Archive for maggio 2014

Un «cattolico marginale». Presentata in Campidoglio l’autobiografia di Giovanni Franzoni

31 maggio 2014

“Adista”
n. 20, 31 maggio 2014

Luca Kocci

«Cattolico marginale» è la formula scelta per definire Giovanni Franzoni, la cui autobiografia è stata presentata a Roma, in Campidoglio, lo scorso 20 maggio (Autobiografia di un cattolico marginale, Rubbettino Editore, 2014, pp. 262, 16€; è possibile acquistarla richiedendola ad Adista: tel. 066868692; e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: http://www.adista.it). Una perifrasi dai molteplici significati, perché con l’aggettivo marginale si possono intendere molte cose. Ai margini vive ed opera la «Chiesa di periferia» a cui Franzoni ha scelto di appartenere, ha detto mons. Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma Centro, intervenuto alla presentazione del libro per un saluto iniziale. Marginale significa anche la «volontà di tenersi lontano e di rifiutare il potere», ha aggiunto Raniero La Valle. E stare sul margine può voler dire scegliere di «abitare lungo i confini della società e dell’umanità sofferente», ha sottolineato Francesca Brezzi, docente di Filosofia morale all’università Roma Tre.

Ma marginale Franzoni lo è stato anche perché la Chiesa di Roma, guidata allora dal card. Ugo Poletti, decise di metterlo ai margini, di emarginarlo, per le sue tante scelte politiche di laicità, vicine agli impoveriti e agli oppressi ma lontane dall’istituzione ecclesiastica legata mani e piedi in un abbraccio demoniaco alla Democrazia Cristiana, al grande capitale, ai palazzinari, ai potenti della città. Perché quella di Franzoni e della Comunità di San Paolo – prima dentro e poi fuori della basilica di cui è stato abate – è stata una storia strettamente intrecciata a quella della città di Roma. «Senza Franzoni e la Comunità questa storia sarebbe stata molto diversa», ha ricordato La Valle, protagonista anche lui di tante vicende che videro Franzoni fra gli attori principali, dai “cattolici per il no” al referendum per confermare la legge sul divorzio del 1974, ai cattolici che militavano nel Pci e nella Sinistra indipendente. E Paolo Masini, assessore capitolino ai lavori pubblici e alle periferie della giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino, ha affermato che «è un dovere e un onore per Roma Capitale (la nuova denominazione del Comune di Roma, ndr) poter ricordare Franzoni e la Comunità di San Paolo».

Sicuramente quella di Giovanni Franzoni non è stata una storia marginale nel senso di ininfluente. Ma una vicenda che ha profondamente segnato la storia della società e della Chiesa italiana post-conciliare. Il libro – curato da due membri della Comunità cristiana di base di San Paolo, Salvatore Ciccarello e Antonio Guagliumi, che hanno raccolto e poi trascritto il racconto direttamente dalla viva voce di Giovanni Franzoni, arricchendolo con una selezione di documenti straordinari, dalla corrispondenza privata di Franzoni con le zie, agli scambi epistolari con i rappresentanti della gerarchia ecclesiastica che poi lo sospesero a divinis, alle lettere di solidarietà di diversi amici, come i vescovi Michele Pellegrino e Luigi Bettazzi oppure fratel Arturo Paoli – racconta questa storia, intersecando «macrostoria e microstoria». L’infanzia e l’adolescenza a Firenze sotto il fascismo e durante la guerra. Gi studi al Collegio Capranica e alla Gregoriana di Roma. L’ingresso nell’ordine dei Benedettini. Gli anni nell’abbazia di Farfa, il trasferimento a Roma nel 1964 come abate di San Paolo fuori le mura, la partecipazione alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II.

Nella basilica di San Paolo, Franzoni si lascia interrogare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolato e popolare come San Paolo, animato anche dalla convinzione che la vita monastica non significa isolamento dal mondo ma impegno nella storia. Prende forma così una comunità “orizzontale” di laici, donne e uomini, che cominciano a riflettere sul che fare per vivere un Vangelo ancorato alla società e alla città, immergendosi nelle vicende sociali e politiche: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, le lotte degli operai licenziati della Crespi (una fabbrica di infissi non lontana dalla basilica), l’attenzione agli emarginati e agli esclusi, in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano – passando anche all’azione con irruzioni durante le assemblee e con scritte contro Franzoni sui muri dei palazzi del quartiere –, i gerarchi ecclesiastici mugugnano e guardano a vista la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni. Fino all’aprile del 1973, a causa di una preghiera dei fedeli contro lo Ior, rigorosamente spontanea, letta da un giovane durante la messa domenicale. Il cerchio di stringe, a Franzoni viene imposto dal Vaticano di censurare preventivamente le preghiere, lui rifiuta e il 12 luglio 1973 si dimette da abate, non prima di aver pubblicato la lettera pastorale La terra è di Dio, che conteneva un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economici, all’ombra della Democrazia Cristiana. E fuori dal tempio nasce la Comunità cristiana di Base di San Paolo, che l’anno scorso ha celebrato i suoi 40 anni di esistenza (v. Adista Notizie n. 36/13) vissuti con due obiettivi: desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza.

E la storia continua. Nel referendum del 1974 Franzoni si schiera a favore del divorzio e viene sospeso a divinis. Nel 1976, dopo la sua dichiarazione di voto per il Pci, viene dimesso dallo stato clericale. Poi il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ‘80 e ‘90. In tempi più recenti l’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, il referendum sulla legge 40 contro l’ordine di astensionismo arrivato dal card. Ruini, il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso. Oggi le attività con i profughi afghani accampati alla stazione Ostiense, nell’indifferenza delle istituzioni capitoline; le storiche battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione delle donne nella Chiesa e nella società.

Un’autobiografia che, chiarisce Franzoni, non è «un’apologia e nemmeno un amarcord  ma una storia in cammino che continua ancora».

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“Don Gallo e i suoi fratelli”. Ad un anno dalla morte un libro ricorda il prete genovese

31 maggio 2014

“Adista”
n. 21, 7 giugno 2014

Luca Kocci

Un anno fa, il 22 maggio 2013, moriva don Andrea Gallo, il prete partigiano compagno di strada degli ultimi e degli emarginati. La Comunità di San Benedetto al Porto di Genova – dove don Gallo ha vissuto gli ultimi 40 anni della sua vita – lo ricorda con un libro, appena pubblicato dalla casa editrice Il Segno dei Gabrielli, che è anche un atto d’amore e un ulteriore saluto da parte di chi don Gallo ha conosciuto: confratelli preti come don Federico Rebora (che per primo lo accolse a San Benedetto al Porto, dove era parroco), don Paolo Farinella e don Vitaliano Della Sala; collaboratori storici come Domenico “Megu” Chionetti e Domenico Bozzo Costa Cataldi (rampollo di una nobile e ricca famiglia genovese “convertito” sulla via di San Benedetto al Porto);attivisti della comunità come le responsabili dell’osteria “’A Lanterna”, della libreria o della bottega “Chiacchi” e tantissimi altri che prendono la parola nel libro; giovani accolti in Comunità, usciti dal carcere, immigrati, tossicodipendenti. Un racconto corale anche per dire, come fa Alessandra Ballerini, «Chi l’ha detto che il Gallo non c’è più?» (Don Gallo e i suoi fratelli così diversi così uguali, a cura di Giovanna Benetti, San Pietro in Cariano (Ve), Gabrielli editore, 2014, pp. 126 euro 13; è possibile acquistarlo richiedendolo ad Adista: tel. 066868692; e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: http://www.adista.it).

«Don Gallo vivrà nell’immaginario degli italiani con il suo sigaro, il cappello nero e l’immancabile colletto da prete, i segni più caratteristici della doppia appartenenza che ha contraddistinto la sua lunga, tormentata, ma felice esistenza: l’appartenenza al mondo e alla Chiesa, alla terra e al cielo», scrive il teologo Vito Mancuso nella sua appassionata prefazione. «Termini che per la cultura dominante sono contrapposti, ma che per don Gallo erano allo stesso modo importanti perché ha dedicato la vita proprio alla pensabilità della loro unione nell’esistenza concreta delle persone». Il primo posto però spettava alla terra, «perché era solo in funzione del mondo e della terra che per lui aveva senso parlare “poi” di Chiesa e di cielo». E questo “primato” ha condotto don Gallo ad essere un prete ribelle, ma – prosegue Mancuso – un «ribelle per amore, per amore del mondo e della sua gente, mai invece contro la Chiesa solo per il fatto di essere contro. Se don Gallo è giunto spesso ad essere “contro”, lo ha fatto solo perché era la condizione per essere “per”, per essere al fianco dei più emarginai, dei più umili, dei più bisognosi e per non tradire mai la sua coscienza con il dover ripetere precetti o divieti di cui non vedeva il senso o che riteneva ingiusti».

«Rispettava l’autorità, ma pretendeva che essa riconoscesse la sua libertà. Non concepiva l’obbedienza fine a se stessa, ma esigeva che l’autorità spiegasse le ragioni di ciò che affermava», dice don Farinella, prete a Genova come don Gallo, che aggiunge: era «sempre pronto ad inginocchiarsi, ma mai a piegare la schiena». Scrive ancora Mancuso, in un cattolicesimo come quello italiano, «spesso privo di schiettezza e di libertà di parola, calcolatore, politico, amico del potere, caratterizzato da un conformismo che fa allineare pubblicamente tutti alla voce del padrone, compresi coloro che privatamente fanno i profeti e gli innovatori, in questo cattolicesimo cortigiano e privo di coraggio, la figura di don Gallo con il suo sigaro e il suo cappello ha svettato e svetterà per onestà intellettuale e libertà di spirito, perché egli non temeva di ripetere dovunque (che fosse in tv o davanti al suo vescovo o in una pubblica piazza per lui non aveva importanza) i concetti sostenuti tra nuvole di fumo nelle lunghe nottate genovesi con gli amici della sua Comunità»

Una volta chiesero a don Gallo cosa pensasse della Trinità, viene ricordato. E lui rispose che non si curava di queste sottigliezze dogmatiche, perché gli importava solo una cosa: che Dio fosse antifascista, ovvero che fosse schierato al fianco degli oppressi contro gli oppressori. La sintesi del messaggio esistenziale e spirituale di don Gallo.

“Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”: inizia la fase due

30 maggio 2014

“Adista”
n. 20, 31 maggio 2014

Luca Kocci

Al terzo appuntamento nazionale – dopo il primo incontro “fondativo” del 2012 (v. Adista Notizie n. 34/12) e un secondo sulla Pacem in terris (v. Adista Notizie n. 15/13 e Adista Documenti 16/13) – la rete “Chiesa di tutti Chiesa del poveri” si è data un programma operativo e stringente, sebbene non ancora delineato in tutti i suoi dettagli: dare vita, nei prossimi mesi, ad un gruppo di lavoro, formato da alcuni delegati delle oltre 100 associazioni, gruppi e riviste aderenti alla rete, che tenti l’interlocuzione diretta con la Conferenza episcopale italiana e con la Santa Sede su alcune questioni ecclesiali “sensibili” come il ruolo delle donne nella Chiesa, i divorziati risposati, la liturgia, l’ecumenismo. Un gruppo che, ovviamente senza pretendere di rappresentare l’intero laicato italiano, dialoghi in maniera autorevole e paritaria con le istituzioni ecclesiastiche su alcuni nodi fino ad ora liquidati come «non negoziabili», ma che adesso – questa la convinzione di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” –, con il nuovo clima aperto da papa Francesco, possono essere oggetto di un confronto aperto con quella parte di Chiesa italiana conciliare che nell’ultimo trentennio si è vista negare ogni possibilità di dialogo franco.

La prima parte dell’incontro – a Roma lo scorso 17 maggio – è stata dedicata ad una riflessione a 50 anni dalla Lumen Gentium guidata dalle relazioni di Raniero La Valle, Giovanni Ferretti, Giovanni Cereti e Cettina Militello (possibile leggere le relazioni integrali o delle sintesi sul sito internet: www.chiesadituttichiesadeipoveri.it).

Mentre nella seconda parte, durante l’ampio dibattito pomeridiano, si è ragionato soprattutto sul che fare, stimolati anche dalla domanda che fin dalla mattina aveva posto Emma Cavallaro introducendo la giornata: «Questo che stiamo vivendo è un momento fecondo per la Chiesa, allora se non ora quando?». «Bisogna andare oltre il Concilio», ha detto Marcello Vigli delle Comunità cristiane di Base, ovvero «i laici devono assumersi le responsabilità che il Concilio ha assegnato loro». La proposta: le realtà promotrici ed aderenti a “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” costituiscano un «gruppo di responsabilità» che prenda iniziative comuni per incoraggiare il cammino della Chiesa italiana sulla via tracciata dal Concilio, in autonomia – non necessariamente in contrapposizione – rispetto alla Cei.

Un’idea accolta da buona parte dell’assemblea e declinata in maniera operativa da altri interventi. Come quello di Mauro Castagnaro di Noi siamo Chiesa, secondo il quale il prossimo Sinodo sulla famiglia sarà un appuntamento decisivo: «Se il Sinodo si concluderà con qualche apertura, allora potranno essercene anche altre in altri campi. Ma se non succederà nulla, significherà che il fronte conservatore è troppo forte». E a questo proposito, Castagnaro propone che, appena sarà pronto l’Instrumentum laboris del Sinodo, ci si metta a studiarlo e si inviino contributi, anche se non richiesti. «Abbiamo avuto una buona idea in un momento in cui molti cattolici vivevano con sofferenza la loro appartenenza alla Chiesa (il riferimento è al primo incontro di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, ne 2012, in piena era Ratzinger-Bagnasco, ndr). Oggi – aggiunge – dobbiamo fare i conti con una situazione diversa. Alcuni dicono: finalmente respiriamo, ora fatemi riposare. Altri sono sicuri che ormai ci penserà papa Francesco. Altri ancora dicono: abbiamo ottenuto quello che volevamo, ora possiamo fare altro. Invece – esorta Castagnaro – non possiamo fermarci, ma dobbiamo andare avanti per incoraggiare concretamente le riforme che adesso ci sembrano possibili». Enrico Peyretti, dopo aver ricordato che «la Chiesa non è il papa», indica tre aree di intervento: la parità fra donne e uomini nella Chiesa; una riforma liturgica affinché la liturgia sia effettivamente partecipata dal Popolo di Dio; un cammino ecumenico concreto, sperimentando anche forme di ospitalità eucaristica (come per esempio a Torino fanno da anni diversi gruppi cristiani, v. Adista Segni Nuovi n. 13/12). E chiede un gesto simbolico a papa Francesco: la rinuncia a definirsi sovrano dello Stato della Città del Vaticano. «Francesco si definisce vescovo di Roma, sarà anche cittadino di Roma quando libererà la sua funzione da quella di monarca di uno Stato».

La sintesi la fa Vittorio Bellavite, di Noi siamo Chiesa: «Siamo in una fase particolare, ci mettiamo sulla scia di Francesco senza però essere proni. Per cui riaffermiamo il nostro impegno che ora vuole essere anche operativo su alcuni punti che ci stanno a cuore: i divorziati risposati, le donne nella Chiesa, la sinodalità, la povertà della Chiesa».

Caserta: chiamate i vip, allontanate i fedeli. Cattedrale blindata per l’arrivo del nuovo vescovo

28 maggio 2014

“Adista”
n. 20, 31 maggio 2014

Luca Kocci

Il vento di papa Francesco non arriva nella curia di Caserta. In occasione dell’ingresso in diocesi del nuovo vescovo, mons. Giovanni D’Alise – nominato da Bergoglio dopo la prematura scomparsa di mons. Petro Farina, morto il 24 settembre 2013 –, nel pomeriggio dello scorso 18 maggio, il protocollo predisposto dal cerimoniere della diocesi, don Claudio Nutrito, ha sconcertato centinaia di fedeli e non pochi preti.

La cattedrale per la prima messa del vescovo è stata sigillata, cancelli e porte sbarrate. Aperto solo un ingresso laterale, presidiato da nerboruti buttafuori e da ausiliari dei carabinieri. Alla cattedrale si accedeva solo con biglietto d’invito riservato. Niente da fare per i semplici fedeli – molti dei quali arrivati anche dai paesi della provincia –, tutti costretti ad assistere alla messa-spettacolo attraverso due schermi collocati all’esterno della chiesa.

Inutili le proteste e la rinuncia di alcuni preti a concelebrare. All’interno, oltre ai vescovi della Campania, all’arcivescovo di Palermo, card. Paolo Romeo, ai presbiteri, ai diaconi e ad una striminzita rappresentanza di suore inquadrate in un piccolo settore, vi erano esclusivamente prefetto, questore, moltissimi militari di ogni arma e grado, politici di ogni genere (parlamentari, consiglieri regionali e provinciali, sindaci con fascia tricolore e assessori), insieme ad un folto gruppo di industriali, costruttori, primari ospedalieri. Insomma tutta la Caserta che “conta” ha ricevuto il biglietto di invito per quello che è stato già definito l’evento mondano dell’anno. Escluse perfino numerose associazioni cattoliche e parrocchiali.

Così come ha creato sconcerto l’acquisto di una mitra da donare al nuovo vescovo da parte delle parrocchie della diocesi, obbligate così a tassarsi di euro 100 l’una per effettuare il dono. Un regalo del tutto inutile dal momento che il vescovo – che presumibilmente era all’oscuro di entrambe le iniziative – non è di prima nomina ma viene dalla diocesi di Ariano-Lacedonia dove evidentemente una mitra già l’aveva. La mitra, adorna di pietre preziose, è stata comprata per il modico prezzo di euro 4.500 più Iva.

Del resto don Claudio Nutrito non è nuovo a scelte “eccentriche”. Appena lo scorso anno, insieme al parroco della cattedrale di Caserta, don Vincenzo Caprio, sedeva, plaudente e in prima fila all’avvio della campagna elettorale del Pdl per le elezioni politiche con la presenza dei vertici nazionali del partito. E prima ancora, in occasione delle elezioni comunali del 2011, si era pubblicamente speso per la ricandidatura a sindaco di Luigi Falco – già primo cittadino del capoluogo campano dal 1997 al 2005 – allora sostenuta da Api e Fli (v. Adista Notizie n. 37/11)

Cattolici e cristiani di base con Tsipras

24 maggio 2014

“il manifesto”
24 maggio 2014

Luca Kocci

«Cac­ciare i mer­canti dal tem­pio». Riprende l’immagine di Gesù che allon­tana ener­gi­ca­mente i mer­canti dal tem­pio di Geru­sa­lemme l’appello ai cri­stiani d’Europa, sot­to­scritto da oltre 60 espo­nenti dell’associazionismo cat­to­lico di base — ci sono atti­vi­sti di Pax Chri­sti, il Mona­stero del Bene comune di Sezano (Vr), diversi preti e reli­giosi — a soste­gno dell’Altra Europa per Tsipras.

Il libe­ri­smo, anzi «l’anarchia libe­rale» — come lo defi­niva Leone XIII, autore della prima enci­clica sociale, la Rerum nova­rum — è «la causa dell’attuale disor­dine», l’ideologia che sostiene ed ali­menta «un’economia che uccide» e che pro­duce ingiu­sti­zie. Si tratta allora di «cac­ciare i mer­canti dal tem­pio», per rico­struire «un’Europa dei popoli e non delle ban­che», «un’Europa disar­mata» e «un’economia di pace». «Ci sem­bra — si legge nell’appello — che la figura di Ale­xis Tsi­pras incarni le aspi­ra­zioni più pro­fonde dei cri­stiani». Per­lo­meno dei cri­stiani che respin­gono la «isti­tu­zio­na­liz­za­zione della fede» in nome della fedeltà al Vangelo.

Un appello a soste­gno di Tsi­pras — rivolto non solo ai cri­stiani ma a tutti i cit­ta­dini — arriva anche da diversi aderenti alle Comu­nità cri­stiane di base ita­liane e del mondo cat­to­lico pro­gres­si­sta, come Ettore Masina, don Paolo Fari­nella ed Euge­nio Melan­dri. «Vogliamo un’Europa libe­rata dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste per­ché hanno pro­fon­da­mente cor­rotto la vita sociale e hanno con­dotto l’economia a una delle peg­giori reces­sioni della sto­ria, favo­rito il disfa­ci­mento della demo­cra­zia, la disgre­ga­zione della soli­da­rietà sociale, l’impoverimento di milioni di per­sone, la cre­scita di movi­menti e par­titi nazio­na­li­sti e raz­zi­sti». Con­clude l’appello: «Rite­niamo indi­spen­sa­bile che nel pros­simo Par­la­mento ci sia un con­si­stente gruppo che dia forza e voce ai milioni di cit­ta­dini e di cit­ta­dine che per tanti anni hanno sen­tito l’Europa non come un’opportunità di ele­va­zione mate­riale e spi­ri­tuale ma come una strut­tura tec­no­cra­tica ed oli­gar­chica, lon­tana dai reali biso­gni delle classi popolari».

Scomunica contro la fondatrice di Noi siamo Chiesa

23 maggio 2014

“il manifesto”
23 maggio 2014

Luca Kocci

Durissimo provvedimento contro i gruppi cattolici di base. Il Tribunale diocesano della diocesi di Innsbruck ha scomunicato – quindi escluso dai sacramenti ed espulso dalla Chiesa cattolica – Martha Heizer, cofondatrice e presidente di We are Church (Noi siamo Chiesa), il principale movimento cattolico internazionale progressista, presente in oltre 20 nazioni e impegnato per una riforma della Chiesa in direzione di una maggiore collegialità, pluralismo e povertà.

Da tre anni Martha Heizer e suo marito Ehemann Gert (scomunicato anche lui), per sollevare pubblicamente la questione dell’ordinazione presbiterale delle donne, celebrano l’eucaristia nella loro casa ad Absam (vicino Innsbruck, in Austria) insieme ad altre persone della comunità e senza preti. Una prassi peraltro comune nelle comunità cristiane di base, moltissime delle quali anche in Italia.

La Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio) – guidata dal card. tedesco Müller, nominato da Ratzinger e annoverato fra i conservatori – aveva avviato un’indagine e mercoledì sera il vescovo di Innsbruck, mons. Manfred Scheuer, ha consegnato alla coppia il decreto di scomunica per aver infranto le regole canoniche sul sacramento dell’eucaristia. I coniugi però lo hanno respinto e non hanno nemmeno voluto ritirarlo. «Siamo stati trattati come i preti che hanno compiuto delitti gravissimi, come gli abusi sessuali sui minori, anzi peggio perché non conosciamo un solo caso di un prete pedofilo che è stato scomunicato», dichiarano Heizer e suo marito. «Abbiamo rifiutato di ritirare il decreto, non lo accettiamo perché sappiamo di non aver commesso abusi tali da essere scomunicati. Anzi continueremo a impegnarci con maggior forza per la riforma della Chiesa cattolica: proprio queste modalità mostrano con quanta urgenza la Chiesa debba essere rinnovata». «Con le loro azioni, Heizer e suo marito hanno creato una situazione per cui era necessario prendere provvedimenti», lo scarno commento di mons. Scheuer, «in un certo senso si sono auto scomunicati».

Secondo l’agenzia Kathpress, papa Francesco non era personalmente informato del procedimento, perché l’accertamento della scomunica era di competenza del vescovo diocesano. Trattandosi di un delitto contro l’eucaristia, il vescovo, in conformità al diritto canonico, ha informato la Congregazione vaticana per la dottrina della fede alla conclusione della sua istruzione preliminare. La Congregazione ha poi accertato che si trattava di un caso che, secondo il canone 1379 del codice di diritto canonico, comportava come punizione la scomunica. E il vescovo di Innsbruck ha così proceduto.

Per Vittorio Bellavite, portavoce della sezione italiana di Noi siamo Chiesa, l’intervento è un attacco dell’ala conservatrice delle gerarchie al nuovo clima ecclesiale: questa vicenda è stata «usata per un attacco, indiretto ma molto duro, al nuovo corso di papa Francesco e alle riforme indispensabili che egli cerca di proporre. Non è possibile nessuna altra interpretazione davanti a un intervento nei confronti della presidente del principale movimento che da anni si impegna per la riforma della Chiesa cattolica nella linea del Concilio e che, ora, ha accolto con convinzione il messaggio del nuovo vescovo di Roma. La questione, di cui era imputata Martha, era ferma da tre anni e sembrava abbandonata. Non a caso viene risollevata ora che nella Chiesa lo scontro si sta facendo vivace».

Noi siamo Chiesa è nata in Austria nel 1996 attorno ad un “Appello al Popolo di Dio” che raccolse 2 milioni e 500mila firme in tutta Europa (oltre 35mila in Italia) e che chiedeva riforme radicali nella Chiesa cattolica: maggiore democrazia, abolizione dell’obbligo del celibato ecclesiastico, fine delle discriminazioni contro gli omosessuali, accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. La scomunica alla presidente è un duro colpo al dialogo con il mondo cattolico di base, che sembrava essersi riaperto con papa Francesco.

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Nota a margine:
In un primo momento sembrava che il decreto di scomunica fosse stato emanato dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, card. Müller – quindi con la presumibile approvazione del papa -, come peraltro affermava la stessa Martha Heizer nel suo comunicato (http://www.tt.com/panorama/gesellschaft/8423709-91/akzeptiere-schuldspruch-nicht-heizer-%C3%BCber-vorgehen-roms-schockiert.csp). E così è stato riportato nell’articolo pubblicato sul manifesto (http://ilmanifesto.it/il-santuffizio-scomunica-martha-heizer-fondatrice-di-noi-siamo-chiesa/).

In un secondo momento, a giornale ormai chiuso, il comunicato di Martha Heizer è stato emendato, e dalla nuova versione è scomparso il riferimento alla Congregazione per la Dottrina della fede (http://www.wir-sind-kirche.at/content/index.php?option=com_content&task=view&id=1994&Itemid=14). Pertanto il decreto di scomunica è da intendersi emesso non dalla Santa sede ma dal vescovo di Innsbruck, mons. Scheuer. Non è dato sapere se il pontefice fosse stato preventivamente informato di tale iniziativa della diocesi austriaca. Questa informazione è stata recepita nell’articolo pubblicato sopra.

“Dai frutti riconoscerete le radici”. Un’indagine su Comunione e liberazione

21 maggio 2014

“Adista”
n. 19, 24 maggio 2014

Luca Kocci

C’è una parabola evangelica, quella dell’albero e dei frutti, raccontata da Gesù al termine del Discorso della Montagna che in un certo senso invita a cercare le cause strutturali delle responsabilità individuali, non per azzerarle ma per comprenderle meglio «Ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi – dice Gesù –; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere» (Mt 7, 15-20).

Sembra trarre ispirazione da qui l’indagine su Comunione e liberazione condotta da Luciano Caimi, Guido Formigoni, Franco Monaco, Filippo Pizzolato e Luigi F. Pizzolato (Il caso Cl nella Chiesa e nella società italiana. Spunti per una discussione, Trento, Il Margine, 2014, pp. 104, euro 9), esponenti autorevoli del mondo cattolico-democratico lombardo, dall’Azione cattolica alla Fuci, a Città dell’uomo. Non un’inchiesta che va a scandagliare i legami politico-affaristici del mondo ciellino, ma un viaggio dentro Cl – attraverso la storia, la teologia, l’ecclesiologia, la pedagogia e la visione sociale del movimento fondato da don Luigi Giussani – per tentare di comprenderne ed analizzarne la natura profonda e il ruolo nella società e soprattutto nella Chiesa italiana. «Di fronte alla moltiplicazione di scandali politici e giudiziari che hanno per protagonisti uomini organici a Cl o comunque formatisi alla scuola del movimento – scrivono gli autori –, ci sembra ormai esistere un “problema Comunione e liberazione” non solo nella società, ma più specificamente nella Chiesa italiana» per cui è doveroso chiedersi «se e in che misura quelle vicende problematiche nascano da deviazioni personali e occasionali, oppure se le radici di qui casi affondino in qualche modo nell’ispirazione e nell’impianto di Cl».

L’operazione è dunque quella di mettere da parte i «frutti», di cui spesso si occupano le cronache giornalistiche e le inchieste giudiziarie, per analizzare «l’albero» e le sue radici. A partire dai fondamenti teologici di Gioventù studentesca (l’esperienza nata nell’alveo dell’Azione cattolica ambrosiana di cui Giussani divenne assistente nel 1954, facendole gradualmente assumere forme movimentiste e sempre più autonome dalla Chiesa milanese) e di Comunione e liberazione, nata nel 1969 proprio dalle “ceneri” di Gs. Una proposta teologica semplice e complessivamente tradizionale che però, grazie anche al carisma di Giussani, riesce ad aggregare un gran numero di adolescenti e giovani: Dio, attraverso la realtà, fa sorgere negli essere umani una domanda sul significato ultimo della vita, che si raggiunge pienamente nell’incontro con Cristo e con la Chiesa. Ma «se il cristiano può dire che in termini ontologici, oggettivi, l’uomo è essere religioso (anche a sua insaputa) – notano gli autori – ciò non toglie che dal punto di vista cognitivo egli possa anche non percepirsi come tale e che quindi necessiti di un cammino di apprendimento, dove il percorso non può essere rimpiazzato dal traguardo», mentre quello proposto da Giussani resta «un percorso confermativo più che fondativo, apparendo utile solo a chi è già dentro l’orizzonte del credere». E infatti il “metodo Cl” si riduce spesso al racconto delle proprie esperienze e rischia facilmente di scadere del «narcisismo» e di sostituire «l’humanum commune» con un «religiosum commune». La nostra sensazione, scrivono gli autori, «che da qui derivi una certa chiusura di Cl al dialogo», affermando per esempio «che la propria identità “precede il dialogo e lo fonda”» e creando «una identità di gruppo in opposizione». Una posizione «così preconciliare da apparire anticonciliare».

La conseguenza è che Cl «concepisce una evangelizzazione per e sul mondo, ma non con il mondo». E questo rapporto con il mondo «porta Cl ad assumere in politica posizioni che rimontano ad una nostalgia della cristianità, intesa come pervasione nelle strutture socio politiche della presenza cristiana che non cerca il dialogo mediativo, ma di far vincere le posizioni confessionali». Inoltre, aggiungono, «mentre la mediazione non è prevista a livello di confronto di idee in vista di conclusioni pratiche il più possibile condivise, è ben praticata in termini compromissori a livello di potere». «Le radici di una spregiudicatezza pratica negli adepti, a vario titolo, di Cl non affondano quindi solo nella perenne debolezza dell’uomo che “vede il meglio et al peggior s’appiglia” (Petrarca, Canzoniere, CCLXIV, 136) per cedimento alle passioni. Ma anche in questo sottofondo di tipo teologico che teorizza, per così dire, l’inessenzialità della morale rispetto al credere».

Le conseguenze si vedono anche dal punto di vista ecclesiologico. L’annuncio evangelico viene ridotto al «fatto cristiano», per cui la comunità – che non è la Chiesa tutta, ma Cl e i suoi gruppi locali – assume in sé «tutto il deposito della fede»: «Cristo si attua in noi e tra noi attraverso la nostra compagnia», scrive Giussani nella Coscienza religiosa nell’uomo moderno (Milano, Jaca Book, 1985). La Chiesa allora non è sufficiente e Cl è una sorta di «Chiesa al quadrato». Quindi si produce separatezza e autoreferenzialità rispetto alla Chiesa locale (tranne nei casi in cui il vescovo è egli stesso ciellino) – e in caso di rimproveri da parte dell’autorità diocesana «scatta la logica dell’ “esenzione” e il riferimento all’autorità sovraordinata del papa» – e appartenenza al gruppo «quasi di natura fusionale».

L’impianto pedagogico di Cl non può che essere in continuità con l’indirizzo teologico ed ecclesiologico del movimento, per cui è posto l’accento sull’esperienza comunitaria e sul ruolo guida dell’autorità, a partire dall’autorità somma rappresentata da don Giussani. E nei luoghi neutri – o laici – come la scuola e l’università, si tratta di affermare una «presenza». Rispetto ad una «pedagogia della coscienza», Cl privilegia una sorta di «pedagogia dell’appartenenza, tendente a rafforzare i processi identificativi del singolo aderente con il gruppo, sotto il vigile controllo dell’autorità interna, garante dell’ortodossia del movimento».

La traduzione sul piano sociale è una particolare interpretazione della sussidiarietà, che si manifesta in una «svalutazione a priori dell’intervento pubblico assunto spregiativamente come statalista» e nella esaltazione della «libertà di scelta» – quindi buono scuola, sanità privata ecc. – declinata però secondo un criterio «individualista», distante sia dalla Dottrina sociale della Chiesa che dalla Costituzione italiana.

Esiste allora – scrivono gli autori – un «problema Cl» che è assai più ampio e più profondo delle cronache e delle inchieste giudiziarie. La questione «è oggetto di preoccupazioni e giudizi largamente sussurrati nella Chiesa italiana, anche tra i suoi pastori, e tuttavia raramente messa a tema con cristiana franchezza»: vorremmo contribuire ad «aprire una discussione schietta e fraterna»

«Cei più povera e snella». Bergoglio detta la linea

20 maggio 2014

“il manifesto”
20 maggio 2014

Luca Kocci

È presto per dire se dall’Assemblea generale dei vescovi italiani che ha preso il via ieri in Vaticano nascerà la nuova Cei. Certo è che papa Francesco, che ha aperto i lavori con un lungo discorso, qualche linea l’ha tracciata. Sia con quello che ha detto ed auspicato: dimagrimento delle strutture, fine del correntismo, collegialità. Sia con quello che non ha detto, ovvero la litania dei «principi non negoziabili» che spesso erano il cuore delle prolusioni del card. Bagnasco e degli interventi di papa Ratzinger.

Del resto che Bergoglio intendesse tenere una sorta di discorso programmatico era evidente dalla decisione di aprire egli stesso l’assemblea. Una novità assoluta questa. Nel passato, quando i papi avevano partecipato alle riunioni della Cei, erano intervenuti sempre verso la fine dei lavori, lasciando al presidente dei vescovi la prolusione iniziale. Stavolta invece Bergoglio ha voluto parlare subito, quasi a dettare la linea. Bagnasco interverrà oggi e non potrà che mettersi sulla scia di Francesco, quantomeno per ragioni di opportunità. I lavori poi proseguiranno fino a giovedì, e siccome all’ordine del giorno c’è anche l’aggiornamento dello Statuto, solo alla fine si capirà in quale direzione si muoverà la Cei.

Il discorso di papa Francesco ha ruotato su tre punti: il ruolo dei vescovi, l’organizzazione della Cei e gli impegni principali per l’immediato futuro.

L’identikit tracciato da Bergoglio è quello di vescovi impegnati più nella pastorale che nell’organizzazione: «Semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi» per «poter essere vicini alla gente», evitando gli «interessi mondani» e, in chiave tutta intraecclesiale, «il rodersi della gelosia, l’accecamento indotto dall’invidia, l’ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi».

Il punto più delicato, proprio perché oggetto dei lavori dell’assemblea, ha riguardato la riorganizzazione della Cei. Nei mesi scorsi Bergoglio aveva indicato alcune riforme da fare: nuove modalità per la scelta del presidente – l’unico al mondo ad essere nominato dal papa e non eletto democraticamente dai vescovi –, riduzione del numero delle diocesi (226, un numero spropositato se confrontate con le 100 della Francia o le 70 della Spagna) e maggior peso alle conferenze episcopali regionali. Tutte rimaste senza risposta fino ad ora, tranne la consultazione delle regioni. Ed infatti il papa sembra insistere: va abbandonata la «presunzione» di contare solo «sull’abbondanza di risorse e di strutture» e «sulle strategie organizzative», sono invece necessarie maggiore «partecipazione e collegialità». Si vedrà cosa decideranno i vescovi nei prossimi giorni quando discuteranno lo Statuto della Cei – ed «eventualmente» lo modicheranno, ha messo le mani avanti Bagnasco nel suo breve saluto al papa – e stabiliranno la ripartizione del miliardo di euro incassato con l’otto per mille. Quindi organizzazione e risorse.

Infine tre impegni per il futuro: famiglia – l’unico «principio non negoziabile» ribadito con forza dal papa –, «fortemente penalizzata da una cultura che privilegia i diritti individuali e trasmette una logica del provvisorio». Ma anche i migranti che «fuggono dall’intolleranza, dalla persecuzione, dalla mancanza di futuro». E il mondo del lavoro: non è possibile, dice Bergoglio, «disertare la sala d’attesa affollata di disoccupati, cassintegrati, precari, dove il dramma di chi non sa come portare a casa il pane si incontra con quello di chi non sa come mandare avanti l’azienda. È un’emergenza storica, che interpella la responsabilità sociale di tutti».

Incendiato il furgone della Comunità delle Piagge. Ma «i sogni non si bruciano»

18 maggio 2014

“Adista”
n. 19, 24 maggio 2014

Luca Kocci

Erano in 500 alle Piagge, lo scorso 13 maggio, per portare la solidarietà alla comunità cristiana animata da don Alessandro Santoro dopo l’attentato incendiario che, nella notte fra il 3 e il 4 maggio, ha distrutto il furgone utilizzato dalla cooperativa Il Cerro – dove la lavora lo stesso Santoro – per la raccolta del materiale ferroso.

Si è trattato di un incendio doloso dal momento che l’automezzo si trovava all’interno del cortile del centro sociale della Comunità delle Piagge. Impossibile, per ora, dire se sia stato un atto di vandalismo o una intimidazione. Certo è che non è la prima volta che la Comunità, nei suoi 20 anni di vita e di impegno “di frontiera” (v. Adista Segni Nuovi n. 96/10), subisce delle aggressioni: danneggiamenti, furti, fino al raid neofascista che nel 2009 danneggiò alcune strutture del centro (v. Adista Notizie n. 37/09).

«Il camion è inservibile e questo limita fortemente l’attività della cooperativa perché stiamo usando un altro furgone molto più piccolo di quello incendiato», spiega ad Adista don Santoro. «Nella cooperativa Il Cerro, che si occupa prevalentemente di raccolta e riciclaggio di materiale ferroso, lavorano diverse persone che, grazie a questa raccolta, hanno la possibilità di un reddito minimo ma onesto e dignitoso. Ora questa attività è in grande difficoltà». Quanto avvenuto «riguarda tutti gli abitanti del quartiere e della città», dicono dalla Comunità: «In questo momento di difficoltà ognuno di noi ha bisogno di sentire che non è solo, che esiste una città solidale e attenta a questi fenomeni intimidatori». E la buona risposta alla “passeggiata” per le vie del quartiere del 13 maggio – “I sogni non si bruciano” il titolo dell’iniziativa – è un segnale che, oltre alla solidarietà di molte persone, lascia ben sperare per una pronta ripresa a pieno regime di tutte le attività.

«La Comunità è sgomenta»: «Senza il camion il lavoro dei soci lavoratori e delle persone inserite è messa a serio rischio, così come pure la sopravvivenza della cooperativa stessa», si legge in un comunicato diramato dalla Comunità delle Piagge, che ha lanciato una sottoscrizione per poter acquistare un altro furgone. «I sogni non si bruciano».

Veglie cattoliche contro l’omofobia

17 maggio 2014

“il manifesto”
17 maggio 2014

Luca Kocci

Da Lisbona ad Amsterdam, da Madrid a Liverpool, poi Siviglia, Porto e Barcellona. In molte città europee questa sera e domani si svolgeranno veglie contro l’omofobia e la transfobia organizzate dai gruppi degli omosessuali credenti. Appuntamenti quasi sempre di carattere ecumenico ospitati nelle chiese cattoliche, valdesi, metodiste, luterane e anglicane.

Un tema tabù nella Chiesa dei «principi non negoziabili» quello dell’omosessualità, parzialmente riaperto dopo le parole di papa Francesco, l’estate scorsa, sul viaggio di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù di Rio: «Chi sono io per giudicare un gay?». Affermazioni che mostrano un approccio pastorale più aperto ma che non modificano di una virgola la dottrina cattolica, nella quale gli atti omosessuali sono considerati «gravi depravazioni», «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale». E che soprattutto non piegano la rigidità della maggior parte degli espiscopati europei.

Durissima è stata in Francia l’opposizione dei vescovi contro la legge, approvata dal Parlamento, del “matrimonio per tutti”. In Portogallo – dove pure il matrimonio fra omosessuali è ammesso – la Conferenza episcopale ha da poco pubblicato una lettera pastorale “A proposito dell’ideologia di genere”: il matrimonio fra persone dello stesso sesso «contrasta con la Bibbia e con la verità della persona», hanno scritto i vescovi lusitani. E pochi giorni fa in Spagna – dove la Conferenza episcopale è più volte intervenuta sul tema – il vescovo di Malaga Catalá Ibáñez, durante un incontro con gli studenti delle scuole cattoliche, ha detto che «quella del matrimonio omosessuale è una legge inventata dagli uomini. A questo punto si potrebbe parlare anche del matrimonio tra una neonata di tre giorni e un uomo di settanta anni o di quello tra un uomo e un cane».

La contraddizione resta, perché quelle dottrinali sono questioni non aggirabili se la Chiesa intende modificare realmente ed efficacemente la pastorale. Anche per tentare di ricomporre la frattura che sembra farsi sempre più netta con buona parte dei fedeli, come dimostrano per esempio le risposte date dai cattolici di alcuni Paesi alle domande del questionario predisposto dalla Santa sede in vista del Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre. I cattolici tedeschi, pur respingendo l’ipotesi del matrimonio, sono favorevoli ad una «benedizione comunitaria» delle coppie omosessuali e segnalano cone la Chiesa abbia «una morale sessuale lontana dalla vita reale». Il 60% dei cattolici svizzeri sostiene il riconoscimento e la benedizione da parte della Chiesa delle coppie omosessuali. E anche dal Belgio arriva un’indicazione analoga. Più sfumato, ma ugualmente aperturista, il giudizio dei cattolici francesi, i quali vorrebbero dalla Chiesa un atteggiamento «accogliente, senza giudizio né rifiuto» nei confronti delle coppie omosessuali.

In Italia la situazione appare più ingessata, anche perché la Conferenza episcopale, a differenza di quelle di altri Paesi, non ha diffuso i dati del questionario, limitandosi a dire che le risposte sono in linea con le posizioni ufficiali del magistero. Hanno destato scalpore le parole del segretario generale della Cei, mons. Galantino, minoritarie fra i vescovi ma in linea con quelle di papa Francesco (che lo ha voluto ai vertici della Cei). Di fronte ad una coppia di credenti omosessuali «mi metterei in ascolto della loro storia», ha detto Galantino qualche giorno fa in un’intervista al QN. E ha poi ribadito sul suo profilo Facebook che «non vi sono argomenti dei quali un credente non possa o debba discutere, quasi ci si trovasse di fronte a dei tabù», invece «spesso purtroppo è più comodo fare e proporre crociate».

Anche in Italia oggi e domani, in oltre 25 città, si svolgeranno veglie antiomofobia che stanno gradualmente uscendo dalla clandestinità dei primi tempi (otto anni fa), tanto che molte verranno ospitate dai parroci nelle loro chiese. Resta l’opposizione dei gruppi integralisti: sui muri delle Chiese valdesi di Bergamo e Roma – che ospitano alcune iniziative – la scorsa notte sono apparse scritte omofobe («No froci») con svastiche e croci celtiche. Una violenza difficile da estirpare.