Archive for marzo 2014

Lo Ior da Marcinkus a Bergoglio: la storia continua. Un libro-inchiesta sulla banca vaticana

30 marzo 2014

“Adista”
n. 12, 29 marzo 2014

Luca Kocci

Ci sono dei libri che, sebbene “vecchi” di oltre vent’anni, conservano intatta la capacità di illuminare e far comprendere meglio il presente. Quando uscì per la prima volta nel lontano 1991, l’inchiesta della cronista del Corriere della sera Maria Antonietta Calabrò, Le mani della mafia, contribuì alla riapertura delle indagini sulla morte del banchiere Roberto Calvi, frettolosamente derubricata a «suicidio», all’accertamento parziale della verità giudiziaria su quella vicenda – Calvi fu ucciso, sebbene non ci siano i nomi dei colpevoli – nonché alla scoperta che Cosa Nostra usò lo Ior per riciclare ingenti capitali. Quello stesso volume, aggiornato con le ultime vicende che riguardano la banca vaticana e meritoriamente ripubblicato dall’editore Chiarelettere qualche settimana fa (Maria Antonietta Calabrò, Le mani della mafia, pp. 410, euro 14), racconta e spiega che il Vaticano si è decisamente incamminato sulla via della trasparenza finanziaria – sebbene non ancora pienamente raggiunta – ma dimostra anche che lo Ior presenta ancora molte zone d’ombra, che le “falle” sono tutte in Italia e che c’è un filo ininterrotto che lega lo Ior di ieri a quello di oggi.

«Può sembrare incredibile, ma gli scandali più recenti che hanno coinvolto lo Ior affondano le loro radici nella storia del vecchio Banco ambrosiano», spiega l’autrice del volume che è stato presentato all’Auditorium di Roma lo scorso 14 marzo. Si tratta in particolare dei «conti misti in gestione confusa», ovvero quei conti dello Ior sui quali si operava senza rivelare i nomi dei clienti. Sembravano morti, invece erano solo dormienti, e la loro esistenza è tornata alla luce nel settembre 2010 quando, su ordine della Procura di Roma, la Guardia di Finanza ha sequestrato 23 milioni di euro dello Ior (poi dissequestrati, ma tuttora immobili) e messo sotto inchiesta quelli che allora erano i massimi dirigenti della banca vaticana per sospetta violazione della normativa antiriciclaggio: non avevano comunicato di chi erano quei soldi e che tipo di operazioni si stavano effettuando.

Una situazione che si è poi ripetuta poco dopo, con l’arresto di mons. Nunzio Scarano, “don 500 euro”, accusato di riciclaggio, come ben spiegato nell’ordinanza del Gip di Salerno Dolores Zanone del 15 gennaio 2014, riprodotta nel libro: «Spesso tali dati non vengono comunicati dallo Ior il quale, a giustificazione di tali comportamento, sostiene che in virtù del fatto che i protocolli finalizzati a disciplinare l’operatività con tale istituto sono ancora in fase di definizione, si trova nell’impossibilità di adempiere correttamente agli obblighi imposi dalla normativa antiriciclaggio». «Questo “particolare” funzionamento dello Ior costituisce la ragione per la quale spesso i rapporti bancari ivi radicati vengono scientemente utilizzati per porre in essere operazioni finanziarie ricorrendo a provviste ivi allocate delle quali non si vogliono rendere note né l’origine né tantomeno la titolarità». E proprio quella dei conti misti resta «l’anomalia italiana» e l’oggetto principale del contenzioso, non ancora sanato, fra Italia e Vaticano, tanto che ad oggi lo Ior non ha alcuna possibilità di operatività con le banche italiane.

«La ripubblicazione dell’inchiesta è un’ottima notizia», ha detto, durante la presentazione, l’ex deputato radicale Maurizio Turco  che più volte, in Parlamento, con le sue interrogazioni ha costretto le istituzioni a confessare colpe e complicità delle autorità italiane, per esempio a proposito di diverse rogatorie mai consegnate in Vaticano oppure arrivate fuori tempo massimo, quando cioè i documenti che si cercavano erano stati legittimamente distrutti. «È un’operazione di memoria storica ma anche di connessione del presente al passato». Perché i quattro nuovi capitoli e la cronologia aggiornata a tutto il 2013 mettono in luce questi legami mai sciolti del tutto: non solo i conti misti, ma anche gli interessi mafiosi, il ruolo tutt’altro che chiarito di Gotti Tedeschi – cinghia di trasmissione degli affari di Finmeccanica? –, i contatti con uomini in passato transitati nella Banda della Magliana e oggi ancora in attività.

«Il Vaticano si sta adeguando», spiega Calabrò: «Ha emanato una nuova legislazione interna, ha promosso una Commissione d’inchiesta, ha cambiato gli uomini nelle stanze di comando, ha avviato la ripulitura dei conti, in attesa del giudizio di Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa incaricato di stilare la white list dei Paesi virtuosi in materia di antiriciclaggio, ndr) che però è stato rinviato alla fine del 2015, segno che la strada è ancora lunga e che evidentemente non si poteva chiudere la procedura ora». «Ma la domanda è un’altra», sottolinea Turco: «Cosa se ne fa la Chiesa di una banca?».

Preti pedofili. Per i vescovi non c’è obbligo di denuncia

29 marzo 2014

“il manifesto”
29 marzo 2014

Luca Kocci

Il vescovo ha il «dovere morale», ma non «l’obbligo giuridico» di denunciare alla magistratura i preti pedofili. Nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, approvate della Conferenza episcopale italiana a gennaio, vidimate dal Vaticano, e rese pubbliche ieri – al termine dei lavori del Consiglio permanente della Cei –, trova conferma quanto già era noto: i vescovi italiani hanno preferito non mettere nero l’obbligo di informare l’autorità civile sui casi di violenza o abuso sessuale sui minori commessi dai preti. Ovviamente nulla vieta che possano farlo. Tuttavia non c’è «obbligo». Sostituito da un «dovere morale», forse dall’alto valore etico, ma sicuramente meno stringente e vincolante.
Le Linee guida stabiliscono come i vescovi debbano procedere. Nel momento in cui abbiano notizia «di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici» sottoposti alla loro giurisdizione – ovvero appartenenti alla loro diocesi – dovranno avviare un’indagine interna per verificare la veridicità delle notizie. Se fossero false, il caso verrebbe archiviato. Se invece risultassero fondate, si andrà avanti, fino all’eventuale processo canonico. Durante l’indagine “l’imputato” – il prete presunto colpevole – dovrà essere informato delle accuse e dell’indagine nei suoi confronti, perché possa difendersi. E frattanto dovrà essere “isolato”: «Il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico», precisano le Linee guida.
Il prete riconosciuto colpevole potrà subire due tipi di condanne: «Misure che restringono il ministero pubblico in modo completo o almeno escludendo i contatti con minori»; oppure, nei casi più gravi, la «dimissione dallo stato clericale». In circostanze particolari, la diocesi potrà trasferire il procedimento direttamente in Vaticano, affidandolo alla Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio). Oppure la stessa Congregazione potrà decidere di avocare a sé la causa, fino al giudizio finale.
La «cooperazione del vescovo con le autorità civili» è «importante», ma non necessaria. Anzi le Linee guida precisano che «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero», come da accordi concordatari. «Eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro». «Nell’ordinamento italiano – puntualizzano le Linee guida – il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale» i preti pedofili. Insomma i panni sporchi, se si lavano, si lavano in famiglia.
«Il vescovo non è tenuto, in base alla legge italiana, a deferire il prete accusato all’autorità giudiziaria. Lo sapevamo già. Ma se questo obbligo non è previsto dalla legge, poteva però essere un impegno vincolante a carico del vescovo che le Linee guida decidevano unilateralmente», commenta il portavoce di Noi Siamo Chiesa, Vittorio Bellavite. «Il testo inoltre non prevede l’istituzione di alcuna autorità indipendente che sia il primo punto di riferimento per le vittime, come è avvenuto invece in tante altre Conferenze episcopali. Quindi tutto come prima. Sorde e cieche sono le guide del nostri vescovi. Sorde perché, chiuse nella difesa della loro casta, non hanno ascoltato nessuno dei tanti, vittime e altri, che hanno cercato di interloquire e di proporre ragionevolmente, a partire da diritti violati. Cieche perché non vedono, non vogliono vedere, la situazione come si è manifestata, anche nel nostro Paese, negli ultimi anni».

Missione compiuta a San Pietro

28 marzo 2014

“il manifesto”
28 marzo 2014

Luca Kocci

Sintonia sulle questioni sociali come la riduzione delle diseguaglianze e l’immigrazione. Maggiore distanza invece, ma senza farla vedere troppo, sui temi etici e sulla gestione delle crisi internazionali.

È andato così il primo incontro fra il presidente Usa Obama e papa Francesco, ieri mattina in Vaticano. Un colloquio privato di oltre cinquanta minuti, seguito dagli incontri delle rispettive delegazioni, guidate dai due segretari di Stato, Kerry e il card. Parolin, durante i quali si è parlato di attualità internazionale e di politica interna statunitense, dalla riforma sanitaria alle leggi sull’immigrazione.

Degli appuntamenti romani, quello con Bergoglio era sicuramente l’incontro più atteso da Obama. Per una serie di motivi, sia internazionali che interni. La guerra in Siria, su cui il presidente Usa e il papa si sono trovati su sponde opposte: per l’intervento militare contro Assad il primo, a favore di una soluzione diplomatica il secondo, che con le sue prese di posizione pubbliche (la lettera a Putin alla vigilia del G20 di San Pietroburgo perché gli Stati «abbandonino ogni vana pretesa di una soluzione militare» e il digiuno mondiale per la pace e contro la guerra) ha contribuito a fermare – fino ad ora – i bombardieri statunitensi. Ma anche la crisi in Ucraina e Crimea, su cui il Vaticano sta mantenendo un profilo piuttosto basso.

«I cordiali colloqui hanno permesso uno scambio di vedute su alcuni temi attinenti all’attualità internazionale, auspicando per le aree di conflitto il rispetto del diritto umanitario e del diritto internazionale e una soluzione negoziale tra le parti coinvolte», sintetizza lo scarno comunicato della sala stampa della Santa sede diramato diverse ore dopo il termine dell’incontro. Con il papa «abbiamo parlato a lungo delle sfide, dei conflitti e di come sia difficile mantenere la pace nel mondo», soffermandoci in particolare sul «Medio Oriente, verso cui il papa ha profondo interesse, sulla Siria, sul Libano e sulla persecuzione dei cristiani», dice Obama in conferenza stampa.

Parole felpate, che però lasciano intravedere come alcune distanze rimangano. Tanto più che il presidente Usa, rispondendo ad una domanda sulle spese militari, sottolinea che l’Europa, e ovviamente l’Italia, deve investire di più: «C’è un certo impegno irriducibile che i Paesi devono avere se vogliono essere seri nell’alleanza Nato». Un tema invece, quello degli armamenti, sui cui più volte Bergoglio si è espresso in direzione di una forte riduzione.

Ma Obama voleva incontrare Bergoglio anche in vista delle elezioni di mid-term di novembre. Il rischio di perdere la maggioranza anche al Senato è elevata. Vista la popolarità di Francesco negli Usa – fra i cattolici, fra i latinos ma anche nel resto della popolazione –, l’incontro di ieri per Obama è una carta da spendere per tentare di bilanciare le opposizioni della parte più conservatrice dell’episcopato e dell’associazionismo cattolico sulla riforma sanitaria e sui temi etici e per mostrare la consonanza con il papa sulle questioni sociali, come «il comune impegno nello sradicamento della tratta degli esseri umani nel mondo».

Il risultato di immagine è stato sicuramente conseguito. L’incontro è stato lungo e cordiale, Obama non ha mancato di dimostrare la sua stima per Francesco («è meraviglioso incontrarla», «sono un suo grande ammiratore») e Bergoglio è stato al gioco. Insomma un clima decisamente diverso rispetto a quello della prima visita, nel luglio 2009, quando Obama era venuto in Vaticano per incontrare papa Ratzinger, il quale gli aveva regalato una copia della nota della Congregazione per la dottrina della fede sulla bioetica, giusto per rimarcare la necessità di rispettare i «principi non negoziabili». Papa Francesco ha donato al presidente Usa la sua esortazione postsinodale Evangelii Gaudium – di fatto il programma del pontificato – e non ha insistito troppo sulla bioetica, ma non fino al punto di ignorare del tutto i temi etici. «Ci si è soffermati su questioni di speciale rilevanza per la Chiesa nel Paese, come l’esercizio dei diritti alla libertà religiosa, alla vita e all’obiezione di coscienza», precisa la Sala stampa vaticana. Poche parole che però contengono due riferimenti importanti: vita e obiezione di coscienza, ovvero la possibilità rivendicata dai datori di lavoro cattolici di rifiutarsi di fornire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria comprendente misure di salute riproduttiva, ovvero metodi contraccettivi e aborto. Tema spinoso, su cui Obama in conferenza stampa ha risposto brevemente: «Sull’Obamacare abbiamo discusso brevemente per fare in modo che la libertà di coscienza venga rispettata. Ho promesso di continuare il dialogo con vescovi e cardinali per il giusto equilibrio tra assistenza sanitaria e rispetto della libertà religiosa». Insomma meglio non sottolineare troppo i punti di distanza con il pontefice.

Corruzione. La strigliata di Bergoglio ai parlamentari italiani riuniti a messa

28 marzo 2014

“il manifesto”
28 marzo 2014

Luca Kocci

C’era mezzo parlamento e mezzo governo italiano ieri mattina a San Pietro per partecipare alla messa delle 7 del mattino celebrata da papa Francesco. Una folla inattesa (176 senatori, 298 deputati, 9 ministri, i presidenti di Camera e Senato) tanto che la celebrazione, che avrebbe dovuto svolgersi nelle grotte vaticane, è stata spostata in basilica, dove c’era posto per tutti.
«Al tempo di Gesù c’era una classe dirigente che si era allontanata dal popolo, lo aveva abbandonato, incapace di altro se non di seguire la propria ideologia e di scivolare verso la corruzione», ha detto Bergoglio durante la breve omelia. «Tutti siamo peccatori», ma questi erano «più che peccatori», erano diventati «corrotti», mossi solo da «interessi di partito» e da «lotte interne». Ed è «tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro».
Ad ascoltare le parole di Bergoglio contro la corruzione, fra gli altri, i ministri Alfano (Interno) e Lupi (Infrastrutture e Trasporti) e i parlamentari Maria Stella Gelmini e Roberto Formigoni, appena rinviato a giudizio proprio per corruzione nell’ambito di un’inchiesta sulla realizzazione di una discarica di amianto a Cappella Cantone (Cremona). Forse proprio per questo “il celeste” ha tenuto a partecipare alla messa.

«Stop agli sfratti dagli immobili ecclesiastici». Noi siamo Chiesa scrive al papa

26 marzo 2014

“Adista”
n. 12, 29 marzo 2014

Luca Kocci

Quello degli inquilini che vivono in affitto in appartamenti di proprietà di enti ecclesiastici e che vengono sfrattati perché non riescono più a pagare canoni di affitto improvvisamente raddoppiati o triplicati è un problema che si trascina da anni.

Soprattutto a Roma dove la Chiesa è proprietaria di quasi un quinto degli immobili della capitale – il Vaticano attraverso Apsa (Amministrazione del patrimonio apostolico della Sede apostolica), Propaganda Fide e Istituto per le opere di religione (Ior), ma anche diocesi, istituti, congregazioni religiose, capitoli e confraternite di vario tipo e di varia natura – e dove, almeno dal 2007, è stata avviata una politica di forte aumento dei canoni di affitto (anche fino al 300%) e di sfratti, talvolta con l’ausilio della forza pubblica (v. Adista nn. 39 e 79/07; 81 e 90/08, 14/11).

Della questione si occupa fin dall’inizio il gruppo romano del movimento Noi Siamo Chiesa, che più volte ha scritto al card. Agostino Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, senza mai avere risposta (v. Adista Notizie nn. 10 e 51/11). Ora la situazione sembra cambiata, almeno apparentemente: papa Francesco in più occasioni è intervenuto sulla gestione del patrimonio immobiliare ecclesiastico, per esempio quando, in visita al Centro Astalli dei gesuiti, il 10 settembre dello scorso anno, ha chiesto: «A cosa servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo». Il gruppo romano di Noi Siamo Chiesa, anche incoraggiato da queste parole e dai gesti e dalle parole del papa in questo primo anno di pontificato, ha allora inviato direttamente a Bergoglio una lettera che Adista è in grado di rendere nota.

«Caro Francesco, ci permettiamo di darti del tu come nostro fratello, in questa nostra lettera, una lettera difficile in questo momento di crisi per molte persone e molte famiglie», si legge. «Siamo da tempo interessati al problema degli sfratti dalle abitazioni di proprietà di vari enti religiosi, anche se molte persone e famiglie sono in regola con il pagamento dell’affitto e per alcune di esse è accertato lo stato di disagio economico. Riteniamo, pertanto, necessario ed urgente che, per il rispetto della persona umana, di cui la tradizione cristiana ha esaltato la dignità, si debba intervenire con provvedimenti adeguati, non procrastinabili. Richiamiamo la tua attenzione su tale problema e sulla sua urgenza – scrivono gli attivisti romani di Noi Siamo Chiesa –, in quanto la prassi seguita sinora nella nostra città da diversi enti ed istituti religiosi ha utilizzato gli stessi metodi previsti dalla legge italiana, ove lo sfratto avviene ai danni di molte famiglie sprovviste del reddito sufficiente per il pagamento dei vigenti canoni di affitto e senza assicurare loro soluzioni alternative. Tali metodi evidenziano un’inequivocabile preferenza per una logica di mero profitto in netta contrapposizione alla carità, espressa nelle moltissime donazioni alla sede apostolica come vincolo di amore per la Chiesa e per i poveri della nostra città. È facilmente intuibile lo stato d’ansia e preoccupazione di famiglie povere, profondamente smarrite e fragili, che vivono sospese fra incapacità di affrontare il presente e ansia per il futuro, particolarmente quelle che sono state indotte dalle istituzioni religiose ad eseguire opere di ristrutturazione degli alloggi con la promessa di ripetuti rinnovi del contratto di locazione. Tali azioni sono in contrasto con ogni principio di solidarietà umana e cristiana, solidarietà troppo spesso auspicata ma di fatto ignorata», perché «crediamo che l’obiettivo della Chiesa non sia di massimizzare i profitti della gestione del suo patrimonio immobiliare, bensì eliminare o alleviare il più possibile le sofferenze che derivano a donne e uomini dalla negazione del loro diritto ad una casa o dalla loro condizione di sfrattati. Altrimenti la Chiesa non adempierà alla sua missione di luce nel mondo».

Sogniamo «una Chiesa povera che si prenda cura degli altri, senza prevalente preoccupazione di se stessa», «una Chiesa che sappia ascoltare, dialogare, aiutare e testimoniare con la carità», «che si fa serva degli esseri umani e ove la persona nella sua individualità non è un numero, non è un anello di una catena, né un ingranaggio di un sistema», conlude la lettera, citando le stesse parole del papa. «Caro Francesco – concludono -, siamo certi che non farai mancare il tuo intervento a favore delle tante persone e famiglie in condizioni economiche disagiate che hanno subito o stanno per subire lo sfratto e non hanno soluzione alternative».

Don Peppino Diana. Il parroco che per amore del suo popolo non tacque

25 marzo 2014

“Adista”
n. 12, 29 marzo 2014

Luca Kocci

Don Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe, venne ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994, a 36 anni, per il suo impegno contro la criminalità organizzata, per la legalità e la giustizia (v. Adista n. 28/94). La sua testimonianza è stata ricordata dalla diocesi di Aversa e dalla Facoltà teologica dell’Italia meridionale, che lo scorso 26 febbraio gli ha riconosciuto la licenza in Teologia biblica alla memoria – interruppe gli studi perché venne ammazzato – come chiesto a gran voce da alcuni docenti della Facoltà (v. Adista Notizie n. 35/11), fra cui Sergio Tanzarella, professore di Storia della Chiesa e prossimo a dare alle stampe un libro proprio sul parroco di Casal di Principe.

«C’è stato un grande ritardo della ricerca storica su don Diana», spiega Tanzarella ad Adista. «Abbiamo assistito a tentativi di rimozione e addirittura ad una strategia della calunnia che ha gettato sospetti (v. Adista Notizie n. 7/13, ndr). Si trattò di un omicidio di camorra, il dato è ormai acquisito anche a livello processuale (esecutori materiali e mandante, Nunzio De Falco, sono stati condannati dai giudici, ndr). Tuttavia molti anni di silenzio su quei fatti hanno lasciato spazio a invenzioni oppure ad un’agiografia celebrativa e ai rituali dell’anticamorra che hanno promosso un eroismo di plastica».

Chi era don Diana?

Era un uomo e un prete normale che attraverso un maturazione progressiva comprese che come cittadino e come prete non poteva limitarsi a celebrare funerali di morti ammazzati. E che non poteva accettare il clima di terrore e di rassegnazione che in modo sistemico si stava diffondendo nel popolo. Forse per questo è un testimone che fa ancora problema nella società e in parte nelle comunità ecclesiali. La rassegnazione è funzionale al dominio del potere, non solo quello della camorra.

Per capire a fondo don Diana bisogna comprendere anche il contesto in cui ha operato ed esercitato il suo ministero…

Certamente. Bisogna considerare cosa era diventata la Campania sottoposta all’economia del terremoto del 1980. Fu quell’economia, con l’arrivo di ingentissimi finanziamenti per opere pubbliche e ricostruzione, a fornire immense risorsa per la camorra. L’allargamento alla totalità dei Comuni della Campania per supposti danni del terremoto – ne rimasero esclusi solo 7 – restituisce l’idea di una bolla speculativa senza precedenti. Di una quantità di denaro che favorì una cementificazione massiccia dove la camorra controllava tutto, dagli appalti al calcestruzzo. E tuttavia nemmeno si deve cedere all’idea dell’onnipotenza della camorra, perché il suo potere era proporzionato alla complicità partitica, della politica locale e nazionale. I risultati raggiunti dalla camorra sarebbero stati impossibili senza queste complicità.

Un discorso che vale anche per la Chiesa campana?

Sicuramente la contestualizzazione va compresa anche per la Chiesa dell’epoca. Un testo ispiratore per don Peppino fu il documento dei vescovi della Campania “Per amore del mio popolo non tacerò”, del 26 giugno 1982. Nel documento si denunciavano chiaramente le “risorse” della camorra: droga, estorsioni, tangenti sugli appalti; «una scuola di devianza per i giovani» attratti «dal mito della forza e del rapido, seppur rischioso, guadagno»; «la diffidenza e la sfiducia dell’uomo del Sud nei confronti delle istituzioni»; la consapevolezza della collusione tra politica e camorra; il diffuso senso di insicurezza personale che «determina, non di rado, il ricorso alla difesa organizzata per clan o l’accettazione della protezione camorristica»; l’opacità del lavoro, considerato più una concessione camorristica che un diritto; infine, «la carenza o l’insufficienza, anche nell’azione pastorale, di una vera educazione sociale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l’uomo e il cittadino maturo».

Si trattò di un documento tanto straordinario quanto presto dimenticato. Un’analisi acuta su quanto stava accadendo e una capacità di previsione su ciò che sarebbe avvenuto. Don Peppino si limitò a prendere sul serio il documento dei vescovi.

Il vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, fu una figura molto importante per don Diana. Qual è stato il loro rapporto?

L’impegno di don Peppino ebbe come conseguenza un isolamento e un’esposizione che non sfuggì al vescovo di Aversa del tempo, mons. Gazza. Fu lui a presentare don Peppino al vescovo di Caserta Nogaro, quasi affidandogli quel giovane prete trentenne. Alla scuola di Nogaro don Peppino si impegnò sia sull’emergenza legalità che sull’emergenza dell’accoglienza ai migranti. Insieme si recavano nelle scuole ad incontrare giovani e insegnanti. Grazie anche a Nogaro maturò la scelta di scrivere, nel Natale del 1991, il documento “Per amore del mio popolo”, ispirato proprio dal documento della Conferenza episcopale campana del 1982 e dal contatto con i gruppi cattolici casertani più avanzati che aveva conosciuto grazie alla frequentazione con Nogaro. Il documento è una testimonianza di capacità di giudizio su fenomeni complessi e di impegno responsabile che chiama in causa tutta la Chiesa. È sorprendente che sia stato concepito da un giovane prete di un paesino abbastanza isolato. Ma era un uomo culturalmente attrezzato, che aveva preferito rimanere con gli occhi aperti di fronte al male senza voltare lo sguardo altrove.

Un documento che fece discutere…

Scritto da don Diana, fu sottoscritto dai parroci della Foranìa. E proprio gli stessi parroci hanno osservato, lo scorso anno, che il documento venne accolto come segno di liberazione da molti, ma con insofferenza da altri: «Alcuni intellettuali, professionisti e qualche politico, esortarono noi sacerdoti a ritrattarlo, perché negli ambienti della camorra la cosa non era piaciuta». Questo ricordo è la conferma del grado di penetrazione e consenso che la camorra aveva ottenuto, e ancora mantiene, all’interno dei gruppi cosiddetti dirigenti della società campana.

I centomila passi di Latina

23 marzo 2014

“il manifesto”
23 marzo 2014

Luca Kocci

Centomila persone, moltissimi giovani, hanno sfilato ieri per le vie di Latina per la XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie promossa da Libera e da Avviso pubblico. E molti, nel pomeriggio, hanno partecipato ai laboratori e ai seminari organizzati su vari temi: dalle ecomafie – questione di grande attualità ed urgenza anche nell’agro pontino – alla prevenzione delle infiltrazioni mafiose negli enti locali, dall’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, alla memoria della testimonianza e dell’impegno di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra 20 anni fa, e di Peppino Impastato. Una giornata riuscita, di memoria, di denuncia e di impegno, come sintetizza don Luigi Ciotti, presidente di Libera, nel suo intervento dal palco alla fine della mattinata e del corteo: «Dobbiamo mettere da parte la prudenza perché – dice Ciotti citando don Mazzolari – rischiamo di morire di prudenza in un mondo che non può attendere».

Nel corteo ci sono soprattutto giovani. Quelli impegnati nelle attività di Libera, quelli aderenti alla Rete delle conoscenza di Uds (studenti medi) e Link (universitari) e quelli di tante scuole di tutta Italia, da sud a nord. Ciascuna ha “adottato” una vittima, che ricorda in modo particolare: come Renata Fonte (l’istituto alberghiero di Nocera Inferiore), consigliera comunale a Nardò (Lc), uccisa perché si oppose ad alcune operazioni di speculazione edilizia; come Paolino Riccobono (scuola media “Giovanni Cena” di Latina), piccolo pastore siciliano, ucciso a 13 anni nell’ambito di una faida familiare; e come tanti altri.

Ci sono le bandiere della pace e dei sindacati – Cisl, Uil ma soprattutto Cgil, con le varie federazioni, dalla Flc alla Fiom – e di Rifondazione comunista, i militanti di Legambiente e dell’Anpi, oltre mille scout dell’Agesci. I movimenti sociali, come gli attivisti dell’Osservatorio antimafia Monza-Brianza e del “No Pedemontana”, ennesima grande opera, da 5 miliardi di euro, meno nota di altre ma non meno pericolosa per il territorio e soggetta ad infiltrazioni, come ci spiega il direttore dell’Osservatorio, Marco Fraceti: «Un’autostrada di 87 km. che collegherà l’aeroporto di Malpensa con quello di Orio al Serio (Bg), passando anche sui terreni alla diossina di Seveso, con evidenti rischi ambientali. Inoltre ci sono forti dubbi su diversi appalti infiltrati e su società sospette, ma in Lombardia i silenzi e le omertà sono ampie e diffuse, come e più che al sud». E lo sono anche nella “lontana” Valle d’Aosta, come spiega Marika Demaria, autrice del rapporto L’altra Valle d’Aosta, dove si documentano le confische di beni al clan Nirta, arrivati da Bovalino ad Aosta. «Infiltrazioni e collusioni ci sono anche qui – dice Demaria –, ma la politica locale sembra poco consapevole e soprattutto poco attenta».

Nel corteo compaiono la presidente della Commissione antimafia, che ricorda come qualcuno «voleva convivere con la mafia», il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Sfilano i gonfaloni dei Comuni e degli altri Enti locali, da Vittoria in Sicilia e Chivasso in Piemonte, dove più di un Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose (Bardonecchia, il primo, poi Bordighera, quindi Rivarolo canavese e Leinì). E sfilano i familiari delle vittime delle mafie, con le fotografie dei volti dei loro parenti uccisi appese al collo. Alla fine del corteo, nella centralissima piazza del popolo, vengono di nuovo letti, in silenzio, i 900 nomi delle donne e degli uomini vittima della violenza delle mafie, come già era stato fatto venerdì sera, nella veglia a cui ha partecipato anche Bergoglio.

Interviene don Ciotti, che rilancia le parole di papa Francesco: «La presenza del papa ha voluto dire alla Chiesa: basta tiepidezze, prudenze, deleghe, ci vuole più coraggio, più forza, soprattutto bisogna saldare testimonianza cristiana e impegno civile e sociale, perché fra i cattolici vedo molto devozionismo ma poco impegno per la giustizia». Molte parole sono «malate e retoriche», a cominciare da «legalità» e «antimafia». «Tutti si dicono antimafia – aggiunge – ma c’è che su queste parole ha costruito una falsa credibilità». Quindi una forte richiesta di verità: «Non c’è strage in Italia di cui si conoscano fino in fondo i colpevoli. I tribunali possono assolvere, o prescrivere, ma la memoria non può assolvere». Non fa nomi don Ciotti, ma sembra di leggere sullo sfondo quelli di Andreotti e Berlusconi, quando ricorda chi «è stato è prescritto perché andava sotto braccio con i mafiosi ma solo fino a quella data»; o quando nota come «qualcuno nel nostro Paese è stato molto bravo ad ottenere tante prescrizioni per legge».

Impegni per il futuro, e per il Parlamento: una legge sulla corruzione, «perché quella che c’è adesso è insufficiente e viziata da troppe furbizie»; la riforma del 416ter del Codice penale sul voto di scambio politico-mafioso; il riconoscimento dei «delitti ambientali», per proteggere la salute delle persone e i territori dalle ecomafie; politiche sociali inclusive, per la lotta alla povertà, per il lavoro, per la scuola, «perché le mafie vengono alimentate dalla loro assenza – dice Ciotti –. Non è solo un problema di criminalità, in tal caso basterebbero le forze dell’ordine, ma è anche un problema di case, di povertà e di politiche sociali».

Giovanni Impastato: «La lotta antimafia di oggi è contro le grandi opere»

23 marzo 2014

“il manifesto”
23 marzo 2014

Luca Kocci

Quello di Peppino Impastato è uno dei nomi e dei volti più presenti nel corteo dei 100mila di Libera: si vedono striscioni con il suo volto e manifesti scritti a mano che ripetono le sue parole, fra cui quel «La mafia è una montagna di merda» che fu l’apertura del primo giornale (L’idea socialista) che fondò il giovane militante di Democrazia proletaria fatto saltare in aria a Cinisi nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1978 sulle rotaie della linea ferroviaria Trapani-Palermo per simulare un fallito attentato; e i ragazzi che manifestano per le vie di Latina cantano e ballano il ritornello dei “Cento passi”, la canzone dei Modena city ramblers dedicata a Peppino e diventata un inno dell’antimafia militante.

Suo fratello, Giovanni, impegnato in prima linea nel movimento antimafia sfila nel corteo, insieme agli altri familiari delle vittime. «Quella di oggi, così come la giornata di ieri con papa Francesco, è una manifestazione importante, ci sono giovani arrivati da ogni parte d’Italia, pieni di entusiasmo e di voglia di impegnarsi».

Come si può dare continuità a questa giornata, affinché non resti solo un bel momento ma isolato dal resto?

«Dobbiamo collegare questa giornata alle lotte sociali dei movimenti che ci sono in giro per l’Italia da nord a sud: i No Tav, i no Mous e tutti gli altri. Questa è la strada da percorrere».

Perché?

«Perché le grandi opere, oltre a devastare il territorio e a distruggere l’ambiente, sono terra di conquista delle mafie: ci sono appalti di milioni di euro, e sono un affare troppo grosso perché le organizzazioni criminali se lo lascino sfuggire. Insomma queste manifestazioni sono importanti e vanno fatte, ma bisogna lavorare per far crescere la coscienza antimafia e collegarla alle lotte sociali: solo così avrà le gambe per camminare».

Franco La Torre: «Sui beni confiscati occorre passare dalle parole ai fatti»

23 marzo 2014

“il manifesto”
23 marzo 2014

Luca Kocci

A Pio La Torre, segretario regionale siciliano del Pci ucciso il 30 aprile del 1982 insieme al suo autista Rosario Di Salvo, si deve una delle leggi più importanti nell’azione di contrasto alla mafia sul versante economico-finanziario: quella che prevedeva per la prima volta il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni e dei patrimoni mafiosi. Poi integrata nel 1996, grazie anche alla mobilitazione Libera che portò in Parlamento un milione di firme, con il riutilizzo sociale dei beni confiscati, che prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita ad associazioni, cooperative ed enti locali in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

Una legge che però fatica a trovare piena applicazione: molti dei 13mila beni confiscati (di cui 11.238 immobili e 1.708 aziende) non sono utilizzati – quasi 4mila non sono ancora stati assegnati – e versano in stato di abbandono. «E questa è una doppia sconfitta per l’antimafia», ci spiega Franco La Torre, figlio di Pio.

Di chi è la responsabilità?

«L’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità è il punto debole del meccanismo, soprattutto per la carenza di organico».

Governo e Parlamento faranno qualcosa?

«Il precedente governo si era impegnato a rafforzarla. Anche il nuovo ministro della Giustizia Orlando si è impegnato. Staremo a vedere se dalle parole si passerà ai fatti. Noi continueremo a vigilare e ad incalzare».

In questi anni ci sono stati dei cedimenti nel contrasto alle mafie?

«Direi di no. In ogni caso è vero che non si fa mai abbastanza. Le mafie vivono e si rafforzano non solo con la violenza e con gli omicidi, ma soprattutto con la collusione di parti deviate della nostra classe politica e dirigente. Ed è qui che bisogna intervenire e fare di più»

Don Ciotti al papa: anche la Chiesa ha colpe

22 marzo 2014

“il manifesto”
22 marzo 2014

Luca Kocci

Ascoltando il lungo elenco dei nomi delle donne e degli uomini uccisi dalle mafie che è stato letto ieri pomeriggio durante la veglia in memoria delle vittime promossa dall’associazione Libera e a cui ha partecipato anche papa Francesco – che ha rinnovato l’appello di Wojtyla ai mafiosi nella valle templi di Agrigento nel maggio 1993: «Convertitevi!» – si ha l’impressione di attraversare un pezzo oscuro della storia d’Italia.

C’è Emanuele Notarbartolo, politico palermitano ucciso nel 1893, il primo delitto “eccellente” di mafia, quando c’era ancora il Regno d’Italia e già i primi scandali bancari. Poi Placido Rizzotto, il sindacalista della Cgil ammazzato a Corleone nel 1948, sul cui omicidio indagò anche un giovanissimo Carlo Alberto Dalla Chiesa, destinato ad essere ucciso anche lui, insieme alla moglie, quando era prefetto di Palermo, nel 1982. Peppino Impastato e Radio Aut, dai cui microfoni il giovane miliante di Democrazia proletaria denunciava gli affari di Tano Badalamenti, dei mafiosi e dei democristiani di Cinisi. Giorgio Ambrosoli e i misteri del Banco Ambrosiano e dello Ior. Poi Falcone, Borsellino, e tanti altri, fino ad Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ammazzato 4 anni fa e su cui la magistratura ancora sta indagando.

Bergoglio prende la parola subito dopo aver ascoltato gli 842 nomi letti da alcuni dei famigliari delle vittime, ma anche da Tareke Brhane, rifugiato e mediatore culturale a Lampedusa, e dall’ex procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, che chiude l’elenco. «Cambiate vita, fermatevi di fare il male, convertitevi per non finire all’inferno», dice il papa nel suo breve discorso, rivolgendosi «agli uomini e alle donne delle mafie». «Il potere e il denaro che avete è frutto di affari sporchi e crimini, è insanguinato». E ai familiari delle vittime: «Voglio condividere con voi la speranza che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione, deve partire dalle coscienze e risanare le relazioni, le scelte, il tessuto sociale cosicché la giustizia prenda il posto dell’iniquità».

Nella chiesa di San Gregorio VII, a due passi dal Vaticano, i familiari delle vittime innocenti uccise dalle mafie sono 900, insieme ai ragazzi di Libera, al presidente del Senato Pietro Grasso, alla presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi e al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. La chiesa è piena, ci sono anziani che hanno perso figlie e figli, ci sono i giovani e anche qualche bambino che hanno avuto le loro madri e i loro padri uccisi. Volti conosciuti, come quello di Maria Falcone – la sorella del magistrato fatto saltare in aria insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta –, i fratelli di don Puglisi e don Diana, il figlio di Pio La Torre. E poi tante storie meno note ma ugualmente drammatiche, come quella del crotonese Giovanni Gabriele, il padre di Domenico, morto il 20 settembre 2009, dopo 85 giorni di coma, colpito insieme ad altri ragazzi, mentre giocavano a calcio, dai killer della ‘ndrangheta che erano andati lì per uccidere Gabriele Marrazzo. Da qualche anno Giovanni Gabriele gira l’Italia ed entra nelle scuole a parlare di legalità e di giustizia agli adolescenti. E partecipa alla Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie promossa da Libera e da Avviso pubblico, «perché è importante tenere viva la memoria», ci dice prima di entrare in chiesa. Oggi, insieme agli altri 900 familiari, sarà a Latina per le manifestazioni della Giornata e sfilerà per le strade del capoluogo pontino con la foto di suo figlio appesa al collo, come facevano e fanno le madres dei desaparecidos argentini.

«Le persone che sono qui hanno storie e riferimenti diversi. Ma sono accomunate dal bisogno di verità e di giustizia, un bisogno che per molti è ancora vivo e lacerante», dice don Ciotti durante il suo intervento in cui ricorda non solo i morti di mafia. «Vogliamo ricordare anche le vittime del lavoro, perché un lavoro non tutelato, svolto senza le necessarie garanzie di sicurezza, è una violazione della dignità umana. E così pure le vittime degli affari sporchi delle mafie. Le persone colpite da tumori in territori avvelenati dai rifiuti tossici. Quelle che hanno perso la vita per l’uso delle droghe spacciate dai mercanti di morte. Le migliaia d’immigrati annegati nei mari o caduti nei deserti. Le donne e le ragazze vittime della tratta e della prostituzione». Ma «il problema delle mafie non è un problema solo criminale. Se così fosse, basterebbero le forze di polizia, basterebbe la magistratura – aggiunge –. È un problema sociale e culturale, che chiama in causa responsabilità pubbliche, spesso degenerate in poteri privati, e responsabilità sociali accantonate in nome dell’individualismo». Allora servono «politiche sociali, posti di lavoro, investimenti sulla scuola» e soprattutto «una politica che torni a essere servizio del bene comune».

Anche la Chiesa ha delle responsabilità, lo dice don Ciotti. «In passato, e purtroppo ancora oggi, non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione a un problema di così enormi risvolti umani e sociali. Silenzi, resistenze, sottovalutazioni, eccessi di prudenza, parole di circostanza». Ma anche numerosi esempi e testimonianza positive, come quella don Peppe Diana, parroco di Casal di Principe, ucciso dalla camorra 20 anni fa, il 19 marzo 1994. E la sua stola viene regalata da don Ciotti a Bergoglio.

Oggi la Giornata continua con la manifestazione a Latina, dove sono attese 50mila persone da tutta Italia.