Archive for giugno 2014

«Riabilitare il teologo progressista»

29 giugno 2014

“il manifesto”
29 giugno 2014

Luca Kocci

Scomunicato come un mafioso, verrebbe da dire, dopo l’anatema di papa Francesco contro Cosa nostra e ‘ndrangheta la scorsa settimana nella piana di Sibari durante la sua visita pastorale in Calabria.

Ernesto Buonaiuti però non era un mafioso ma uno degli intellettuali di punta della prima metà del secolo scorso. Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X – poi canonizzato da Pio XII e quindi venerato come santo dalla Chiesa cattolica –, gli venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926, morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Ora un numeroso gruppo di intellettuali, associazioni e riviste cattoliche di base chiede alla Chiesa di riabilitarlo. Fra i firmatari dell’appello – anticipato ieri dall’agenzia Adista – promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa e dal mensile Tempi di fraternità c’è il vescovo Luigi Bettazzi, gli storici Giovanni Filoramo, Daniele Menozzi, Giovanni Miccoli, Antonio Parisella, Mauro Pesce e Adriano Prosperi, personalità del mondo laico e cattolico come Stefano Rodotà, Vito Mancuso, Raniero La Valle, Lidia Menapace, Giancarla Codrignani, Marco Marzano, Frei Betto, Giovanni Franzoni, don Paolo Farinella.

Buonaiuti fu condannato dall’autorità ecclesiastica – oltre alla scomunica e al divieto di insegnare nelle università pontificie, alcune delle riviste da lui fondate e dirette furono messe all’Indice dal Sant’Uffizio – ma non se la passò bene nemmeno nell’Italia sia fascista che post-fascista. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutò di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico».

«Sgradito, come cattolico, ai partiti di sinistra e, come scomunicato, ai politici di obbedienza vaticana, non fu mai riabilitato ufficialmente, anche se molte delle sue posizioni riecheggiarono nei dibattiti conciliari del Vaticano II e furono riprese nei documenti ufficiali», si legge nell’appello che chiede ora una piena riabilitazione per Buonaiuti. «La sua memoria restò nell’ombra per decenni, dal momento che, pur trattandosi di una figura di testimone eticamente e giuridicamente superiore a ogni motivo di critica, Buonaiuti fu considerato scomodo da tutti i centri di potere, data la sua irriducibile fedeltà alla propria coscienza e alla propria onestà intellettuale e morale, al di sopra di ogni altra considerazione. Riteniamo che l’evoluzione delle sensibilità politico-sociali e religiose, che ha condotto a rivedere numerose manifestazioni di intolleranza del passato, costituiscano un clima favorevole alla rivalutazione pubblica delle sue virtù civiche e religiose, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui da ogni parte si fa giustamente appello alla capacità personale di resistenza critica al conformismo intellettuale e al relativismo morale».

«Tanti pensatori nella Chiesa sono stati perseguitati», ha detto papa Francesco durante l’omelia della sua messa quotidiana mattutina a Santa Marta lo scorso 4 aprile. E poi, riferendosi al filosofo Antonio Rosmini: «Penso ad uno, non tanto lontano da noi, un profeta davvero, che con i suoi libri rimproverava la Chiesa di allontanarsi dalla strada del Signore. Subito è stato chiamato, i suoi libri sono andati all’Indice, gli hanno tolto le cattedre e quest’uomo così finisce la sua vita. È passato il tempo ed oggi è beato! Ma come ieri era un eretico e oggi è un beato? È che ieri quelli che avevano il potere volevano silenziarlo, perché non piaceva quello che diceva. Oggi la Chiesa, che grazie a Dio sa pentirsi, dice: “No, quest’uomo è buono”». Chiede Vittorio Bellavite, coordinatore di Noi Siamo Chiesa: «Bergoglio ascolterà l’appello per Buonaiuti?».

I vescovi: «Siamo lontani dalla gente»

27 giugno 2014

“il manifesto”
27 giugno 2014

Luca Kocci

È stato pubblicato ieri dalla Santa sede l’Instrumentum laboris in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Il lungo documento in 159 paragrafi è la “traccia di lavoro” su cui i vescovi di tutto il mondo discuteranno in due tappe, la prima nel prossimo ottobre (Sinodo straordinario) e la seconda nell’ottobre 2015 (Sinodo ordinario), quando verranno prese le decisioni. Sul tappeto ci sono tutti i “temi caldi” che riguardano famiglie e coppie: convivenze, unioni di fatto, contraccezione, aborto, divorziati, omosessuali.

L’impianto complessivo, pur privo dei toni definitivi di altri documenti vaticani emanati durante i pontificati di Wojtyla e Ratzinger, ribadisce la visione tradizionale della famiglia cattolica: fondata sul matrimonio fra uomo e donna e aperta alla procreazione. Ma all’interno di questo quadro che ovviamente non poteva essere smentito, si notano aperture e sforzi di comprensione delle nuove situazioni. Insomma è la fotografia di una società che cambia a causa della secolarizzazione ma anche, con connotazioni fortemente negative, del trionfo del pensiero unico individualista e della «teoria del gender», più volte richiamata nel documento.

Del resto, un effetto del “nuovo corso” di papa Francesco, l’Instrumentum laboris è stato redatto sulla base delle risposte che i cattolici di tutto il mondo hanno dato al questionario di 38 domande sul tema della famiglia (più 1 di carattere generale) predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo e diffuso nello scorso ottobre. «Ha inviato le riposte l’85% delle 114 Conferenze episcopali di del mondo», ha comunicato il segretario del Sinodo, card. Baldisseri. Tuttavia, al di là delle percentuali complessive, la diffusione del questionario e la partecipazione effettiva dei fedeli sono state a macchie di leopardo: capillari in alcuni Paesi – soprattutto nell’Europa centro-settentrionale –, piuttosto blande in altri, come in Italia, dove in molte diocesi si sono svolte per lo più a livello di uffici curiali o in gruppi ristretti, senza coinvolgere realmente la massa dei fedeli. E questo ha determinato decisamente il tenore delle risposte: dove la partecipazione della base è stata massiccia – come per esempio in Svizzera, Germania e Austria –, le risposte sono state particolarmente “avanzate” e spesso distanti dal magistero ufficiale; dove invece i fedeli sono stati meno coinvolti, le riposte sono risultate mediamente in linea con le posizioni istituzionali.

Nell’Instrumentum laboris è presente una sintesi di queste risposte, anche sui temi più controversi. La distanza fra le posizioni dell’istituzione ecclesiastica e la vita reale e i comportamenti delle persone – in questo caso dei cattolici – pare evidente. Si afferma che la conoscenza dei documenti del magistero sulla famiglia è «generalmente scarsa» e che comunque c’è grande difficoltà ad «accettare integralmente» l’insegnamento della Chiesa su «controllo delle nascite, divorzio e nuove nozze, omosessualità, convivenza, relazioni prematrimoniali, fecondazione in vitro». Il concetto di «legge naturale» – il punto di partenza della crociata sui principi non negoziabili – è «assai problematico, se non addirittura incomprensibile», percepito come «retaggio sorpassato». Al contrario, quello che viene regolato dalla «legge civile» – quindi fecondazione assistita, unioni omosessuali (dove sono ammesse), aborto, ecc. – è considerato «moralmente accettabile». Sulle questioni delle convivenze e delle unioni senza matrimonio sempre più frequenti e sulla contraccezione regolarmente praticata la distanza diventa abisso.

La conseguenza complessiva è la dilatazione del concetto stesso di famiglia, non più identificabile solo con quella fra uomo e donna fondata sul matrimonio, ma estesa nella prassi ad altre tipologie: conviventi, “allargate”, monoparentali, omosessuali, spesso con figli. La violenza in famiglia, in particolare contro le donne e i bambini, è una delle situazioni critiche che emerge dai questionari.

Le cause? Secolarizzazione, individualismo, legislazioni che non proteggono la famiglia e crisi economica e sociale che provoca mancanza di lavoro e di abitazione, migrazioni, povertà. Ma anche le contro-testimonianze all’interno della Chiesa rendono meno credibile il magistero sulla famiglia: gli «scandali sessuali», la «pedofilia», il «rifiuto nei confronti di persone separate, divorziate o genitori single». In generale l’atteggiamento della Chiesa è «percepito in molti casi come escludente e non come quello di una Chiesa che accompagna e sostiene».

«Si sente il bisogno di una pastorale aperta e positiva», si legge nell’Instrumentum laboris, che però ammonisce di evitare sia la «accondiscendenza» che l’«intransigenza». Anche se appare una maggiore chiusura nei confronti di coppie omosessuali (le persone vanno accolte «con rispetto» ma non ci può essere nessuna «analogia, neppure remota», con la famiglia) e contraccezione e invece una maggiore apertura verso unioni di fatto e divorziati risposati, in particolare per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti, da cui sono esclusi. Riposte non ce ne sono, e del resto il documento non doveva fornirle. Per quelle si dovrà aspettare il Sinodo. Solo allora si capirà se la Chiesa di papa Francesco si aprirà realmente al cambiamento oppure resterà arroccata a difesa delle proprie mura.

“La fecondità sta nell’amore”. Nella Chiesa si discute delle coppie omosessuali

24 giugno 2014

“Adista”
n. 24, 28 giugno 2014

Luca Kocci

Sembra ormai certo: a settembre comincerà la discussione e l’iter parlamentare della legge per l’istituzione anche in Italia delle unioni civili per coppie omosessuali. Il modello a cui si ispira il testo targato Pd – relatrice la senatrice Monica Cirinnà – è la civil partnership inglese, in vigore anche in Germania, che prevede per i due partner gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie sposate, dalla reversibilità della pensione alla reciproca assistenza in ospedale, dai diritti di successione all’eredità (ancora aperta invece la discussione sulle modalità di eventuali adozioni di bambini). Anche il governo, con il sottosegretario Ivan Scalfarotto che sta seguendo il lavoro da vicino su incarico del premier Matteo Renzi, potrebbe accodarsi. Ma non è detto che il progetto abbia vita facile: l’ala cattolica più integralista è sul piede di guerra e annuncia battaglia.

Dalle parole del papa ai fatti della Chiesa

Sul fronte ecclesiale si mobilitano soprattutto, per ora, le associazioni degli omosessuali cattolici, che invitano la politica ad andare avanti ma soprattutto chiedono alla Chiesa maggior coraggio evangelico.

«La domanda che si è rivolto spontaneamente il vescovo Francesco “chi sono io per giudicare un gay?” (in un colloquio con i giornalisti sull’aereo di ritorno dalla Giornata mondiale delle gioventù di Rio la scorsa estate, ndr) è stato un balsamo per molte persone, ma deve ora diventare un cambiamento concreto», ha letto dal palco del Gay Pride di Roma dello scorso 7 giugno Caterina, attivista del gruppo di omosessuali credenti Nuova proposta. «Quella sospensione di giudizio non basta! Deve evolvere in crescita delle comunità cristiane nella loro capacità concreta di accogliere, incoraggiare, rispettare le persone omosessuali e transessuali nel loro desiderio di una vita piena, come tutte le persone che ancora oggi si trovano emarginate ed escluse a causa dei sistemi di potere. La nostra speranza, per cui continuiamo a lottare, è quella che di realizzare il progetto di libertà e di umanità proposto da Gesù 2000 anni fa: guardare ogni persona con gli occhi del cuore e non con quelli della legge, lottare perché chi viene lasciato indietro dalla società dei potenti possa camminare a testa alta con la propria dignità di essere umano».

«Gli omosessuali cattolici devono capire che bisogna mettersi in gioco, entrare nelle comunità, confrontarsi e proporre le loro vite come strumento di cambiamento per le comunità stesse», ha spiegato il presidente di Nuova proposta, Andrea Rubera, durante l’incontro conclusivo dell’anno “sociale” del gruppo, alla Comunità cristiana di Base di San Paolo a Roma lo scorso 14 giugno. «E a papa Francesco vorrei direi di impegnarsi a favorire il cambiamento nella Chiesa». «Le aperture del papa, fino ad ora, sono state fatte a parole. Adesso dovrebbero intervenire anche sulla pastorale, perché la Chiesa potrà diventare veramente inclusiva ed accogliente quando le persone omosessuali si sentiranno a casa loro». «Se potessi incontrare papa Francesco – ha aggiunto don Alessandro Santoro, della Comunità delle Piagge di Firenze, anch’egli presente all’incontro di Nuova proposta – gli direi che quella dell’omosessualità è una questione sulla quale si gioca molta della credibilità nel tentativo di rendere questa Chiesa più evangelica».

Gesù e le persone omosessuali

Al tema è dedicato anche un libro, appena pubblicato dalla Meridiana, curato dallo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Rigliano: Gesù e le persone omosessuali (pp. 246, euro 18; è possibile richiederlo ad Adista, tel. 06.68.68.692, e-mail: abbonamenti@adista.it, internet: www.adista.it). Si tratta di una serie di interviste a «interlocutori con cui approfondire i tanti aspetti di un approccio secondo Gesù alla diversità omosessuale» e anche «in grado di illuminarmi sui percorsi bloccati dell’autoritarismo clericale», spiega Rigliano. A partire da una domanda: «Come fare in modo che uno dei più radicali messaggi di liberazione e di fraternità di tutta la storia non venga più strumentalizzato per giustificare l’invalidazione delle persone omosessuali o addirittura per restringere la loro possibilità di vita. Mi ha sempre addolorato il tentativo di stravolgere il messaggio di Gesù, tanto da rendere strumento di esclusione dei diversi omosessuali il Vangelo che valorizza le diversità e per questo si contrappone ai pregiudizi sociali dominanti». Inoltre, aggiunge Rigliano, «se il cristianesimo istituzionale non ascolta la Parola di Gesù, non solo concorre a deumanizzare le persone omosessuali, non solo si rende incapace di celebrarne l’umanità o di rivendicarne i diritti contro ogni sopraffazione, ma svilisce la testimonianza di Gesù, poiché non si pone più all’avanguardia nella promozione della dignità e della liberazione dei diversi. Il Vangelo viene vanificato, è negato in quanto Vangelo: non annuncia più l’amore come senso della vita e delle relazioni, come Gesù ha proclamato».

A dialogare con Rigliano, otto persone, con storie e provenienze diverse: Franco Barbero («Non c’è alcun aspetto della condizione omosessuale che, integralmente vissuta, fuoriesca dalla “benedizione” cioè dalla “compiacenza divina”», «mi auguro che papa Francesco apra una stagione nuova». «Per ora devo constatare con sofferto realismo che da anni passano tanti “treni della storia” che invitano a salire, ma la nostra Chiesa cattolica ufficiale li perde tutti. Ha paura del viaggio e gira attorno a se stessa»); il teologo José Castillo («Se scegliamo un’antropologia che ha il suo centro nella perpetuazione della specie» allora è vera l’obiezione secondo cui la relazione omosessuale nega il progetto di Dio, ma «se scegliamo un’antropologia che ha il suo centro ed è fondata sul rapporto umano, allora non vale, perché nell’antropologia centrata sulla perpetuazione della specie questo è ridurre l’antropologia specificamente umana all’animalità, alla condizione precedente l’evoluzione umana»); il teologo Matthew Fox («La Bibbia dice che Dio è amore, non dice che Dio è amore eterosessuale», «l’omofobia è un insegnamento che abbiamo ereditato» e «non è per niente diverso dal sessismo, dal razzismo e da altri insegnamenti falsi»); la teologa e pastora battista Elizabeth Green; il biblista p. Alberto Maggi («Io sono in una comunità, vivo con altre persone e tutti quanti siamo infecondi. Siamo fuori dal consesso umano? Non mi pare proprio», «tutti quelli che amano e comunicano vita contribuiscono all’azione creatrice. Altrimenti io non credo che il Padreterno ci equipari a dei conigli fecondi, no? La fecondità sta nell’amore»); i teologi Vito Mancuso e Joseph Moingt; la pastora valdese Letizia Tomassone.

«Incontrando i miei interlocutori mi sono accorto che sboccia una nuova speranza: sempre più si rompe l’unanimismo della linea tradizionale», spiega Rigliano, «sempre più numerose realtà cristiane di base, molti sacerdoti, frati e suore rifiutano la dottrina ufficiale e offrono una mirabile accoglienza alle persone omosessuali, dimostrando come sia errato schiacciare semplicisticamente l’intero popolo dei credenti sui vertici vaticani».

Prima volta papale: a sorpresa, Bergoglio scomunica i mafiosi

22 giugno 2014

“il manifesto”
22 giugno 2014

Luca Kocci

Papa Francesco scomunica pubblicamente ‘ndranghetisti e mafiosi. Le parole sono state pronunciate ieri pomeriggio da Bergoglio – in visita pastorale in Calabria, a Cassano allo Jonio, la piccola diocesi guidata dal neosegretario della Cei, mons. Galantino – durante la messa all’aperto celebrata nella piana di Sibari. «La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune», è un male che «va combattuto e allontanato», ha detto il pontefice, secondo il quale anche la Chiesa «deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere». Quindi la scomunica: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».

È la prima volta che un papa pronuncia la parola «scomunica» rivolgendosi ai mafiosi. Non lo avevano fatto né Wojtyla nella Valle dei templi di Agrigento né Ratzinger. Si è trattato di un “fuori programma”, poiché nei testi ufficiali «sotto embargo» distribuiti poco prima della celebrazione quel passaggio non c’era. È stato aggiunto successivamente dallo stesso Bergoglio.

Le parole non bastano e non risolvono la lunga storia di silenzi, omissioni e relazioni ambigue fra Chiesa e mafie. Per restare in Calabria, per esempio, nell’ottobre del 2009, Caterina Condello e Daniele Ionetti, figli di due ritenuti fra i più importanti esponenti dei clan reggini, hanno celebrato il loro matrimonio nella cattedrale di Reggio Calabria con tanto di benedizione papale su pergamena firmata da papa Ratzinger. Oppure i legami stretti, e di antica data, della ‘ndrangheta con il santuario della Madonna di Polsi a San Luca in Aspromonte, spesso luogo di riunione dei capi-mafia. E nello scorso aprile la storica processione dell’Affruntata di Sant’Onofrio è stata annullata dal vescovo dopo che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva deciso che le statue sarebbero state portate da volontari della Protezione civile per evitare infiltrazioni mafiose (ma va ricordato anche l’impegno antimafia di alcuni vescovi e soprattutto di molti parroci spesso oggetto di minacce e intimidazioni).

Tuttavia le parole hanno un valore simbolico importante, soprattutto in un contesto sociale e culturale in cui i padrini guidano le processioni e ricevono talvolta benedizioni ecclesiastiche. E quindi, messe in fila, la beatificazione di don Puglisi “martire di mafia” lo scorso anno, la partecipazione di Bergoglio alla veglia per le vittime delle mafie promossa a marzo da Libera di don Ciotti e ora la «scomunica» degli ‘ndranghetisti offrono strumenti per marcare le distanze. Anche se silenzi, omissioni e collusioni non cesseranno per miracolo.

Durante la visita, Bergoglio ha incontrato i detenuti del carcere di Castrovillari, fra cui il padre di Cocò Campolongo, il bambino di tre anni ucciso in un regolamento di conti tra clan a Cassano allo Jonio insieme al nonno ed alla sua compagna. Ed è tornato a parlare dei problemi dei penitenziari: il «rispetto dei diritti fondamentali» dei detenuti e la necessità di «un impegno concreto delle istituzioni per un effettivo reinserimento nella società». «Quando questa finalità viene trascurata – ha detto il papa –, la pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, dannoso per l’individuo e per la società».

Gli italiani e le religioni: cattolici ma per tradizione

21 giugno 2014

“il manifesto”
21 giugno 2014

Luca Kocci

Quella italiana è una secolarizzazione anomala: 75 cittadini su 100 si definiscono cattolici, ma fra loro solo 22 si ritengono «decisamente praticanti» e addirittura 36 pensano che «si possa vivere bene anche senza Dio». Dalla parte opposta, appena l’11% dei non cattolici coerentemente non ha fatto o non farà «sicuramente» battezzare i propri figli, mentre ben il 61% lo ha già fatto oppure ha intenzione di celebrare il battesimo in chiesa.

L’immagine non è tanto quella di una popolazione “schizofrenica” – vedi i cosiddetti “cattolici non praticanti” o gli “atei devoti” –, ma di una religiosità più formale che sostanziale, frutto di una tradizione plurisecolare ed effetto di un cattolicesimo vissuto più come elemento sociale e culturale che come profonda esperienza di fede. «C’è un’accettazione superficiale del cattolicesimo che viene quasi dato per scontato», spiega al manifesto il sociologo Marzo Marzano, per il quale questa dinamica è causata anche dall’assenza di un vero pluralismo religioso in Italia, dove vige una sorta di «sistema monopolistico. Se fossero presenti delle alternative, gli italiani prenderebbero più sul serio la scelta di diventare o anche solo dichiararsi cattolici», aggiunge Marzano, le cui tesi sono ben argomentate in alcuni suoi recenti volumi come Missione impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica (Il Mulino) e Quel che resta dei cattolici (Feltrinelli).

I dati emergono da un’indagine demoscopica sui temi della religiosità e dell’ateismo che l’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha commissionato all’istituto Doxa. I valori generali: il 75% degli italiani si definisce cattolico, il 10% credente senza riferimenti religiosi, il 5% credente in altra religione e il rimanente 10% ateo o agnostico. Scomponendo i numeri, si notano quasi “due Italie”: i cattolici sono più diffusi tra le donne, gli over 54 e nelle regioni del sud; mentre i credenti in altre fedi e gli atei sono maggioritari fra gli uomini, i più giovani e al nord. E la maggior parte degli italiani (il 62%) ritiene che i dogmi e i precetti della Chiesa cattolica condizionino molto (16%) o abbastanza (46%) la vita delle persone. Sarebbe stato utile sapere quali aspetti pensano che siano influenzati dalla Chiesa cattolica, ma l’indagine Uaar-Doxa non lo dice.

La ricerca rivela invece dettagli interessanti su alcuni punti solitamente poco analizzati. Una domanda in particolare chiedeva quanto fosse condivisa l’attuale modalità – prevista dalla legislazione vigente – di insegnamento della religione cattolica nelle scuole, ovvero con i docenti scelti dal vescovo diocesano ma retribuiti dalla Stato, come tutti gli altri insegnanti: la maggioranza della popolazione, il 54%, è in disaccordo con tale sistema (26% «per nulla d’accordo», 28% «poco d’accordo»). Il 38% approva, ma solo un risicato 10% è «molto d’accordo», mentre il 28% si limita ad essere «abbastanza d’accordo» (l’8% «non sa»). L’opposizione all’ora di religione è ovviamente molto più alta fra atei ed agnostici (circa l’80%), ma vince anche tra gli stessi cattolici: 48% contrari, contro 44% favorevoli (l’8% «non sa»).

Un dato però che confligge nettamente con la percentuale di studenti che nelle scuole sceglie di frequentare l’ora di religione: in media l’89,3% – con punte del 93% alla scuola primaria mentre alle superiori la partecipazione è dell’83% – secondo quanto riporta il Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia curato da Alberto Melloni (Il Mulino). Ma è un conflitto solo apparente, perché la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, che nella maggior parte dei casi viene effettuata dalle famiglie soprattutto per gli alunni più piccoli, è indice di quella adesione formale o tradizionale al cattolicesimo, anche per evitare ai propri figli, soprattutto nei piccoli centri, di essere bollati come “diversi” e magari messi ai margini o quantomeno guardati “con sospetto”. Una dinamica analoga del resto si verifica anche per il battesimo, visto che oltre il 60% dei non cattolici sceglie di battezzare comunque i propri figli.

Droghe. Il no del papa alle politiche di “riduzione del danno”

20 giugno 2014

20 giugno 2014

Luca Kocci

Severo intervento di papa Francesco contro le droghe, la legalizzazione delle droghe leggere e soprattutto contro le politiche di riduzione del danno. «Il flagello della droga continua ad imperversare in forme e dimensioni impressionanti, alimentato da un mercato turpe, che scavalca confini nazionali e continentali», ha detto oggi Bergoglio ricevendo i partecipanti alla 31ma edizione dell’International drug enforcement conference che si è svolta a Roma dal 16 al 19 giugno. «La droga non si vince con la droga – ha poi ammonito il pontefice, bacchettando i fautori della riduzione del danno, alcuni dei quali presenti all’udienza –. La droga è un male, e con il male non ci possono essere cedimenti o compromessi. Pensare di poter ridurre il danno, consentendo l’uso di psicofarmaci a quelle persone che continuano ad usare droga, non risolve il problema. Le legalizzazioni delle cosiddette “droghe leggere”, anche parziali, oltre ad essere discutibili sul piano legislativo, non producono gli effetti che si erano prefisse. Le droghe sostitutive, poi, non sono una terapia sufficiente, ma un modo velato di arrendersi al fenomeno». La soluzione per Bergoglio, che oggi andrà a Cassano allo Ionio (dove visiterà anche la comunità terapeutica Saman “Mauro Rostagno”) e Sibari? «Più opportunità di lavoro» per i giovani.

I cattolici e la Chiesa al tempo di Renzi e papa Francesco. Un libro di Francesco Anfossi e Aldo Maria Valli

17 giugno 2014

“Adista”
n. 23, 21 giugno 2014

Luca Kocci

Se i cattolici italiani ignorano l’esistenza di un Progetto culturale animato dalla Conferenza episcopale e i contenuti delle ultime prolusioni del card. Angelo Bagnasco significa che di quello che fanno e dicono i vescovi gli interessa poco o niente. E se i giovani cattolici lombardi vanno sempre meno a messa – come del resto quelli delle altre regioni – ma partecipano più volentieri e numerosi a pellegrinaggi e Giornate mondiali della gioventù vuol dire che si va verso un cattolicesimo vissuto prevalentemente nelle esperienze – anche spettacolarizzate – e nelle relazioni. Insomma tutti i sintomi di un allontanamento non dalla dimensione spirituale dell’esistenza ma dalle direttive ecclesiastiche, come del resto mostrano le risposte al questionario in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia e recenti sondaggi che evidenziano una distanza sempre maggiore dal magistero ecclesiastico su temi sensibili come le unioni civili, le coppie omosessuali, la contraccezione, i divorziati risposati e il celibato ecclesiastico. In questo contesto si inserisce l’arrivo di papa Francesco, e la domanda è: ce la farà? E soprattutto che cosa farà? L’«ardua sentenza» non spetterà ai posteri come diceva Alessandro Manzoni di Napoleone, ma si tratterà comunque di attendere un po’ di tempo.

Non offre risposte preconfezionate – e magari rassicuranti – ma pone una serie di questioni il volume di Francesco Anfossi e Aldo Maria Valli, Il Vangelo secondo gli italiani 2 (San Paolo, p. 164, euro 14), seconda tappa (v. Adista Segni Nuovi n. 12/14) di un viaggio a metà fra indagine sociologica (senza pretesa di scientificità, come ammettono gli stessi autori) e inchiesta sul campo che vuole ritrarre come cambiano i cattolici italiani ai tempi di Matteo Renzi (e Beppe Grillo) e papa Bergoglio.

Sul terreno politico, il cattolico Renzi – ma molto diverso sia dagli “atei devoti” alla Giuliano Ferrara chedai nostalgici democristiani alla Casini –, anche grazie allo straordinario successo in termini percentuali alle recenti elezioni europee, ha posto la pietra tombale su qualsiasi possibilità e velleità di Terzo polo centrista, per qualche mese coltivata nei seminari di Todi, come dimostra anche la scomparsa di Scelta civica, dagli autori ribattezzata «sciolta civica». Sul terreno ecclesiale, papa Bergoglio ha portato aria nuova nell’atmosfera rarefatta e immobile della Chiesa, anche se non si tratta della «rivoluzione» gridata dai tetti dai media più laici che cattolici. «Francesco è stato strumentalizzato da più parti – scrivono Anfossi e Valli –: sia dai sedicenti cattolici a tutto tondo, scandalizzati per la presunta inversione pericolosa, sia dai soliti atei devoti, pronti a soffiare sul fuoco dell’altrettanto presunta contrapposizione tra Francesco e Benedetto, sia da certi laicisti, ai quali non è sembrato vero di poter proclamare che adesso, finalmente, la modernità si è insediata sul soglio di Pietro. In realtà il cambio non è di contenuto, né tanto meno di dottrina, ma di prospettiva», togliendo alla «verità» «l’abito intellettualistico e ideologico con il quale spesso viene rivestita dai farisei di turno» per riportarla «sul terreno della relazione».

«E adesso?», si chiedono gli autori. Non hanno una risposta, questa è una storia ancora da scrivere. Il motore è avviato, in quale direzione andrà la Chiesa lo si capirà meglio nei prossimi mesi. Già il Sinodo di ottobre sulla famiglia potrà essere un banco di prova importante. Intanto valgono come ammonizione, ma anche come programma, le parole di mons. Alessandro Plotti, vescovo emerito di Pisa, in un’intervista pubblicata sul mensile dei paolini Jeusus che Anfossi e Valli opportunamente riprendono: «C’è un’autoreferenzialità che non capisco», «bisogna smontare questa idea che la Chiesa ha sempre una parola azzeccata per tutto e per tutti. Questa idolatria della verità va decostruita»

Il papa e i corrotti

12 giugno 2014

“il manifesto”
12 giugno 2014

Luca Kocci

I politici e gli amministratori corrotti «dovranno rendere conto a Dio» delle loro azioni. Lo ha detto ieri papa Francesco durante l’udienza generale a S. Pietro. «Una persona corrotta sarà felice dall’altra parte?». No, il suo cuore è corrotto e «sarà difficile andare dal Signore», ha ammonito il papa, evocando, senza nominarlo, l’inferno. Non è la prima volta che Bergoglio parla di corruzione. Lo aveva già fatto durante la messa in Vaticano per i parlamentari italiani, a marzo. E rilancia in questi giorni di inchieste e arresti, dall’Expo al Mose, dove sono emerse anche relazioni con enti ecclesiastici come il Marcianum (senza rilevanza penale).

Dito puntato anche contro le aziende armiere, i padroni che sfruttano i dipendenti e gli organizzatori della tratta. «Pensate che questa gente che tratta le persone, che sfrutta le persone con il lavoro schiavo ha nel cuore l’amore di Dio? No, non hanno timore di Dio e non sono felici», ha aggiunto Bergoglio. E «penso a coloro che fabbricano armi per fomentare le guerre. Ma che mestiere è questo?», chiede il papa che già in passato aveva accusato i produttori di armi. «Fabbricano la morte, sono mercanti di morte. Che il timore di Dio faccia loro comprendere che un giorno tutto finisce e che dovranno rendere conto a Dio».

Giovanni XXIII. Santo militare?

9 giugno 2014

“Mosaico di pace”
n. 6, giugno 2014

Luca Kocci

La tesi è la seguente: siccome Angelo Roncalli, nella sua vita, ha avuto direttamente a che fare con l’esercito – prima svolgendo il servizio militare, poi come cappellano durante la prima guerra mondiale – può essere arruolato fra i “santi militari”.

Monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia fino all’agosto 2013, lo voleva addirittura santo patrono dell’esercito: il 24 ottobre 2011, nella basilica romana di Santa Maria in Aracoeli, al Campidoglio, celebrò una messa, alla presenza delle massime autorità militari per «promuovere la devozione del beato Giovanni XXIII (allora non era ancora stato canonizzato, ndr) quale santo patrono dell’esercito». Monsignor Santo Marcianò, attuale ordinario militare, non si spinge a tanto – almeno fino ad ora –, ma mostra anche lui una devozione tinta di grigioverde per Roncalli: «Quando papa Francesco, sei mesi fa, mi ha affidato la missione di ordinario militare, ho subito pensato che ci trovavamo nel 50mo della Pacem in terris, un’enciclica scritta da Giovanni XXIII del quale proprio nel giorno della mia nomina ricorreva la vigilia della festa», ha raccontato in un’ampia intervista ad Avvenire lo scorso 15 aprile. «Ho sempre avuto una devozione particolare per lui, che tra pochi giorni verrà proclamato santo, e mi aiuta pensare che il suo grande insegnamento sulla pace sia nato dall’avere vissuto egli stesso il servizio militare e dall’aver servito la Chiesa come cappellano militare. Sì, la missione della Chiesa nel mondo militare non esclude, anzi implica profondamente, l’impegno evangelico per la pace».

Ma il fatto che Roncalli per qualche anno abbia frequentato caserme ed ospedali militari legittima l’affermazione di un suo rapporto privilegiato con le Forze armate tanto da accreditarlo come “protettore” degli eserciti? Decisamente no. L’operazione si configura come una vera e propria rilettura revisionista della storia: isolare alcuni momenti della vita e del ministero pastorale di Roncalli per attribuire loro un valore esemplare e totalizzante, azzerando ogni complessità. Perché il rapporto di Roncalli con il mondo militare, in un contesto storico-culturale caratterizzato dal nazionalismo come fu quello di fine ‘800-inizio ‘900, non può essere semplificato in maniera superficiale.

Nell’ottobre 1901, il giovane Roncalli, abbandonò temporaneamente gli studi teologici presso il seminario romano per prestare servizio nel Regio esercito italiano al posto di suo fratello Zaverio, la cui presenza era necessaria in famiglia, a Sotto il Monte, per il lavoro nei campi. Dopo un anno di ferma presso la caserma Umberto I di Bergamo – dove venne promosso sergente ed evidenziò doti di ottimo tiratore – scrisse nei suoi Diari nel dicembre del 1902: «Oh, il mondo come è brutto, quanta schifezza, che lordura! Nel mio anno di vita militare l’ho ben toccato con mano. Oh, come l’esercito è una fontana donde scorre il putridume, ad allagare la città. Chi si salva da questo diluvio di fango, se Dio non lo aiuta?». Un giudizio che negli anni successivi verrà parzialmente sfumato, ma mai al punto da assumere connotazioni interamente positive.

Il 23 maggio 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, Roncalli venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di «sergente di sanità», poi – dal 28 marzo 1916 al 10 dicembre 1918 – come cappellano. Il clima interventista lo condizionò profondamente, come del resto capitò anche a don Mazzolari. «L’amore di patria non è altro che l’amore del prossimo, e questo si confonde con l’amore di Dio», scrisse Roncalli ai fratelli, auspicando però una rapida fine del conflitto. Eppure alla fine della guerra, riemerse la profonda avversione alla vita militare che già aveva espresso in passato. «Deo Gratias», scrisse nelle sue Memorie. «Mi sono recato all’Infermeria presidiaria per la mia visita di congedo alla Direzione dell’ospedale militare; e tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!». Parole che dovrebbero suggerire cautela prima di fare di Giovanni XXIII un santo con l’elmetto.

Torna a crescere l’otto per mille alla Chiesa cattolica. Ma non è merito di papa Francesco

3 giugno 2014

“Adista”
n. 21, 7 giugno 2014

Luca Kocci

Dopo cinque anni consecutivi di calo, torna a salire la percentuale dei contribuenti italiani che decidono di destinare la quota dell’otto per mille della loro Irpef alla Chiesa cattolica. La crescita è minima, appena uno 0,27% in più dello scorso anno – dall’82,01% del 2013 (sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2010) all’82,28% di quest’anno (dichiarazioni dei redditi presentate nel 2011) –, tuttavia dopo 5 anni di lenta, ma progressiva emorragia di consensi si tratta di un’inversione di tendenza.

E l’evento non è da attribuire all’effetto papa Francesco, che semmai si farà sentire già dal prossimo anno, quando i calcoli verranno effettuati sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2013, l’anno in cui Jorge Bergoglio è stato eletto al soglio pontificio.

Si tratta non di una percentuale assoluta – l’82,28% di tutti i contribuenti –, ma solo fra coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la loro quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è poco più del 36% dei contribuenti a scegliere di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

In termini monetari, alla Chiesa cattolica nel 2014 sono stati assegnati 1.055.321.000 euro, 23 milioni in più dello scorso anno (quando si fermò a quota 1 miliardo e 32 milioni di euro, v. Adista Notizie n. 21/13), il quarto miglior incasso di tutti i tempi, dopo 1 miliardo e 148 milioni ottenuto nel 2012, 1 miliardo e 119 milioni nel 2011, 1 miliardo e 67 milioni nel 2010 (le cifre non corrispondono all’andamento percentuale delle firme perché sono determinate dal gettito complessivo dell’Irpef che è piuttosto variabile).

Durante l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana dello scorso 19-22 maggio (v. Adista Notizie n. 20/14), i vescovi hanno approvato la ripartizione dei fondi che grosso modo – sebbene ci sia qualche piccola variazione – corrisponde alla tendenza degli ultimi anni: il 40% ad «esigenze di culto e pastorale», il 37% al sostentamento del clero e il 23% ad interventi caritativi, che però sono i protagonisti quasi assoluti delle campagne promozionali.

In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 433 milioni (13 in più dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 180 per l’edilizia di culto (120 per le nuove chiese, 60 per la tutela dei beni culturali ecclesiastici), 42 milioni per la catechesi (16 in più del 2013), 12 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 43 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Per il sostentamento del clero sono stati riservati 377 milioni di euro, 5 in meno dello scorso anno, non perché «ai preti sia stato diminuito lo stipendio, ma perché il bilancio dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero è stato migliore del previsto», ha precisato il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, durante la conferenza stampa conclusiva. Per gli interventi caritativi sono stati destinati 245 milioni di euro, 5 milioni in più del 2013 (quelli “risparmiati” dal sostentamento del clero), così suddivisi: 130 milioni alle diocesi, 85 per il cosiddetto Terzo mondo e 30 per esigenze di rilievo nazionale.