Archive for febbraio 2014

8 per mille: «Furto» con «inganno» per i contribuenti

27 febbraio 2014

“Adista”
n. 8, 1 marzo 2014

Luca Kocci

Con una percentuale che oscilla fra il 10 e il 15% delle firme dei contribuenti, lo Stato è al secondo posto della classifica dei soggetti che percepiscono i fondi dell’8 per mille. A lunghissima distanza dalla Chiesa cattolica (vedi l’articolo di Maria Mantello in questo stesso numero), ma abbondantemente sopra la terza posizione, occupata dai valdesi, che nel 2013 hanno incassato 37 milioni di euro (v. Adista Notizie nn. 30 e 31/13).

Da diversi anni però l’8 per mille destinato allo Stato subisce un vero e proprio «furto» e i cittadini sono vittima di un «inganno», ha denunciato Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, lo scorso 28 gennaio, in occasione di una conferenza stampa promossa da alcuni deputati di Sel (Giulio Marcon e Sergio Boccadutri) e del Pd (Gianni Melilla e Paolo Beni). Lo Stato, infatti, dovrebbe impiegare i soldi dell’8 per mille per quattro scopi ben precisi, come stabilito dalla normativa: interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali. Invece, ormai da anni, vengono parzialmente usati come “fondo di riserva” per il bilancio generale dello Stato oppure per finalità totalmente diverse da quelle previste: dalle missioni militari in Iraq e Afghanistan all’esenzione dell’Ici, dall’edilizia carceraria alla flotta aerea della Protezione civile.

In passato succedeva anche che una parte consistente dell’8 per mille destinato allo Stato finisse, di fatto, alla Chiesa cattolica, perché veniva utilizzato per il restauro di chiese ed immobili ecclesiastici (alla voce «beni culturali») oppure devoluto ad associazioni sociali e organizzazioni non governative di matrice cattolica impegnate in «interventi per la fame del mondo» o per i rifugiati (v. Adista nn. 81/04 e 62/11).

Dall’epoca del governo Monti, non tanto per un sussulto di laicità ma per esigenze di bilancio, questa abitudine è stata abbandonata e l’8 per mille destinato allo Stato è restato effettivamente tutto allo Stato. Ma è stato utilizzato quasi interamente per finalità diverse da quelle previste, e in base alle quali i cittadini operano la loro scelta: dei 145 milioni di euro incassati dallo Stato nel 2011 (governo Monti), 64 milioni sono stati destinati «alla Protezione Civile per le esigenze della flotta aerea antincendi» e 57 milioni sono stati destinati «alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni»; 24 milioni di euro erano già stati spesi dal precedente governo Berlusconi (v. Adista Notizie n. 2/12).

Anche quest’anno la tendenza è confermata: dei quasi 170 milioni destinati allo Stato (per la precisione 169.899.025 euro), poco più di 400mila sono stati usati per la fame nel mondo, le calamità naturali, l’assistenza ai rifugiati e la conservazione di beni culturali, finanziando i progetti di quattro associazioni, due delle quali cattoliche: “Persone come noi”, 97mila euro per un programma di accesso all’acqua e sicurezza alimentare in Burkina Faso; la ong bresciana “Medicus mundi Italia”, che ha presentato un progetto da 71mila euro per la lotta alla malnutrizione infantile; il gruppo missioni Africa, fondato da p. Vitale Vitali, che riceverà 108mila euro per un’attività di lotta alla denutrizione in Eritrea; e il Vis (ong legata ai salesiani) che avrà 128mila euro per ridurre l’insicurezza alimentare delle etnie somale in Etiopia.

Tutti gli altri soldi, ovvero 169 milioni e 500mila euro sono stati usati per pagare i debiti della pubblica amministrazione alle imprese, per coprire le spese del decreto del “Fare”, per la copertura dell’Ecobonus e per finanziare gli incentivi per le nuove assunzioni di lavoratori under 29.

La quasi totalità dei soldi, spiega Marcon, primo firmatario di una mozione e di un’interrogazione parlamentare, «è stata usata indebitamente per esigenze straordinarie di finanza pubblica». «Usare i fondi dell’8 per mille come un salvadanaio» consolida una prassi già inaugurata nelle precedenti legislature, «mette a repentaglio attività fondamentali come l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati» e aumenta «la sfiducia dei cittadini verso la politica», aggiunge Beni. Protestano anche molte associazioni, i cui progetti sono stati esclusi dal finanziamento: le risorse «devono essere reintegrate». «In un momento in cui lo Stato italiano e il sistema d’asilo nel suo complesso hanno dovuto fronteggiare gravissime situazioni di emergenza legate al fenomeno migratorio», aggiungono, «chiediamo con forza che sia data effettiva applicazione alla legge in materia e soprattutto alle scelte espresse dai contribuenti».

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Il “superministro” di Bergoglio

25 febbraio 2014

“il manifesto”
25 febbraio 2014

Luca Kocci

Nel nuovo governo della Chiesa di papa Francesco nasce il “superministero dell’economia”. Si occuperà di tutte le attività economiche e amministrative del Vaticano, assorbendo quindi una serie di competenze fino ad ora distribuite in vari organismi. Sarà guidato dall’arcivescovo di Sidney, il cardinale George Pell, ultraconservatore, vicino all’Opus Dei – sebbene formalmente non appartenenente alla Prelatura fondata da Escriva de Balaguer –, con un passato “opaco” rispetto alla gestione di alcuni casi di pedofilia da parte di alcuni preti australiani. Ma che evidentemente gode della fiducia piena da parte di Bergoglio, il quale lo aveva già nominato nella commissione degli “otto saggi” (il cosiddetto C8), il gruppo di cardinali che sta aiutando il papa nel progetto di riforma della Curia.

La decisione di Francesco è stata ufficializzata ieri, con la pubblicazione di un motu proprio (un decreto speciale “di propria iniziativa”) sulle pagine dell’Osservatore romano, al termine di una intensa settimana di lavoro Oltretevere, durante la quale si sono svolti il primo Concistoro di papa Francesco – con la creazione di 19 nuovi cardinali e l’avvio del dibattito sul tema della famiglia, in attesa del Sinodo di ottobre –, la riunione del C8 e gli incontri delle due commissione create da Bergoglio sullo Ior e sui problemi economico-amministrativi della Santa sede.

La nuova struttura avrà due gambe: il Consiglio per l’economia – costituito da 15 membri, di cui 8 fra cardinali e vescovi e 7 laici «con competenze finanziarie» – che avrà il compito di «offrire orientamenti» sulla gestione e sulle attività economiche vaticane; e soprattutto la Segreteria per l’economia, elevata al rango di dicastero (quindi questo è il primo vero tassello della nuova Curia targata Bergoglio) che «risponde direttamente» al papa e «attua il controllo economico e la vigilanza» sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate con la Santa sede e dello Stato della Città del Vaticano, ma anche «le politiche e le procedure relative agli acquisti e all’adeguata allocazione delle risorse umane». Prevista anche la nomina, da parte del papa, di un revisore generale che potrà controllare tutti i conti.

A guidare la Segreteria con il ruolo di prefetto sarà il cardinale Pell, ultraconservatore – fu tra i primi a plaudire e a celebrare la messa tridentina ripristinata da papa Ratzinger – che gli stessi vescovi australiani non hanno mai voluto alla guida della Conferenza episcopale per le sue posizioni integraliste. E che più volte è stato costretto a giustificare i propri comportamenti in merito agli scandali della pedofilia in Australia – dove è in corso un’inchiesta governativa che proseguirà almeno fino al 2015 –, come quando difese fino all’ultimo minuto un prete di Melbourne (allora la sua diocesi) condannato nel 2006 a 13 anni di reclusione per aver abusato di 10 ragazzi.

Quindi un vero e proprio “superministero” centrale che avrà il controllo sulle finanze e sulle attività economiche di tutti i dicasteri, gli uffici e gli organismi vaticani, dal governatorato all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica), dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (la potente Propaganda Fide, coinvolta anche nelle inchieste giudiziarie sulla “cricca” di Bertolaso, Anemone e Balducci) ai media vaticani. «Un’istituzione forte che avrà autorità su tutte le attività economiche e amministrative vaticane, preparerà i bilanci, si occuperà di pianificazione finanziaria, risorse umane e approvvigionamenti», spiega padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa sede.

Gli altri enti economici e finanziari non vengono cancellati: l’Apsa – dove lavorava mons. Nunzio Scarano, attualmente agli arresti per riciclaggio – continuerà ad esistere come «banca centrale del Vaticano», così come l’Aif (Autorità di informazione finanziaria) continuerà a svolgere il suo ruolo di «vigilanza prudenziale» sulle attività del Vaticano. Ma saranno sottoposti all’autorità del nuovo superministero. Nemmeno una parola sullo Ior, che quindi continuerà ad operare in piena autonomia.

Termini Imerese: parroci in piazza con operai e sindacati per salvare il lavoro

19 febbraio 2014

“Adista”
n. 7, 22 febbraio 2014

Luca Kocci

C’erano anche i parroci di Termini Imerese alla manifestazione degli operai ex Fiat che lo scorso 13 febbraio, con la partecipazione di oltre 5mila persone, si è snodata per le strade del centro siciliano, sede di uno dei più grandi stabilimenti del gruppo automobilistico torinese, ora sempre più a stelle e strisce dopo l’acquisizione di Chrysler. La fabbrica venne aperta nel 1970, quando alla Fiat c’erano Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta, che ottennero dalla Regione Sicilia un cospicuo finanziamento per portare le catene di montaggio sull’isola. Il territorio tutto spiagge ed agrumeti di questa parte di costa a due passi da Cefalù venne irrimediabilmente stravolto. Ma migliaia di siciliani trovarono lavoro senza dover emigrare al nord. Fino al dicembre 2009 – ma la crisi durava da anni –, quando Sergio Marchionne decise la chiusura dello stabilimento. Il prossimo 30 giugno, dopo oltre quattro anni di inutili trattative e di vani tentativi di riconversione durante il quali il ritornello della Fiat è stato sempre e solo “Termini Imerese deve chiudere”, scadrà la cassa integrazione per i 1.200 operai, che qualche giorno fa sono scesi in piazza insieme alle loro famiglie. Con loro gli altri lavoratori di Termini – che hanno aderito alla giornata di sciopero generale proclamata dai sindacati –, i commercianti che hanno abbassato per un giorno le saracinesche dei loro negozi, gli studenti e i parroci che hanno incoraggiato la mobilitazione, scrivendo una lettera aperta a tutti i cittadini, invitandoli a manifestare.

«Uscite dalle vostre case e partecipate allo sciopero generale», scrivono i preti che hanno invitato «tutti gli uomini di buona volontà» a partecipare alla mobilitazione. «La crisi che attanaglia il nostro comprensorio è diventata sempre più grave», proseguono. «Noi cristiani siamo chiamati ad agire, a operare per il bene nostro e dei nostri figli. È in gioco il futuro dei nostri paesi, delle nostre famiglie. Non possiamo e non dobbiamo rimanere immobili, senza lavoro non c’è futuro».

Uno dei parroci, don Francesco Anfuso, da sempre in prima linea nelle manifestazioni degli operai, ha firmato anche la lettera che le tute blu di Fim, Fiom e Uilm hanno indirizzato all’ormai ex premier Enrico Letta e al governo. «Nel dicembre del 2009 il governo prese atto a Palazzo Chigi del piano industriale di Fiat presentato da Sergio Marchionne, nonostante prevedesse la cessazione dell’attività produttiva dello stabilimento di Termini Imerese», si legge nella lettera. «La chiusura sarebbe stata affrontata e risolta al tavolo di crisi che venne istituito presso il ministero dello Sviluppo. A oggi, quattro anni dopo il drammatico annuncio, la soluzione non c’è». Il 31 gennaio scorso, nella riunione al ministero, prosegue l’appello, «è emerso un dato preoccupante, la palese ammissione del fallimento del piano di reindustrializzazione dell’area di Termini Imerese avviato nel 2009: non è stato impegnato a oggi un solo euro e non ci sono manifestazioni di interesse esecutive da qui a 36 mesi». «Il governo da lei guidato – si rivolgono direttamente a Letta – deve chiedere a Fiat di ricercare una missione produttiva per lo stabilimento». «Questo è possibile – proseguono sindacalisti, parroco e sindaco, anche lui firmatario del testo – anche perché i lavoratori di Termini Imerese sono a pieno titolo dipendenti di Fiat e della Magneti Marelli e oltretutto gli impianti produttivi siciliani sono funzionanti e pronti alla ripartenza. Il grande processo di fusione con Chrysler può e deve riservare questa opportunità».

Il giorno dopo lo sciopero generale e il corteo per le vie di Termini Imerese, il 14 febbraio – mentre Adista è in stampa – al ministero dello Sviluppo economico si è svolto un incontro con le parti sociali. Un incontro «che potrebbe essere decisivo per la risoluzione della vicenda Fiat, madre del progressivo dissesto economico della nostra zona», scrivono i parroci. Ma le speranze sono ridotte al lumicino.

Consiglio permanente Cei: il presidente continua a sceglierlo il papa

14 febbraio 2014

“Adista”
n. 6, 15 febbraio 2014

Luca Kocci

Quello della modifica dello Statuto per l’elezione diretta, da parte dei vescovi, del presidente della Conferenza episcopale italiana, era il punto più atteso dell’ordine del giorno del Consiglio permanente della Cei dello scorso 27-30 gennaio (v. Adista Notizie n. 5/14). Ma la “svolta democratica” – suggerita e incoraggiata dallo stesso papa Francesco – non c’è stata: i vescovi hanno rispedito al mittente la proposta, e il presidente della Cei continuerà ad essere scelto dal papa, confermando così l’unicità della Chiesa italiana, la sola Conferenza episcopale al mondo che non elegge il proprio presidente.

Presidente eletto? I vescovi dicono no

«Le Conferenze regionali ribadiscono l’importanza che sia salvaguardato il peculiare rapporto tra la Chiesa che è in Italia e il santo padre», si legge nel comunicato finale del Consiglio permanente, presentato dal neosegretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, in conferenza stampa lo scorso 31 gennaio. «In questa luce, si ritiene che la nomina del presidente della Cei debba continuare ad essere riservata al papa, sulla base di un elenco di nomi, frutto di una consultazione di tutto l’episcopato». Questa è la novità, segno che comunque qualcosa è successo: una rosa dei nomi piuttosto ampia – di solito le “rose” indicano tre nomi, in questo caso saranno una «quindicina», «in modo tale che non si possa dire che l’abbiano di fatto scelto i vescovi», puntualizza Galantino – all’interno del quale il pontefice individuerà il presidente, quindi con un largo margine di discrezionalità.

I dettagli procedurali sono ancora da mettere a punto – se ne riparlerà nella sessione primaverile del “parlamentino” della Cei – ma il Consiglio permanente ipotizza due strade: la prima «prevedrebbe una consultazione riservata di tutti i singoli vescovi», le cui indicazioni verrebbero poi fornite direttamente al papa, senza nessuna scrematura; la seconda, come in una sorta di “doppio turno”, «aggiungerebbe a tale procedura un ulteriore passaggio, altrettanto riservato nelle procedure e nei risultati, nel quale l’Assemblea generale verrebbe chiamata a esprimere la propria preferenza su una quindicina di nomi, corrispondenti ai candidati maggiormente segnalati».

Sembra aver prevalso, quindi, una mediazione fra la posizione “democratica” e quella di chi voleva che nulla fosse modificato.

Nessuna novità rispetto allo Statuto vigente per quanto riguarda il segretario generale («la maggioranza chiede che sia un vescovo e che sia nominato dal papa su una rosa di nomi, proposta dalla Presidenza, sentito il Consiglio episcopale permanente») e i tre vice presidenti, che continueranno ad essere eletti dall’Assemblea.

Una Cei più collegiale

Meno appariscente, ma tutt’altro che irrilevante, appare invece la «diffusa domanda di revisione delle modalità di lavoro» degli organismi della Cei, che sembra spingere in direzione di una maggiore partecipazione, fino ad ora evidentemente piuttosto carente. Si chiede «uno snellimento dei punti all’ordine del giorno, un alleggerimento delle sessioni e delle comunicazioni, l’eventuale delega ad altri organi (Consiglio permanente o presidenza) di alcune competenze». Si chiede inoltre «di inviare per tempo a domicilio i materiali da discutere in assemblea» e che «tanto l’ordine del giorno quanto i temi della prolusione siano formulati sulla base di contributi fatti previamente pervenire dalle Conferenze regionali». E proprio le Conferenze episcopali regionali sono, secondo i vescovi, i livelli intermedi da potenziare, perché risultano essere l’«ambito propizio per l’esercizio della collegialità, favorita sia dal numero ridotto dei membri che consente il confronto, sia dall’omogeneità culturale e sociale di tante problematiche». Pertanto viene richiesta «una regolare consultazione previa dell’ambito territoriale, tramite i presidenti e i segretari, in occasione della preparazione delle riunioni del Consiglio permanente e, soprattutto, dell’Assemblea», anche per consentire «il loro apporto tanto per l’ordine del giorno quanto per la prolusione».

Non c’è l’obbligo di denuncia

All’ordine del giorno del Consiglio permanente c’erano anche altre questioni, a cominciare dall’approvazione del testo definitivo delle linee-guida antipedofilia della Chiesa italiana. Il punto maggiormente controverso riguardava il nodo dell’obbligatorietà della denuncia alle autorità civili dei preti pedofili. Non era prevista nella prima stesura, e non è presente nemmeno (con buona pace del Rapporto del Comitato Onu per i diritti del fanciullo, v. notizia su questo numero) nella versione finale, che verrà resa nota nelle prossime settimane, dopo il placet della Congregazione per la Dottrina della Fede.

«Il vescovo non è un pubblico ufficiale che deve fare la denuncia», ha spiegato mons. Galantino. «Non deve difendere il prete o la vittima, ma deve impegnarsi a far emergere la verità, nel suo ambito, che non è quello giudiziario. Quando saranno pubblicate – assicura – vedrete che i vescovi sono dalla parte delle vittime, anche se non escludono che possano esservi a volte false accuse e che in quel caso bisogna tutelare l’accusato: è successo anche che un prete si togliesse la vita per essere stato accusato ingiustamente, e poi si è scoperto che non era colpevole».

Sinodo: difesa della famiglia tradizionale

Si è parlato anche, sebbene in maniera piuttosto sbrigativa, del questionario predisposto dalla Santa Sede in vista del Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre. Il questionario «ha riscontrato una risposta pronta e capillare», si legge nel comunicato finale del Consiglio permanente. E sui contenuti viene affermato che «gli interpellati manifestano il desiderio di trovare nel Sinodo indicazioni capaci di sollecitare un rinnovato annuncio del Vangelo del matrimonio e della famiglia, a fronte di problematiche che in maniera sempre più invasiva tendono a scardinare dal punto di vista antropologico i fondamenti della famiglia». Mons. Galantino ha fornito qualche dato in più, sebbene piuttosto generico: hanno inviato la loro riposte alla Cei 170 diocesi su 226 (ma nulla viene detto sull’effettivo livello di partecipazione popolare all’interno delle diocesi) e, spiega, nella stragrande maggioranza dei casi «prevale la difesa della famiglia tradizionale formata da un uomo ed una donna uniti in matrimonio». Insomma, secondo la Cei, tutto bene e soprattutto tutto in linea con il magistero

Contesa salesiani-Gerini: la casa generalizia va all’asta. Ma la vicenda resta aperta

10 febbraio 2014

“Adista”
n. 6, 15 febbraio 2014

Luca Kocci

La casa generalizia dei salesiani andrà all’asta a fine aprile per ordine del Tribunale civile di Roma. Si aggiunge così un nuovo atto – che però non è ancora l’ultimo – alla lunga e complessa vicenda giudiziaria che da oltre vent’anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini – senatore democristiano nelle prime tre legislature della Repubblica, uno dei più importanti “palazzinari” romani degli anni ’50-’70, ribattezzato il “costruttore di Dio” proprio per i suoi rapporti con diversi istituti ed enti religiosi –, da una parte, e la Fondazione ecclesiastica marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini insieme ai salesiani, dall’altra.

Un’asta da 65 milioni di euro

Ad essere messo forzosamente in vendita, con un’ordinanza della IV sezione civile del Tribunale di Roma, è il “Salesianum”, ovvero l’intero quartier generale dei salesiani, situato in via della Pisana, all’estrema periferia occidentale della città, pochi chilometri oltre il Grande raccordo anulare. Entro il 29 aprile gli eventuali compratori dovranno far pervenire le buste con le offerte alla Cancelleria del Tribunale. Il giorno dopo, ammesso che delle proposte di acquisto siano arrivate, si procederà all’apertura delle buste ed eventualmente, nel caso ci siano più offerte, alla gara al rialzo. Se l’asta «senza incanto» (ovvero immediatamente e irrevocabilmente impegnativa per chi la presenta che, se rinuncia, perde l’intera cauzione versata, nella fattispecie fissata al 10% dell’offerta) andrà deserta, è già fissata una nuova data, il 17 settembre, quando si procederà alla vendita «con incanto» (se l’unico offerente non si presenta all’udienza per la gara perde “solo” un decimo della cauzione versata).

Ad essere messi in vendita sono tre lotti. Un edificio di cinque piani dove ci sono uffici, sale riunioni, archivi, biblioteche, mense, camere ed altri ambienti di lavoro e di servizio (28mila metri quadri e 8mila di terrazzi) più un appartamento di tre camere e cucina (109 metri quadri più 75 metri di corte esterna) e «un vano ripostiglio abusivo» di 13 metri quadri (il tutto costituisce il lotto A, base d’asta fissata a 48 milioni e 700mila euro, in caso di gara al rialzo l’offerta minima è di 40mila euro). Un altro edificio di cinque piani «utilizzato come struttura di accoglienza e alberghiera» in cui ci sono 169 camere con bagno, aula magna, sale conferenze, salette per incontri e sala mensa per un totale di 10mila metri quadrati e 2mila di terrazzi (lotto B, base d’asta fissata a 16milioni e 500mila euro, con rialzo minimo di 30mila euro). Un edificio in disuso di due piani, un «fatiscente manufatto utilitaristico di tipo agricolo», due campi sportivi polivalenti e una pista da bocce, per 13mila metri quadrati totali (lotto C, base d’asta a 500mila euro, rialzo minimo fissato a 10mila euro).

Salesiani senza casa? Difficile ma possibile

Tuttavia che questo sia l’ultimo atto di una vicenda che si trascina da oltre due decenni e che i salesiani ad aprile si ritrovino senza casa è poco probabile. Aste giudiziarie di questa entità solitamente vanno deserte alla prima convocazione e anzi spesso si trascinano per molti anni, riferiscono ad Adista fonti del Tribunale. E nel frattempo potrebbe arrivare la sentenza di appello alla decisione di primo grado che, se fosse favorevole alla Fondazione, annullerebbe tutto il procedimento. Anche se resta tecnicamente possibile che il 30 aprile ci sia un’offerta valida e che la casa generalizia dei salesiani venga immediatamente acquistata. In tal caso anche una sentenza di appello di segno opposto al primo grado non potrebbe più annullare la vendita. I prossimi mesi, quindi, saranno decisivi.

Salesiani-Gerini: lunga storia di una contesa

La vicenda prende avvio nel 1990, quando il marchese Alessandro Gerini muore celibe e senza figli, ma con quattro nipoti, e lascia gran parte del proprio patrimonio – poi stimato in quasi 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame affettivo ed affaristico fin dagli anni ‘50.

Ma i nipoti di Gerini non ci stanno, ritengono che nel lascito ci siano delle irregolarità e così, con la mediazione del faccendiere siriano Carlo Moisé Silvera – misterioso personaggio coinvolto anche in altre inchieste giudiziarie di natura patrimoniale e finanziaria, che avrebbe acquistato i diritti ereditari di uno dei quattro nipoti –, denunciano la Fondazione. La questione è opaca. Silvera e uno degli avvocati che allora curava gli interessi dei salesiani, Alberto Pappalardo – come rivela un appunto di mons. Renato Dardozzi, alto funzionario dello Ior fino alla fine degli anni ‘90, pubblicato nel libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi Vaticano Spa che alla vicenda dedica un capitoletto titolato “Il costruttore di Dio e il ricatto siriano” –, lasciano intendere che convenga raggiungere un accordo con i Gerini per evitare che possano venire alla luce attività finanziarie poco trasparenti della Fondazione e «informazioni pericolose e anche compromettenti per le Autorità religiose», compreso lo stesso Ior. Si pensa ad un bluff, o ad un ricatto, e non se ne fa nulla. Fino all’8 giugno 2007, quando Silvera, don Giovanni Mazzali (allora economo generale dei salesiani, che intanto pochi giorni prima hanno inspiegabilmente firmato un impegno a farsi carico di tutti gli adempimenti patrimoniali e finanziari della Fondazione Gerini) e l’avvocato milanese Renato Zanfagna (uomo di fiducia di don Mazzali) sottoscrivono un accordo: Silvera accetta il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (ovvero 99 milioni, di cui 16 come anticipo), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto.

Trascorre del tempo, e i salesiani – che sono diventati “garanti” della Fondazione – non pagano quanto pattuito: ritengono infatti di essere stati truffati poiché frattanto emerge che la Corte di Cassazione, con una sentenza dell’1 marzo 2007 (quindi precedente alla firma dell’accordo), aveva estromesso dall’asse ereditario i nipoti di Gerini, diseredati dallo stesso marchese Alessandro. Silvera denuncia la Fondazione per il mancato pagamento e il Tribunale gli dà ragione: anche se i nipoti di Gerini erano stati esclusi dall’asse ereditario – questa la sostanza della sentenza di primo grado –, l’impegno sottoscritto da Silvera, Mazzali e Zanfagna nel 2007 “supera” questa estromissione, risulta vincolante e quindi i salesiani devono pagare. A questo punto Silvera ottiene prima un decreto ingiuntivo, poi il sequestro dei beni per un valore 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore) ed ora la vendita all’asta della casa generalizia, fissata per il prossimo 30 aprile.

A meno che prima non arrivi la sentenza di appello che, in tal caso, bloccherebbe l’asta. Il ricorso della Fondazione si basa sul presupposto che don Mazzali, per firmare l’accordo del 2007, avrebbe avuto bisogno di una autorizzazione previa da parte della Santa Sede, essendo i salesiani una Congregazione religiosa sottoposta all’autorità del Vaticano. Questa autorizzazione c’era per i 16 milioni di euro di “anticipo”, ma non per l’intera somma dei 99 milioni. Pertanto, sostiene la difesa, quell’atto non è valido perché l’economo generale dei salesiani non aveva titolo per sottoscriverlo.

La parola finale, quindi, resta ai giudici. E anche al calendario, perché, ammesso che sia favorevole alla Fondazione e ai salesiani, dovrebbe arrivare prima dell’eventuale vendita. Se invece arrivasse dopo, la casa generalizia sarebbe definitivamente persa.

Truffa?

Sulla vicenda è in corso anche un’inchiesta penale. La Fondazione Gerini accusa di truffa Silvera, l’avvocato Zanfagna e un religioso che avrebbe messo in contatto il faccendiere siriano con l’ex segretario di Stato, il card. Tarcisio Bertone, salesiano, perché intervenisse nella questione, convincendo l’economo generale della congregazione, don Mazzali, a chiudere l’accordo del giugno 2007, snodo decisivo e ancora non chiarito dell’intera vicenda. «La nostra tesi è che quell’accordo è frutto di un delitto, di una truffa», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. È stato lo stesso Bertone a raccontare ai giudici di essersi attivato per una «composizione pacifica ed equa» fra Fondazione Gerini ed eredi Gerini, ma di essere stato truffato: il valore del patrimonio sarebbe stato «gonfiato  a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera».

Nel novembre 2012 la Procura di Roma decide l’archiviazione (nessuna truffa, si sostiene, anzi «emerge una gestione concordata degli interessi in campo, alla quale si perviene dopo una transazione voluta dalle parti, certamente in grado di valutare gli operatori cui si affidavano e la portata nonché la convenienza dell’accordo»). Ma all’inizio del 2013 il caso viene riaperto in virtù del sopraggiungere di nuovi elementi precedentemente non vagliati dai magistrati (essendo l’inchiesta giudiziaria in corso, non possono essere rivelati). «Le indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica circa il detto atto di transazione dell’8 giugno 2007 sono sì state archiviate nel novembre 2012 per poi essere subito riaperte, su rituale istanza del pubblico ministero, nel gennaio 2013», conferma una nota dell’avvocato Gentiloni (inviata al sito Dagospia che in un articolo pubblicato lo scorso 3 febbraio aveva dato per definitivamente chiuso il procedimento) e della Congregazione salesiana. «Ad oggi, il sig. Carlo Moisé Silvera ed altri presunti concorrenti rivestono tuttora la qualità di persone sottoposte ad indagini preliminari nel procedimento n. 3497/2013 r.g.n.r. per fatti di truffa, estorsione, associazione per delinquere commessi in danno degli Enti suddetti» (ovvero la Fondazione Gerini e i salesiani). Entro l’estate 2014 potrebbe arrivare il pronunciamento del giudice: nuova archiviazione oppure rinvio a giudizio delle persone coinvolte (anche se questo non avrebbe alcuna influenza sulla questione dell’asta giudiziaria della casa generalizia, essendo quello un diverso procedimento, per di più civile).

In qualsiasi modo si concluda la vicenda, sembra tutto molto lontano dal desiderio della «Chiesa povera e dei poveri» annunciata nel Vangelo e sognata dal Concilio Vaticano II.

«Chiesa con le stellette incompatibile con il Vangelo». Intervista al coordinatore di Pax Christi

7 febbraio 2014

“Adista”
n. 5, 8 febbraio 2014

Luca Kocci

Se la riforma dell’Ordinariato militare si farà, e i cappellani dei soldati verranno smilitarizzati e privati dei “gradi” che li inseriscono a pieno titolo nella struttura e nella gerarchia delle Forze armate, i tempi saranno comunque piuttosto lunghi: nella migliore delle ipotesi un paio d’anni. A prevederlo è mons. Angelo Frigerio, vicario episcopale dell’Ordinariato militare per l’Italia, il quale, dopo la lunga conversazione ai microfoni di Radio Radicale in cui ha aperto la strada alla possibile smilitarizzazione dei cappellani (v. Adista Notizie n. 4/14), è tornato sull’argomento in una breve intervista al quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire (24/1). La modifica dello status del cappellano, ha spiegato, avviene «per iniziativa di entrambi le parti», ovvero lo Stato italiano e la Chiesa. Si tratta di quell’Intesa prevista dal nuovo Concordato (1984) ma mai sottoscritta, di cui Adista ha parlato più volte (v. Adista Notizie n. 47/12) e che ora, forse, verrà discussa e firmata, ponendo fine ad una situazione di illegittimità che si protrae da quasi 30 anni. «Un incontro – rivela mons. Frigerio al quotidiano dei vescovi – c’è stato nei giorni scorsi. È stato stabilito di preparare entro Pasqua un primo documento. Poi, tra un paio d’anni, la definizione delle linee portanti».

La soluzione, quindi, non è dietro l’angolo. Tuttavia la questione è stata posta ai massimi livelli ecclesiastici e governativi, e il percorso sembra avviato. «Prendiamo atto delle parole di mons. Frigerio. E rilanciamo: una “Chiesa militare” è compatibile con il Vangelo?», chiede don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, il movimento che da oltre 20 anni pone il problema e invoca la smilitarizzazione dei cappellani.

Don Renato cosa pensi delle affermazioni del vicario episcopale dell’Ordinariato militare per l’Italia?

«Ovviamente le apprezziamo. Ma crediamo che si debba fare una riflessione complessiva sulla questione, andando ben oltre le “stellette”: il Vangelo è compatibile con la guerra? Con le forze armate? Come si deve comportare il cristiano? Noi non vogliamo le guerre, e di conseguenza nemmeno coloro che le vanno a benedire. Questo è il punto, non solo i gradi. Può esistere una “Chiesa militare”? Questo è il nodo centrale, il punto di partenza, quello su cui si dovrebbe riflettere. Ne abbiamo parlato diffusamente – con i contributi, fra gli altri, del generale Fabio Mini, dello psichiatra Vittorino Andreoli e del teologo Giannino Piana – nel dossier sui cappellani militari pubblicato sul fascicolo di novembre di Mosaico di pace, la rivista promossa da Pax Christi». (v. Adista Notizie n. 41/13)

Insomma Pax Christi rilancia?

«Esatto. Proponiamo all’Ordinariato un confronto aperto e un dibattito franco, fraterno ma chiaro, attorno alla questione fondamentale della “Chiesa militare” e della sua coerenza con il Vangelo. Partiamo da qui per affrontare tutti gli aspetti biblici, teologici e anche pastorali».

Qual è la proposta di Pax Christi sui “preti soldato” e sull’assistenza spirituale agli uomini e alle donne in divisa?

«Ribadiamo quello che diciamo da più di venti anni: il superamento dell’inquadramento dei cappellani nella gerarchia militare – quindi la smilitarizzazione dell’Ordinariato – e l’affidamento della cura pastorale dei militari ai preti delle parrocchie nel cui territorio ricade quella caserma, valorizzando quindi la dimensione pastorale territoriale. Ma ripeto, il punto fondamentale è un altro: ovvero l’incompatibilità fra Chiesa e militare»

Preti pedofili. L’Onu “scomunica” la Santa sede

6 febbraio 2014

“il manifesto”
6 febbraio 2014

Luca Kocci

Severissimo atto d’accusa nei confronti del Vaticano da parte della Commissione Onu per i diritti dei minori sulla questione dei preti pedofili. «La Santa sede – si legge nel più corposo dei rapporti presentati ieri a Ginevra – non ha riconosciuto l’ampiezza dei crimini commessi, non ha preso le necessarie misure per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini e ha adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all’impunità dei responsabili». In sostanza, questa l’accusa dell’Onu, ha tollerato e permesso che molti preti e religiosi commettessero abusi e violenze su bambini e minori.

Il rapporto stilato dai 18 esperti della Commissione delle Nazioni Unite sull’applicazione della Convenzione sui diritti del fanciullo (ratificata dal Vaticano nel 1990) è stato redatto dopo che, a metà gennaio, erano stati ascoltati i rappresentanti della Santa sede, in particolare monsignor Silvano Tomasi, che aveva presentato a Ginevra il resoconto sull’applicazione della Convenzione da parte del Vaticano, assicurando anche la Chiesa cattolica voleva diventare un modello nella lotta contro gli abusi. E infatti il documento della Commissione Onu riconosce l’impegno e alcuni passi avanti compiuti dalla Santa sede sia a livello legislativo – dalle norme introdotte da papa Ratzinger fino a quelle, più recenti, di papa Bergoglio, entrambe più restrittive e severe, sebbene lacunose soprattutto rispetto alle relazioni con le autorità civili – sia a livello pastorale, con l’annuncio da parte della Santa sede, nello scorso mese di dicembre, della costituzione di una commissione speciale per il contrasto alla pedofilia e la protezione e la cura delle vittime di abusi.

Ma segnala anche tutti i limiti e le omissioni dell’azione e degli atteggiamenti delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti del fenomeno della pedofilia e dei preti e dei religiosi che hanno commesso abusi su minori. In particolare si punta il dito su tre aspetti che riguardano sia la prevenzione e la protezione delle vittime, sia le misure punitive e repressive verso coloro che sono riconosciuti colpevoli.

Il primo è la pratica, spesso ancora in vigore nonostante tutti gli aggiornamenti e gli inasprimenti normativi, di trasferire i responsabili degli abusi da una parrocchia all’altra, oppure in un altro istituto religioso, spesso in un luogo distante, talvolta anche all’estero, nel tentativo di nascondere gli abusi e le violenze compiute e di proteggere i preti. Una procedura, rileva il rapporto, che «mette a rischio i minori di molti Paesi, con decine di autori di abusi sessuali che sono ancora in contatto con bambini e adolescenti».

Il secondo è la scarsa trasparenza: molti casi di abuso e violenza sono sconosciuti perché i dossier rimangono chiusi negli archivi ecclesiastici. L’invito che la Commissione Onu rivolge alla Santa sede è di rendere accessibili i propri archivi, in modo che chi ha abusato e «quanti ne hanno coperto i crimini» possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia civile. A questo proposito si chiede di fare piena luce sulla vecchia vicenda delle “case Magdalene”, in Irlanda, istituti gestite da suore dove migliaia di ragazze da “rieducare” venivano sottoposte a punizioni corporali e costrette a lavorare in condizioni semi-schiavili nelle lavanderie degli istituti, che spesso erano vere e proprie lavanderie industriali a servizio di alberghi e ristoranti privati (la storia di queste case è raccontata nei film Magdalene e, in parte, Philomena, ancora nelle sale). Il Vaticano dovrebbe indagare su questa storia – chiede la Commissione – cosicché chi si è macchiato di crimini possa essere giudicato e che «un risarcimento adeguato possa essere pagato alle vittime e alle loro famiglie».

Infine, ma strettamente collegato alla “riservatezza” con cui vengono gestiti molti casi da parte delle istituzioni ecclesiastiche, viene duramente criticata la prassi di non denunciare alla magistratura i preti pedofili. «In virtù di un “codice del silenzio” imposto a tutti i membri del clero – si legge nel rapporto – , difficilmente i casi di abusi sessuali sui minori vengono denunciati alle autorità giudiziarie». Invece, chiede la Commissione Onu, dovrebbero essere «immediatamente rimossi» dagli incarichi pastorali –

ma oltre 400 preti sono stati dimessi dallo stato clericale nel biennio 2011-2012, più del doppio rispetto al biennio precedente – e segnalati alle autorità civili dei Paesi in cui vengono commessi i reati.

«Il Vaticano ha violato la Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia», ha concluso in maniera lapidaria la presidente del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, Kirsten Sandberg, presentando il rapporto. «Non hanno fatto tutto quello che avrebbero dovuto fare».

«L’atto di accusa nei confronti del Vaticano, da parte del Comitato sull’applicazione della Convenzione per i diritti del fanciullo, dice, con l’autorità di una struttura delle Nazioni Unite, quanto si sapeva ormai da tempo e quanto le vittime degli abusi da anni denunciano», commenta Vittorio Bellavite, portavoce della sezione italiana del movimento riformatore Noi Siamo Chiesa. «Le responsabilità non sono solo del singolo prete o del singolo vescovo ma risalgono fino alle strutture centrali della Chiesa che hanno avuto la grave responsabilità di aver voluto lavare i panni sporchi in casa propria e così, in tal modo, di non lavarli o di farlo poco, male e con troppo ritardo. A papa Francesco spetta il compito di essere intransigente e in tempi immediati. La decisione che è stata adottata di istituire una Commissione ad hoc è del tutto insufficiente. È necessaria una direttiva che imponga agli episcopati la trasparenza e la pubblicità sempre e inoltre la denuncia all’autorità giudiziaria dei presunti colpevoli».

I lettori del “Regno” rispondono al questionario sulla famiglia: è ora di rivedere il magistero

5 febbraio 2014

“Adista”
n. 5, 8 febbraio 2014

Luca Kocci

Ammissione al sacramento dell’eucaristia anche ai divorziati risposati e ai conviventi, revisione del concetto di «legge naturale», possibilità della convivenza prima del matrimonio. Anche i lettori del quindicinale dei dehoniani Il Regno che hanno risposto al questionario sulla famiglia predisposto dalla Santa Sede in vista del Sinodo dei vescovi del prossimo mese di ottobre (v. Adista Notizie n. 40/13 e Adista Segni Nuovi n. 42/13) chiedono una profonda revisione del magistero della Chiesa sui temi della famiglia e della sessualità.

Una tendenza che era già emersa dalle risposte di diversi lettori di Adista che abbiamo pubblicato nelle scorse settimane (v. Adista Segni Nuovi nn. 46/13, 2 e 4/14 e Adista Notizie n. 1/14) e che continueremo a pubblicare nelle prossime. E che ora trova conferma anche dalle risposte dei lettori del Regno – 76 questionari provenienti per lo più da Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Lombardia –, una cui sintesi, a cura di Maria Elisabetta Gandolfi, è stata pubblicata sul fascicolo n. 2/14 del quindicinale dehoniano.

Come già avevano manifestato altri gruppi o singoli credenti (v. Adista Notizie nn. 43 e 46/13), anche i lettori del Regno esprimono da un lato apprezzamenti per l’iniziativa della Santa Sede (un’occasione «da non perdere», una opportunità per «farci sentire non solo gregge ma anche popolo di Dio»), dall’altro forti perplessità sia sulla tempistica «molto incalzante che non ovunque è stata accompagnata da strumenti adatti ad una rapida diffusione», sia sul tenore delle domande del questionario «che tradisce in più punti l’essere stato almeno in parte, o forse in un primo tempo, pensato per i pastori e non per il popolo di Dio».

Nel merito, le posizioni sembrano nette, soprattutto sulle questioni più discusse, a cominciare da quella dei divorziati riposati. «La riammissione al sacramento dell’eucaristia di coloro che sono separati e conviventi, o divorziati e risposati è da tutti auspicata e per lo più ritenuta un passo necessario», si legge nella sintesi di Gandolfi; «viene invece stigmatizzato il rifiuto dell’eucaristia legato all’esercizio della sessualità, perché è un segno che sembra squalificare la sessualità tout court»; si richiama «la prassi ortodossa che prevede la possibilità delle seconde nozze dopo un percorso penitenziale», «insistendo sull’idea che attualmente la Chiesa perdona ladri e assassini, ma non i divorziati». «Un coro unanime di voci si leva contro la soluzione del problema tramite la semplificazione dell’iter previsto per la nullità (del matrimonio), ritenuta una via ipocrita».

Sulla sfera della sessualità emerge l’idea «che la coppia possa frattanto convivere, accedendo prima al matrimonio civile» e poi «a quello sacramentale», «inserendo la convivenza entro un cammino formativo per i giovani». E più in generale si pone la questione di un «ripensamento complessivo della sessualità e del piacere dal punto di vista sia biblico sia teologico». Anche «per superare l’impasse della “legge naturale”, sulla quale tutti i questionari rivelano imbarazzo: è un concetto che non riesce più a dare risposte ai cosiddetti studi sul “genere” che non siano di rifiuto; che è discutibile sul piano scientifico; che è insufficiente a salvaguardare la ricchezza della differenza sessuale.

Insomma, sia dai lettori di Adista che da quelli del Regno – unitamente a molti altri – viene invocato, in nome del Vangelo, un profondo aggiornamento del magistero. Anche per ricomporre quello “scisma sommerso e silenzioso” che sembra farsi sempre più diffuso. I vescovi sapranno ascoltare la voce del popolo di Dio?

Presidenza Cei. Frenato il papa sulla “soluzione democratica”

1 febbraio 2014

“il manifesto”
1 febbraio 2014

Luca Kocci

Niente elezione diretta. Il presidente della Conferenza episcopale italiana continuerà ad essere scelto dal papa. I vescovi hanno respinto la proposta di Bergoglio, che voleva che il presidente della Cei fosse eletto democraticamente dai vescovi – come avviene in tutte le conferenze del mondo –, e hanno confermato lo statuto vigente: lo sceglierà il papa.

Unico emendamento ammesso: una rosa dei nomi abbastanza ampia, una «quindicina», all’interno del quale il pontefice individuerà il presidente, quindi con un largo margine di discrezionalità. Il sistema che si potrebbe configurare è una sorta di “doppio turno”: prima «una consultazione riservata di tutti i singoli vescovi»; poi eventualmente un secondo passaggio «nel quale l’assemblea generale verrebbe chiamata a esprimere la propria preferenza su una quindicina di nomi, corrispondenti ai candidati maggiormente segnalati». Ha prevalso quindi una mediazione fra la “soluzione democratica” – suggerita da Bergoglio – e quella di chi voleva che nulla fosse modificato.

All’ordine del giorno del Consiglio permanente c’erano anche altre questioni, a cominciare dall’approvazione del testo definitivo delle linee-guida antipedofilia della Chiesa italiana. Il punto maggiormente controverso riguardava il nodo dell’obbligatorietà della denuncia alle autorità civili dei preti pedofili. Non era prevista nella prima stesura, e non è presente nemmeno nella versione finale, che verrà resa nota nelle prossime settimane, dopo il placet della Congregazione per la dottrina della fede. «Il vescovo non è un pubblico ufficiale che deve fare la denuncia», ha spiegato il neo segretario della Cei, mons. Galantino. «Non deve difendere il prete o la vittima, ma deve impegnarsi a far emergere la verità, nel suo ambito, che non è quello giudiziario. Quando saranno pubblicate – assicura – vedrete che i vescovi sono dalla parte delle vittime, anche se non escludono che possano esservi a volte false accuse e che in quel caso bisogna tutelare l’accusato: è successo anche che un prete si togliesse la vita per essere stato accusato ingiustamente, e poi si è scoperto che non era colpevole».

Mons. Galantino ha fornito anche qualche dato – piuttosto generico – sulla consultazione mondiale promossa dalla Santa sede in vista del Sinodo sulla famiglia in programma ad ottobre. Al questionario rivolto a tutti i fedeli che conteneva anche domande su temi “caldi” come divorziati risposati, contraccezione e coppie di fatto etero ed omosessuali hanno risposto 170 diocesi su 226 (ma nulla viene detto sull’effettivo livello di partecipazione popolare all’interno delle diocesi) e, spiega, nella stragrande maggioranza delle risposte «prevale la difesa della famiglia tradizionale formata da un uomo ed una donna uniti in matrimonio». Viene manifestato «il desiderio di trovare nel Sinodo indicazioni capaci di sollecitare un rinnovato annuncio del Vangelo del matrimonio e della famiglia, a fronte di problematiche che in maniera sempre più invasiva tendono a scardinare dal punto di vista antropologico i fondamenti della famiglia». Insomma i vescovi italiani non prevedono aperture di sorta su questioni come unioni civili e comunione ai divorziati risposati. L’ultima parola però toccherà al Sinodo.