Archive for aprile 2014

Canonizzazione, l’evento in 4D

27 aprile 2014

“il manifesto”
27 aprile 2014

Luca Kocci

Due papi sugli altari, Giovani XXIII e Giovanni Paolo II. Due sul sagrato di San Pietro, Francesco a presiedere la cerimonia e Benedetto XVI a concelebrarla, leggermente defilato. Un poker di pontefici mai visto nella storia della Chiesa cattolica che oggi saranno i protagonisti della canonizzazione di Roncalli e Wojtyla in piazza San Pietro dove sono previste 800mila persone, forse 1 milione, insieme a 112 delegazioni di Paesi esteri, 24 delle quali guidate da capi di Stato e reali, 11 da primi ministri. Per l’Italia ci saranno Napolitano e Renzi. Il sindaco Marino dichiara spese per oltre 7 milioni di euro (il Vicariato di Roma ne metterà 500mila) e batte cassa con il governo: «La canonizzazione non può riguardare solo Roma e i romani».

Tutto sarà trasmesso in mondovisione e sulla rete, per uno degli eventi – come sempre più spesso capita in Vaticano, si tratti dei funerali di Wojtyla, del volo in elicottero del dimissionario Ratzinger dal Palazzo apostolico a Castel Gandolfo o dell’elezione di Bergoglio – più seguiti nella storia delle comunicazioni. In un processo di mediatizzazione e spettacolarizzazione della fede che rischia sempre più, perlomeno nel senso comune, di identificare la Chiesa con il papato: in molte parrocchie sono stati piazzati degli schermi televisivi sui quali oggi i fedeli vedranno la canonizzazione in diretta al posto della messa domenicale mattutina; e il Centro televisivo vaticano – che ha l’esclusiva sulle immagini del pontefice e quindi farà anche un buon incasso – annuncia che, grazie alla collaborazione con Sky, l’evento sarà «raccontato per la prima volta in 3D» (in 500 cinema di 20 Paesi, 120 solo in Italia) per avere «la sensazione di essere presenti in piazza San Pietro». Insomma si inforcheranno gli occhialini e sembrerà di essere seduti accanto a Bergoglio.

Con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II salgono ad 80 (su 266) i papi santi. La rivista Credere delle edizioni San Paolo in edicola il 30 aprile rivela che presumibilmente il prossimo 19 ottobre verrà beatificato anche Paolo VI. E a breve toccherà anche ad altri due pontefici del ‘900: il controverso Pio XII e Giovanni Paolo I, dei quali sono state riconosciute le «virtù eroiche», primo passo verso la gloria degli altari. Continua dunque e si rafforza, nonostante la collegialità e la sinodalità auspicate da papa Francesco, quella santificazione del papato, e quindi del centralismo romano, criticata dalla Chiesa di base (il manifesto ne ha parlato ampiamente ieri, dando contro delle posizioni del movimento di riforma Noi Siamo Chiesa) ma anche dal cardinal Martini, allergico ad ogni forma di papolatria.

La decisione di Bergoglio – che ha accelerato la corsa verso gli altari di Giovanni XXIII derogando alla necessità del secondo miracolo – di canonizzare insieme Roncalli e Wojtyla, i due papi più popolari del ‘900, oltre ad essere pastoralmente potente e mediaticamente efficacissima, contiene almeno due significati.

Il primo è che Francesco – nei manifesti rappresentato sullo sfondo dietro i nuovi santi con l’aureola – si propone come una sorta di sintesi dei due, evocata da diversi elementi: il richiamo al Concilio Vaticano II e alla «Chiesa povera» di Roncalli, il carisma e la forte presenza mediatica di Wojtyla. Il secondo è il ridimensionamento e l’inserimento nella continuità della storia della Chiesa dell’aggiornamento conciliare di Giovanni XXIII, non a caso mai lasciato solo ma sempre “guardato a vista” da un altro pontefice: quando venne beatificato nel 2000 insieme a lui c’era Pio IX, quindi il papa Sillabo e della condanna della modernità con quello delle aperture al mondo moderno, in una conciliazione degli opposti piuttosto stridente; ora c’è Wojtyla che ha chiuso, spesso depotenziandole e azzerandole, tante questioni aperte o appena lasciate intravedere dal Concilio, come la collegialità episcopale, la morale sessuale, il ruolo delle donne nella Chiesa. Bergoglio riprenderà alcuni di questi temi, come ha dichiarato di voler fare, e li trasformerà in riforme?

Certo è che le canonizzazioni, oltre al valore spirituale che rivestono per i credenti, hanno anche una indubbia ed inevitabile valenza politica. È stato così in tutta la storia della Chiesa, è così anche per la Chiesa di oggi e di domani. Roncalli e Wojtyla, nonostante siano proclamati santi insieme, delineano due modelli e due percorsi diversi e non sempre in armonia: vicini per l’impegno per la pace e contro la guerra, il dialogo interreligioso, la ricomposizione della frattura con gli ebrei, una cui nutrita delegazione sarà oggi presente a San Pietro; distanti su molte altre questioni che hanno come baricentro proprio il Vaticano II e il conservatorismo di Wojtyla sulle nomine episcopali, sulla repressione dei teologi, sull’etica sessuale. Fino ad ora Bergoglio ha rivitalizzato una Chiesa azzoppata dallo scandalo pedofilia, dal Vatileaks, dalla restaurazione di Ratzinger. Si tratterà adesso di vedere quale direzione effettiva prenderà la Chiesa guidata da Francesco.

I conti con la modernità. Intervista a Daniele Menozzi

27 aprile 2014

“il manifesto”
27 aprile 2014

Luca Kocci

Canonizzazione dei papi o santificazione del papato? Ne abbiamo parlato con Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, studioso del papato in età moderna e contemporanea, autore di volumi come Chiesa e diritti umani (2012), Chiesa, pace e guerra nel Novecento (2008), entrambi editi dal Mulino, e Giovanni Paolo II. Una transizione incompiuta? (Morcelliana, 2006), un’analisi storica del pontificato di Wojtyla.
«La canonizzazione dei papi dell’età contemporanea, iniziata da Pio XII con la santificazione di Pio X, è ormai una linea consolidata della Santa sede – spiega Menozzi –. La concezione della teocrazia medievale per cui il mero accesso al trono di Pietro comporta la santità di chi vi accede si è saldata in questo periodo da un lato con il processo di centralizzazione romana che ha portato all’identificazione della Chiesa con chi la guida, dall’altro con le difficoltà di presenza del cattolicesimo nel mondo moderno. In questo contesto la canonizzazione di un papa vuole fornire alla Chiesa la rassicurazione che chi l’ha guidata si è comportato, nel mare tempestoso della modernità, in maniera tanto adeguata da trovare il riconoscimento della beatitudine ultraterrena».

Quando Giovanni XXIII è stato beatificato, gli è stato affiancato Pio IX: il papa del dialogo con il mondo moderno e quello della condanna della modernità. Ora sta insieme a Giovanni Paolo II, il papa che ha ridimensionato il Concilio Vaticano II. Come interpreta queste scelte?

«Mi sembra un modo per relativizzare le posizioni innovative assunte da Roncalli. Isolare la canonizzazione di Roncalli implicava attribuire un valore ufficiale alla sua linea di governo; affiancarla a quella di Wojtyla significa che entrambe le posizioni sono ugualmente valide. Ma non va sottovalutato il cammino di questi anni: mettere sullo stesso piano Roncalli e Mastai Ferretti significava mostrare che la Chiesa non aveva ancora deciso se continuare nella posizione di contrapposizione o di dialogo con la modernità. Affiancare Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II implica mostrare che sono ormai in gioco soltanto due diverse linee di relazione con la modernità e quindi che il dialogo con il mondo moderno è irreversibile».

Dal punto di vista storico cosa hanno rappresentato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II?

«Giovanni XXIII ha aperto la Chiesa al superamento dell’eredità dell’intransigentismo otto-novecentesco, mostrando che la presenza della Chiesa nella storia poteva prescindere dalla prospettiva di ricostruzione di una società cristiana. Giovanni Paolo II ha elaborato un progetto di intervento sulla società che, pur abbandonando la pretesa di una guida ecclesiastica su tutti gli aspetti del consorzio civile, rivendicava comunque al magistero il compito di indicare alcuni aspetti dell’organizzazione della vita collettiva a cui tutti sempre, comunque e dovunque erano tenuti ad aderire. Per Roncalli la Chiesa poteva entrare nella storia senza un progetto di cristianità, per Wojtyla essa doveva essere guidata da un’ottica di neo-cristianità».

Bergoglio parla di collegialità e sinodalità ma, anche per il suo grande carisma, sembra esserci un ritorno della papolatria. È una sorta di eterogenesi dei fini? O non corrispondono alla realtà le intenzioni “democratiche” di Bergoglio?

«Mi pare indubbio che Bergoglio intenda realizzare una maggiore collegialità nel governo della Chiesa; d’altra parte, a quanto pare, questa era anche una delle condizioni che hanno reso possibile la sua elezione. Naturalmente le modalità con cui la collegialità si può realizzare sono molteplici: per ora si è assistito ad un maggiore ascolto delle Chiese locali e all’annuncio dell’attribuzione di un ruolo dottrinale alle conferenze episcopali. È possibile che si arrivi a ristrutturazioni istituzionali che formalizzino queste aperture ad un effettivo governo collegiale della Chiesa. Resta comunque il fatto che esse non implicheranno l’introduzione di un regime democratico: la Chiesa è un popolo di Dio in cammino nella storia, ma è pur sempre un popolo gerarchicamente ordinato».

Quella di Bergoglio è una rivoluzione?

«È troppo presto per dare giudizi così impegnativi. È certo che Bergoglio ha cambiato per tanti aspetti la linea di Benedetto XVI il quale del resto, con la sua rinuncia, ne ha riconosciuto il fallimento. Fin dove si spingerà il mutamento e soprattutto per sapere se questo mutamento sarà in linea con una lettura evangelica dei segni dei tempi bisognerà ancora aspettare».

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CON LA CANONIZZAZIONE DEI PAPI, LA CHIESA SANTIFICA SE STESSA. INTERVISTA A DANIELE MENOZZI

Adista n. 17
10 maggio 2014

Luca Kocci

«La canonizzazione dei papi dell’età contemporanea, iniziata da Pio XII con l’elevazione alla gloria degli altari di Pio X, è ormai una linea consolidata della Santa Sede». Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e attento studioso del papato in età moderna e contemporanea, inserisce il riconoscimento pubblico della santità di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (v. notizia precedente) nella storia della Chiesa. «La concezione della teocrazia medievale – spiega Menozzi ad Adista – per cui il mero accesso al trono di Pietro comporta la santità di chi vi accede si è saldata in questo periodo da un lato con il processo di centralizzazione romana che ha portato all’identificazione della Chiesa con chi la guida; dall’altro lato con le difficoltà di presenza del cattolicesimo nel mondo moderno. In questo contesto la canonizzazione di un papa vuole fornire alla Chiesa la rassicurazione che chi l’ha guidata si è comportato, nel mare tempestoso della modernità, in maniera tanto adeguata da trovare il riconoscimento della beatitudine ultraterrena».

La canonizzazione di Giovanni Paolo II è piuttosto controversa, molti dubbi sono stati avanzati sulla sua condotta, sia da parte della Chiesa di base che di figure autorevoli della gerarchia ecclesiastica, come il card. Martini. È stato allora inopportuno proclamare santo Wojtyla?

«La canonizzazione di un papa non è solo il riconoscimento delle sue virtù individuali, ma diventa inevitabilmente anche la proclamazione dell’esemplarità della sua linea di governo. L’accesso agli onori dell’altare di Giovanni Paolo II dunque appare anche la maniera di celebrare il rilancio di cui la Chiesa ha fruito durante il suo pontificato. È indubbio infatti che, dopo le incertezze e le difficoltà dell’età montiniana, il suo governo ha assicurato alla Chiesa un rilievo prima sconosciuto. Si tratta di un rilievo in primo luogo mediatico, ma del resto proprio questo aspetto, in piena sintonia con le caratteristiche della società contemporanea, è stato uno dei fattori che ha garantito alla Chiesa una nuova ed efficace capacità di incidenza sulla storia».

Quando Giovanni XXIII è stato beatificato, gli è stato affiancato Pio IX: il papa del dialogo con il mondo moderno e quello della condanna della modernità. Ora gli è stato affiancato Giovanni Paolo II: il papa del Concilio Vaticano II e quello che lo ha affossato. È un modo per neutralizzare Roncalli? Per riaffermare che nella Chiesa tutto si tiene insieme e collocare nella assoluta continuità l’aggiornamento del Concilio?

«L’affiancamento della beatificazione di Giovanni XXIII con Pio IX e della sua canonizzazione con quella di Giovanni Paolo II è senza dubbio un modo per relativizzare le posizioni innovative assunte da Roncalli. Isolare la canonizzazione di Roncalli implicava attribuire un valore ufficiale alla sua linea di governo; affiancarla a quella di Wojtyla significa che entrambe le posizioni sono ugualmente valide. Ma non si può sottovalutare il cammino percorso dalla beatificazione alla canonizzazione: mettere sullo stesso piano Roncalli e Mastai Ferretti significava mostrare che la Chiesa non aveva ancora deciso se continuare nella posizione di contrapposizione alla modernità o di dialogo con essa. Affiancare Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II implica mostrare che sono ormai in gioco soltanto due diverse linee di relazione con la modernità e quindi che il dialogo con il mondo moderno è irreversibile».

Dal punto di vista storico cosa hanno rappresentato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II?

«Giovanni XXIII ha aperto la Chiesa al superamento dell’eredità dell’intransigentismo otto-novecentesco, mostrando che la presenza della Chiesa nella storia poteva prescindere dalla prospettiva di ricostruzione di una società cristiana. Giovanni Paolo II ha elaborato un progetto di intervento sulla società che, pur abbandonando la pretesa di una guida ecclesiastica su tutti gli aspetti del consorzio civile, rivendicava comunque al magistero il compito di indicare alcuni aspetti dell’organizzazione della vita collettiva a cui tutti gli uomini sempre e comunque, in ogni tempo ed in ogni luogo, erano tenuti ad aderire. Per Roncalli la Chiesa poteva entrare nella storia senza un progetto di cristianità, per Wojtyla essa doveva essere guidata da un’ottica di neo-cristianità».

Nell’azione di Bergoglio si può rilevare qualche somiglianza con i pontificati di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II?

«Senza dubbio i richiami di Bergoglio a Giovanni XXIII sono frequenti. Al di là dei riferimenti espliciti, è anche chiaro che alcuni suoi interventi mostrano profonde analogie con le posizioni di Roncalli (ad esempio sul tema della pace e della Chiesa dei poveri, sul carattere pastorale del governo ecclesiastico, sulla storicità della Chiesa, sul dialogo con l’ebraismo e l’ortodossia). Ma è anche chiaro che l’eredità di Giovanni Paolo II pesa: come rinunciare alla capacità di penetrazione e all’ascolto planetario che, grazie al ruolo mediatico assicurato al papato da Wojtyla, la Chiesa ha ottenuto? Si tratta di scelte, o di una ricerca di nuove sintesi, che matureranno nei prossimi anni. La duplice canonizzazione evidenzia che entrambi i modelli sono oggi ritenuti praticabili».

Bergoglio parla di collegialità e sinodalità – o comunque queste intenzioni gli vengono attribuite – ma sembra esserci un ritorno alla “papolatria”. È una sorta di eterogenesi dei fini? O forse non corrispondono alla realtà le intenzioni “democratiche” di Bergoglio?

«Mi pare indubbio che Bergoglio intenda realizzare una maggiore collegialità nel governo della Chiesa; d’altra parte, a quanto pare, questa era anche una delle condizioni che hanno reso possibile la sua elezione. Naturalmente le modalità con cui la collegialità si può realizzare sono molteplici: per ora si è assistito ad un maggiore e più frequente ascolto delle Chiese locali e all’annuncio dell’attribuzione di un ruolo dottrinale alle Conferenze episcopali. È possibile che si arrivi a ristrutturazioni istituzionali che formalizzino queste aperture ad un effettivo governo collegiale della Chiesa. Resta comunque il fatto che esse non implicheranno l’introduzione di un regime democratico nella Chiesa. Nell’ecclesiologia di Bergoglio la Chiesa è un popolo di Dio in cammino nella storia – e non si può certo sottovalutare questa concezione rispetto ad un predecessore che aveva una astratta visione ontologica della Chiesa – ma è pur sempre un popolo gerarchicamente ordinato».

Con Bergoglio c’è una rivoluzione in atto nella Chiesa?

«È troppo presto per dare giudizi così impegnativi. È certo che Bergoglio ha cambiato per tanti aspetti la linea di Benedetto XVI il quale del resto, con la sua rinuncia, ne ha riconosciuto il fallimento. Fin dove si spingerà il mutamento e soprattutto per sapere se questo mutamento sarà in linea con una lettura evangelica dei segni dei tempi dobbiamo ancora aspettare».

Più che due papi si santifica il papato

26 aprile 2014

“il manifesto”
26 aprile 2014

Luca Kocci

Più che due papi, domani a San Pietro «si santifica il papato». Nel coro di osanna trasmesso a reti unificate dai media di tutto il mondo, anche all’interno della Chiesa cattolica si leva qualche voce che rompe l’unanimismo e solleva rilievi critici sul «sistema della canonizzazioni» e in particolare sulla proclamazione di Giovanni Paolo II santo.

Si tratta di Noi Siamo Chiesa, il principale movimento cattolico internazionale progressista (Imwac, International movement We are Church), presente in oltre 20 nazioni, che da quando è nato, nel 1996, si batte per una riforma della Chiesa in direzione di una maggiore collegialità, pluralismo e povertà. «L’intero sistema delle canonizzazioni deve essere messo in discussione e radicalmente democratizzato», spiega Martha Heizer, presidente di Imwac. «La canonizzazione dei due papi, in particolare quelle dei pontefici morti da poco, glorifica la natura superiore e l’infallibilità del papato a spese del ruolo del Popolo di Dio». Forse quando un prete è eletto papa «la santità diviene un corollario del suo ruolo? O forse solo santi sono eletti al pontificato?», si chiede. Più probabilmente il fine diventa la santificazione del papato, del centralismo romano e dell’istituzione ecclesiastica, in contrasto con il Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII che – a proposito di contraddizioni – verrà pure lui proclamato santo domani, insieme a Wojtyla. «Lo sfavillante e glorioso sfarzo di una Chiesa cattolica medievale domani apparirà di nuovo in piazza San Pietro, in contraddizione con le vite di quella parte del Popolo di Dio e di tanti altri che nel mondo vivono in povertà, marginalità ed abbandono», sottolinea Imwac, che però mostra di nutrire speranze in papa Francesco: «Gli offriamo il nostro appoggio mentre cerca di riformare questa Chiesa trionfalistica in una Chiesa della solidarietà coi poveri».

Sulla santificazione di Wojtyla – a tempo di record grazie anche alle norme che egli stesso modificò, accorciando da 50 a 5 anni il tempo che deve trascorrere dalla morte – poi il dissenso si fa più netto. Lo puntualizza la sezione italiana di Noi Siamo Chiesa, elencando «evidenti meriti storici ed evangelici» – il dialogo interreligioso soprattutto con ebrei e musulmani, l’opposizione alla guerra in Iraq, il mea culpa per i peccati della Chiesa nella storia durante il Giubileo del 2000 – ma anche ricordando limiti ed errori in un dettagliato dossier: la repressione dei teologi non allineati, le posizioni integraliste sulla morale sessuale, il rifiuto del dibattito sulla condizione delle donne nella Chiesa e sul celibato ecclesiastico, l’omertà sugli abusi sessuali del clero sui minori, l’accettazione di una struttura come lo Ior «spesso complice di poteri oscuri e criminali» – erano gli anni di Marcinkus, Calvi e del Banco ambrosiano –, la nomina di vescovi quasi tutti di orientamento conservatore, il rafforzamento del centralismo romano a danno dell’autonomia delle Chiese locali e della collegialità episcopale, la condanna della teologia della liberazione e delle nuove teologie, la diffidenza nei confronti di mons. Romero e dei movimenti popolari in America latina, con il sostegno, implicito od esplicito, ai regimi autoritari (resta storica la foto di Giovanni Paolo II affacciato al balcone della Moneda con Pinochet nel 1987).

Ma ad esprimere perplessità sulla canonizzazione di papa Wojtyla, oltre alla Chiesa di base e a diversi teologi progressisti sono stati anche autorevoli esponenti della gerarchia ecclesiastica. Il card. Danneels, ex arcivescovo di Bruxelles e primate del Belgio, che criticò la creazione di una «corsia preferenziale» per santificare Giovanni Paolo II a tempo di record. E il card. Martini che, come viene rivelato dal libro di Andrea Riccardi appena pubblicato dalle edizioni San Paolo (La santità di papa Wojtyla), pur all’interno di un giudizio complessivamente positivo, nella sua deposizione al processo canonico manifestò delle riserve su Wojtyla: l’eccessivo appoggio ai movimenti, la tendenza a porsi «al centro dell’attenzione», la scelta di restare sul trono di Pietro fino alla fine nonostante le condizione di salute gli impedissero di esercitare il suo ministero.

Solo dovere di informazione. Il mensile “Tempi di fraternità” vince la causa contro il seminario di Acqui Terme

23 aprile 2014

“Adista”
n. 16, 26 aprile 2014

Luca Kocci

 

Il mensile Tempi di fraternità vince la causa civile contro il seminario della Diocesi di Acqui (Al) che aveva denunciato il periodico cattolico piemontese per diffamazione, chiedendogli un maxi risarcimento di 450mila euro. L’articolo incriminato – un’inchiesta sui patrimoni e sulla gestione finanziaria della Diocesi, e in particolare su un immobile di proprietà del seminario utilizzato anche come albergo di lusso ed esentato dal pagamento dell’Ici – non era diffamatorio perché, spiega il giudice Robertà Poiré, «nessuna delle notizie riportate è risultata falsa» e «ogni notizia è stata professionalmente tratta da fonti originarie di provata affidabilità».

Ma oltre all’assoluzione di Tempi di Fraternità – mensile cattolico “di base” fondato nel 1971 dal frate francescano Elio Celestino Taretto e dal 1976 edito da una cooperativa – la sentenza afferma un principio di grande importanza per l’informazione e per l’informazione religiosa in particolare: i cittadini hanno diritto di sapere come le istituzioni ecclesiastiche gestiscono ed utilizzano i propri patrimoni e se su questi beni pagano le tasse. Pertanto i mezzi di informazione che documentano con correttezza e rigore questi aspetti contribuiscono alla libertà di informazione e, in ultima analisi, alla costruzione della democrazia.

«Ogni cittadino italiano cattolico è parte della Chiesa ed ogni cittadino italiano cattolico ha interesse e diritto ad essere reso edotto di come la Chiesa gestisce ed utilizza i beni di cui dispone», «anche indipendentemente» dalla propria fede, dal momento che «la Chiesa è una istituzione la cui rilevanza pubblica è imprescindibile» e da ciò «consegue l’interesse pubblico delle notizie che ne riguardano le attività istituzionali», afferma la sentenza (interamente leggibile sul sito internet di Tempi di fraternità:www.tempidifraternita.it). Inoltre, poiché «tutti i cittadini concorrono nell’adempimento dell’obbligo tributario, e l’adempimento dello stesso è essenziale per l’erogazione dei servizi pubblici anche di primaria importanza, è ancora più evidente l’interesse pubblico ad ogni notizia relativa alle scelte che i competenti organi effettuano in materia di esenzione fiscale. Non si ravvede quindi – prosegue il giudice – alcun travalicamento del principio di continenza», l’articolo si limita ad esporre «fatti obiettivamente criticabili a carico di chi li pone in essere, e la forma usata non suggerisce o evoca alcun sentimento di riprovazione maggiore di quello che deriva dalla asettica valutazione dei fatti di per sé stessi considerati».

La vicenda comincia nel febbraio del 2013 quando, nell’ambito di una serie di articoli sull’uso dei beni da parte della Chiesa cattolica e di altre confessioni e fedi religiose redatti da Paolo Macina, Tempi di fraternità pubblica un’inchiesta sulla Diocesi di Acqui. Un articolo complessivamente elogiativo dell’azione di trasparenza intrapresa dal vescovo, mons. Pier Giorgio Micchiardi, in merito alla gestione dell’otto per mille, del patrimonio e delle proprietà della Diocesi, all’interno del quale si parla anche di “Villa Paradiso” (www.villaparadiso.org), a Pian d’Invrea, presso Varazze (Sv), sulla riviera ligure, acquistata dal seminario vescovile nel 1974. Ed è questo l’oggetto specifico della denuncia. Si tratta di un immobile ristrutturato come residenza di lusso (dispone di una piscina con idromassaggio, di un piccolo campo da golf e di diversi ettari di parco), utilizzato per i ritiri spirituali, i congressi e gli incontri di seminaristi, preti e religiosi, ma i cui appartamenti, nei periodi di non utilizzo per le attività del seminario (nei mesi estivi e nel periodo natalizio), vengono affittati anche a privati a cifre che vanno dai mille (bassa stagione) ai duemila euro (alta stagione) a settimana. Ed esente dal pagamento dell’Ici, come conferma don Giacomo Rovera, il direttore del seminario: «Non paghiamo perché la finalità prevalente è quella istituzionale». Nell’agosto del 2011 – riferisce Macina nel suo articolo –, dopo un primo sopralluogo dei vigili urbani, al seminario viene recapitata una multa di 5mila euro: alla struttura mancherebbero alcune licenze per la ricettività, inoltre sarebbero stati commessi alcuni abusi edilizi per il frazionamento della villa in 10 unità abitative. Pochi mesi dopo arriva anche la richiesta del pagamento degli arretrati dell’Ici. Il seminario fa ricorso e il giudice di pace gli dà ragione, chiudendo definitivamente la questione anche perché, nota Macina, il Comune di Varazze «stranamente» non fa appello.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, il seminario sporge denuncia per diffamazione a mezzo stampa contro Paolo Macina, Brunetto Salvarani (direttore di Tempi di fraternità), la cooperativa editoriale e il direttore del sito internet Trucioli savonesi che aveva rilanciato l’articolo, chiedendo 450mila euro di risarcimento. Ma il Tribunale di Alessandria rigetta la denuncia, dà ragione a Tempi di fraternità e anzi condanna il seminario al pagamento delle spese processuali (8mila e 400 euro).

La sentenza riconosce «il diritto e forse anche il dovere di qualsiasi cittadino di conoscere come vengono gestiti i beni delle Chiese – commentano i redattori di Tempi di fraternità nell’editoriale del fascicolo che uscirà nel prossimo mese di maggio –. Questo non è quindi un fatto privato, e spesso soprattutto noi credenti ci avviciniamo a questi temi con un po’ di timore, come se si andasse in qualche modo a mettere il naso nel “sacro”, e quindi la totale trasparenza delle scelte in campo economico e finanziario delle istituzioni religiose dovrebbe essere la prassi». Ma non solo è giusto conoscere come le Chiese gestiscono i loro patrimoni, «è importante anche fare informazione sulla questione, mai sufficientemente indagata, della esenzione dal pagamento dei tributi da parte di strutture che si possono definire di carattere religioso solo in prima approssimazione. Il fatto di legare, in una sentenza, questi mancati introiti da parte dello Stato alla qualità dell’erogazione dei servizi pubblici ci sembra davvero importante». Appello il prossimo 27 luglio ma, conclude l’editoriale, «ci sentiamo più tranquilli, contenti di aver cercato di fare, nel nostro piccolo e con tutti i nostri limiti, una informazione libera e coerente con i valori che ci caratterizzano».

8×1000, un Italicum a misura di Chiesa

22 aprile 2014

“il manifesto”
22 aprile 2014

Luca Kocci

I testimonial non sono attori e sono scelti con cura: c’è la suora missionaria in una baraccopoli di Addis Abeba, la comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme più volte presa di mira dalle ‘ndrine, gli interventi di solidarietà internazionale della Caritas e la Consulta antiusura. Ma la nuova campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica – lanciata a metà aprile – racconta solo un quarto della verità. Precisamente il 23%, perché a tanto ammonta la percentuale che lo scorso anno – e negli anni precedenti la quota era generalmente la stessa – la Conferenza episcopale italiana ha deciso di assegnare agli «interventi caritativi»: 240 milioni, su un totale incassato di 1 miliardo e 32 milioni di euro (116 milioni in meno del 2012, quando venne raggiunta la cifra record di 1 miliardo e 148 milioni). I tre quarti dei fondi vengono invece impiegati per l’edilizia di culto, la pastorale e la catechesi (420 milioni di euro) e per gli stipendi di circa 33mila preti (382 milioni).

Quest’anno, al lungo elenco delle confessioni che già accedono all’8×1000 (cattolici, valdesi e metodisti, luterani, battisti, avventisti del settimo giorno, ortodossi, ebrei e pentecostali della Chiesa apostolica e delle Assemblee di Dio) si aggiungono altre due religioni non cristiane, che portano in dote almeno 200mila praticanti: Unione buddhista e Unione induista italiana. Totale 11. Restano fuori i mormoni (Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni) i quali invece, pur avendone diritto, vi hanno rinunciato. Il dodicesimo partecipante è lo Stato, che però non si fa pubblicità, per non disturbare le Chiese.

Mascherato come scelta volontaria, l’8×1000 è in realtà obbligatorio, quindi, di fatto, un finanziamento pubblico. Chi non sceglie infatti paga lo stesso, e la sua quota viene attribuita in proporzione alle scelte espresse dagli altri. Considerando che a firmare per una destinazione è meno della metà dei contribuenti (circa il 45%), è la minoranza a decidere per tutti. Una sorta di Italicum applicato all’Irpef.

Il meccanismo, ideato ai tempi del Nuovo Concordato da Tremonti, allora consigliere economico di Craxi, Cirino Pomicino, presidente della Commissione bilancio della Camera, e il card. Nicora, venne concepito per favorire il più forte, ovvero la Chiesa cattolica. I Radicali hanno invano tentato di cancellarlo con un referendum abrogativo che però non ha raggiunto le firme necessarie per poter essere svolto. Tutti, o quasi, ne traggono beneficio: solo Assemblee di Dio e Chiesa apostolica devolvono allo Stato le quote non espresse che gli sarebbero spettate (prima vi rinunciavano anche valdesi e battisti, dall’anno scorso però hanno deciso di incassarle). Ma è il “primo partito”, la Chiesa cattolica, a ricavarne il massimo: lo scorso anno, grazie al meccanismo di ripartizione proporzionale delle quote non espresse, ha ottenuto l’82% dei fondi (nel 2007 era l’89,8%), nonostante meno del 40% dei contribuenti l’abbia scelta.

Come usano le comunità religiose i fondi pubblici dell’8×1000? Ovviamente come vogliono, perché la normativa di fatto non pone limiti.

Dei cattolici si è detto: soprattutto per culto, pastorale e sostentamento del clero, solo una piccola parte per la solidarietà. Ma anche altri (luterani, ortodossi ed ebrei) fanno scelte analoghe. La Chiesa luterana nel 2012 ha incassato quasi 3milioni e 500mila euro: 1milione e mezzo è stato speso per l’evangelizzazione, quasi 1 milione per i ministri di culto, 350mila per attività missionarie; per il sociale e la cultura sono rimasti 500mila euro, 100mila per pubblicità e spese di gestione. E l’Unione delle comunità ebraiche: degli oltre 4 milioni e 700mila euro ottenuti nel 2011 (ultimo rendiconto disponibile), 2 milioni e 848mila sono andati alle varie comunità ed enti ebraici presenti in Italia, 1 milione e 533mila è stato speso per attività culturali e didattiche sempre facenti capo ed istituzioni ebraiche, 340mila per la comunicazione. La Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia non fornisce cifre, dichiara solo che i soldi vengono usati per culto, catechesi e «un sostegno anche materiale per le persone sole e per le famiglie più bisognose».

Di segno opposto le scelte delle Chiese valdesi e metodiste e delle Assemblee di Dio: non usano i fondi per il culto ma – a parte una quota intorno al 5% per le spese di gestione – esclusivamente per attività sociali, assistenziali e culturali, sia in Italia che all’estero, come documentano i loro rendiconti piuttosto dettagliati (anche se, va detto, una parte di queste attività sono condotte dalle loro stesse strutture che quindi parzialmente si autofinanziano). Lo scorso anno, grazie all’aumento del consenso da parte dei contribuenti (570mila firme, 100mila in più del 2012) ma soprattutto per la decisione di trattenere le quote non espresse, i valdesi hanno quasi triplicato gli incassi, arrivando a 37 milioni di euro (nel 2012 erano 14milioni) e ponendosi nettamente al secondo posto fra le comunità religiose, sebbene a lunghissima distanza dai cattolici. Le Assemblee di Dio nel 2012 hanno ricevuto 1 milione e 165mila euro.

Anche battisti, avventisti e Chiesa apostolica non usano 1 centesimo per il culto e spendono tutto per iniziative sociali, ma inciampano sulla trasparenza: tranne la segnalazione di qualche progetto spot, i rendiconti non vengono diffusi (da un vecchio bilancio si scopre però che nel 2011 gli avventisti percepirono 2milioni e 167mila euro, con cui finanziarono progetti sociali, formativi, educativi e culturali in Italia per quasi 2 milioni e progetti umanitari all’estero per 70mila euro, lasciandone 100mila per la campagna informativa e per le spese di gestione).

Dei due nuovi arrivati, induisti e buddhisti, si sa poco, se non che utilizzeranno i soldi sia per il culto che per progetti sociali, umanitari e culturali, come cattolici, luterani ortodossi ed ebrei. «Nella nostra comunità, i due piani si intrecciano», ha spiegato all’agenzia Adista Svamini Hamsananda Giri, vicepresidente degli induisti italiani, perché «destinare fondi alla costruzione di un tempio significa mettere in moto tutta una serie di attività che vi si svolgono», di culto ma anche sociali e assistenziali.

8×1000. La caccia al tesoro si fa con i Cud

22 aprile 2014

“il manifesto”
22 aprile 2014

Luca Kocci

Nella corsa ad accaparrarsi una fetta di 8×1000 in più c’è anche la “caccia al Cud”: giovani e giovanissimi lanciati all’inseguimento dei pensionati e di coloro che sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione dei redditi per convincerli a compilare comunque la scheda per la scelta della destinazione dell’8×1000: con il sistema della ripartizione proporzionale delle quote non espresse, una firma in più vale molto, anche se si tratta di un pensionato al minimo. In palio, come una vera e propria gara a chi conquista più Cud, premi in denaro. Non ricchissimi, ma nemmeno simbolici.

A lanciare l’idea, quattro anni fa, è stata la Conferenza episcopale italiana, con il concorso I feel Cud, riciclando e modificando la storica canzone di James Brown I feel good che mai avrebbe immaginato di contribuire così anche lui all’8×1000. Le parrocchie organizzano squadre di giovani (dai 18 ai 35 anni) da sguinzagliare alla ricerca di Cud da far firmare e da consegnare poi al più vicino Caf Acli, partner dell’iniziativa. Ai 5 gruppi più produttivi arriveranno i soldi per realizzare un progetto nella propria parrocchia: 1.700 euro per chi avrà consegnato da 30 a 100 Cud, fino a 29.500 euro per chi avrà portato un bottino di almeno 1.600 Cud.

Da quest’anno anche l’Unione delle comunità ebraiche promuove un’iniziativa analoga, sebbene meno strutturata: il progetto Mezzo Shekel, ovvero “mezza moneta”, secondo la Torà quella che gli ebrei dovevano offrire a Dio per espiare il peccato di idolatria verso il vitello d’oro. «Cerchiamo un team dinamico di 10 ragazzi» per raccogliere i moduli per la destinazione dell’8×1000, chiede il bando. Rimborso spese e premi anche per loro: un compenso per l’attività di raccolta delle schede e l’opportunità di presentare progetto da finanziare destinato ai giovani.

8×1000. La campagna dell’Uaar per l’edilizia scolastica

22 aprile 2014

“il manifesto”
22 aprile 2014

Luca Kocci

Quella dell’8×1000 allo Stato è la storia di un cambio di destinazione d’uso che si ripete ogni anno e che scoraggia i contribuenti. I soldi raccolti dovrebbero essere usati per 4 scopi precisi, stabiliti dalla normativa: interventi per la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali. Ma da anni vengono impiegati come fondo di riserva per il bilancio generale dello Stato, oppure per finalità totalmente diverse: dalle missioni militari in Iraq e Afghanistan all’edilizia carceraria. Succedeva anche che una parte consistente finisse, di fatto, alla Chiesa cattolica, perché veniva utilizzata per il restauro di chiese ed immobili ecclesiastici («beni culturali») oppure devoluto ad associazioni e organizzazioni non governative di matrice cattolica per programmi di solidarietà internazionale contro la fame e per i rifugiati. Una prassi fortemente limitata dal governo Monti, non tanto per un sussulto di laicità ma per esigenze di bilancio.

Anche quest’anno la tendenza è confermata: dei quasi 170 milioni destinati allo Stato, solo 400mila euro sono stati usati per gli scopi previsti, finanziando i progetti di quattro associazioni, due delle quali cattoliche: il gruppo missioni Africa, che riceverà 108mila euro per un’attività di lotta alla denutrizione in Eritrea; il Vis (ong legata ai salesiani) che avrà 128mila euro per ridurre l’insicurezza alimentare delle etnie somale in Etiopia; “Persone come noi”, 97mila euro per un programma alimentare e di accesso all’acqua in Burkina Faso; la ong bresciana “Medicus mundi Italia”, 71mila euro per la lotta alla malnutrizione infantile. Tutti gli altri soldi, ovvero 169 milioni e 500mila euro, sono stati usati «per esigenze straordinarie di finanza pubblica», dal pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese al decreto del “Fare”, dall’Ecobonus e alle nuove assunzioni di lavoratori under 29.

A questo proposito l’Uaar – associazione impegnata nella difesa della laicità delle istituzioni – rilancia la campagna Occhiopermille. Da quest’anno lo Stato può destinare il proprio 8×1000 anche per l’edilizia scolastica, per cui – chiede l’Uaar – invitiamo i cittadini a scegliere lo Stato e a «fare pressione sul proprio sindaco affinché presenti domanda per un intervento di edilizia scolastica o per far fronte a calamità naturali. Sarebbe un modo perché l’8×1000 statale sia usato laicamente e a beneficio di tutti».

Noi Siamo Chiesa: «I gesti del papa danno speranza»

20 aprile 2014

“il manifesto”
20 aprile 2014

Luca Kocci

Nuovo bagno di folla per papa Bergoglio oggi, giorno di Pasqua. Prima la messa in piazza San Pietro, poi il tradizionale messaggio Urbi et Orbi letto nelle varie lingue. E in settimana Roma sarà invasa dai pellegrini che, domenica prossima, parteciperanno alla doppia canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i due papi più popolari del ‘900. Ne parliamo con Vittorio Bellavite, coordinatore per l’Italia di Noi Siamo Chiesa, il più importante movimento internazionale per la riforma della Chiesa.

Proprio ieri, 19 aprile, ricorreva l’anniversario dell’elezione di Ratzinger a papa (nel 2005), che il manifesto annunciò con quella efficacissima prima pagina, «il pastore tedesco». Con Bergoglio è cambiato qualcosa?

«Sì, perché l’approccio alla realtà di Francesco è nettamente diverso da quello di Benedetto XVI. La crisi globale secondo Ratzinger era causata dal trionfo del relativismo, e la riposta doveva essere il rafforzamento dell’identità cattolica. Quella di Francesco invece è una risposta ancorata alla storia, quindi più evangelica: la crisi è provocata da un sistema economico-sociale che non funziona e che produce ingiustizia. Ed è un messaggio che ottiene grande risonanza anche perché le risposte che la politica sembra dare alla crisi sono molto deboli».

Bergoglio critica il sistema economico-finanziario, parla male del denaro e regala 50 euro ai clochard della stazione Termini. Però poi lo Ior resta al suo posto. Non è una contraddizione?

«La contraddizione c’è. Dice che “san Pietro non aveva una banca”, ma non è poi in grado di essere coerente fino in fondo con questa affermazione. C’è una grande difficoltà a liberarsi dalle strutture. Però mi sembra che almeno si stia impegnando a riformare queste strutture che hanno continuato ad agire in maniera non diversa da quanto accadeva ai tempi di Marcinkus e Calvi».

Domenica prossima ci saranno le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Noi Siamo Chiesa è stata sempre critica con il sistema delle santificazioni. E ora?

«Anche ora. Con queste operazioni si assecondano e si rafforzano forme di religiosità popolare che danno più valore ai santi e alle madonne che non al messaggio di liberazione del Vangelo. La religiosità popolare ha un suo valore, ma dovrebbero esserne evidenziati i limiti e andrebbe sottoposta ad una profonda revisione critica».

E poi si continuano a canonizzare pontefici…

«È un modo per santificare il papato. Anche unendo, come in questo caso, due papi molto diversi fra loro, quasi a voler bilanciare i diversi equilibri presenti nella cattolicità».

Giovanni Paolo II resta una figura controversa, in questi giorni è emerso che anche il card. Martini aveva dei dubbi sulla sua santificazione a tempo di record. Cosa ne pensa?

«Noi Siamo Chiesa è stata sempre contraria per molti motivi: la repressione della Teologia della liberazione in America latina e in generale di tutti i teologi progressisti; la nomina dei vescovi conservatori; il sostegno dato ai movimenti cattolici integralisti; l’abbandono delle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II».

Torniamo a Bergoglio. Molti, anche di area laica, esaltano parole e atti che giudicano rivoluzionari. Non c’è invece il rischio di rafforzare il papismo?

«Il rischio c’è. Noi però speriamo che con Francesco si possa camminare in direzione della sinodalità, quindi della democrazia. Dei segnali ci sono. Complessivamente però diamo un giudizio positivo perché ci sembra che, a differenza dei suoi predecessori, si muova più sull’orizzonte della pastorale che su quello della riaffermazione della dottrina. Forse non è rivoluzionario, però mi pare che possa avere delle conseguenze e portare dei cambiamenti, anche significativi, nella Chiesa».

Contrordine: Esperienze pastorali non è più «inopportuno». Riabilitato il libro di don Milani

19 aprile 2014

“Adista”
n. 16, 26 aprile 2014

Luca Kocci

Meglio tardi che mai, recita l’adagio, e si addice perfettamente a quanto l’arcivescovo di Firenze, il card. Giuseppe Betori, ha rivelato ad Andrea Fagioli che lo scorso 17 aprile lo ha intervistato sul settimanale diocesano Toscana Oggi, di cui è direttore: la Congregazione per la Dottrina della Fede – annuncia Betori –, sebbene con una formulazione piuttosto minimalista giustificata dal “mutare dei tempi”, ha riabilitato Esperienze pastorali, l’unico volume firmato da don Lorenzo Milani che nel 1958, pochi mesi dopo la pubblicazione, venne giudicato «inopportuno» e «ritirato dal commercio» per ordine del Sant’Uffizio allora guidato dall’ultraconservatore card. Alfredo Ottaviani.

«Nel novembre scorso – spiega l’arcivescovo di Firenze –, dopo un accurato lavoro di ricerca, ho inviato al santo padre un’ampia documentazione su Esperienze pastorali» nella quale evidenziavo che il libro «era ancora sotto la proibizione di stampa e di diffusione. Questo dossier il papa lo ha passato alla Congregazione per la Dottrina della Fede che proprio in questi giorni mi ha risposto, sottolineando innanzitutto una cosa che spesso sfugge, ovvero che non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro Esperienze pastorali né tantomeno contro don Lorenzo Milani. Ci fu soltanto una comunicazione data dalla Congregazione all’arcivescovo di Firenze (il card. Ermenegildo Florit, ndr) nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo. Questa comunicazione fu poi resa nota anche attraverso un articolo dell’Osservatore Romano». Pertanto, aggiunge, «non c’è stato mai un decreto che in qualche modo dava un giudizio di condanna dell’opera e dell’autore. L’intervento aveva un chiaro carattere prudenziale ed era motivato da situazioni contingenti. Oggi la Congregazione mi dice che ormai le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere. Da ora in poi la ristampa di Esperienze pastorali non ha nessuna proibizione da parte della Chiesa (il testo comunque in questi anni ha continuato ad essere regolarmente stampato dalla Libreria editrice fiorentina, ndr) e torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentina, un contributo alla riflessione ecclesiale da riprendere in mano e su cui confrontarsi».

Betori getta acqua sul fuoco. Tuttavia, sebbene il libro non sia stato messo all’Indice, l’intervento censorio c’è stato. La stesura del volume cominciò negli anni in cui don Milani era cappellano, cioè viceparroco, a San Donato di Calenzano (fra il ‘47 e il ‘54). Si trattava di un’analisi della società e della prassi ecclesiale del tempo, a partire dalla sua “esperienza pastorale” a San Donato. Venne ultimato successivamente e pubblicato dalla Lef nell’aprile 1958 – con una lunga prefazione dell’arcivescovo di Camerino, mons. Giuseppe D’Avack –, quando Milani era già stato esiliato a Barbiana, nel Mugello. Nel settembre di quell’anno La Civiltà Cattolica – il quindicinale dei gesuiti le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana – pubblicò una severa stroncatura del testo (firmata dal gesuita p. Angelo Perego), preceduta da due recensioni altrettanto negative sulla Settimana del clero e su Orientamenti pastorali. Tre mesi dopo arrivò l’intervento del Sant’Uffizio, prima con una lettera a mons. Florit (15 dicembre) e poi con la pubblicazione di un lungo articolo sull’Osservatore Romano (20 dicembre): si ordinava che il libro fosse «ritirato dal commercio», poiché conteneva «ardite e pericolose novità» in campo sociale. Il testo non fu condannato perché si allontanava dalla “ortodossia”, ma venne giudicato «inopportuno», e quindi proibito.

Ora, dopo una “pausa di riflessione” durata più di 50 anni, la Congregazione per la Dottrina della Fede ci ripensa. Meglio tardi che mai, anche se manca ancora un passaggio: il riconoscimento che la censura del 1958 fu un grave errore.

Una Via crucis “sociale” per papa Francesco

18 aprile 2014

“il manifesto”
18 aprile 2014

Luca Kocci

Sarà una Via cru­cis con­trad­di­stinta dai temi sociali quella che, come da tra­di­zione, si svol­gerà que­sta sera al Colos­seo. Papa Fran­ce­sco, che pre­sie­derà la ceri­mo­nia, ha infatti deciso di affi­dare la reda­zione dei testi di rifles­sione per le 14 «sta­zioni» della Via cru­cis – imme­dia­ta­mente pub­bli­cate dalla Lev – a mon­si­gnor Gian­carlo Bre­gan­tini, un pas­sato da prete ope­raio, poi per 13 anni (dal 1994 al 2007) vescovo anti ‘ndran­gheta a Locri, attual­mente alla guida della dio­cesi di Cam­po­basso e pre­si­dente della Com­mis­sione della Cei per i pro­blemi sociali e il lavoro, la giu­sti­zia e la pace. E Bre­gan­tini ha scelto di rileg­gere il rac­conto della morte di Gesù – que­sto rie­voca la Via cru­cis dei cat­to­lici – attra­verso la cro­naca e l’attualità: dalle ingiu­sti­zie sociali pro­dotte dalla crisi eco­no­mica e dal libe­ri­smo sel­vag­gio all’immigrazione, dal dramma della Terra dei fuo­chi alle ingiu­sti­zie della deten­zione in car­cere.
Le croci che oggi pesano «sulle spalle dei lavo­ra­tori» si chia­mano «pre­ca­rietà, disoc­cu­pa­zione, licen­zia­menti, un denaro che governa invece di ser­vire, spe­cu­la­zione finan­zia­ria, sui­cidi degli impren­di­tori, cor­ru­zione, usura», scrive mon­si­gnor Bre­gan­tini, che inco­rag­gia alla «lotta per il lavoro» e alla par­te­ci­pa­zione poli­tica, «cer­cando di uscire insieme dai pro­blemi». Una cita­zione di don Lorenzo Milani quest’ultima – «Il pro­blema degli altri è uguale al mio. Sor­tirne tutti insieme è la poli­tica. Sor­tirne da soli è l’avarizia», scri­veva il priore di Bar­biana – un cui testo, Espe­rienze pasto­rali, che pochi mesi dopo la sua pub­bli­ca­zione nel 1958 venne giu­di­cato «inop­por­tuno» e «riti­rato dal com­mer­cio» per ordine del Sant’Uffizio allora gui­dato dall’ultraconservatore car­do­nale Otta­viani, è stato ria­bi­li­tato pro­prio in que­sti giorni dalla Con­gre­ga­zione per la dot­trina della fede.
Le «disu­mane con­trad­di­zioni» del car­cere e le con­di­zioni di vita dei dete­nuti gli altri temi forti delle rifles­sioni di Bre­gan­tini. Il car­cere è «dimen­ti­cato» e «ripu­diato dalla società civile», scrive il vescovo, che denun­cia «le assur­dità della buro­cra­zia, le len­tezze della giu­sti­zia» e il «sovraf­fol­la­mento» che si con­fi­gura come una vera e pro­pria «dop­pia pena», «un dolore aggra­vato, un’ingiusta oppres­sione, che con­suma la carne e le ossa». E in que­ste con­di­zioni «alcuni, troppi!, non ce la fanno». Evi­dente il rife­ri­mento ai sui­cidi dei dete­nuti in car­cere: 42 nel corso del 2013 (ma 1.067 ten­tati sui­cidi e 6.902 atti di auto­le­sio­ni­smo, rife­ri­scono i dati di Anti­gone), già 11 in que­sti primi tre mesi del 2014. Ma il car­cere è anche uno stigma dif­fi­cil­mente eli­mi­na­bile: «Quando un nostro fra­tello esce – aggiunge –, lo con­si­de­riamo ancora un ex-detenuto, chiu­den­do­gli così le porte del riscatto sociale e lavo­ra­tivo».
Nei com­menti di Bre­gan­tini ci sono poi gli immi­grati, con l’invito a «non chiu­dere la porta a chi bussa chie­dendo asilo, dignità e patria». Le donne vit­time della vio­lenza dei maschi («pian­giamo su que­gli uomini che sca­ri­cano sulle donne la vio­lenza che hanno den­tro» e sulle donne «schia­viz­zate dalla paura e dallo sfrut­ta­mento», ma «non basta bat­tersi il petto», ammo­ni­sce, biso­gna agire). E i bam­bini vit­time di abusi, «ingiu­sta­mente coperti», e uccisi dai «tumori pro­dotti dagli incendi dei rifiuti tos­sici»: è la Terra dei fuo­chi.
Intanto ieri pome­rig­gio papa Ber­go­glio ha cele­brato la messa del gio­vedì santo nella Chiesa della Fon­da­zione don Gnoc­chi, una strut­tura che acco­glie disa­bili gravi. E 12 di loro — fra cui un musul­mano di nazio­na­lità libica — sono stati i pro­ta­go­ni­sti della tra­di­zio­nale «lavanda dei piedi». Lo scorso anno, pochi giorni dopo la con­clu­sione del Con­clave che lo elesse papa, toccò ai gio­vani dete­nuti del car­cere mino­rile di Casal del marmo. In attesa delle grandi folle dei pros­simi giorni con la Pasqua e con le cano­niz­za­zioni, il 27 aprile, dei due papi: Gio­vanni XXIII e Gio­vanni Paolo II. L’abbuffata media­tica è assicurata.