Archive for dicembre 2013

Il silenzio della Chiesa

29 dicembre 2013

“il manifesto”
29 dicembre 2013

Luca Kocci

Doveva essere la più grande consultazione fra il «popolo di Dio» mai realizzata nella Chiesa cattolica. Si ridurrà ad un confronto fra pochi, svolto piuttosto in fretta.

Ormai, a pochi giorni dalla sua conclusione, pare essere questo, perlomeno in Italia – ma non è che all’estero, tranne poche eccezioni, la situazione sia molto diversa, anche perché i tempi dettati dalla Santa sede erano comunque molto stretti per tutti – il destino del questionario voluto dal Vaticano in vista del Sinodo straordinario dei vescovi sul tema della famiglia in programma ad ottobre 2014: 38 domande rivolte a tutti i cattolici su questioni “calde” relative alla famiglia, dai divorziati risposati (esclusi dai sacramenti) alle unioni di fatto, dalla contraccezione alle coppie omosessuali.

Che le cose non stessero andando bene lo si era capito presto: già alla fine di novembre, un mese dopo l’avvio della consultazione, il regista dell’operazione, il segretario generale del Sinodo mons. Baldisseri, aveva ammesso forti rallentamenti. Ora che la scadenza è alle porte – entro il 7 gennaio tutte le 226 diocesi italiane dovranno inviare le risposte alla Conferenza episcopale che a sua volta predisporrà una sintesi per il Vaticano entro fine gennaio – il fallimento della consultazione è certo, perlomeno nella sua estensione più ampia e popolare. Secondo una rilevazione dell’agenzia di informazioni Adista, solo una minoranza delle diocesi (intorno al 10%) sì è mobilitata con decisione, promuovendo e sollecitando i parroci ad avviare la consultazione nelle parrocchie, nei gruppi e tra i fedeli. Almeno un terzo è rimasto fermo, tenendo il questionario ben chiuso nei cassetti di qualche ufficio (a rispondere, se lo faranno, saranno i responsabili della pastorale familiare). Le altre – poco più della metà – hanno proceduto con estrema lentezza in fase di avvio (per esempio don Aldo Antonelli, parroco di Avezzano, rivela sul suo blog di aver ricevuto il questionario dal vescovo solo il 14 dicembre) o con straordinaria velocità in fase conclusiva (a Torino il vescovo Nosiglia ha chiesto ai preti le risposte entro il 2 dicembre, in molte altre diocesi la scadenza era fra il 10 e il 15 dicembre): un modo per neutralizzare la consultazione senza però dire di non averla fatta.

Tanto che qualcuno, dopo aver apprezzato la scelta di interpellare tutti i cattolici – effetto del “nuovo corso” di papa Francesco? –, parla apertamente di «boicottaggio». «Le strutture della Chiesa italiana si stanno muovendo in ritardo e con evidenti reticenze», il quotidiano Avvenire «tace completamente mentre è ben noto come sia pronto e assillante in altre “campagne”» – basti ricordare la martellante propaganda per l’astensione al referendum sulla legge 40 nel 2005, i Family day o le richieste di finanziamenti pubblici per la scuola cattolica –, «ci chiediamo allora se non ci si trovi di fronte a un vero e proprio strisciante boicottaggio», ha denunciato il movimento Noi Siamo Chiesa.

Ad attivarsi in questi due mesi è stata per lo più la base cattolica più attenta, e sovente ritenuta “sovversiva” dai vertici ecclesiastici: qualche parrocchia ma soprattutto gruppi e associazioni che si sono confrontati e hanno prodotto dei documenti collettivi, con posizioni spesso in difformità dal magistero. «Invece di vedere nelle unioni civili, anche omosessuali, la ricerca di un’etica nuova, fatta di diritti e doveri reciproci, e di interrogarsi sul loro essere segno di amore, la Cei ha agito per impedire allo Stato di riconoscerle giuridicamente», si legge per esempio nella nota della Comunità san Francesco Saverio di Trento. «Paternità e maternità responsabili» non significa solo «apertura generosa alla vita» ma anche «capacità di fare scelte morali a partire dalla coscienza e dall’analisi del contesto in cui si vive», quindi «capire quando è necessario ricorrere anche a pratiche contraccettive», è scritto nel documento gruppo Chicco di senape di Torino.

Risposte, quindi, che mettono in evidenzia la distanza sempre maggiore fra il «popolo di Dio» e la dottrina difesa dalle gerarchie. E forse proprio questa è stata la ragione per frenare la consultazione: la base parli, ma non troppo.

Noi Siamo Chiesa: si deve dare valore anche ai sentimenti delle persone

29 dicembre 2013

“il manifesto”
29 dicembre 2013

Luca Kocci

Fra i gruppi che hanno guardato con maggior attenzione all’iniziativa del questionario sulla famiglia c’è Noi Siamo Chiesa, movimento per la riforma della Chiesa nato fra Austria e Germania nel 1996 e poi diffuso in tutta Europa. «Per la prima volta si riconosce che questi temi devono essere affrontati a partire dal vissuto di tutti i credenti, donne e uomini, e non solo da chi vive nei sacri palazzi, separato dal mondo», spiega Vittorio Bellavite, coordinatore per l’Italia di Nsc.

Scavalcando «reticenze e ritardi» delle gerarchie ecclesiastiche, il movimento ha svolto una consultazione al proprio interno e ieri ha inviato i risultati alla segreteria del Sinodo. «Sono risposte in discontinuità rispetto al magistero, ma in linea con il sentire diffuso della maggior parte dei cattolici, verso l’accoglienza e la valorizzazione dei sentimenti delle persone, al di là della loro codificazione giuridica. E questo – aggiunge – non signica scadere nell’individualismo».

Sulla questione dei divorziati risposati, che «vivono l’impossibilità di ricevere i sacramenti con una sofferenza che spesso evolve nell’indifferenza», Nsc propone di «adottare la prassi delle Chiese ortodosse, che ammettono la celebrazione delle seconde nozze dopo il divorzio, e che del resto era in vigore nel primo millennio in tutta la Chiesa». A questo proposito, prosegue Bellavite, la convivenza «appare non solo sempre più normale, ma per certi versi auspicabile prima di compiere un passo come il matrimonio, orientato alla indissolubilità».

Sulle coppie omosessuali, la posizione di Nsc è netta: «La Chiesa dovrebbe abbandonare una concezione antropologica ristretta secondo cui l’amore omosessuale sarebbe “contro natura” e non una variante naturale, seppur minoritaria – spiega Bellavite –. E invece attuare un accompagnamento pastorale degli omosessuali senza intendimenti “missionari” di redenzione dal peccato, perché l’accoglienza di chi ha un altro orientamento sessuale, se deve essere piena, non può limitarsi al rispetto e alla non discriminazione. L’obiettivo, sia nella comunità cristiana che civile, è il riconoscimento, anche formale, delle coppie gay e lesbiche, con l’approvazione di una disciplina ad hoc, che garantisca diritti e doveri dei conviventi».

Insomma, conclude Bellavite, «bisogna prendere atto che non è possibile parlare di “famiglia” come di  un’istituzione immutabile e di un modello unico sempre valido, ma di “famiglie”».

Questionario sulla famiglia: il boicottaggio dei vescovi, le proteste della base

22 dicembre 2013

“Adista”
n. 46, 28 dicembre 2013

Luca Kocci

A pochi giorni dalla scadenza dei termini per la consegna delle risposte al questionario voluto dal Vaticano in vista del Sinodo straordinario dei vescovi sul tema della famiglia in programma nell’ottobre 2014, si può tranquillamente affermare che la consultazione fra il «popolo di Dio» – ovvero le parrocchie, i gruppi ecclesiali e i singoli fedeli – è sostanzialmente fallita, perlomeno in Italia.

Una buona metà delle diocesi italiane ha infatti gelosamente tenuto il questionario predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo nei cassetti della scrivania di qualche ufficio di curia – molto probabilmente saranno proprio gli uffici diocesani per la famiglia ad inviare le risposte alla Conferenza episcopale italiana che poi dovrà sintetizzarle e farle prevenire a mons. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo – e si è ben guardata dall’incoraggiare i parroci ad interpellare i fedeli.

Le altre si sono mosse ma spesso indicando delle scadenze così ravvicinate rispetto ai tempi già molto stretti fissati dalla stessa Santa Sede – fra il 31 dicembre e il 7 gennaio le singole diocesi dovranno inviare le risposte alle Conferenze episcopali le quali, a loro volta, entro il 31 gennaio predisporranno una sintesi da inviare alla Segreteria del Sinodo – da rendere la consultazione di fatto impossibile. A Torino, per esempio, l’arcivescovo Cesare Nosiglia, ha chiesto ai suoi preti di concludere tutto entro il 2 dicembre e, nella lettera inviata ai moderatori delle Unità pastorali dal vicario generale, mons. Valter Danna, non si fa alcun riferimento al coinvolgimento dei fedeli: «La cosa migliore – si legge nella lettera resa nota dal sito della rete Viandanti (www.viandanti.org) – potrebbe essere convocare una riunione con i tutti i sacerdoti e diaconi della tua Unità pastorale (o anche di alcune Up se già lavorano insieme) per raccogliere in un documento unitario le risposte condivise al questionario».

A Crema la scadenza era il 7 dicembre, a Piacenza il 10 dicembre e nella maggior parte di tutte le altre diocesi – ovviamente della minoranza che si è attivata – il 15 dicembre. Insomma quella che sarebbe dovuta essere la «più grande consultazione mai effettuata dalla Chiesa cattolica sulla famiglia con il coinvolgimento, attraverso i vescovi, di tutti i parroci e i singoli fedeli» – come l’ha presentata per esempio la diocesi di Piacenza – si sta rivelando un confronto fra pochi intimi e a tempo di record.

Tanto che nella base sempre più serpeggiano i malumori. Dopo la presa di posizione di Noi Siamo Chiesa (v. Adista Notizie n. 43/13) – è ora un gruppo di riviste, associazioni ecclesiali e parrocchie del Piemonte (Tempi di Fraternità, il foglio, Pax Christi, Equipe Notre Dame e «molti appartenenti a parrocchie di varie diocesi del Piemonte») ad esprimere pubblicamente il proprio dissenso. «Per la prima volta un questionario di discussione tra tutti i fedeli» intende coinvolgere «donne, uomini e coppie, con le loro gioie e le loro sofferenze», si legge nella lettera sottoscritta dalle dalle associazioni e riviste. «Ci dispiace constatare che tutte le nostre diocesi e i loro vescovi si stanno invece muovendo con ritardo e con chiare reticenze, come se ci fosse un implicito disegno comune. Si intende boicottare la proposta di papa Francesco?», chiedono i firmatari. «Succede pure che nelle diocesi (ultima quella di Asti, ad iniziare da quella di Torino) nemmeno il Consiglio pastorale è chiamato a discutere pubblicamente del questionario, il quale anziché essere distribuito in tutte le parrocchie è quasi un testo riservato a pochi sacerdoti». «Chiese e pastori quindi – concludono – in stato di timori e reticenze. Ma sarà difficile frenare la primavera che si è preannunciata con papa Francesco. Da parte nostra saremo attenti, propositivi e uniti a quanti saranno impegnati in questo periodo di rinnovamento della Chiesa».

Al di là degli esiti della consultazione, resta comunque il fatto che l’iniziativa del questionario qualche risultato lo sta portando. Sono molti, infatti, i fedeli delle parrocchie e i gruppi di base che, con o senza convocazione del vescovo o del parroco, si stanno incontrando e confrontando, producendo dei documenti collettivi che hanno inviato alla propria diocesi e anche direttamente alla Segreteria del Sinodo.

E parecchi di questi documenti stanno arrivando anche alla redazione di Adista, che si è impegnata a pubblicarli per contribuire al dibattito. Già questa settimana ne pubblichiamo alcuni (v. Adista Segni Nuovi n. 46/13): quello del gruppo Chiccodisenape di Torino e quello della Comunità di San Francesco Saverio di Trento. E proseguiremo anche nei prossimi fascicoli

Questionario sulla famiglia. Botta e risposta fra Raniero La Valle e Gerardo Lutte: vera consultazione o parole al vento?

22 dicembre 2013

“Adista”
n. 46, 28 dicembre 2013

Luca Kocci

«Rispondere al papa». È l’invito che, dal suo blog (www.ranierolavalle.blogspot.it), Raniero La Valle – giornalista, scrittore, già direttore del quotidiano L’Avvenire d’Italia e senatore della Sinistra indipendente del 1976 al 1992, ora presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione – rivolge ai singoli cattolici, ma soprattutto ai gruppi e alle comunità, rispetto al questionario in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia (v. notizia precedente). «Durante il Concilio – scrive La Valle – i moderatori proposero ai vescovi quattro domande per sapere cosa ne pensassero della collegialità, dell’episcopato, del diaconato e di altri problemi interni alla Chiesa, e sulle risposte impostare i documenti. Successe un putiferio, ma così il Concilio prese la sua strada. Oggi le domande sono 38, perché le questioni da dirimere sulla Terra sono ancora di più di quelle da dirimere nella Chiesa, e le domande sono rivolte a tutti. Non è populismo, né demagogia, né democrazia; è che la salvezza, come canta la liturgia del Natale, scende dall’alto ma anche germina dalla terra, è che il popolo di Dio, come diceva la Lumen Gentium, nell’aderire alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte “con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita”. Per questo ad essere interpellati sono i membri del gregge, perché il gregge non ha solo il fiuto ma ha la parola, cioè il gregge è diventato un popolo, e anche il pastore ora se n’è accorto».

Ma la speranza di La Valle va ben al di là del questionario. «Se la novità sta nelle domande – scrive –, la rivoluzione sta nelle risposte. Se si apre la strada delle risposte, e se l’interrogazione del papa e dei vescovi sarà fatta con verità così che essi prendano a cuore le risposte, pur ciascuno mantenendo la sua autorità e il suo ruolo, allora non sarà più il cambiamento di papa Francesco, ma sarà il cambiamento della Chiesa». «Bisognerebbe che si creassero in innumerevoli modi, in città e in campagne, nelle parrocchie e in ogni altro mondo vitale dei Gruppi di risposta permanente alle domande che la Chiesa via via si fa e si farà sulle grandi ed evolutive questioni dell’antropologia del mondo di questo tempo. E per rispondere ognuno dovrebbe pensare e studiare, e anche pregare, e ogni anche piccolo gruppo potrebbe avere la sua spiritualità la sua caratteristica e il suo nome; e potrebbero essere gruppi vecchi e nuovi, gruppi di risposta cattolici ed ecumenici, cristiani e interreligiosi e interculturali, ognuno con i suoi attrezzi di lavoro, con le sue risorse di cultura e di esperienza. E se questi gruppi si dissemineranno e saranno in comunione tra loro, allora non sarà più solo qualche zelante religioso o laico che risponde a questionari inattesi, ma saranno pezzi di una umanità che risponde a un Dio che la interroga, che le chiede: “Che cos’è l’uomo? Tu chi dici che io sia?”».

«Non risponderò alle domande di Bergoglio», scrive invece in una nota pubblicata sul sito delle Comunità cristiane di base Gerardo Lutte – prete salesiano espulso dalla congregazione e dimesso dallo stato clericale negli anni ’70 per il suo impegno accanto ai baraccati delle periferie romane, per anni docente di Psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, ora impegnato con i ragazzi di strada del Guatemala –, in risposta all’appello di La Valle. «Immaginiamo che le mie o nostre risposte giungano al Vaticano prima dalla scadenza. Che fine faranno?». «So la difficoltà di sintetizzare documenti molto meno numerosi, su temi molto meno numerosi e molto meno complessi per non capire che una sintesi che rispecchia e rispetta le numerose risposte che verranno date è impossibile. Quindi a che pro rispondere?». Ma anche ammesso che tutte le procedure filino lisce, prosegue Lutte, «immaginiamo che una maggioranza di persone e di comunità si pronunci a favore dei mezzi anticoncezionali, del diritto delle donne a decidere l’interruzione della gravidanza, del diritto delle persone a decidere in caso di malattie incurabili e dolorose di porre fine alla propria vita. Cosa farà il papa? Cambierà i diktat dei suoi predecessori?». Il punto è, conclude Lutte, che «papa e vescovi, malgrado le loro intenzioni e la loro buona volontà, sono strutturalmente incapaci di rispondere alle attese fondamentali dell’umanità. Il loro potere è usurpato, è anti-evangelico e quindi anti-umano. Che i cattolici che credono che papa e vescovi sono nella Chiesa un’autorità evangelica rispondano alle domande», «fanno bene a rispondere. Vorrei credere che serva». Ma io ritengo piuttosto che la consultazione sia solo un’iniziativa «per permettere ai vertici della Chiesa cattolica di riconquistare prestigio e consensi che erano in caduta libera. La via del rinnovamento è altra, penso. Spogliarsi di poteri e ricchezze per stare con i poveri, per costruire con loro una nuova umanità».

«Fermate l’export di armi da fuoco verso gli Usa». Delegazione interreligiosa in Italia, la Beretta non li riceve

21 dicembre 2013

“Adista”
n. 45, 21 dicembre 2013

Luca Kocci

Sono arrivati in Europa dagli Usa per incontrare i tre maggiori fornitori europei di armi agli Stati Uniti – l’austriaca Glock, la svizzero-tedesca Sig Sauer e la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta con sede a Gardone Val Trompia (Bs) – e presentare le loro proposte per arginare il dilagare della violenza causata dall’uso indiscriminato di armi da fuoco (ogni anno negli Usa muoiono 30mila persone), ma la Beretta ha rifiutato di incontrare la delegazione interreligiosa guidata dal vescovo della Chiesa battista della città di Baltimora, Douglas I. Miles. Lo riferisce sul sito Unimondo (www.unimondo.org) Giorgio Beretta, attivista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal), che lo scorso 11 dicembre, a Brescia, ha promosso un incontro con i leader religiosi.

Non un evento isolato, ma inserito nel tour europeo della Metro Industrial Areas Foundation (Metro IAF), una rete di oltre 2.500 congregazioni religiose, sindacati locali, associazioni civiche e altri gruppi di cittadini degli Stati Uniti che ha lanciato una campagna sulla regolamentazione della vendita di armi (“Do not stand idly by”, “Non restare indifferente”).

Nella lettera inviata al presidente Ugo Gussalli Beretta il vescovo Miles scrive che, «come produttrice di armi da fuoco altamente rispettata, divenuta uno dei principali fornitori di armi dell’esercito degli Stati Uniti, la sua azienda è nella posizione di poter salvare vite umane». Metro IAF, dopo aver passato sei mesi ad incontrare membri delle forze dell’ordine e esperti di armi da fuoco, ha individuato una serie di interventi specifici che la Beretta e gli altri produttori di armi possono prendere per ridurre la violenza da arma da fuoco: dal modo in cui le armi sono vendute, alle caratteristiche di sicurezza e alle tecnologie incorporate nelle armi, fino alla collaborazione con le forze dell’ordine e i legislatori. In particolare è stato chiesto alle aziende di «smettere di operare con un doppio standard, cioè in un modo nei loro Paesi d’origine e in uno diverso, del tipo “tutto è permesso”, negli Usa». Metro IAF ha chiesto inoltre ai tre produttori di armi di «smettere di interferire nel processo politico statunitense» e cessare «ogni tipo di lobbying in particolare verso quelle misure che sono di gran lunga più moderate di quelle in vigore in Europa». Come per esempio ha fatto la Beretta che, quando «il Maryland stava valutando una serie di proposte legislative per regolamentare la vendita di armi, ha minacciato di spostare la sua produzione fuori dallo Stato».

«Già lo scorso anno – spiega Piergiulio Biatta, presidente di Opal Brescia – abbiamo evidenziato le conseguenze del fortissimo incremento di esportazioni di armi comuni dalla provincia di Brescia proprio verso gli Stati Uniti e verso diverse aree di tensione del mondo. In considerazione della situazione interna dei Paesi destinatari riteniamo che sia ormai necessaria un’attenta e più profonda valutazione di queste esportazioni che, oltre ai fattori economici e produttivi, tenga conto di tutte le implicazioni sociali e sulla sicurezza. Anche per questo – conclude Biatta – ci siamo attivati presso tutti gli organi nazionali e locali di controllo e abbiamo accolto la delegazione della Metro IAF per far sentire alla nostra cittadinanza la voce delle vittime delle armi».

«È immorale spendere per le armi mentre si taglia sanità e scuola». L’appello di padre Zanotelli

21 dicembre 2013

“Adista”
n. 45, 21 dicembre 2013

Luca Kocci

In missione militare all’estero per tutto il prossimo anno. La Camera dei deputati ha approvato il decreto legge – ipocritamente titolato «Iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione» – che rifinanzia in blocco 24 missioni all’estero. In tutto 700 milioni di euro per restare almeno un altro anno in Afghanistan, Libano, Palestina, Kosovo, Libia, Georgia, nel Darfur e così via. Respinta la proposta di Sel che chiedeva di votare separatamente ogni missione, vista anche la loro profonda diversità. «Nello stesso decreto – spiega Giulio Marcon, deputato di Sel – c’è il finanziamento di missioni militari sbagliate, come quelle in Afghanistan e in Libia, e altre che hanno diversa natura, come quelle in Libano ed in Palestina. Accanto ad autentiche missioni di guerra, interventi di peacekeeping, con l’accordo delle parti in conflitto e su mandato delle Nazioni Unite».

Solo per l’Afghanistan, la missione principale, ci sono 129 milioni di euro, quasi il 20% del totale. «Se gli 8 miliardi di euro impegnati dal 2001 ad oggi per mantenere la missione militare italiana in quel Paese li avessimo spesi per la ricostruzione e la stabilizzazione dell’Afghanistan, avremmo fatto sicuramente meglio. Quella sarebbe stata una vera missione di pace, da votare e finanziare», spiega ancora Marcon, che rivela anche che il ministro della Difesa Mario Mauro ha annunciato che anche nel 2015 saranno presenti in Afghanistan 800 soldati italiani per partecipare alla missione Nato «Resolute Support», senza che il Parlamento ne abbia mai discusso e abbia deliberato in merito.

Ma è tutto il comparto militare ad essere sostanzialmente foraggiato, anche nella legge di stabilità del governo Letta-Alfano che tuttavia non è stata ancora approvata definitivamente. Secondo le stime «previsionali» della Rete per il disarmo, l’Italia nel 2014 brucerà complessivamente 23,6 miliardi di euro in spesa militare, 400 milioni in meno rispetto al 2013 ma 700 in più rispetto al 2012.

Per le Forze armate ci sono oltre 20 miliardi di euro (l’1,26% del Pil), di cui oltre 14 miliardi per la Funzione Difesa (due terzi dei quali spesi per gli stipendi del personale di Esercito, Aeronautica e Marina, quindi riducendo al minimo le spese per l’esercizio, ovvero la manutenzione dei mezzi, il carburante, ecc.), 5,6 miliardi per la Funzione Sicurezza Territorio (la quarta Forza armata, i Carabinieri) e 450 milioni per la «ausiliaria», cioè l’indennità pagata agli ufficiali “a riposo” come premio per il loro rimanere “a disposizione” degli Stati maggiori (il finanziamento delle missioni militari è extra-bilancio). Per gli investimenti, ovvero per lo più per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, sono previsti 3 miliardi e 300 milioni – grazie anche ad alcuni emendamenti targati Partito democratico che hanno aumentato ulteriormente lo stanziamento per sostenere l’industria armiera, denuncia il Verde Angelo Bonelli –, a cui vanno però aggiunti i fondi provenienti dal ministero dello Sviluppo economico, 2 miliardi e 600 milioni, per un totale di quasi 6 miliardi di euro da spendere in nuove armi (ma un emendamento di Sel, approvato in commissione bilancio il 12 dicembre, esclude che i fondi possano essere utilizzati per finanziare il programma dei cacciabombardieri F35).

Proprio mentre papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del prossimo 1° gennaio, dice: «Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi!». «Finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale – ha proseguito –, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Per questo faccio mio l’appello dei miei predecessori in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo da parte di tutti».

Quella degli investimenti per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma è una questione che chiama direttamente in causa le relazioni fra industrie armiere e politica. Ne è convinto p. Alex Zanotelli che – in un appello datato maggio 2013 ma rilanciato in un’assemblea a Napoli lo scorso 11 dicembre dal Comitato pace disarmo e smilitarizzazione della Campania – dopo aver richiamato le numerose inchieste della magistratura sulle tangenti Finmeccanica, domanda: «Tangenti sulla vendita di armi. Quanto va ai partiti?».

È «fondamentale capire la connessione fra armi e politica», afferma il comboniano. «È stata questa la domanda che avevo posto al popolo italiano come direttore della rivista Nigrizia negli anni 1985-1987, pagandone poi le conseguenze (Zanotelli fu allontanato dalla direzione del mensile per ordine del Vaticano su pressione di alcuni uomini politici e di governo, Craxi e Spadolini su tutti, ndr). All’epoca avevo saputo che alla politica andava dal 10 al 15%, a seconda di come tirava il mercato. Tutti i partiti lo avevano negato. Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni» in cui «l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente», vendendo armi, «violando tutte le leggi, a Paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente».

Per questo, scrive Zanotelli, «chiediamo al governo Letta e ai deputati e senatori di sapere la verità sulle relazioni tra armi e politica», per esempio con la costituzione di «una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica. Non possiamo più accettare che il segreto di Stato copra tali intrecci!».

È «immorale», tuona Zanotelli, spendere oltre 25 miliardi di euro per il settore militare (v. ancora notizia precedente) «mentre non troviamo soldi per la sanità e la scuola. È immorale spendere 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri F35 che potranno portare anche bombe atomiche, mentre abbiamo 1 miliardo di affamati nel mondo. È immorale il colossale piano dell’Esercito italiano di digitalizzare e mettere in rete tutto l’apparato militare italiano, un progetto che ci costerà 22 miliardi di euro, mentre abbiamo 8 milioni di italiani che vivono in povertà relativa e 3 milioni in povertà assoluta. È immorale permettere sul suolo italiano che Sigonella diventi entro il 2015 la capitale dei droni e Niscemi diventi il centro mondiale di comunicazioni militari, mentre la nostra Costituzione “ripudia” la guerra come strumento per risolvere le contese internazionali».

«Mi appello – conclude p. Zanotelli – a tutti i gruppi, le associazioni, le reti, impegnati per la pace, a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come abbiamo fatto per l’acqua. Cosa impedisce al movimento della pace, così ricco, ma anche così frastagliato, di mettersi insieme, di premere unitariamente sul governo e sul Parlamento?». Otteniamo poco perché «siamo divisi», ma «se saremo capaci di metterci insieme, di fare rete, credenti e non, ma con i principi della nonviolenza attiva, riusciremo ad ottenere quello che chiediamo».

La “missione impossibile” della chiesa del potere

15 dicembre 2013

“Adista”
n. 44, 14 dicembre 2013

Luca Kocci

Quella italiana, in ordine ai rapporti fra religione, politica e democrazia, è una situazione particolare, generata da cause concomitanti: una fede prevalente – quella cattolica –, nell’immaginario comune considerata come «la religione degli italiani»; un’istituzione ecclesiastica organizzata in maniera gerarchica e verticistica, capillarmente diffusa sul territorio e influente nel “Palazzo”; un sistema dell’informazione conformista che, tranne poche voci fuori dal coro, si affida alle autorappresentazioni della Conferenza episcopale italiana, dando così della Chiesa italiana l’immagine di un blocco unitario e monolitico – ignorando quindi sia la frammentazione sia la varietà del mondo cattolico – e contribuendo, consapevolmente o meno, a rafforzare l’idea di un’Italia «monoreligiosa».

L’esito è la convivenza di «due chiese», quella «del potere» e quella «della fede»: la prima si applica, talvolta con successo, ad imporre per legge quello che non riesce a trasmettere con l’annuncio e la testimonianza (vedi le campagne sui «principi non negoziabili»); la seconda, tranne le eccezioni dei combattivi eredi della stagione del dissenso cattolico e dei gruppi rimasti fedeli alla lezione del Concilio che non hanno rinunciato a prendere la parola, ripiega nel particolare e si rifugia nello spiritualismo, senza più sperare un cambiamento dell’istituzione ecclesiastica. La possibile soluzione: una maggiore e più tenace difesa della laicità da parte dello Stato che, fra l’altro, oltre a salvaguardare le libertà dei non credenti, potrebbe ottenere anche il risultato di proteggere la «chiesa della fede» dalla «chiesa del potere».

È la tesi del libro di Marco Marzano (sociologo all’università di Bergamo, già autore di Quel che resta dei cattolici, Feltrinelli, 2012,  v. Adista Notizie n. 27/12) e Nadia Urbinati (docente di Teoria politica alla Columbia university di New York), Missione impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica, pubblicato dal Mulino (pp. 138, euro 14).

Il punto di partenza è l’idea della «società postsecolare» di Jürgen Habermas, secondo la quale, fallita la profezia dell’arretramento delle religioni e della corrispondente avanzata del secolarismo, la religione si appresterebbe a riconquistare lo spazio pubblico perduto e ad offrire alla democrazia le proprie potenzialità sociali ed etiche, che gli Stati liberali non sono in grado di garantire. Una tesi che, con approcci diversi – storico-sociologico quello di Marzano, filosofico-politico quello di Urbinati –, gli autori confutano, rilanciando il valore della laicità che, a scanso di equivoci, non significa laicismo.

In un contesto «monoreligioso» come quella italiano, sostiene Urbinati, quella della società postsecolare in cui le Chiese contribuiscono alla crescita della democrazia “prestandole” il proprio apparato etico, è un’idea come minimo ingenua: più che un ampliamento della democrazia rischia di verificarsi, per esempio a livello legislativo, una «trascrizione della cultura maggioritaria», formalmente democratica, sostanzialmente “tirannica”. Si realizzerebbe – come già accaduto in qualche caso – un aggiornamento del principio cuius regio eius religio che, al culmine dello scontro fra cattolici e protestanti nei territori dell’Impero nel XVI secolo, sancì per i sudditi l’obbligo di aderire alla confessione del principe, sostituendo all’assolutismo del sovrano la dittatura della maggioranza (cattolica).

La tesi della democrazia postsecolare non può essere indifferente al contesto. E quindi nell’Italia «monoreligiosa» non funziona. A meno che non si realizzi un reale pluralismo religioso – in cui le fedi si limitino a vicenda – e lo Stato non intervenga con una potente iniezione di laicità e di «ethos costituzionale».

Il tema allora non è tanto la libertà religiosa quanto il ruolo dell’organizzazione ecclesiastica, particolarmente in Italia, concepita – secondo l’idea guida del Progetto culturale orientato in senso cristiano inventato dal card. Ruini – come una sorta di laboratorio dove, soprattutto dopo il crollo della Dc, la Presidenza della Cei si è intestata il compito di rappresentare i cattolici sulla scena pubblica. Uno schema quello di Ruini che, spiega Marzano, sembra riattualizzare quello dei Comitati civici di Luigi Gedda per le elezioni politiche del 18 aprile 1948: «Al cristianesimo spetta l’onere di salvare l’Italia dalla disintegrazione sociale e dalla “destrutturazione etica ed antropologica”, facendosi religione civile, colmando, con il suo peso, il vuoto lasciato dalla crisi delle altre tradizioni».

Ma si tratta di un Progetto non fa i conti con la realtà vera della società italiana, dove la secolarizzazione – nonostante lo si neghi – è in aumento (diminuiscono i cattolici praticanti, i matrimoni religiosi, ecc.); il mondo cattolico, diversamente dall’immagine di compattezza comunicata dalla Cei e amplificata dai media, è frammentato e variegato; ed è in atto una «crisi del religioso» sostanziata da un lato da parrocchie deboli e movimenti forti e dall’altro da un cattolicesimo caratterizzato da «spiritualismo, narcisismo e particolarismo». Per cui, spiega Marzano, non c’è un «ritorno al religioso» ma una «mutazione del religioso», che «si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico rispetto alla società che lo circonda». E una configurazione di «due chiese»: un vertice che parla in nome di un popolo «che mai viene chiamato ad esprimersi» e una base che, tranne le eccezioni ricordate prima – gli eredi del dissenso e la chiesa conciliare –, nutre «un sentimento di indifferenza, di estraneità e di distanza rispetto al vertice». Un’afasia che talvolta si nota anche nei gruppi progressisti che «si sono rassegnati ad una sostanziale impotenza e si “accontentano” di vivere esperienze comunitarie locali, di educare i figli alla memoria di martiri come monsignor Romero, di formare un gruppo di acquisto equo e solidale, di dar vita a un blog, di attivare una comunità Notre Dame, e così via. Sanno di non poter cambiare gli orientamenti di fondo dei vertici, anche perché non possiedono tutti insieme nemmeno un millesimo della visibilità pubblica  dei vescovi, della loro influenza, del loro solidissimo insediamento tra le élite del Paese».

L’uomo dell’anno e delle carceri

13 dicembre 2013

“il manifesto”
13 dicembre 2013

Luca Kocci

Il primo messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace dell’1 gennaio è un discorso di taglio prevalentemente politico e saldamente ancorato alla Bibbia.

I tanti temi economico-sociali affrontati sono infatti posti all’attenzione soprattutto dei «poteri civili» e tutti interpretati con la chiave di lettura della «fraternità» («fondamento e via per la pace»), un’immagine a cui Bergoglio attribuisce forti connotati biblici ed evangelici. E alla politica è rivolto un appello perché agisca «in modo trasparente e responsabile», creando «un equilibrio fra libertà e giustizia» e «fra bene dei singoli e bene comune», rinunciando agli «interessi di parte» che si incuneano fra cittadini e istituzioni. Inoltre, in linea con la condotta comunicativa adottata finora, il papa da un lato conferma l’abbandono dei toni da crociata sui «principi non negoziabili» – onnipresenti nei messaggi di Ratzinger, che lo scorso anno, per esempio, identificò gli «operatori di pace» con gli oppositori della «liberalizzazione dell’aborto» e i difensori della «struttura naturale del matrimonio» –, dall’altro ribadisce la sfiducia nelle «etiche contemporanee», «incapaci di produrre vincoli autentici di fraternità», perché «priva del riferimento ad un Padre comune».

Fatta questa premessa, il messaggio riprende molti dei contenuti espressi da Bergoglio nel suo pontificato (9 mesi proprio oggi) e affronta una serie di nodi sociali. A partire dalla critica al neoliberismo, come aveva già fatto nella esortazione apostolica Evangelii gaudium, dove aveva affermato che «questa economia uccide». E al suo corollario della «speculazione finanziaria, che spesso assume caratteri predatori e nocivi per interi sistemi economici e sociali». «Il succedersi delle crisi economiche – scrive Francesco nel messaggio per la Giornata della pace – deve portare agli opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita». Livello politico, quindi, e livello personale. Si riduce la «povertà assoluta» ma aumenta la «povertà relativa, cioè le diseguaglianze tra persone e gruppi che convivono in una determinata regione o in un determinato contesto storico-culturale». Allora, chiede Bergoglio, sono necessarie politiche che riducano la «sperequazione del reddito» e «promuovano il principio della fraternità, assicurando alle persone, eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali, di accedere ai “capitali”, ai servizi, alle risorse educative, sanitarie, tecnologiche».

Alle guerre è dedicato uno dei passaggi centrali del messaggio del papa, che denuncia – come aveva già fatto nei giorni in cui la crisi siriana era all’apice – il ruolo fondamentale degli armamenti nella genesi e nello svolgimento dei conflitti. «Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia», scrive Bergoglio. «Tuttavia, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità», per cui rilancio l’appello «in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo».

La «fraternità» è avversata anche dalla «corruzione, oggi capillarmente diffusa», e dalle «organizzazioni criminali», «tanto più quando hanno connotazioni religiose». Bergoglio non lo dice esplicitamente, ma pare evidente il riferimento alle mafie di casa nostra, permeate di cattolicesimo persino nella loro simbologia. E da tanti altri mali sociali: la «devastazione delle risorse naturali», lo «sfruttamento del lavoro», la «prostituzione che ogni giorno miete vittime innocenti», il «traffico di esseri umani» – denunciata anche nel discorso rivolto ieri mattina ai nuovi ambasciatori presso la Santa sede –, la «tragedia spesso inascoltata dei migranti sui quali si specula indegnamente».

La conclusione del messaggio di Bergoglio, anche questo non è un tema nuovo, è per le «condizioni inumane di tante carceri, dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua dignità di uomo, soffocato anche in ogni volontà ed espressione di riscatto». La Chiesa e il volontariato fanno molto, aggiunge il papa, ora tocca anche ai «poteri civili». Un viatico per la prossima marcia per l’amnistia, la giustizia, la libertà promossa dai Radicali il giorno di Natale che partirà proprio da San Pietro.

«Un programma in discontinuità con il passato». Noi Siamo Chiesa sulla Evangelii Gaudium

10 dicembre 2013

“Adista”
n. 44, 14 dicembre 2013

Luca Kocci

La Evangelii Gaudium è il programma di papa Francesco per il suo pontificato e segna una chiara «discontinuità» rispetto al passato di Wojtyla e Ratzinger. È il giudizio, largamente positivo, espresso dalla sezione italiana del movimento internazionale Noi Siamo Chiesa sull’esortazione apostolica emanata da papa Bergoglio lo scorso 26 novembre (v. Adista Notizie n. 43/13) che affronta nodi importanti della vita della Chiesa e dell’istituzione ecclesiastica, a cominciare dalla questione della «riforma della Chiesa».

«Il punto più interessante», si legge nella nota di NsC, è quello in cui Francesco «riconosce la necessità di quella riforma del papato, di cui aveva parlato papa Wojtyla (senza farla) e che, con papa Ratzinger, è apparsa come una necessità assoluta. In sostanza si tratta di ridimensionare il ruolo del centro della Chiesa  a favore, in particolare, delle conferenze episcopali, anche di quelle regionali e non solo di quelle nazionali. Ad esse si dovrebbero attribuire competenze concrete ed anche una certa autorità dottrinale oltre che un ruolo pastorale conseguente alla necessità di un maggiore impegno nell’inculturazione, riconoscendo in questo modo implicitamente i limiti di una dottrina monolitica». Una «svolta», secondo Noi Siamo Chiesa, che ora attende di essere attuata.

C’è poi una serie di «situazioni intraecclesiali» da realizzare: la «misericordia» che «deve prevalere sugli anatemi»; un diverso approccio ai sacramenti, perché «l’eucaristia e il battesimo devono essere facilitatori della Grazia non dei controllori»; l’essenzialità dell’annuncio evangelico che «deve prevalere sugli aspetti secondari», ovvero sulla «precettistica»; il riconoscimento della «ricchezza» per la vita della Chiesa anche delle «comunità di base» e delle «piccole comunità». E altre da superare: un’idea punitiva del sacramento della penitenza («il confessionale non deve essere una tortura»); «troppe consuetudini non legate al Vangelo»; la tensione, anche da parte di molte strutture di base come sono le parrocchie, alla «autoconservazione»; le «guerre intestine negli ambienti ecclesiastici».

Alcuni passaggi, nota con soddisfazione Noi Siamo Chiesa, sono esplicitamente dedicati alle omelie, «una tematica del tutto inconsueta anche se di grande importanza per l’area “conciliare” della Chiesa che si è sempre trovata quasi da sola a sollevarla». Per Francesco lo stile della predicazione è «da cambiare: l’omelia deve essere breve e non annoiare! Non deve essere moralista o indottrinante, deve esprimere il dialogo di Dio con il suo popolo e non è meditazione né catechesi. L’omelia deve essere preparata con molta cura sui testi cercando di comprenderli, afferrandone il messaggio principale, il predicatore deve conoscere la  condizione del popolo a cui parla e via di questo passo». «Scontata», secondo Noi Siamo Chiesa, la ripetizione della posizione della Chiesa sull’aborto e sul divieto dei ministeri per le donne. Ma questo non toglie che la Evangelii Gaudium sia «un testo in gran parte di discontinuità rispetto al magistero precedente». Probabilmente, ipotizza la sezione italiana del momento per la riforma della Chiesa, questa esortazione apostolica consoliderà «il grande consenso che Francesco ha ora nella base dei credenti e, più in generale, nell’opinione pubblica attenta alle tematiche della spiritualità». Così come «non saranno poche le ostilità che la destra curiale e fondamentalista probabilmente organizzerà». Un breve saggio lo si è avuto qualche giorno dopo quando, dai microfoni di una emittente radiofonica Usa, Rush Limbaugh – popolare commentatore della destra ultraconservatrice –, a proposito della Evangelii Gaudium, ha detto: «È puro marxismo, che esce dalla bocca del papa», riferendosi in particolare alle parole di forte critica nei confronti del sistema capitalistico (peraltro in passato pronunciate anche da Wojtyla e Ratzinger). «Da parte dell’area “conciliare” della Chiesa – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – non mancherà il consenso (alle intenzioni espresse nella esortazione apostolica, ndr), anche se sempre vigile e indipendente». Insomma in attesa che si passi dalle parole agli atti.

La riforma vaticana stenta a decollare

7 dicembre 2013

“il manifesto”
7 dicembre 2013

Luca Kocci

L’ultimo in ordine di tempo a chiedere a Bergoglio una riforma radicale e urgente della curia romana e della Chiesa cattolica è stato il teologo Mattehew Fox in otto lettere – appena pubblicate da Fazi, Lettere a papa Francesco – che affrontano una serie di temi sensibili e scottanti, dalla «pulizia della Curia», agli affari finanziari, fino agli scandali sessuali. E di riforme si è parlato in questi giorni in Vaticano, con la seconda riunione degli otto cardinali scelti da Bergoglio per aiutarlo nel governo della Chiesa. Al termine della tre giorni – conclusa la sera del 5 dicembre –  però l’unica certezza è che ci vorrà ancora molto tempo prima di vedere qualche risultato.

Ad ottobre, durante la prima riunione, si è parlato soprattutto del Sinodo dei vescovi sulla famiglia in programma nell’ottobre 2014. Qualche settimana dopo è stato lanciato un questionario con 38 domande sui divorziati, le coppie conviventi, gli omosessuali a cui dovrebbero rispondere tutti i cattolici del mondo, a tempo di record (entro il 31 dicembre). Un’iniziativa che però sta subendo forti rallentamenti, se non un vero e proprio boicottaggio, in molte diocesi. Anche in Italia dove – come denuncia Noi Siamo Chiesa e documenta un’inchiesta dell’agenzia Adista – almeno la metà dei vescovi non sta promuovendo nessuna consultazione nelle parrocchie.

In questi giorni invece gli otto cardinali hanno preso in esame i diversi dicasteri della Curia romana (i “ministeri” del governo della Chiesa universale) in vista di una riforma complessiva che, quando arriverà, sarà profonda. Perlomeno così prevede il direttore della Sala stampa vaticana, p. Lombardi: «L’orientamento non è di apportare semplici ritocchi o modifiche marginali, ma di scrivere una nuova Costituzione».

I tempi saranno lunghi: mesi, se non anni. La direzione, come emerge dalle scarne dichiarazioni e dalle indiscrezioni, è quella di una maggiore decentralizzazione, aumentando i poteri delle Conferenze episcopali locali, come scritto pochi giorni fa da Bergoglio nell’Esortazione Evangelii gaudium. E di una razionalizzazione delle strutture curiali, con la soppressione e l’accorpamento di alcune organismi: «Vorremmo dare vita ad una sorta di ministero delle finanze vaticane» – al posto dei numerosi enti che attualmente gestiscono i patrimoni della Santa sede –, spiega, a margine delle presentazione del libro intervista di Bergoglio al direttore di Civiltà cattolica p. Spadaro (La mia porta è sempre aperta, Rizzoli), il card. Maradiaga, coordinatore del Consiglio del cardinali. Ma di questioni economiche si parlerà nel prossimo incontro, a febbraio, quando anche le due commissioni che si stanno occupando di Ior e di finanze dovrebbero aver concluso i lavori. «Ci avevano detto a dicembre avrebbero finito, invece hanno bisogno di più tempo», spiega Maradiaga.

L’unica decisione scaturita dalla tre giorni di lavori è l’annuncio della costituzione di una commissione – i cui componenti, fra cui diversi laici, verranno comunicati nelle prossime settimane – sulla questione pedofilia, per «la protezione dei fanciulli» e «l’attenzione per le vittime degli abusi», spiega il card. O’Malley, di Boston. Uno strumento di contrasto alla pedofilia, che interverrà soprattutto sul piano pastorale, in un quadro giuridico che resta sostanzialmente immutato, come del resto conferma la nota che il Vaticano ha inviato all’Onu in vista della riunione di verifica della Convenzione sui diritti del fanciullo, il 16 gennaio a Ginevra: la Santa sede risponde solo di quello avviene all’interno delle mura vaticane, in tutti gli altri casi la responsabilità è dei vescovi locali e degli Stati coinvolti. Il Vaticano precisa anche che fornirà informazioni su eventuali procedimenti canonici nei confronti di preti pedofili solo all’interno di inchieste penali già avviate. Insomma l’obbligo di denuncia alle autorità civili non c’è e resta lasciato alla libertà dei vescovi. E in molti casi, per esempio nelle linee guida della Conferenza episcopale italiana, questo obbligo non è stato messo nero su bianco. Per cui, nonostante le intenzioni, i rischi di omertà e insabbiamento restano molto alti.