltre 3mila firme – soprattutto di laici – raccolte dal gruppo degli Amici di Ronzano, che invitava i vertici dei Servi a «rivedere la scelta sull’Eremo», «un luogo di spiritualità conciliare, ispirato al Vaticano II» (v. Adista Notizie n. 35/13). Il Consiglio di Piemonte ed Emilia Romagna dei Servi di Maria, riunitosi a Bologna lo scorso 14-15 ottobre, non ha voluto sentire ragioni e ha tirato dritto per la strada già tracciata: l’Eremo verrà chiuso e affidato in gestione per almeno tre anni ad un’associazione di esuli giuliano-dalmati, di cui uno dei responsabili risulta essere amico personale del priore provinciale, p. Gino Leonardi, nonché assai vicino alla Curia di Bologna; e i due frati attualmente ancora incardinati nell’eremo verranno destinati ad altro incarico, molto probabilmente lontano da Bologna, ma non è detto che accettino la proposta senza obiettare.

La comunicazione ufficiale è stata data dallo stesso priore su Dialogo online, il foglio di collegamento mensile della Provincia di Piemonte e Romagna, in cui è presente un sintetico resoconto della riunione del Consiglio di metà ottobre: «Si affronta il problema di Ronzano», si legge. «Dopo una accesa discussione il Consiglio riafferma le decisioni già approvate nel Consiglio precedente del 2-3 settembre 2013 e pubblicate nel Comunicato del 7/9/2013» (ovvero la chiusura e la cessione ai giuliano-dalmati). Due righe scarne, con un tono perentorio e gelido, più adatto ad un Consiglio di amministrazione di una multinazionale che si appresta a tagliare qualche stabilimento improduttivo che ad un Consiglio dell’ordine religioso che fu di p. David Turoldo e p. Camillo de Piaz e che oggi annovera fra i suoi membri p. Alberto Maggi e p. Benito Fusco.

Pare quindi destinato alla chiusura quello che, negli ultimi decenni, è stato uno dei luoghi simbolo della Chiesa conciliare in Italia dove, oltre alle attività condotte dalla comunità dei frati – dalla produzione di vino, miele e kiwi all’accoglienza dei gruppi, e poi gli incontri biblici guidati da p. Maggi e p. Ricardo Perez del Centro studi biblici di Montefano, gli “incontri del mercoledì”, momenti di riflessione, preghiera e condivisione –, si sono confrontati credenti e non credenti, rappresentanti di quel mondo laico e di quella Chiesa evangelica e conciliare capaci di fare un cammino comune nel rispetto delle reciproche diversità. E proprio la storia di Ronzano, più che qualsiasi esigenza di “ristrutturazione” di un ordine religioso che soffre della crisi di vocazioni – anche perché l’Eremo non ha mai chiuso in passivo i propri bilanci –, sembra essere allora la ragione della sua “condanna a morte”, decretata dalla “santa alleanza” fra il priore provinciale dei Servi e l’arcivescovo di Bologna, il card. Carlo Caffarra, esponenti invece di quella Chiesa allergica al rinnovamento conciliare incarnato dall’Eremo: chiudere un’esperienza di frontiera e fastidiosa perché troppo aperta.

«In questa situazione, sarebbe stato un bel gesto di comunione aver cercato il confronto con le altre componenti della Famiglia dei Servi anche coinvolgendo l’Unifasi (l’Unione della Famiglia servitana in Italia, che comprende non solo i frati ma anche l’Ordine secolare, le diaconie e le suore, ndr) che avrebbe potuto offrire collaborazione e forse far pervenire qualche proposta su come utilizzare al meglio un luogo tanto ricco di storia», scrive Rosanna Marchionni, presidente Unifasi, in una lettera indirizzata al Consiglio provinciale, in cui si ricordano, fra l’altro, le parole pronunciate da p. Leonardi durante l’assemblea Unifasi del luglio 2008: «La dimensione di famiglia sicuramente acquisterà più importanza e vigore nei prossimi decenni, anche per la diminuzione delle presenze dei consacrati nel mondo occidentale (…). È indubbio che la chiamata ad una maggiore interrelazione, reciprocità e complementarietà si impone sempre di più, e non soltanto per necessità, ma anche per la crescente consapevolezza che da soli i nostri sforzi rimarranno dimezzati nei loro risultati. Questa forma di comunione facilita la realizzazione di progetti comuni, consentendo la convergenza di iniziative parallele e la collaborazione in persone e mezzi». «Ci dispiace dover constatare ancora una volta – constata Marchionni – come facilmente, quando ci troviamo in situazioni di criticità, dimentichiamo quanto abbiamo sostenuto nei discorsi ufficiali».

«Lo spirito di Ronzano non è mai stato accettato», spiega Rufillo Diego Passini, presidente dell’associazione Amici di Ronzano. «Il Consiglio provinciale ha fatto una scelta ideologica», aggiunge p. Pietro Andriotto, ultimo rettore dell’eremo: «L’obiettivo è mettere fine alla nostra esperienza conciliare, un’eccezione fra le parrocchie ordinarie. I frati e i laici di Ronzano si sono sempre contraddistinti per il loro attivismo, invece l’anima della nostra Provincia è purista e conservatrice». Anzi «preconciliare», completa Passini, che però è convinto che la faccenda non sia ancora definitivamente chiusa. «Noi non ci fermiamo e anzi siamo ben disponibili ad un confronto con il Consiglio, per cercare di trovare insieme delle soluzioni che possano mantenere in vita l’esperienza di Ronzano».

Vista dal basso è tutta un’altra Chiesa

4 novembre 2013

Luca Kocci – Valerio Gigante
Introduzione a
La Chiesa di tutti. L’altra Chiesa: esperienze ecclesiali di frontiera, gruppi di base, movimenti e comunità, preti e laici “non allineati”, Altreconomia edizioni, Milano, 2013 *

Vista dall’esterno, la Chiesa cattolica appare come una struttura unitaria e un blocco monolitico. Ma attenzione. Se per Chiesa intendiamo la gerarchia e l’istituzione ecclesiastica, l’affermazione regge. Se invece consideriamo la Chiesa nella sua accezione più autentica, ossia come «popolo di Dio», allora le cose stanno diversamente.

A partire dal pontificato di papa Wojtyla, la presenza della gerarchia cattolica sui media e nella società è diventata infatti molto più pervasiva ed invadente, e l’influenza della Conferenza episcopale italiana e del Vaticano nel determinare gli indirizzi del Paese – soprattutto dopo la fine della Democrazia cristiana, quando in particolare la Cei guidata dal cardinal Camillo Ruini ha deciso di intervenire direttamente nel campo politico, ritirando la delega e facendo a meno della mediazione dei laici – è cresciuta a dismisura. Parallelamente la Chiesa diffusa, le comunità sparse sul territorio, le tante associazioni e i gruppi ecclesiali che dal basso vivono concretamente le contraddizioni del tempo presente, continuamente in ascolto e sintonia con i tempi che mutano, operando nel concreto a fianco dei migranti, degli emarginati, dei malati, dei senza voce, sono di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In maniera inversamente proporzionale alla visibilità e all’interventismo dei vertici ecclesiastici, si sono infatti ristretti gli spazi dentro e fuori la Chiesa per quelle realtà del cattolicesimo di base che talvolta criticano o che comunque vivono con disagio alcune posizioni del magistero e i pronunciamenti dei pontefici, del Vaticano e della Cei. Sono voci spesso fuori dal coro che non hanno pressoché nessuna cittadinanza sui mezzi di informazione istituzionali della Chiesa. Ma che esistono. E si moltiplicano. La distanza dal magistero su questioni come la contraccezione e le convivenze; l’insofferenza verso alcuni privilegi economici di cui godono gli enti ecclesiastici; il caso di Eluana Englaro, come quello di Piergiorgio Welby; il crescente disagio per i comportamenti personali e pubblici dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a lungo sostenuto dalle gerarchie ecclesiastiche parlano chiaro: i cattolici non hanno capito, o non hanno condiviso, le scelte dei loro vertici. Ma di questo dissenso, sui media ufficiali non compare quasi nessun cenno. Così, ad un osservatore esterno, la Chiesa sembra continuare a parlare con una sola voce, spesso inclinata verso destra.

Negli ultimi anni però – soprattutto dopo la fine del pontificato di Giovanni Paolo II che aveva la capacità, anche mediatica, di tenere tutto insieme e di soffocare il dissenso – la contraddizione di una istituzione ecclesiastica sempre meno in sintonia con il suo popolo sembra essere più marcata ed evidente, come dimostra anche la secolarizzazione della società che avanza a larghi passi. Insomma, nonostante l’enorme quantità di denaro pubblico che dalle casse dello Stato prende la via delle istituzioni ecclesiastiche (otto per mille, finanziamenti alle scuole cattoliche e ad altri enti, insegnamento della religione nelle scuole statali, esenzioni fiscali di vario tipo, ecc.); nonostante la grande “potenza di fuoco” che la Chiesa istituzionale riesce ad esprimere attraverso i suoi giornali (dai quotidiani come Avvenire e l’Osservatore Romano, l’Eco di Bergamo e Il Cittadino di Lodi agli oltre 200 settimanali diocesani) e centinaia di riviste anche di grandissima diffusione, le televisioni (Tv2000, Telepace, il Centro Televisivo Vaticano), le radio (Radio Vaticana e circa 200 emittenti del circuito InBlu); nonostante gli altri pulpiti mediatici e reali delle oltre 25mila parrocchie, il fenomeno religioso perde consistenza nella società italiana. Sembra la realizzazione della “profezia” che don Lorenzo Milani scrisse in Esperienze pastorali, un volume pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina nel lontano 1957 e ritirato dal commercio perché giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio: «Per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano i sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti e scuole e con tutte questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Sapere che presto sarà finita la fede dei poveri. Vien persino da domandarsi se la persecuzione potrà essere peggio di questo».

In questi tempi, durante i quali l’istituzione ecclesiastica ha privilegiato l’asse con i gruppi e i settori ecclesiali più conservatori e ha brandito i cosiddetti «principi non negoziabili» come una clava per tenere sotto tutela i “cattolici adulti” – come del resto ha riconosciuto lo stesso papa Bergoglio nella lunga intervista a Civiltà cattolica del 19 settembre 2013 («Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi») – l’insofferenza nella base ecclesiale è cresciuta e continua a crescere. Rilanciando, a 50 anni dal suo svolgimento, il Concilio Vaticano II con le sue dirompenti affermazioni sulla «Chiesa povera e dei poveri», sull’ecumenismo, sul ruolo dei laici e delle donne, sul rapporto con il mondo laico, sulla sinodalità e la collegialità nella Chiesa, sulla verità che non si dà una volta per tutte ma che si cerca faticosamente di raggiungere (e comunque sempre in maniera provvisoria). Il Concilio allora, nonostante tutte le «ermeneutiche della continuità» tese a depotenziare le sue istanze, resta l’elemento di maggiore contraddizione rispetto al mantenimento dello stato di cose presenti,  proprio perché esso costituisce la prova che è possibile una Chiesa intesa come «popolo di Dio in cammino», in ascolto dei «segni dei tempi». Alla luce di questo, un numero sempre più consistente di credenti chiede una Chiesa meno lobby politica e più impegnata nella difesa dei diritti, degli ultimi, della giustizia sociale, nella promozione di una società più partecipata e solidale, di una Chiesa in cui i teologi, laici, le donne, possano tornare a discutere liberamente e, perché no, anche deliberare, riappropriandosi della autonomia e della responsabilità che proprio il Concilio attribuisce loro nella sfera temporale.

Questa Chiesa del Concilio sta tentando di uscire dalle catacombe cui è stata costretta dal trentennio di Wojtyla e Ratzinger, di Ruini e Bagnasco, sta tornando a discutere pubblicamente, influenzando le posizioni e le parole di diversi esponenti della gerarchia. Se questa spinta dal basso riuscirà ad incidere, o se invece l’atteggiamento ambivalente della gerarchia resterà solo una ennesima dimostrazione della “politica dei due forni” funzionale a lasciarsi aperta qualsiasi strada per l’avvenire – il pontificato di Bergoglio è appena cominciato e, al di là degli entusiasmi, e delle speranze, manifestati da molti, è troppo presto per poter dire se la Chiesa cambierà in profondità e nella struttura oltre che nei toni e negli atteggiamenti –, saranno i prossimi mesi ed anni a dircelo. Intanto però, è importante raccontare e documentare la presenza, la vivacità e le attività di queste realtà ecclesiali, sottraendole al silenzio assordante cui i media ufficiali (cattolici, ma anche laici) li hanno costretti e li costringono. E restituendoli al ruolo, ed alla dignità, che gli competono. Quello che, in queste pagine, abbiamo tentato di fare.

Nel primo capitolo del volume è tracciata una breve storia del “dissenso cattolico” e della Chiesa conciliare, rintracciando gli antecedenti storico-culturali che si manifestano già alla fine dell’800 e proseguendo il percorso fino ai giorni nostri, attraverso anche una mappatura ragionata – nel secondo capitolo – di quello che c’è oggi in Italia. Nei capitoli 3 e 4 ci si sofferma in particolare sue due questioni che, oltre ad essere particolarmente dibattute anche nel mondo laico, hanno costituito un evidente elemento di divisione – quasi uno spartiacque – fra i vertici dell’istituzione ecclesiastica e la Chiesa di base variamente declinata: le finanze e i patrimoni della Chiesa; e i «principi non negoziabili». Nel quinto capitolo vengono raccontate più da vicino, e con un taglio maggiormente narrativo, sei esperienze di comunità ecclesiali “di frontiera”, particolarmente attive sul terreno sociale ma contestualmente impegnate nel tentativo di costruire una Chiesa più fedele al Vangelo. Il sesto capitolo, come in una sorta di “pagine gialle”, presenta un elenco – molto ampio ma sicuramente non esauriente, perché è impossibile contenere in poche pagine la ricchezza di un mondo cattolico di base tanto diffuso quanto sommerso e poco appariscente – dei gruppi ecclesiali di base oggi attivi in Italia e delle riviste di informazione e di controinformazione ecclesiale che mantengono viva l’ispirazione al Concilio Vaticano II.

* se ne parla qui:

ALTRECONOMIA – Massimo Acanfora
http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=233

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4365&fromRivDet=157

VATICAN INSIDER-LA STAMPA – Fabrizio Mastrofini
http://vaticaninsider.lastampa.it/recensioni/dettaglio-articolo/articolo/29322/

IL MANIFESTO – Alessandro Santagata
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201312/131213santagata.pdf

EUROPA – Aldo Maria Valli
http://www.europaquotidiano.it/2013/11/16/la-chiesa-vista-dal-basso/#

VINO NUOVO – Aldo Maria Valli
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1490

L’ECO DI BERGAMO – Marco Marzano
http://www.altreconomia.it/img/Ecodibergamo_Altrachiesa.pdf

ADISTA
http://www.adista.it/?op=articolo&id=53301

IL REGNO
http://www.altreconomia.it/img/Libri%20del%20mese%202014-2%20schede.pdf

NIGRIZIA
http://www.altreconomia.it/img/NIGRIZIAGENNAIO2014-120.pdf

CONFRONTI
http://www.confronti.net/confronti/2013/10/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa/

KOINONIA – p. Alberto Bruno Simoni
http://www.koinonia-online.it/forum365base.htm

MICROMEGA
http://temi.repubblica.it/micromega-online/un%E2%80%99altra-chiesa-per-quale-chiesa/

NOI DONNE – Giancarla Codrignani
http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04909

PEACELINK – Giacomo Alessandroni
http://www.peacelink.it/nobrain/a/39417.html

REDATTORE SOCIALE
http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/455024/10-libri-sociali-le-novita-editoriali-scelte-da-Redattore-sociale
http://www.redattoresociale.it/Cultura/10%20Libri%20Sociali/Dettaglio/455005/LA-CHIESA-DI-TUTTI-L-altra-Chiesa-esperienze-ecclesiali-di-frontiera-gruppi-di-base-movimenti-e

IL DIALOGO
http://www.ildialogo.org/cultura/Recensioni_1383685606.htm

CENTONOVE – Augusto Cavadi
http://www.augustocavadi.com/2013/11/le-molte-facce-della-chiesa-cattolica.html
http://centonove.netsons.org/Centonove_151113.pdf

A SUD D’EUROPA – Augusto Cavadi
http://www.piolatorre.it/public/a_sud_europa/a_sud_europa_anno-7_n-46.pdf

LA PROVINCIA DI CREMONA
http://www.laprovinciacr.it/scheda/62127/-La-Chiesa-di-tutti-.html

COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE – Marcello Vigli
http://www.cdbitalia.it/2013/12/13/un-segno-di-speranza-di-m-vigli/

NOI SIAMO CHIESA
http://www.noisiamochiesa.org/?p=2912

COMUNITÀ DELL’ISOLOTTO
http://baracchesempreverdi.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa.html

PADRE LUCIANO IN DIALOGO – blog di p. luciano meli
http://www.padreluciano.it/?p=4576

PIETRE VIVE
http://pietrevive.blogspot.it/2013/11/la-chiesa-di-tutti-laltra-chiesa-di.html

ZAPPING ONLINE
http://www.zappingrivista.it/primo/articolo.php?nn=11919

CRONACHE LAICHE
http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90113&typeb=0&Vista-dal-basso-e-tutta-un-altra-Chiesa

Frosinone: la laicità perduta. In orario di lezione, studenti in “gita” dal papa

3 novembre 2013

“Adista”
n. 39, 9 novembre 2013

Luca Kocci

Niente scuola, si va dal papa. Anche se la legge non lo consente e se la scelta di far partecipare le classi a un evento religioso è un grave vulnus alla laicità della scuola.

È accaduto lo scorso 23 ottobre quando, alla consueta udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, c’erano oltre 7mila fedeli provenienti dalla diocesi di Frosinone. E fra loro, come conferma lo stesso vescovo, mons. Ambrogio Spreafico, che ha lanciato l’iniziativa, tante scuole. Non solo quelle cattoliche – come l’istituto delle suore agostiniane di Frosinone, quello delle francescane di Ferentino, l’istituto San Bernardo di Casamari e la Santa Giovanna Antida di Ceccano –, ma anche quelle statali: gli istituti comprensivi di Frosinone, Ceprano, Ferentino, Ripi-Torrice, Boville Ernica, Castro dei Volsci, Veroli e Pofi; i licei di Frosinone, Veroli, Ceccano, quello socio-psico-pedagogico di Frosinone e l’istituto “Angeloni” di Frosinone. Tutti gli istituti hanno scelto una nutrita rappresentanza di studenti e docenti che, invece della regolare attività didattica, si è ritrovata a piazza San Pietro con papa Francesco, fin dalle 9 del mattino.

La normativa vigente – rappresentata dal Nuovo Concordato del 1984 e dalle Intese tra lo Stato italiano e varie confessioni religiose – prevede che ciascuno sia libero di manifestare il proprio credo, ma esclude che nella scuola statale, luogo del pluralismo e dell’integrazione, durante l’orario delle attività didattiche possano svolgersi iniziative di carattere religioso. E lo hanno ribadito alcune sentenze dei Tar che hanno dichiarato l’illegittimità delle delibere di Consigli di circolo e di istituto che disponevano lo svolgimento di attività di culto e di natura religiosa in orario scolastico, come per esempio la sentenza del Tar dell’Emilia Romagna n. 250 del 1993: «Le competenze  dei Consigli di circolo e di istituto non riguardano la celebrazione di riti religiosi o il compimento di atti di culto o comunque di pratiche religiose (…). Il fatto più notevole e più antigiuridico è che le pratiche religiose e gli atti di culto, a torto ritenuti “attività extrascolastiche”, abbiano luogo in orario scolastico (…) e vengano perciò previsti in luogo e sostituzione delle normali ore di lezione».

Pertanto, alla luce di questa sentenza, valida su tutto il territorio nazionale, sono da ritenersi illegittime anche le delibere degli Organi Collegiali delle scuole del frusinate che hanno deciso la «partecipazione di una rappresentanza di alunni all’udienza papale del 23 ottobre 2013» (come stabilisce – ne valga una per tutte – la delibera n. 8/3 del 27 settembre 2013 del Consiglio di istituto del 4° Istituto comprensivo di Frosinone, che ha speso anche 668,90 euro per il noleggio del pullman, pagato dai partecipanti all’udienza).

«L’illegittimità delle delibere degli Organi collegiali sta nell’aver consentito l’inserimento al posto delle normali ore di lezione di un’attività del tutto estranea alla scuola e alle sue finalità istituzionali», dice ad Adista Antonia Sani, coordinatrice nazionale dell’associazione Per la scuola della Repubblica. «A meno che non si voglia sottrarre a un’udienza papale il carattere religioso che le è proprio per trasformarla in un’escursione in un luogo di successo. Credo che papa Francesco sarebbe il primo a non condividere».