“Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”: inizia la fase due

“Adista”
n. 20, 31 maggio 2014

Luca Kocci

Al terzo appuntamento nazionale – dopo il primo incontro “fondativo” del 2012 (v. Adista Notizie n. 34/12) e un secondo sulla Pacem in terris (v. Adista Notizie n. 15/13 e Adista Documenti 16/13) – la rete “Chiesa di tutti Chiesa del poveri” si è data un programma operativo e stringente, sebbene non ancora delineato in tutti i suoi dettagli: dare vita, nei prossimi mesi, ad un gruppo di lavoro, formato da alcuni delegati delle oltre 100 associazioni, gruppi e riviste aderenti alla rete, che tenti l’interlocuzione diretta con la Conferenza episcopale italiana e con la Santa Sede su alcune questioni ecclesiali “sensibili” come il ruolo delle donne nella Chiesa, i divorziati risposati, la liturgia, l’ecumenismo. Un gruppo che, ovviamente senza pretendere di rappresentare l’intero laicato italiano, dialoghi in maniera autorevole e paritaria con le istituzioni ecclesiastiche su alcuni nodi fino ad ora liquidati come «non negoziabili», ma che adesso – questa la convinzione di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” –, con il nuovo clima aperto da papa Francesco, possono essere oggetto di un confronto aperto con quella parte di Chiesa italiana conciliare che nell’ultimo trentennio si è vista negare ogni possibilità di dialogo franco.

La prima parte dell’incontro – a Roma lo scorso 17 maggio – è stata dedicata ad una riflessione a 50 anni dalla Lumen Gentium guidata dalle relazioni di Raniero La Valle, Giovanni Ferretti, Giovanni Cereti e Cettina Militello (possibile leggere le relazioni integrali o delle sintesi sul sito internet: www.chiesadituttichiesadeipoveri.it).

Mentre nella seconda parte, durante l’ampio dibattito pomeridiano, si è ragionato soprattutto sul che fare, stimolati anche dalla domanda che fin dalla mattina aveva posto Emma Cavallaro introducendo la giornata: «Questo che stiamo vivendo è un momento fecondo per la Chiesa, allora se non ora quando?». «Bisogna andare oltre il Concilio», ha detto Marcello Vigli delle Comunità cristiane di Base, ovvero «i laici devono assumersi le responsabilità che il Concilio ha assegnato loro». La proposta: le realtà promotrici ed aderenti a “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” costituiscano un «gruppo di responsabilità» che prenda iniziative comuni per incoraggiare il cammino della Chiesa italiana sulla via tracciata dal Concilio, in autonomia – non necessariamente in contrapposizione – rispetto alla Cei.

Un’idea accolta da buona parte dell’assemblea e declinata in maniera operativa da altri interventi. Come quello di Mauro Castagnaro di Noi siamo Chiesa, secondo il quale il prossimo Sinodo sulla famiglia sarà un appuntamento decisivo: «Se il Sinodo si concluderà con qualche apertura, allora potranno essercene anche altre in altri campi. Ma se non succederà nulla, significherà che il fronte conservatore è troppo forte». E a questo proposito, Castagnaro propone che, appena sarà pronto l’Instrumentum laboris del Sinodo, ci si metta a studiarlo e si inviino contributi, anche se non richiesti. «Abbiamo avuto una buona idea in un momento in cui molti cattolici vivevano con sofferenza la loro appartenenza alla Chiesa (il riferimento è al primo incontro di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, ne 2012, in piena era Ratzinger-Bagnasco, ndr). Oggi – aggiunge – dobbiamo fare i conti con una situazione diversa. Alcuni dicono: finalmente respiriamo, ora fatemi riposare. Altri sono sicuri che ormai ci penserà papa Francesco. Altri ancora dicono: abbiamo ottenuto quello che volevamo, ora possiamo fare altro. Invece – esorta Castagnaro – non possiamo fermarci, ma dobbiamo andare avanti per incoraggiare concretamente le riforme che adesso ci sembrano possibili». Enrico Peyretti, dopo aver ricordato che «la Chiesa non è il papa», indica tre aree di intervento: la parità fra donne e uomini nella Chiesa; una riforma liturgica affinché la liturgia sia effettivamente partecipata dal Popolo di Dio; un cammino ecumenico concreto, sperimentando anche forme di ospitalità eucaristica (come per esempio a Torino fanno da anni diversi gruppi cristiani, v. Adista Segni Nuovi n. 13/12). E chiede un gesto simbolico a papa Francesco: la rinuncia a definirsi sovrano dello Stato della Città del Vaticano. «Francesco si definisce vescovo di Roma, sarà anche cittadino di Roma quando libererà la sua funzione da quella di monarca di uno Stato».

La sintesi la fa Vittorio Bellavite, di Noi siamo Chiesa: «Siamo in una fase particolare, ci mettiamo sulla scia di Francesco senza però essere proni. Per cui riaffermiamo il nostro impegno che ora vuole essere anche operativo su alcuni punti che ci stanno a cuore: i divorziati risposati, le donne nella Chiesa, la sinodalità, la povertà della Chiesa».

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