Archive for gennaio 2014

Cappellani (un po’ meno) militari? Qualche apertura dall’Ordinariato per l’Italia

30 gennaio 2014

“Adista”
n. 4, 1 febbraio 2014

Luca Kocci

«Ai cappellani militari i gradi non servono e non interessano. Ci interessa solo avere la garanzia e gli strumenti per poter continuare ad esercitare il ministero pastorale di assistenza spirituale alle donne e agli uomini delle Forze armate». Ad affermarlo, alla trasmissione “Cittadini in divisa” trasmessa da Radio Radicale e condotta da Luca Marco Comellini, è stato il vicario episcopale dell’Ordinariato militare per l’Italia, mons. Angelo Frigerio. «E questa – ha aggiunto – è anche l’opinione dell’ordinario militare, mons. Santo Marcianò, e del presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco».

La dichiarazione del numero tre della diocesi castrense è una novità  e segna un’inversione di marcia rispetto alla direzione fin qui mantenuta dall’Ordinariato militare, che ha sempre respinto ogni proposta di smilitarizzazione dei cappellani arrivata da alcuni settori del mondo cattolico e da alcune forze politiche. «Lo so che la cosiddetta “militarità” può fare problema e sembrare fuori posto per un prete. Ma c’è una ragione», aveva spiegato anni fa in un’intervista a Famiglia Cristiana l’allora ordinario militare mons. Angelo Bagnasco, che evidentemente, prestando fede alle parole di mons. Frigerio, ora ha cambiato idea (v. Adista Notizie n. 49/06). «Il senso di appartenenza alle Forze armate è altissimo. È un mondo con regole precise. Il sacerdote, per essere pienamente accolto, ne deve far parte fino in fondo, convinto che il rispetto delle persone e dell’ambiente passa anche attraverso la loro totale condivisione». Anche dei gradi quindi. E il quotidiano dei vescovi Avvenire, quando nel 2007 i Verdi presentarono una proposta di legge per smilitarizzare i cappellani militari, la bocciò senza appello: «Chi conosce almeno un po’ il mondo militare e le sue regole – scriveva il direttore Marco Tarquinio –, sa che per risultare efficaci al suo interno bisogna esserci. E, da anni e anni, i cappellani militari vivono con efficacia la loro missione pastorale e umana tra i soldati, dimostrando, con Sant’Agostino, che l’autorità e il “grado” coincidono con impegnativi doveri di servizio, proprio perché non sono e non appaiono come un ‘corpo estraneo’» (v. Adista nn. 43 e 57/07).

Mons. Frigerio invece oggi dice che i gradi non servono più e che i cappellani – attualmente inseriti a pieno titolo, e quindi anche stipendiati, nella gerarchia militare dal grado più basso, quello di tenente del cappellano semplice, al più alto, tenente generale o generale di corpo d’armata, dell’ordinario – possono essere smilitarizzati, purché sia salvaguardata la possibilità di esercitare il ministero fra i soldati. Verrebbe così realizzata la proposta di Pax Christi e delle Comunità di base che da decenni chiedono la smilitarizzazione dei cappellani. «Nessuno vuole difendere le forme esistenti, purché si possa continuare a mantenere la presenza fra i militari, solo questo ci interessa», prosegue mons. Frigerio, che però non si spinge fino a sostenere l’idea di abolire l’Ordinariato, «strumento necessario per poter svolgere il servizio», perché «a seguire le truppe in missione all’estero non può andare un viceparroco qualsiasi, ma un prete appositamente preparato». Ma sulla smilitarizzazione conferma: «Mi servono i gradi per celebrare l’eucaristia? No. Mi servono i gradi per confessare? No. Mi basta poter svolgere il ministero pastorale e avere gli strumenti per farlo».

Il cerino, a questo punto, passa al governo  e in particolare al ministro della Difesa Mario Mauro. Lo strumento per attuare la riforma ci sarebbe già: l’Intesa prevista dall’articolo 11 del Nuovo Concordato del 1984 che avrebbe dovuto regolare il rapporto fra Stato e Chiesa in merito alla presenza dei preti nelle Forze armate («l’assistenza spirituale è assicurata da ecclesiastici nominati dalle autorità italiane competenti su designazione dell’autorità ecclesiastica e secondo lo stato giuridico, l’organico e le modalità stabiliti d’intesa fra tali autorità»), ma non è stata mai discussa né ratificata. Ci sono stati solo atti unilaterali da parte dello Stato, certamente mai rifiutati dalla Chiesa che dalla sitazione vigente – ovvero la militarizzazione dell’Ordinariato i cui costi, oltre a stipendi e pensioni dei preti soldato, sono a carico dello Stato – trae notevoli vantaggi economici. Si confermano pertanto errate le parole con cui, alla fine del 2012, l’allora presidente della Camera Gianfranco Fini respinse come inammissibile un emendamento dei Radicali alla legge di riforma delle Forze armate per sottrarre al Ministero della Difesa gli oneri dll’Ordinariato: circa 17 milioni di euro l’anno (10 per gli stipendi e 7 per le pensioni, v. Adista n. 62/11), più alcuni extra, come i seminari di aggiornamento spirituale (v. Adista n. 78/11 e Adista Notizie n. 31/12). La proposta», disse, «incide sullo status del personale, materia oggetto d’Intesa tra il governo e la Cei». Un’Intesa che però non esiste perché Stato e Chiesa non l’hanno stipulata.

«La Chiesa italiana è pronta – conclude mons. Frigerio –, il governo convochi il tavolo e cominciamo la discussione». Cosa faranno il presidente del Consiglio Letta e il ministro Mauro?

In piazza per difendere la scuola cattolica

28 gennaio 2014

“il manifesto”
28 gennaio 2014

Luca Kocci

La Chiesa italiana scenderà in piazza il prossimo 10 maggio, insieme a papa Francesco, per difendere la scuola cattolica. Ovvero per chiedere a Parlamento e governo di allentare i cordoni della borsa ed elargire nuovi e più cospicui finanziamenti alle scuole paritarie gestite dagli istituti religiosi.

L’annuncio lo ha dato direttamente il presidente della Conferenza episcopale, card. Bagnasco, aprendo ieri a Roma la riunione del Consiglio permanente della Cei. «Non possiamo non rilevare ancora una volta la grave discriminazione per cui, nel nostro Paese, da un lato si riconosce la libertà educativa dei genitori, e dall’altro la si nega nei fatti, costringendoli ad affrontare pesi economici supplementari», ha detto Bagnasco, riferendosi alle rette salate che le famiglie pagano per mandare i propri figli in una scuola cattolica (che comunque, grazie alla legge di stabilità approvata dal governo Letta-Alfano, nel 2014 attingeranno ampiamente ai 494 milioni di euro stanziati per le scuole paritarie, sia cattoliche che laiche). «Chiudere delle scuole cattoliche – ha proseguito il cardinale, utilizzando uno degli argomenti maggiormente battuti –, rappresenta un documentato aggravio sul bilancio dello Stato, un irrimediabile impoverimento della società e della cultura, e viene meno un necessario servizio alle famiglie». Quindi, annuncia, «i vescovi hanno promosso un evento pubblico per sabato 10 maggio in piazza San Pietro, al quale il santo padre Francesco ha dato non solo la sua approvazione, ma ha assicurato la sua personale presenza».

Alla famiglia, l’altro tema sempre presente nelle prolusioni di Bagnasco – sebbene questa sia stata più breve delle altre e maggiormente influenzata dai toni “francescani” (di Bergoglio) –, è dedicato il passaggio finale: «La famiglia deve essere sostenuta da politiche più incisive ed efficaci anche in ordine alla natalità, difesa da tentativi di indebolimento (vedi il dibattito sulle unioni civili, sia etero che omosessuali, n.d.r.) e promossa sul piano culturale e mediatico senza discriminazioni  ideologiche».

In mezzo il presidente della Cei ha affrontato una serie di questioni sociali, sebbene solo per titoli: l’accoglienza dei migranti, il «mercato selvaggio» che strangola «i senza volto», la corruzione, l’emergenza lavoro soprattutto per i giovani, il dramma della povertà, «la situazione insostenibile delle carceri italiane», la solidarietà nei confronti dei «fratelli ebrei» con la condanna dei recenti «episodi di intolleranza e di provocazione» (le teste di maiale inviate alla sinagoga di Roma).

Da oggi i lavori del parlamentino dei vescovi entrano nel vivo. All’ordine del giorno la possibile modifica dello statuto affinché il presidente della Cei non sia più scelto dal papa – l’Italia è un caso unico al mondo – ma eletto dai vescovi, come vorrebbe Bergoglio (ma pare che diversi vescovi siano piuttosto freddi sulla proposta); la “cura dimagrante” delle 226 diocesi italiane, anche questa chiesta dal papa; le linee guida antipedofilia.

Cari vescovi, la moschea di Sassuolo riguarda anche noi. Lettera di una comunità cristiana

24 gennaio 2014

“Adista”
n. 3, 25 gennaio 2014

Luca Kocci

Niente più moschea per i musulmani di Sassuolo. E così i cattolici del gruppo Camminare insieme scrivono al vescovo e ai parroci chiedendo anche a loro di attivarsi per tentare di trovare una soluzione.

La questione non è nuova. Già diversi anni fa venne chiuso dal Comune un locale che la comunità islamica utilizzava come moschea. Alla fine dello scorso anno, poi, è stato chiuso anche il secondo luogo di culto cittadino dei musulmani, il Centro culturale El Medina di via Cavour, per questioni relative all’agibilità degli spazi (anche se la faccenda è piuttosto controversa). Da allora la comunità islamica prega in strada. «Egregi concittadini di Sassuolo, è con grande rammarico che ci troviamo, nostro malgrado, a dovervi porgere le nostre più sentite scuse, per gli eventuali disagi che vi dovessimo involontariamente arrecare in questi giorni», hanno scritto i musulmani in una lettera aperta ai sassuolesi. «Cogliamo l’occasione per informarvi che il Centro ha sempre dato la sua completa disponibilità a valutare collocazioni diverse da quella attuale, con la sola condizione di poter mantenere la destinazione dell’immobile ad uso di luogo di culto, per la quale abbiamo già dovuto pagare una somma ingente. Purtroppo, questa disponibilità non è stata mai presa in considerazione dalla giunta comunale, che sembra mirare ad una chiusura totale del centro, piuttosto che ad una collocazione più adatta, ed eventualmente più distante da una zona densamente abitata. Speriamo – conclude la lettera – nella vostra comprensione, auspicando che la situazione si risolva nel più breve tempo possibile».

A solidarizzare con la comunità islamica è il gruppo di dialogo interreligioso Camminare insieme –composto da famiglie cattoliche e musulmane – che ha scritto una lettera indirizzata «ai vescovi di Modena e Reggio Emilia, ai sacerdoti e alle loro comunità cristiane». Chiediamo «che quello che sta avvenendo non sia seguìto da parte di tutti da un silenzio che riteniamo potrebbe diventare “assordante”, ma possa scuotere le coscienza di tanti. Noi tutti sappiamo quale valore possa, per una persona credente, religiosa, avere la possibilità di incontrasi con altri fratelli e sorelle nella fede, per lodare insieme Dio, per far festa, per vivere momenti di formazione e studio. È vero che è importante la lode e l’adorazione personale, è vero che consideriamo momento molto utile ed edificante il pregare in famiglia, ma conosciamo anche la bellezza e l’intensità del trovarsi in assemblea a pregare tra fratelli».

«Non vogliamo entrare nello specifico degli aspetti tecnici e delle questioni burocratiche», si legge nella lettera di Camminare insieme, «ma sentiamo il bisogno di alzare la voce e chiedere a tutti e in particolare a chi professa e cerca di vivere al meglio la propria fede in Cristo, un surplus di impegno affinché si trovi una soluzione a questo problema. Ci rivolgiamo a voi sacerdoti e alle vostre comunità, perché possiate contribuire, per quello che vi è possibile, con gli strumenti e le opportunità di cui disponete, affinché la numerosa comunità musulmana che vive nel nostro territorio, uomini e donne che incontriamo ogni giorno al lavoro, o a fianco dei nostri figli a scuola, o a far la spesa nei supermercati, o seduti sulle panchine nei parchi dei nostri paesi, possa superare questo momento di tristezza e di grande precarietà».

Rapporto Ior sul contrasto al riciclaggio

23 gennaio 2014

“il manifesto”
23 gennaio 2014

Luca Kocci

All’indomani del nuovo ordine di arresto per mons. Nunzio Scarano, l’ex dirigente dell’Apsa (il “ministero del tesoro” di Oltretevere) accusato di riciclaggio dalla Procura di Salerno, l’Istituto per le opere di religione (la banca vaticana) pubblica un documento che fa il punto sulle politiche per la trasparenza e il contrasto al riciclaggio adottate fin dal primo trimestre del 2013, quando c’era ancora papa Ratzinger.

I significati di questo atto sono almeno due. Da un lato si marca la distanza dalla “mela marcia” Scarano, che per i suoi movimenti avrebbe usato proprio i conti correnti aperti presso lo Ior (congelati già a luglio, in occasione del primo arresto) grazie ai quali avrebbe “ripulito” oltre sei milioni di euro di provenienza illecita. Tanto che si puntualizza che la banca vaticana «ha ordinato un’indagine interna dettagliata sui fatti e sulle circostanze intorno ai conti in questione e ha presentato gli esiti alle autorità vaticane di competenza». E dall’altro si rafforza la nuova strategia comunicativa della trasparenza, avviata in estate con l’apertura del sito internet dello Ior nel quale sono stati pubblicati documenti di un certo rilievo, a partire dal rapporto annuale 2012. Quello del 2013 – informa la nota – sarà diffuso «intorno alla metà del 2014».

L’obiettivo è senz’altro quello di dimostrare che lo Ior è riformabile, anche per sedare le “parole in libertà” che attribuivano a papa Francesco l’intenzione di chiuderlo. E di continuare a mandare segnali a Moneyval, l’organismo di vigilanza del Consiglio d’Europa sulle normative antiriciclaggio degli Stati, che a dicembre ha espresso un giudizio positivo sui progressi di Oltretevere e che ha dato tempo alla Santa Sede fino a dicembre 2015 prima di decidere se ammettere o no il Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi, da cui è ancora escluso.

Va comunque detto che qualche passo avanti in questo settore c’è stato. Il rapporto pubblicato ieri ne sintetizza alcuni, a cominciare dalla verifica dei clienti: sono stati controllati 10mila conti su un totale di 18-19mila – l’esame dovrebbe terminare entro l’estate – e ne sarebbero stati chiusi più di mille (questo però il rapporto non lo dice) appartenenti a clienti privati. Non necessariamente per «sospetta violazione delle norme contro il riciclaggio», precisa la nota dello Ior, ma perché non appartenenti alle uniche categorie ammesse, ovvero «istituzioni cattoliche, ecclesiastici, dipendenti o ex dipendenti dello Stato della Città del Vaticano titolari di conti per stipendi e pensioni, ambasciate e diplomatici accreditati presso la Santa sede». Sono stati poi definiti criteri più restrittivi e potenziati i sistemi informatici per la «prevenzione» e il «contrasto al riciclaggio». I rapporti con le banche italiane sono ancora interrotti – vennero congelati dalla Banca d’Italia nel 2010, dopo l’avvio delle inchieste per riciclaggio –, infatti lo Ior «intrattiene relazioni con circa 35 banche di tutto il mondo». Ma il Vaticano, dopo che le autorità avranno vagliato le nuove norme contro il riciclaggio, «è pronto a riprendere le relazioni con le istituzioni finanziarie italiane».

Nelle prossime settimane la Commissione sullo Ior nominata da Bergoglio dovrebbe concludere il proprio lavoro, anche perché della banca vaticana si dovrebbe parlare nella prossima riunione (a febbraio) degli “otto saggi” scelti dal papa, il quale la scorsa settimana ha rinnovato la commissione cardinalizia di vigilanza, estromettendo il card. Bertone. E forse allora si capirà meglio in quale direzione andrà lo Ior.

Le sétte a favore dell’ordine costituito

21 gennaio 2014

“il manifesto”
21 gennaio 2014

Luca Kocci

Si chiamano movimenti ecclesiali, di fatto si configurano come vere e proprie sétte, sebbene tutte abbiano l’imprimatur ecclesiastico e siano, a partire dal pontificato Wojtyla che li ha rafforzati e valorizzati, i più agguerriti alfieri della reconquista cattolica della società: neocatecumenali, Legionari di Cristo, Focolari, Comunione e liberazione, Opus Dei, Rinnovamento nello Spirito santo,  Comunità di sant’Egidio.

I «caratteri settari» sono comuni a tutti. Il culto del leder-fondatore, che in diversi casi è già stato santificato dalla Chiesa (Josemaría Escrivá de Balaguer, Opus Dei, canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2002) oppure si appresta ad esserlo (Luigi Giussani, Cl, il cui processo di beatificazione è in corso, e Chiara Lubich, movimento dei Focolari, per la quale è stato ufficialmente richiesto), il cui “verbo” – dalle catechesi di Kiko Argüello, fondatore dei neocatecumenali, ai discorsi di Andrea Riccardi, capo indiscusso di sant’Egidio – viene diffuso alle comunità sparse per il mondo che devono ripeterlo pedissequamente. La separatezza dal mondo esterno, visto come territorio da conquistare o da convertire. Un lessico specifico, quasi iniziatico, patrimonio verbale esclusivo degli adepti, dall’immancabile «Padre santo» con cui i neocatecumenali introducono ogni intenzione di preghiera, all’«avvenimento cristiano» dei ciellini. L’autarchia relazionale e spesso anche affettiva dei seguaci, che sono invitati a tagliare i ponti con il loro ambiente di provenienza e a costruire legami esclusivi nel gruppo, fino ai matrimoni che, soprattutto fra i neocatecumenali, vengono concordati e programmati all’interno del movimento; oppure, laddove non è possibile, il coniuge “esterno” viene inglobato nel gruppo. L’isolamento e l’emarginazione dei fuoriusciti, attorno ai quali viene fatta “terra bruciata”.

Le “spiritualità” e le prassi sono invece diverse: imprenditoriale e affaristica quella di Opus Dei e Compagnia delle opere, braccio economico di Comunione e liberazione; sociale e politica quella di Sant’Egidio e Cl; più strettamente religiosa quella di neocatecumenali, focolarini e Rinnovamento nello Spirito. Sebbene tutte, fedeli alla tattica del marciare divisi per colpire uniti, siano ecclesialmente conservatrici, quando non marcatamente integraliste, e finalizzate alla conquista della società relativista e secolarizzata, a partire dai «principi non negoziabili»: bioetica, famiglia, morale sessuale, scuola.

A passare in rassegna i 7 movimenti è il volume di Carlotta Zavattiero (Le lobby del Vaticano, Chiarelettere, pp. 182, euro 13), che di ciascuno traccia una breve storia, ne delinea la struttura e l’organizzazione e ne racconta le attività – utilizzando anche i racconti degli “ex” –, soffermandosi in particolare sulle aderenze con il mondo politico ed economico-finanziario e sui numerosi scandali, spesso sfociati in indagini e in condanne penali, che hanno caratterizzato il passato e delineano il presente dei movimenti.

Il libro non rivela particolari inediti, ma disegna una mappa di alcune delle principali realtà laicali in Italia, mostrandone il potere all’interno della Chiesa, gli interessi e le ingerenze nel mondo politico ed economico: i politici appartenenti ai movimenti, dai ciellini Formigoni, Lupi e Mauro a Paola Binetti (Opus Dei), dal ministro Del Rio (neocatecumenale, come il segretario della Cisl Bonanni) alla pattuglia di Sant’Egidio, che può contare su Mario Marazziti (Per l’Italia, la scissione cattolica di Scelta civica) e Francesco Giro (rimasto fedele a Berlusconi in Forza Italia); le inchieste giudiziarie che coinvolgono gli uomini di Cl, Formigoni in testa; i tentacoli dell’Opus Dei che si allungano dai sacri palazzi vaticani – dove, fino a poco fa, un loro uomo, Ettore Gotti Tedeschi, era presidente dello Ior – al Banco di Santander; la vicenda di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, lungamente protetto da Wojtyla e dal card. Sodano, fino a quando non è stato più possibile nascondere gli abusi e le violenze sessuali compiute su decine di seminaristi e i suoi figli – almeno 5 – sparsi per il mondo.

Sono «i gruppi integralisti che frenano la rivoluzione di papa Francesco», spiega il sottotitolo del libro. Anche se l’affermazione andrà verificata. Bergoglio, è vero, nell’incontro con i movimenti ecclesiali (19 maggio) ha parlato della «pericolosità» dei «cammini paralleli» nella Chiesa. Parole che fanno pensare ad un ridimensionamento dei movimenti, che però è ancora tutto da realizzare. Intanto l’inchiesta di Zavattiero consente di conoscere e capire cosa si muove nel mondo cattolico “movimentista”. In attesa delle mosse di papa Francesco.

Due minuti a candidato. Lo strano concorso per docenti di Storia del cristianesimo e Storia della Chiesa

20 gennaio 2014

“Adista”
n. 3, 25 gennaio 2013

Luca Kocci

Dubbi e sospetti sui lavori della commissione che ha giudicato gli aspiranti professori universitari di Storia del cristianesimo e Storia della Chiesa, tanto che il senatore Paolo Corsini (Partito democratico), in un’interrogazione parlamentare alla ministra di Istruzione, Università e Ricerca, Maria Chiara Carrozza, depositata lo scorso 8 gennaio, chiede di valutare la possibilità di annullare il concorso e di «aprire un’inchiesta sul censurabile comportamento dei commissari».

I rilievi mossi ai cinque commissari nella lunga e dettagliata interrogazione sono pesanti: incompetenza, contraddittorietà, parzialità, superficialità. L’impressione complessiva è che in diversi casi le conclusioni della commissione siano state scritte prima dell’espletamento delle procedure concorsuali, e in base a criteri diversi da quelli della competenza dei candidati, molti dei quali, va precisato, svolgono attività didattica o insegnano già da molti anni in università statali – pur non essendo inquadrati come professori ordinari o associati – o pontificie. Questa selezione non aveva lo scopo di assegnare cattedre, ma di attribuire un’abilitazione (come professore di I o di II fascia), titolo necessario per partecipare ai successivi concorsi a cattedre.

Il primo punto dolente è a monte, ovvero l’incompetenza della commissione. Non essendoci infatti, fra tutte le università italiane, un numero sufficiente di professori ordinari, i settori concorsuali di Storia del cristianesimo e Storia della Chiesa sono stati accorpati ad altri ambiti – Scienze del libro e del documento – che poco avevano a che fare con le discipline storico-religiose. La commissione giudicatrice però, invece di essere “mista”, è risultata composta solo da docenti di Storia del libro e dell’editoria, di Bibliografia e Biblioteconomia (Roberto Barbieri, della Cattolica di Milano), Storia del libro manoscritto (Marilena Maniaci, Università di Cassino) e di Paloegrafia (Luisa Miglio, Università “La Sapienza” di Roma, Fabio Troncarelli, Università della Tuscia), eccezion fatta per il commissario straniero – previsto dal bando –, Francisco Diez de Velasco, docente di Storia delle religioni all’Università de La Laguna, nelle isole Canarie (che tuttavia pareva poco competente per altri motivi: una conoscenza approssimativa della lingua italiana, tanto che alla ministra si chiede di «verificare l’adeguata conoscenza della lingua italiana da parte del commissario spagnolo per accertare se egli era in grado di leggere testi scientifici in lingua italiana e relativi a discipline del tutto estranee alla sua attività accademica dal momento che mostra di non essere in grado di formulare giudizi in lingua italiana»). Il risultato è stato che la valutazione delle pubblicazioni scientifiche dei candidati su un ambito specifico come la Storia della Chiesa e del cristianesimo è stata assegnata da docenti che nessuna competenza avevano in quel settore, come dimostrano, per esempio, sia gli evidenti errori nell’uso del lessico ecclesiale ed ecclesiastico (gli «istituti religiosi» vengono tutti indifferentemente chiamati «congregazioni monastiche»), sia la scarsa conoscenza della produzione e del panorama editoriale del settore, tanto che importanti collane di storia del cristianesimo, di rilevanza nazionale, i cui testi sono adottati in diverse università italiane e con comitati scientifici composti dai più autorevoli studiosi del settore, vengono declassate a collane a «diffusione locale».

Il secondo aspetto su cui l’interrogazione insiste è l’assoluta discrezionalità, ben oltre i limiti dell’arbitrio, adottata dalla commissione: in molti casi, nella valutazioni dei titoli dei candidati, sono stati ignorati del tutto i criteri stabiliti dal bando nazionale, sostituiti da altri criteri – talvolta piuttosto discutibili – introdotti dalla commissione stessa. Con l’esito che sono stati esclusi candidati che soddisfacevano pienamente i criteri formulati dal Ministero, ma non quelli della commissione, e viceversa. «I criteri aggiuntivi stabiliti dalla commissione appaiono addirittura aver preso il sopravvento nei giudizi finali sulle mediane (i criteri ministeriali nazionali, ndr) facendoli diventare di fatto decisivi, lasciando campo libero all’arbitrio da parte dei commissari che contraddittoriamente li applicano in alcuni casi e non li usano in altri», si legge nell’interrogazione. «Da un’analisi approfondita dei risultati appaiono numerosissime e gravi incongruenze tali da pregiudicare fortemente la bontà della procedura, la qualità dei giudizi espressi, le stesse abilitazioni riconosciute e quelle negate.

Infine la grande fretta con cui la commissione ha agito. Per la valutazione dei curricula e la stesura dei giudizi finali di oltre 430 candidati (111 per la I fascia, 323 per la II) sono state impiegate poche ore, ovvero un tempo di circa due minuti ognuno, come risulta dai verbali della commissione in cui sono riportati orari di inizio e di fine dei lavori di ciascuna seduta. Un tempo così breve da consentire, in più di un caso, a malapena la lettura dei titoli delle pubblicazioni. E infatti, si legge nell’interrogazione, i giudizi analitici dei singoli commissari «si segnalano per estrema concisione (due o tre righe per complessivi 200-300 caratteri spazi compresi!) e genericità, per ripetitività di modelli-tipo» – spesso «un unico calco dal quale derivano centinaia di giudizi che mutano soltanto qualche aggettivo» – «per la totale assenza di motivazioni e soprattutto per l’assenza di valutazioni sulle singole pubblicazioni, mentre i giudizi finali appaiono rabberciati, ispirati ad alcuni modelli-tipo e complessivamente non motivati e non supportati da una analisi puntale delle pubblicazioni». Quindi, Corsini chiede alla ministra Carrozza di «intervenire con urgenza per verificare quanto qui evidenziato e procedere all’annullamento dei risultati per falsità dei verbali e incompetenza dei commissari».

Ma questo di Storia della Chiesa e del cristianesimo non è l’unico caso controverso: un’analoga interrogazione parlamentare sarebbe in preparazione anche per il settore Storia contemporanea; mentre è emerso che tre professori di Storia medievale avrebbero “gonfiato” i propri curricula per poter far parte della commissione che ha giudicato gli aspiranti docenti in quel settore.

Una storia d’amore, di fede e di coraggio. Franz e Franziska Jägerstätter di fronte al nazismo

19 gennaio 2014

“Adista”
n. 2, 18 gennaio 2014

Luca Kocci

Il titolo del libro sintetizza in maniera formidabile la vicenda poco nota, dal potente valore profetico, di Franz Jägerstätter, contadino austriaco di St. Rasegund che, in piena seconda guerra mondiale, rifiutò l’arruolamento nella Wehrmacht – le Forze armate tedesche “riformate” da Hitler – e che per questo venne condannato a morte dal tribunale di guerra di Berlino e ghigliottinato il 9 agosto 1943.

Il volume, accuratamente introdotto dai curatori, raccoglie 129 lettere che Franz e la moglie Franziska si scambiarono dal 1940 (anno della prima chiamata alle armi) fino alla vigilia dell’esecuzione della condanna, più 10 lettere mai spedite indirizzate agli amici. Un epistolario – pubblicato per la prima volta in lingua italiana – che racconta il grande amore fra Franz e Franziska e il progressivo formarsi della consapevolezza, nella coscienza del giovane contadino austriaco, della inconciliabilità fra fede cristiana, nazismo e guerra («dobbiamo obbedire più a Dio che agli uomini», scriverà Jägerstätter).

Una «forte rivendicazione dell’assoluta responsabilità individuale per una decisione radicata nella profondità della coscienza», scrive nella premessa lo storico Daniele Menozzi, tanto più rilevante perché emersa in un’epoca di cattolicesimo intransigente in cui Pio XII invitava all’obbedienza cieca alle autorità secondo il «principio di presunzione» (ovvero che solo i governanti possiedono le informazioni per stabilire la giustizia di una guerra). «Sarebbe toccato alla solida esperienza di fede di un contadino austriaco – prosegue Menozzi – indicare la possibilità per la Chiesa di percorrere un’altra strada: davanti ad un potere politico che impone atti violenti in contrasto con la morale cristiana, asserire l’irriducibile responsabilità della coscienza individuale del credente».

(Giampiero Girardi e Lucia Togni (a cura di). Una storia d’amore, di fede e di coraggio. Franze Franziska Jägerstätter di fronte al nazismo. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013, pp. 274, 22,50€)

La “guerra di Troia”. Un gruppo di preti denuncia la cattiva gestione della diocesi di Lucera

17 gennaio 2014

“Adista”
n. 2, 18 gennaio 2014

Luca Kocci

Acque agitate nella diocesi pugliese di Lucera-Troia: in estate un gruppo di cittadini di Troia ha chiesto pubblicamente la separazione dalla diocesi di Lucera e la riunificazione con quella di Foggia; ora diversi preti della diocesi in una lettera aperta criticano la “mala-gestione” della diocesi da parte del vescovo, mons. Domenico Cornacchia, e mettono in guardia da un nuovo “caso Terni”, la diocesi che fu di mons. Vincenzo Paglia, da mesi commissariata per un buco di bilancio milionario (v. Adista Notizie nn. 8, 13, 14 e 21/13).

Nella questione si intrecciano vicende sia di natura storica sia economico-pastorale. Fondata nel 1019 sulle rovine dell’antica Aecae come avamposto bizantino sul confine nord occidentale della Puglia contro il Ducato longobardo di Benevento, nel 1022 Troia passò dal rito greco a quello latino e venne elevata al rango di diocesi. Restò diocesi autonoma fino al 1979, quando divenne suffraganea di Foggia, e dal 1986, in occasione della riorganizzazione delle diocesi italiane, venne unita a Lucera.

I cittadini troiani che la scorsa estate, in diverse assemblee pubbliche, hanno chiesto la riunificazione a Foggia, non hanno mai digerito la fusione con Lucera, che svolgerebbe “la parte del leone”. Ma hanno avanzato anche severe critiche alla gestione dei beni ecclesiastici culturali troiani da parte del vescovo Cornacchia. Che da parte sua ha bollato critiche e richieste come «sciocchezze».

Decisamente più interna alle vicende ecclesiali e pastorali è invece la denuncia, attraverso una lunga lettera giunta alla nostra redazione qualche giorno fa, di «alcuni preti della diocesi di Lucera-Troia» che intendono però mantenere l’anonimato, per «non incorrere – spiegano – in una sicura vendetta curiale e vescovile». Qualcuno potrà affermare che «siamo contro il vescovo e mostriamo di non voler bene alla diocesi. È sbagliato», puntualizzano. «Noi vogliamo bene al vescovo e a tutto il popolo di Dio che è in Lucera-Troia», «sentiamo il dovere di avvertire tutti, prima che sia troppo tardi, del pericolo in cui questa situazione ci potrà portare, se presto non si correrà ai ripari», e riteniamo che questo sia l’unico modo per «farci sentire, poiché gli organi di partecipazione comunitaria sono evanescenti».

«L’odierno generale malcontento è causato dalla cattiva gestione dell’intera diocesi, e in modo particolare dei beni culturali», denunciano i preti, che attribuiscono la responsabilità ad un «cerchio magico (di bossiana memoria) in cui si trova intrappolato il nostro vescovo». «Cerchio magico» che, secondo i preti, sarebbe composto da alcuni stretti collaboratori del vescovo, sia laici che membri del clero diocesano, che si occupano dell’organizzazione, dell’edilizia di culto e dei beni culturali della diocesi. E lo stesso vescovo, secondo gli estensori della lettera, non sarebbe in grado di accorgersi di quello che avviene nella sua diocesi perché spesso «fuori sede» e perché distante dal clero: «Diversi sacerdoti – scrivono – vivono con lui un rapporto solamente formale, non filiale e partecipativo come si dovrebbe in una comunità presbiterale».

Che molte delle questioni siano di natura economica si evince dalla «dieci domande» che «i preti di Lucera (e non solo) desiderano porre pubblicamente al vescovo e al “cerchio magico”, con la speranza di avere risposte precise e non (alla clericale maniera) solamente minacce di indagini, calunnie e sospetti su chi sta dietro questa lettera». «Quanti soldi sono stati spesi per i lavori di restauro inutili, dispendiosi, sfacciatamente sfarzosi del palazzo vescovile di Lucera?», chiedono. «Quante persone sono sul libro paga della nostra piccola diocesi e con quali stipendi? Quante persone sono stipendiate dal seminario diocesano che non ha nessun seminarista ma ha un rettore, vicerettore, padre spirituale e un confessore straordinario? Quanto spende la diocesi in manifesti, fotografie, inviti e cataloghi per pseudo mostre e per avvenimenti diciamo diocesani ma che si rivelano solamente occasioni di “vippismo” e carrierismo?». E altre domande che chiamano in causa persone specifiche e vicende “minori”.«Il nostro intento non è quello di offendere (siamo noi presbiteri e il popolo di Dio di Lucera-Troia gli offesi da questo andazzo), ma di porre domande, accettare le risposte e capire come stanno veramente le cose», concludono i preti pugliesi. «Con questa lettera abbiamo solo un obiettivo: evitare di cadere in situazioni scandalose e tragiche, come quelle di Terni». Ma «se questo non avvenisse allora sì dovremo suonare le campane a morte, non per la chiusura del tribunale, ma della diocesi, che noi amiamo e vogliamo ancora per l’avvenire unita, viva, attiva e veramente comunitaria».

Migrantes (Cei): «Via la Bossi-Fini». E anche l’Europa riveda le sue leggi

16 gennaio 2014

“il manifesto”
16 gennaio 2014

Luca Kocci

«Occorre cam­biare subito la Bossi-Fini: non si può andare avanti così». Mon­si­gnor Fran­ce­sco Mon­te­ne­gro, arci­ve­scovo di Agri­gento e pre­si­dente della fon­da­zione Migran­tes – orga­ni­smo della Con­fe­renza epi­sco­pale ita­liana che si occupa di immi­gra­zione –, è peren­to­rio: la legge non fun­ziona, va modi­fi­cata. E non solo la Bossi-Fini, ma secondo il vescovo è l’intera nor­ma­tiva euro­pea in tema di immi­gra­zione ad essere ina­de­guata: «Lam­pe­dusa – isola che fa parte della “sua” dio­cesi – è il con­fine dell’Europa, oltre che dell’Italia, e a Lam­pe­dusa si vive la con­trad­di­zione di per­sone e fami­glie aperte alla soli­da­rietà e all’accoglienza in uno Stato e in un’Europa che invece chiu­dono le porte».

Ieri, in occa­sione della con­fe­renza stampa di pre­sen­ta­zione della Gior­nata mon­diale del migrante e del rifu­giato che si cele­brerà dome­nica pros­sima in tutte le par­roc­chie e in piazza San Pie­tro con il mes­sag­gio di papa Fran­ce­sco («Migranti e rifu­giati: verso un mondo migliore»), i respon­sa­bili del set­tore immi­gra­zione della Cei hanno rivolto un severo monito alla poli­tica, sia ita­liana che euro­pea, inca­pace di affron­tare la que­stione se non in ter­mini di sicu­rezza e di difesa dei “sacri confini”.

«Non si può affer­mare che l’immigrazione è una prio­rità e poi negarlo nei fatti, nei pro­ce­di­menti e nei pro­cessi poli­tici, per que­stioni di inte­ressi o per una media­zione che si rag­giunge mai», ha detto mon­si­gnor Gian­carlo Perego, diret­tore della Migran­tes. «Biso­gna cam­biare subito la legi­sla­zione euro­pea e ita­liana e deci­dere di inve­stire più in inte­gra­zione che in sicu­rezza». Oggi invece si spende la mag­gior parte delle risorse per i Cie e i respin­gi­menti e per «l’integrazione — con­ti­nua — restano le bri­ciole». Per Perego, favo­rire l’integrazione signi­fica inve­stire in «ser­vizi sani­tari» e «scuola», ovvero «i luo­ghi nei quali si costrui­sce sicu­rezza sociale».

La causa? Anche la crisi. Ma è un alibi, anzi una scusa, aggiunge il diret­tore della Migran­tes: «Ci si nasconde die­tro alla crisi per dimi­nuire la qua­lità della nostra demo­cra­zia. Basti pen­sare sem­pli­ce­mente a come ci sia stata una caduta della tutela dei diritti dei lavo­ra­tori. I sette ope­rai cinesi arsi vivi nell’azienda tes­sile di Prato ne sono una testi­mo­nianza, gli sfrut­tati delle cam­pa­gne dal nord al sud Ita­lia o nella can­tie­ri­stica ne sono un segno. La crisi sia letta anche guar­dando all’immigrazione, solo così se ne può uscire».

I numeri ricor­dati dalla Fon­da­zione Migran­tes sono elo­quenti: in Ita­lia 1 lavo­ra­tore su 10 è un immi­grato; i lavo­ra­tori immi­grati «sotto-inquadrati» sono il 61% con­tro il 17% dell’Europa, ovvia­mente senza tener conto di quelli in nero; le retri­bu­zioni degli immi­grati sono infe­riori a quella degli ita­liani del 24,2%; 100mila infor­tuni sul lavoro denun­ciati riguar­dano lavo­ra­tori immi­grati, con una per­cen­tuale dop­pia e talora tri­pla rispetto a quella degli ita­liani, senza con­tare i cosid­detti «infor­tuni invi­si­bili»; nelle scuole ita­liane ci sono 800 mila stu­denti stra­nieri, il 47% dei quali di seconda gene­ra­zione; i matri­moni misti hanno rag­giunto quota 400mila, con un incre­mento di 24mila ogni anno.

«La poli­tica deve avere corag­gio», aggiunge mon­si­gnor Mon­te­ne­gro. «Nes­suno può fer­mare il vento e la sto­ria. Non si può pen­sare improv­vi­sa­mente di chiu­dere le porte. Per­ché la sto­ria e la geo­gra­fia ci dicono che quelle per­sone hanno biso­gno di vivere e di soprav­vi­vere. La poli­tica deve pren­derne atto e smet­tere di affron­tare que­sto fatto sem­pli­ce­mente come una emergenza».

Bergoglio fa il papa, nella scia di Ratzinger: l’aborto è orrore

14 gennaio 2014

“il manifesto”
14 gennaio 2014

Luca Kocci

Famiglia, aborto, guerre e migranti: è stato un discorso a tutto campo quello che ieri papa Francesco ha rivolto agli ambasciatori presso la Santa Sede, ricevuti in Vaticano per la tradizionale udienza di inzio anno. Sono appuntamenti importanti quelli con il corpo diplomatico perché i pontefici, parlando agli ambasciatori, si rivolgono direttamente agli Stati, affrontando questioni di natura politica e indicando l’agenda dei temi che Oltretevere si ritengono più importanti.

Bergoglio ha rispettato la consuetudine, chiedendo «politiche appropriate che sostengano, favoriscano e consolidino la famiglia». «Aumenta il numero delle famiglie divise e lacerate, non solo per la fragile coscienza del senso di appartenenza che contraddistingue il mondo attuale – ha incalzato – ma anche per le condizioni difficili in cui molte di esse sono costrette a vivere, fino al punto di mancare degli stessi mezzi di sussistenza». Per questo sono «necessarie» politiche a favore della famiglia» e dei «giovani», affinché possano «trovare lavoro» e «fondare un focolare domestico». E in un passaggio successivo ha avvertito che «desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto». Un discorso dai toni in parte simili a quello già rivolto agli ambasciatori a marzo, pochi giorni dopo l’elezione papale: allora aveva parlato di «dittatura del relativismo», espressione ripresa direttamente dal vocabolario di Ratzinger. Segno quindi che quando si parla ai governi le parole sono più incalzanti.

Trova ulteriore conferma pertanto la linea seguita da Bergoglio in questi mesi: minore insistenza ma nessun cedimento sul piano dottrinale – famiglia e aborto sono due dei «principi non negoziabili» su cui martellava Benedetto XVI –, maggiore disponibilità e apertura sul piano pastorale. Va in questa direzione quanto accaduto domenica, quando fra i 32 bambini battezzati dal papa nella Cappella Sistina c’era anche la figlia di una coppia sposata solo con rito civile: nessuna infrazione al diritto canonico (il battesimo può essere chiesto da genitori anche non sposati), ma un gesto simbolico ed inedito nei confronti di una situazione che per la Chiesa resta «irregolare», impensabile – e infatti mai accaduto – da parte di Wojtyla e Ratzinger.

Bergoglio ha parlato anche dei conflitti in corso. Ha elencato pressoché tutte le situazioni di scontro armato e di tensione, dal Medio Oriente (Libano, Egitto, Iraq, Israele e Palestina) all’Africa (Repubblica centroafricana, Mali, Sudan, Corno d’Africa e Grandi Laghi), fino alla Corea, soffermandosi in particolare sulla Siria, anche in vista della conferenza di Ginevra 2: «Occorre una rinnovata volontà politica comune per porre fine al conflitto».

Sul fronte ecclesiale interno, domenica è stata la giornata in cui Bergoglio ha annunciato il suo primo concistoro (22 febbraio), in cui verranno creati 19 nuovi cardinali, di cui 16 “elettori”, ovvero con meno di 80 anni: 6 europei (4 italiani, ma esclusi i ruiniani Nosiglia, di Torino, Moraglia, di Venezia, e altri “big”, come Fisichella e Paglia, della Comunità di Sant’Egidio), 5 americani (4 dell’America latina), 3 africani e 2 asiatici. Un ulteriore passo verso l’internazionalizzazione del collegio cardinalizio. Fra i 3 ultraottantenni c’è mons. Capovilla, storico segretario di Giovanni XXIII. Nomina dal valore solo simbolico ma assai significativa, che «avviene con almeno 30 anni di ritardo e dopo che l’ex-segretario di papa Giovanni è stato tenuto ai margini nella Chiesa», commenta Noi Siamo Chiesa.