Archive for luglio 2014

Scuola. I vescovi chiedono più fondi per i loro istituti

31 luglio 2014

“il manifesto”
31 luglio 2014

Luca Kocci

Fino a quando lo Stato non finanzierà adeguatamente le scuole paritarie cattoliche in Italia non vi saranno piena «libertà di educazione» e vera «parità scolastica». La tesi non è nuova. Ma ieri la Conferenza episcopale italiana l’ha ribadita nella nota pastorale La scuola cattolica risorsa educativa della Chiesa locale per la società, 30 anni dopo la pubblicazione del documento, nel 1983, La scuola cattolica oggi in Italia.

Perché, sostengono i vescovi, il quadro normativo è profondamente cambiato. In particolare con la legge 62/2000 (Luigi Berlinguer ministro della Pubblica istruzione, D’Alema premier) è stato sancito che il sistema nazionale di istruzione «è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Una «conquista», secondo mons. Ambrosio, presidente della commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università. Ma per il “ministro dell’struzione” della Cei «ancora incompiuto rimane il cammino verso una parità effettiva». La libertà di educazione, spiega la nota dei vescovi, «incontra nel suo concreto esercizio» molti ostacoli che ne rendono «astratta l’affermazione». Finché la legge non prevederà anche le risorse economiche, «a una parità nominale affermata non corrisponderà mai una parità nei fatti». La richiesta è netta: un «finanziamento adeguato delle scuole paritarie», superiore ai quei 499 milioni erogati nel 2013. Senza questi soldi, avvisano i vescovi, altre scuole cattoliche – che risentono anche della «carenza di vocazioni religiose», forza lavoro a costo zero – chiuderanno, oppure dovranno aumentare le rette, escludendo ancora più di quanto fanno già oggi le fasce sociali medie e medio-basse.

Ma la parità che si rivendica, questa la contraddizione che la nota tenta di coprire ma non può eliminare, è una parità a senso unico. Perché il progetto educativo-didattico della scuola cattolica, se per statuto deve garantire «almeno lo stesso livello qualitativo delle altre scuole», è cristianamente orientato, quindi inevitabilmente di parte: fa sintesi tra fede, cultura e vita, il fine «è condurre l’allievo nel cammino faticoso e appassionante della ricerca della verità fino al conseguente incontro con Dio». Anzi, precisano i vescovi, è questo il «criterio decisivo» che distingue una scuola cattolica da un’altra, e «in base a questo criterio le famiglie sceglieranno».

Si vede anche nel reclutamento degli insegnanti, di cui va valutata la capacità professionale ma anche la «oggettiva testimonianza di vita. Non è difficile, specialmente al giorno d’oggi – chiarisce la nota –, imbattersi nei casi di insegnanti implicati in situazioni personali critiche, comportanti una minore adesione alla vita della comunità cristiana». Che fare? Come la direttrice della scuola di Trento che pochi giorni fa non ha confermato una docente ritenuta lesbica: prima un «prudente discernimento», poi il licenziamento, per la «salvaguardia morale degli alunni e dei loro familiari». L’allontanamento di un insegnante, prescrive la nota, può essere «dolorosamente imposto», «coniugando cristianamente verità e carità, come provvedimento estremo dal bene prioritario degli alunni». Non certo dalla parità.

Giovanni Franzoni, il monaco fuori dal Tempio

30 luglio 2014

“il manifesto”
30 luglio 2014

Luca Kocci

Quella di Giovanni Franzoni e della comunità cristiana di base di san Paolo è una vicenda che, pur in un contesto storico-politico molto diverso da quello attuale, parla ancora alla società e alla Chiesa. Dice della necessità di uscire fuori dal tempio e dai recinti del sacro per camminare nella storia e lottare per la giustizia e la pace; riafferma l’imperativo evangelico di una “Chiesa povera e dei poveri” – cambia una preposizione, ma è espressione profondamente diversa dalla “Chiesa povera e per i poveri” di papa Francesco –, lontana dal potere, spoglia di privilegi, annunciatrice del messaggio di liberazione per tutte e tutti, senza esclusioni.

Questa storia viene ora raccontata dallo stesso Franzoni, monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dallo stato clericale per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di allora. Le parole di Franzoni, oggi 86enne e impossibilitato a scrivere per aver perso quasi del tutto la vista, sono state raccolte da due membri della comunità (Salvatore Ciccarello e Antonio Guagliumi) e trasformate in un libro che racconta un’esperienza strettamente intrecciata alla storia della Chiesa del Concilio e del post Concilio, alla vita di una città, Roma, e alle vicende del nostro Paese (Giovanni Franzoni, Autobiografia di un cattolico marginale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014).

Alcuni anni sono decisivi. Il primo è il 1964 quando Franzoni, rettore dell’abbazia benedettina di Farfa, viene trasferito a Roma come abate di San Paolo fuori le mura. La domenica delle Palme – nel calendario liturgico cattolico è quella che precede Pasqua – c’è la visita di Paolo VI che gli dona un anello pontificale d’oro, a suggello del nuovo incarico. Franzoni lo terrà con sé fino al 2006, quando lo cederà per una sottoscrizione a sostegno dell’ospedale di Gaza.

Da abate di San Paolo acquisisce il diritto a partecipare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II, durante il quale parlerà solo una volta, non in aula («non ne ebbi il coraggio», ricorda Franzoni, che a 36 anni era il più giovane padre conciliare italiano) ma nelle riunioni dei vescovi italiani per sostenere i principi della collegialità e della sinodalità, guardati con timore dai settori ecclesiali conservatori. E si lascia provocare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolare come San Paolo. Inizia a prendere forma una comunità “orizzontale” fatta anche di laici, donne e uomini, che vuole vivere il Vangelo nella storia: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i digiuni per la pace fra India e Pakistan, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, l’attenzione agli emarginati – in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – le lotte degli operai licenziati della Crespi, una fabbrica di infissi vicina alla basilica (nel volume, in appendice, sono presenti numerosi documenti).

Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano: irruzioni violente in basilica, scritte minacciose sui muri del quartiere («Franzoni al rogo», «Franzoni Giuda»). I gerarchi ecclesiastici sorvegliano la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni. Fino al 1973, il secondo anno decisivo di questa storia, quando un giovane, durante la messa, legge una preghiera contro lo Ior. Franzoni è costretto alle dimissioni. Prima però, pensando al Giubileo del 1975, pubblica la lettera pastorale La terra è di Dio. «Il concetto centrale – spiega – è che la terra è di Dio e quindi non può essere usata come strumento di dominio». È anche una denuncia della speculazione edilizia e dei legami diabolici fra Chiesa, poteri economici e Dc.

Fuori dalla basilica nasce la comunità cristiana di base di San Paolo e inizia un’altra storia che, attraverso quattro decenni di esistenza, dura ancora oggi. Frattanto Franzoni viene sospeso a divinis perché nel 1974 si schiera a favore del divorzio e poi dimesso dallo stato clericale perché dichiara che voterà per il Pci. L’istituzione ecclesiastica chiede «di sacrificare le proprie scelte politiche perché pregiudicanti l’adesione a Cristo», ma «l’adesione a Cristo non pone questa pregiudiziale», scrive Franzoni a don Macchi, segretario di Paolo VI.

Tornato laico, nel 1990 si sposa con Yukiko, giapponese, insegnante di sostegno, in Italia per tradurre e studiare Gramsci insieme a Mario Alighiero Manacorda. Il seguito è l’oggi. E l’Autobiografia di un cattolico marginale – dice Franzoni durante la presentazione in Campidoglio – non è «un’apologia e nemmeno un amarcord, ma una storia che continua».

Bergoglio, visita pastorale con censura

26 luglio 2014

“il manifesto”
26 luglio 2014

Luca Kocci

Sarà una fra le visite pastorali più rapide e sbrigative quella di oggi di papa Francesco a Caserta: alle 16 atterrerà in elicottero nell’eliporto della Scuola sottufficiali dell’Aeronautica militare nella Reggia e incontrerà – in una “udienza per soli uomini” – i preti della diocesi nel Circolo ufficiali; alle 18 messa in piazza – si segnalano difficoltà per la concessione dei pass da parte della diocesi ad alcune comunità di migranti – e ripartenza per il Vaticano.
La fretta ha una motivazione. Non ci doveva essere nessuna visita pastorale a Caserta, perché Bergoglio voleva solo andare a trovare, privatamente, un suo amico dai tempi di Buenos Aires, il pastore pentecostale Giovanni Traettino. Appresa la notizia, il vescovo della città, mons. D’Alise, ha messo in moto tutti i suoi agganci vaticani per far modificare il programma. E Bergoglio ha ceduto: annullato il saluto al pastore, sostituito da una visita-lampo alla diocesi. Ma Francesco lunedì tornerà in città – fatto assolutamente inedito nei viaggi papali – e andrà a trovare l’amico, senza i malumori del vescovo.
Critici alcuni preti per l’improvvisazione di tutta l’operazione. E anche perché il vescovo D’Alise ha imposto loro una forma di censura preventiva: ha voluto leggere in anticipo le domande e gli interventi che i preti faranno durante l’incontro del pomeriggio per giudicare quelli ammissibili e quelli invece da bocciare. «Siamo davanti ad una nuova inquisizione, anzi una pre-inquisizione – hanno riferito alcuni –. Ci è concessa la parola, ma deve essere una parola controllata e censurata».

Contro la speculazione a Caserta, appello al papa: «L’ex Macrico è un bene comune, resti ai cittadini»

26 luglio 2014

“il manifesto”
26 luglio 2014

Luca Kocci

A qualche centinaia di metri dal piazzale della Reggia dove papa Francesco questo pomeriggio celebrerà la messa al termine della sua veloce visita pastorale a Caserta c’è l’ex Macrico (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati), un’area di 33 ettari – la superficie di 30 campi da calcio – di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc). Un “polmone verde” per una città assediata da cave e discariche. Totalmente inutilizzato, perché l’Idsc tiene ben chiusi i cancelli. In attesa di venderlo a 40 milioni di euro, magari a qualche palazzinaro che poi farebbe presto a costruire e rivendere a caro prezzo case e appartamenti.
Associazioni ambientaliste (Legambiente e Italia Nostra), centri sociali (Ex canapificio e Millepiani), religiosi di frontiera (i sacramentini di Casa Zaccheo e le orsoline di Casa Rut che lavorano con i migranti e con le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale), cattolici di base e migliaia di cittadini riuniti nel comitato Macrico Verde temono la mega-speculazione edilizia e si oppongono da anni. E oggi che il papa è a Caserta, scrivono a Bergoglio – ma anche al segretario della Cei Galantino, al vescovo della città D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale sostentamento clero – una lettera, anticipata ieri dall’agenzia Adista: «La Chiesa restituisca alla città come bene comune indivisibile» il Macrico, per essere coerente con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «la giustificazione della proprietà privata non ha mai negato la destinazione universale dei beni della terra».
La storia è antica. Il terreno – 324.533 metri quadrati, di cui tre quarti coperti da alberi e prati, nel centro di Caserta – appartiene alla Chiesa dal 1600, quando serviva per mantenere la mensa vescovile. Poi venne dato in affitto ai Borboni, che lo usarono come Campo di Marte per le esercitazioni militari. Infine passò alle Forze armate italiane che vi costruirono magazzini e una caserma logistica per 500mila metri cubi, occupando un quarto della superficie. Nel 1994 tornò alla diocesi e ne divenne proprietario l’Idsc, articolazione periferica dell’Istituto centrale sostentamento clero (nato nel 1985, dopo la revisione del Concordato, per gestire parte dei fondi dell’8 per mille, oggi oltre 1 miliardo di euro all’anno). Gli istituti diocesani sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, vale a dire i beni della diocesi, hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo, che deve essere interpellato solo per i “movimenti” superiori ai 250mila euro, mentre sopra 1 milione di euro serve «il preventivo parere» della Cei e «l’autorizzazione» della Santa sede.
Nel 2000 il Macrico stava per essere acquistato dal Comune di Caserta, che non si sa come lo avrebbe utilizzato: si parlava genericamente della costruzione di «infrastrutture primarie». Il vescovo di allora, mons. Raffaele Nogaro – ora in pensione –, sempre schierato perché il Macrico diventasse un bene comune per tutti i cittadini di Caserta, sentì puzza di speculazione e di cemento e bloccò l’operazione. Da allora si sono alternate ipotesi di vendita – si sono interessati all’acquisto costruttori campani come i Coppola (cementificatori del litorale domizio), coop rosse, imprenditori vicini alla Compagnia delle Opere (il braccio economico di Comunione e liberazione), lo Stato per un confuso progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia – e le mobilitazioni del Macrico Verde per la salvaguardia e la restituzione dell’area alla città come parco pubblico. La faccenda sembrò chiudersi quando la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, bloccando così qualsiasi programma di edificabilità. Ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’Idsc, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato.
Solo con il Macrico – quindi senza considerare gli altri immobili diocesani – l’Idsc «è il primo e assoluto proprietario del territorio comunale», rileva il comitato: la superficie urbanizzata di Caserta è di 1.339 ettari, il Macrico ne rappresenta il 2,5%, «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini». Proporzioni da latifondista medievale.
È tutto legale, anche la vendita, risponde l’Idsc. Vero, «ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia. L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia?», chiedono i componenti del Macrico Verde a papa Francesco. E ricordano che proprio Bergoglio, nell’esortazione Evangelii Gaudium, ha scritto che la destinazione universale dei beni è «anteriore alla proprietà privata» e che «il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». E «non è la nostra comunità di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? – denuncia il comitato –. Non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? Non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? Non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». Se l’Idsc agirà «seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo», sarà evidente che alle parole del papa corrisponde «una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». La soluzione è una sola: la Chiesa «si assuma le sue responsabilità» e restituisca alla città il Macrico «come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

“La Chiesa restituisca alla città il Macrico”. I casertani scrivono al papa in visita pastorale

26 luglio 2014

“Adista”
n. 29,2 agosto 2014

Luca Kocci

La Chiesa di Caserta restituisca alla città come «bene comune indivisibile» il Macrico, 33 ettari nel cuore della città, nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come “piazza d’armi” e poi alle Forze armate italiane che lo trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, fino al 1994 quando venne assorbito dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc): sarebbe questa l’unica opera di giustizia possibile, coerente con il Vangelo, con la Dottrina sociale della Chiesa e con le parole di papa Francesco. Lo chiedono le associazioni cattoliche e laiche casertane riunite nel comitato Macrico Verde (i padri sacramentini di Casa Zaccheo, le suore orsoline di Casa Rut e della cooperativa NewHope, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani, ma anche Italia Nostra e Legambiente) che da 15 anni si battono per la salvaguardia dell’area e che colgono l’occasione della presenza del papa in città – il 26 luglio in visita pastorale alla diocesi, il 28 luglio in visita privata all’amico pastore pentecostale Giovanni Traettino – per riportare all’attenzione la vicenda del Macrico, su cui incombe sempre il rischio della speculazione edilizia e della cementificazione dal momento che l’Idsc non esclude la possibilità di vendita a privati, contro la quale si è sempre opposto mons. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta fino al 2009.

33 ettari equivalgono a 1/181 dell’intera superficie comunale. Ma se si considera solo lo spazio urbanizzato di Caserta la percentuale sale al 2,46%, calcola il comitato Macrico Verde in una lettera – che Adista può anticipare – inviata al papa, al segretario della Cei mons. Nunzio Galantino, al vescovo mons. Giovanni D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale per il sostentamento per il clero Giovanni Soligo. «L’Istituto è il primo e assoluto proprietario di territorio comunale», «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo Ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini», «un caso straordinario che va ben al di là di qualsiasi legittima proprietà e che coinvolge concretamente tutti i cittadini di Caserta», scrive il comitato. «La destinazione di questa area non è quindi cosa che possa risultare indifferente alla proprietà considerando soprattutto le singolari caratteristiche non solo dell’Ente attualmente proprietario, ma le origini della proprietà stessa frutto della carità posta a servizio della mensa vescovile, la quale assolveva compiti di sussistenza e solidarietà».

Alla proposta del comitato – fare del Macrico uno spazio pubblico verde – la risposta è stata sempre che l’Idsc sta agendo nella piena legalità. «Ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia», si legge nella lettera. «L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia? E il fine buono può giustificare mezzi cattivi? Noi non possiamo credere che questo sia vero perché se lo fosse sarebbe mostruoso e contraddirebbe la parola del Vangelo e la stessa Dottrina sociale della Chiesa». E sarebbe in contraddizione anche con le recenti affermazioni del papa che, nell’esortazione Evangelii gaudium, ha scritto: «La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». «Papa Francesco parla di restituire al povero quello che gli corrisponde», si legge ancora nella lettera del comitato Macrico Verde. «E non è la nostra comunità della città di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? E non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? E non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? E non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». «Non possiamo accettare – conclude la lettera – che si dica l’Idsc non è la Chiesa, si tratta evidentemente di una comoda e pericolosa finzione giuridica, quasi la creazione di un Ente autonomo che, perché ufficialmente autonomo, può operare seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo (gli Idsc sono infatti articolazioni periferiche dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, cioè i beni della diocesi, e hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo diocesano che deve essere interpellato solo per i movimenti superiori ai 250mila euro, mentre per beni che superano il milione di euro – come il Macrico, il cui prezzo di mercato è di circa 40 milioni – devono avere «il preventivo parere della Cei» e «l’autorizzazione della Santa Sede», ndr). Non possiamo accettare che alle parole del papa corrisponda una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». Per questo «non chiediamo che la Chiesa doni nulla, ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

Francesco d’Assisi, un rivoluzionario trasformato in “santino”

25 luglio 2014

“Adista”
n. 28, 26 luglio 2014

Luca Kocci

Trainati dalla popolarità del primo papa della storia chiamato Francesco, escono o vengono ripubblicati in questi mesi numerosi libri su Francesco d’Assisi – biografie, monografie, saggi storici, edizioni di fonti francescane – a cui Bergoglio, come ha raccontato egli stesso, deve la scelta del proprio nome.

Venticinque anni dopo la sua prima uscita, l’editore Giunti ripropone il Francesco d’Assisi di p. Ernesto Balducci, arricchito da un’ampia introduzione del teologo Vito Mancuso (Francesco d’Assisi, Giunti, Firenze 2014, pp. 250, euro 14). Non una biografia in più di Francesco – spiega Balducci – ma «la rievocazione critica della sua straordinaria vicenda a partire da un presupposto che la illumina di luce nuova: la situazione in cui si trova l’umanità sul finire del secondo millennio (il libro uscì per la prima volta nel 1989 per le Edizioni cultura della pace fondate dallo stesso Balducci, ndr) le impone di scrivere sulla tavole di bronzo della necessità storica, pena l’estinzione, una nuova forma di vita, privata e pubblica, che non ha poche analogie con quella che Francesco propose secondo i modi, tanto luminosi quanto labili, dell’anticipazione profetica». Quella scritta da Balducci non è una mera biografia, pur conservandone la caratteristiche, ma la rilettura della vita di un uomo straordinario riattualizzata per il nostro tempo. «Vorrei condurre i lettori – aggiunge Balducci – a riconoscere in Francesco quella eccedenza di umanità che, quando apparve, venne relegata, con ammirazione, tra le pretese impossibili all’uomo storico e che oggi sembra avere dinanzi a sé le condizioni adatte a fornirle carne e sangue. Se così è, il fenomeno Francesco esce dall’ambito specialistico dell’agiografia ed entra in quello dell’antropologia, esce dagli spazi sacri ed entra in quelli laici». Balducci reinterpreta il messaggio di Francesco attraverso quattro temi, nota Mancuso: la povertà, «oggi interpretabile come essenzialità e sobrietà, ovvero come invito a quella decrescita e a qual calo di consumi che appaiono indispensabili se si vuole impedire che il mondo finisca per soffocare sotto la proliferazione di rifiuti e di scorie di ogni tipo imposta dall’obbligo di una continua crescita dei Pil nazionali»; il dialogo interreligioso, «che Francesco praticò nei suoi giorni incontrando il sultano e che oggi appare quale ineludibile necessità strutturale di ogni discorso teologico e spirituale»; la semplicità, ovvero «la riconduzione della fede e della cultura alla vita buona»; l’ecologia.

Tutto incentrato sulla questione della povertà il volume di Carmine Di Sante Francesco e l’altissima povertà. Economia del dono e della giustizia (prefazione di Armido Rizzi, Edizioni Messaggero, Padova 2013, pp. 174, euro 14). La chiave di lettura della povertà francescana che propone Di Sante è la «disappropriazione quale condizione di possibilità della reinstaurazione della creazione che, intesa biblicamente, è donazione che istituisce la coscienza del dono e della giustizia». Il tema della povertà, spiega l’autore, «trascende la stretta dimensione religiosa» ed «ecclesiale» e provoca «la stessa filosofia come nuova possibilità dell’umano». Per cui, come scrive anche il filosofo Giorgio Agamben, «l’“altissima povertà” [di Francesco], col suo uso delle cose, è la forma-di-vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’Occidente sono giunte alla loro consumazione storica». Il percorso tracciato da Di Sante – dopo aver delineato il campo semantico entro il quale comprendere gli scritti di Francesco, rintracciato le modalità linguistiche attraverso cui la povertà è presentata e ricostruito sinteticamente i conflitti sorti nell’ordine francescano in relazione al modo di intenderla – offre una lettura della povertà francescana «come forma di vita evangelica che è, e vuole essere, un ritorno alla condizione edenica», ovvero «un vivere nel mondo e abitarlo secondo la modalità della creazione passando dall’io appropriativo che tutto, cose e persone, deturpa e deforma, all’io recettivo» che accoglie «il mondo come dono».

Una questione, quella della povertà, che insieme ad altre, collegate però in ultima analisi ad essa, sarà la causa di laceranti conflitti all’interno dell’ordine francescano già all’indomani della morte di Francesco. Ne fornisce un’analisi puntuale e accurata il libro di Giovanni Miccoli che l’editore Donzelli meritoriamente ripubblica dopo che, nel 1991, era uscito con Einaudi (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, Donzelli, Roma 2013, pp. 296, euro 18,50). Una raccolta di saggi che, a partire proprio dal nodo povertà e riforma della Chiesa (“Chiesa, riforma, Vangelo e povertà: un nodo nella storia religiosa del XII secolo”, il primo dei 5 saggi), muovendosi con il rigore documentario dello storico, attraversa l’esperienza terrena di Francesco e le “vite” del santo di Assisi, ovvero le biografie e le agiografie di Francesco scritte immediatamente dopo la sua morte, che rispondevano in un certo senso anche alla necessità di normalizzare la “rivoluzione” di Francesco e di incardinare l’ordine francescano nell’istituzione e nella struttura ecclesiastica. Un processo in parte rintracciabile nella Vita prima e nella Vita seconda di san Francesco redatte da Tommaso da Celano ed evidente nella Legenda maior Sancti Francisci di Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dell’ordine francescano dal 1257 alla sua morte nel 1274. Un’opera che ora è possibile leggere anche nel quarto volume della Letteratura francescana appena pubblicato dalla Fondazione Lorenzo Valla (Bonaventura: la leggenda di Francesco, a cura di Claudio Leonardi, Mondadori, Milano 2014, pp. 472, euro 30). Attestato su posizioni “moderate” e distante dalle tesi di Gioacchino da Fiore che riscuotevano un certo successo fra i frati minori, la Legenda maior di Bonaventura divenne la biografia ufficiale di Francesco, l’unica accettata dall’ordine che, nel capitolo generale del 1266 a Parigi, stabilì la distruzione di tutte le precedenti Legendae di san Francesco: «Non credo – nota Miccoli – esista qualcosa del genere nella storia della agiografia e della cultura medievali». Il processo di “integrazione” di Francesco e dei francescani condotto da Bonaventura procede, in estrema sintesi, lungo due binari: la «consapevole obliterazione», «l’attenuazione e l’edulcorazione» di una serie di fatti ed atti della vita di Francesco per depotenziarne la carica eversiva («Bonaventura – scrive Miccoli – traduce in termini pedagogici, di esercizio ascetico individuale, ciò che originariamente era la radicale assunzione di un’ottica e di un punto di vista diversi, alternativi a quelli correnti della società, proposti da Francesco con la piena consapevolezza della loro necessità di tradursi in un’organizzazione e in un modo di essere che, in quanto tale, non permetteva compromessi o attenuazioni»); e la trasformazione di Francesco in una sorta di “santino” impossibile da imitare, perché irraggiungibile. «Francesco risulta “accettabile” solo come grandiosa e non ripetibile eccezione», scrive Miccoli. «La sua esperienza, divenendo quella di un santo altissimo, da ammirare, venerare e pregare, non potrà essere più un reale punto di riferimento per un gruppo di uomini, organizzato secondo il suo insegnamento, né sarà più proponibile se non come inarrivabile e destoricizzato esempio di una suprema vetta di perfezione».

Per recuperare quell’esperienza piena ed integrale del Vangelo sine glossa che Francesco aveva voluto proporre non resta allora che tornare alle fonti, ovvero ai suoi scritti, presentati in maniera rigorosa ma accessibile anche ai non specialisti da Brunetto Salvarani per Garzanti (Guardate l’umiltà di Dio. Tutti gli scritti di Francesco d’Assisi, Garzanti, Milano 2014, pp. 320, euro 14). «Su di lui si è scritto un numero enorme di pagine, a partire dalle tante Vite raccontate dagli agiografi più che dai suoi Scritti», spiega Salvarani. E invece e proprio leggendo e studiando i testi scritti direttamente da lui – laudi, preghiere, lettere, regole, esortazioni, fino al testamento, tutti introdotti con chiarezza e annotati con scrupolo da Salvarani per consentirne una lettura scorrevole ma non superficiale – è possibile conoscere e capire l’autentico Francesco d’Assisi.

Aumentano i poveri Italia. La Caritas rilancia: subito un piano nazionale

24 luglio 2014

“Adista”
n. 28, 26 luglio 2014

Luca Kocci

La povertà e i poveri aumentano con la crisi. I dati della Caritas italiana, resi noti durante la presentazione del rapporto “Il bilancio della crisi. Le politiche contro la povertà in Italia” lo scorso 11 luglio nella sala delle conferenze della Caritas a Roma, sono impietosi e non lasciano alcun margine ad interpretazioni benevole: nel 2007, ultimo anno di crescita del Prodotto interno lordo, in Italia i poveri assoluti erano circa 2 milioni e 400mila (il 4,1% della popolazione complessiva); nel 2012 – quindi in piena crisi economica – vivevano in povertà assoluta 4 milioni e 800mila italiani, ovvero l’8% del totale. 

Numeri e percentuali raddoppiati nel giro di cinque anni, che cambiano anche dal punto di vista qualitativo: nel 2007 la povertà assoluta riguardava soprattutto gli anziani, i disoccupati e le famiglie con almeno tre figli; oggi invece coinvolge anche i giovani, gli occupati e le coppie con due figli. Senza contare che il Rapporto della Caritas si sofferma solo sui poveri «assoluti», ovvero su coloro che non possono sostenere le spese necessarie per acquisire il “paniere” di beni e servizi considerato essenziale a mantenere uno standard di vita minimamente accettabile. A questi andrebbero aggiunti anche i poveri relativi (15,8%) – chi ha un reddito pari al 50% di quello medio – e poi precari, disoccupati e tutti coloro che sono a rischio povertà (19,4%), ovvero coloro che hanno un reddito pari al 60% di quello medio. Dati assolutamente coerenti con quelli diffusi pochi giorno dopo, il 14 luglio, dall’Istat, con riferimento però al 2013, che anzi fornisce un quadro generale anche peggiore: 6 milioni i poveri assoluti (9,9%), 10 milioni i poveri relativi (16,6%).

Eppure, nonostante questa situazione – rileva il Rapporto della Caritas italiana –, i vari governi che si sono avvicendati nel corso di questi anni hanno continuato a tagliare la spesa pubblica, peraltro già piuttosto esigua, per tentare di fronteggiare la povertà. Infatti se nel 2008 le risorse statali ammontavano a circa 2 miliardi e 500 milioni euro, nel 2013 quelle stesse risorse erano scese a 766 milioni. Solo il governo guidato da Enrico Letta ha tentato di invertire leggermente la tendenza, innalzando la cifra a 964 milioni di euro. Ma il saldo resta comunque decisamente negativo: oltre 1 miliardo e mezzo di euro in meno rispetto al 2008, quando i poveri erano la metà di quelli di oggi. Del resto se i dogmi che regolano le scelte di politica economica dei governi italiani (e non solo) sono il patto di stabilità e il pareggio di bilancio è difficile agire diversamente. 

La proposta della Caritas italiana, esplicitata durante la presentazione del Rapporto dal direttore nazionale don Francesco Soddu, non è quella di interventi a pioggia o del modello “social card” (v. Adista Notizie n. 17/11), ma di un vero e proprio «piano nazionale contro la povertà» che comporterebbe l’introduzione progressiva del Reis (Reddito di inclusione sociale), peraltro già auspicato in passato dall’Alleanza contro la povertà in Italia, alla quale la Caritas aderisce (v. Adista notizie n. 41/13), affiancato da una serie di servizi alla persona e dalla formazione. 

Un risultato da raggiungere non dall’oggi al domani ma in tempi medi con un percorso quadriennale durante il quale ampliare la platea dei beneficiari anno dopo anno. «L’ambizione che nutriamo – spiega il direttore – è quella di inaugurare a partire da quest’anno un itinerario di analisi, approfondimento, studio e ricerca che permetta di realizzare uno strumento di riflessione a cadenza annuale, limitato negli obiettivi ma potenzialmente prezioso in una fase segnata certamente dalla crisi e dalla crescita esponenziale del dato di povertà assoluta. Ma anche dalla consapevolezza ormai diffusa che sia quanto mai necessario inserire questo tema ai primi posti dell’agenda politica del Paese». Insomma, sottolinea la Caritas, questa misura potrà «diventare realtà se il presidente del Consiglio Renzi e il ministro del lavoro e delle politiche sociali Poletti faranno della lotta alla povertà una priorità politica».

Frena però il ministro Giuliano Poletti, che ha partecipato alla presentazione del Rapporto: «Si tratta di un progetto difficile da realizzare nell’immediato. Abbiamo bisogno di costruire un’infrastruttura che ci consenta di farlo perché il nostro Paese non dispone di banche dati e strumenti di analisi». Insomma, in attesa che il governo realizzi una “anagrafe” dei 4milioni e 8mila «poveri assoluti» oggi presenti in Italia, l’unica cosa destinata a crescere sembra ancora la povertà.

La strana visita di papa Francesco a Caserta: improvvisata e censurata

22 luglio 2014

“Adista”
22 luglio 2014

Luca Kocci

Quella di papa Francesco a Caserta è una visita piuttosto anomala: sabato 26 si recherà nella città campana per una visita pastorale lampo di poco più di tre ore; e due giorni dopo, lunedì 28, tornerà a Caserta per un incontro privato con un suo amico, il pastore pentecostale Giovanni Traettino, della Chiesa evangelica della riconciliazione.

Non era mai capitato che un papa si recasse per due volte nella stessa città nell’arco di tre giorni. Ma questa circostanza è stata determinata da un improvviso cambio di programma a cui il Vaticano è stato di fatto “costretto” dalle pressioni arrivate direttamente dal vescovo di Caserta, mons. Giovanni D’Alise. Inizialmente, infatti, non era prevista alcuna visita pastorale ufficiale a Caserta, ma solo una visita privata di Bergoglio al pastore Traettino, come confermato lo scorso 10 luglio anche dal direttore della sala stampa della Santa sede, p. Federico Lombardi, in seguito ad alcune indiscrezioni pubblicate dal Mattino. «In occasione di un incontro avuto a Roma con un gruppo di pastori evangelici nel mese scorso – aveva detto Lombardi –, papa Francesco ha manifestato a un pastore amico, Giovanni Traettino, da lui ben conosciuto già dal tempo di Buenos Aires, l’intenzione di recarsi in forma del tutto privata, estremamente semplice e rapida, nel corso di una sola mattinata, a visitare la sua chiesa, a Caserta», «prevedibilmente il prossimo 26 luglio».

A Caserta, sia in curia che nei palazzi della politica, la notizia della visita privata del papa è stata presa malissimo: Bergoglio – questi i malumori che circolavano – si sarebbe recato in città non per incontrare i cattolici, ma per andare a trovare un pastore evangelico. Si è messa allora in moto la macchina delle trattative, delle perorazioni e delle pressioni, soprattutto da parte del vescovo D’Alise, che fa parte del movimento dei Focolarini – piuttosto influenti in Vaticano – e che ha mobilitato i suoi contatti nei Sacri palazzi.

Le trattative hanno prodotto il risultato finale a sorpresa: la visita privata del papa al pastore evangelico il 26 luglio è stata annullata e sostituita con la visita pastorale lampo alla diocesi; Bergoglio però tornerà a Caserta due giorni dopo, il 28 luglio, finalmente libero di visitare privatamente il suo amico, senza provocare maldipancia.

Ieri mattina (21 luglio) la sala stampa della Santa Sede ha comunicato il programma ufficiale della visita: il papa partirà in elicottero dal Vaticano alle 15 e tre quarti d’ora dopo atterrerà nell’eliporto della Scuola sottufficiali dell’Aeronautica militare, presso la Reggia di Caserta; alle 16 l’incontro con i preti della diocesi nel Circolo ufficiali dell’Aeronautica militare, all’interno della Reggia; alle 18 messa sulla piazza di fronte alla Reggia; alle 19,30 partenza per la Città del Vaticano.

Un programma stringatissimo e piuttosto improvvisato – evidentemente composto all’ultimo minuto più per compiacere mons. D’Alise e il suo “cerchio magico” che per realizzare una vera visita pastorale –, durante il quale papa Francesco, fatta eccezione per la messa in piazza, non avrà alcun contatto con la popolazione casertana, con le associazioni ecclesiali e con le religiose, pure molto presenti in diocesi (v. notizia successiva), ma solo con il vescovo e con i preti.

Del resto questa improvvisazione è stata oggetto anche di numerosi interventi di preti della diocesi durante una riunione riservata con il vescovo, lo scorso 19 luglio. Non vi è stata nessuna preparazione, nessun cammino formativo – hanno rilevato diversi preti – che consentisse di consegnare al papa un documento o semplicemente delle idee. Per una parte del clero casertano, una visita così organizzata è vista come «un’occasione sprecata», mentre un rinvio di qualche mese avrebbe permesso alle comunità di maturare, discutere ed elaborare delle proposte. Inoltre ha prodotto grande malumore la pretesa del vescovo D’Alise, espressa durante la riunione con il clero, che le domande che i preti della diocesi rivolgeranno al papa siano sottoposte a lui stesso, perché possa giudicare quelle ammissibili, quelle non accettabili e quelle da modificare: una vera e propria censura preventiva. «Siamo davanti ad una nuova inquisizione, anzi una pre-inquisizione», ha riferito un prete. Altri hanno detto che «è grave che il vescovo non si fidi di noi preti, non siamo ragazzini». E un altro ha osservato che «a Caserta accade esattamente il contrario di ciò che accade in Vaticano, il nuovo corso di liberazione inaugurato da papa Francesco qui sembra non valere. Ci è concessa la parola, ma deve essere una parola controllata e censurata».

Il papa a Caserta: udienza per soli uomini

22 luglio 2014

“Adista”
22 luglio 2014

Luca Kocci

Nell’unico incontro previsto durante la sua visita pastorale lampo a Caserta il prossimo 26 luglio (v. notizia precedente), nel pomeriggio, prima della messa in piazza, papa Francesco riceverà il vescovo e i preti della diocesi nel Circolo ufficiali dell’aeronautica militare. Escluse le comunità religiose femminili, che pure sono molto presenti a Caserta

Su questa “udienza per soli uomini” Sergio Tanzarella, casertano, professore di Storia della Chiesa presso la Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, ha inviato una lettera al vescovo della diocesi, mons. Giovanni D’Alise, e per conoscenza al clero della diocesi di Caserta. Pubblichiamo di seguito il testo integrale

 

Caro Vescovo Giovanni,
ho appreso del significativo riconoscimento per la diocesi di Caserta rappresentato dalla prossima visita di papa Francesco il giorno 26 luglio. Si tratta di un evento straordinario e familiare ad un tempo come Lei ha così bene sottolineato nell’annuncio della visita. Raccogliendo quanto da Lei suggerito in ordine alla collaborazione, Le sottopongo una questione non secondaria ma centrale e in piena corrispondenza con l’ecclesiologia di papa Francesco.
Leggo che il papa, prima della celebrazione della santa Messa, si incontrerà con il clero. Ottima scelta, ma ritengo sia migliorabile. Un incontro con il solo clero non ha fondamento né teologico né pastorale. Questo incontro deve essere aperto anche alle religiose della diocesi che tanto contributo danno all’annuncio del Vangelo. Ritengo che la loro partecipazione ad una udienza così speciale sia un riconoscimento loro dovuto, che inauguri anche a Caserta una nuova stagione che superi quei codici di separatezza che Gesù Cristo non ha voluto (e che ha infranto nel suo tempo) e che si sono depositati nella storia in contraddizione con il Vangelo.
Che questa divisone uomini/donne in un’udienza non abbia più senso lo ha dimostrato lo stesso papa Francesco nell’incontro con seminaristi, novizi e novizie degli ordini religiosi del 6 luglio 2013. Chi sono i seminaristi e le novizie di oggi se non i preti e le suore di domani? Il papa li ha ricevuti insieme e ci fornisce un esempio che dobbiamo seguire anche a Caserta. In quell’udienza il papa non ha fatto un discorso riservato ai futuri presbiteri, ma ha tracciato un modello di formazione e di servizio che è comune a tutti. Per Francesco a tutti è necessaria una buona formazione che poggi su quattro pilastri: formazione spirituale, intellettuale, apostolica, comunitaria e a tutti indistintamente è affidato il compito di essere coraggiosi per annunciare il Vangelo e dire la verità. Non si giustificano più percorsi formativi che escludano uno di questi pilastri e non si giustificano precedenze e distinzioni di importanza nella Chiesa. A seminaristi, novizi e novizie il papa ha affidato un compito che diviene ancora più radicale per presbiteri, religiosi e religiose: «Uscire da se stessi verso la trascendenza a Gesù nella preghiera, verso la trascendenza agli altri nell’apostolato, nel lavoro (…) siate capaci di incontrare le persone specialmente quelle più disprezzate e svantaggiate, non abbiate paura di uscire e andare controcorrente». Questo andare controcorrente non è riservato come missione distinta, ma come missione comune nella quale la paternità e la maternità spirituale coincidono nella testimonianza dell’annuncio del Vangelo.
Ha detto papa Francesco delle religiose di tutto i mondo: «Che cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe maternità, affetto, tenerezza, intuizione di madre!» (Francesco, Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria U.I.S.G., 8 maggio 2013, 3). Sono parole che non rappresentano un semplice riconoscimento, ma che indicano la vita consacrata come maternità spirituale di cui tutti noi abbiamo bisogno.
Rimaniamo uniti nella preghiera per papa Francesco.
Sergio Tanzarella

Bilanci vaticani in ottima salute. E l’Obolo s’impenna

17 luglio 2014

“Adista”
n. 27, 19 luglio 2014

Luca Kocci

Il Vaticano chiude in attivo i conti del 2013 registrando complessivamente un saldo positivo di quasi 10 milioni di euro. I bilanci della Santa Sede e del Governatorato della Città del Vaticano – predisposti dalla Prefettura per gli affari economici guidata dal card. Giuseppe Versaldi – sono stati resi noti lo scorso 8 luglio dopo l’approvazione da parte del neonato Consiglio per l’economia presieduto dal card. Reinhard Marx. E se, come succede sovente, la Santa Sede è in rosso e chiude il 2013 con una perdita di oltre 24 milioni, il Governatorato è in attivo di 33 milioni. Per cui il direttore della Sala stampa vaticana p. Federico Lombardi può affermare con soddisfazione che «considerando, com’è normale, i risultati dei due bilanci nel loro complesso risulta un attivo di circa 10 milioni di euro». Se poi a questa cifra si aggiungono i proventi dell’Obolo di san Pietro – 78 milioni di dollari –, il risultato finale è ancora più roseo.

La Santa Sede, ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti gli organismi della Curia, l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede e i mezzi di comunicazione – ha chiuso il bilancio consuntivo consolidato dell’anno 2013 con un deficit di 24.470.549 euro, dovuto, come viene spiegato nella nota della Sala stampa vaticana, «soprattutto alle fluttuazioni negative derivanti dalla valutazione dell’oro per circa 14 milioni di euro». E poi ci sono i tradizionali capitoli di spesa: i costi del personale (2.886 dipendenti che sono costati circa 125 milioni di euro lordi) e quelli per i mezzi di comunicazione (Osservatore Romano e Radio Vaticana), mentre sono in attivo il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti del papa (e dei papi dell’ultimo cinquantennio). 

Forse è anche per questo che il card. George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, il nuovo “superministero” per l’economia creato da papa Bergoglio, ha annunciato la nomina di un comitato incaricato di «una riforma per i media vaticani». «Gli obiettivi – ha aggiunto Pell – sono di adeguare i media della Santa Sede alle nuove tendenze di consumo dei media, di migliorarne il coordinamento e di raggiungere progressivamente e sensibilmente risparmi finanziari considerevoli». E possibilmente anche «di guadagnare denaro», ha specificato il cardinale australiano durante la conferenza stampa, il 9 luglio, in cui è stato presentato il nuovo presidente dello Ior, il francese Jean-Baptiste de Franssu.

Affari decisamente migliori invece per il Governatorato della Città del Vaticano, l’organo a cui è affidato il potere esecutivo e la gestione del territorio. Il bilancio consuntivo del 2013 si è chiuso con un saldo attivo di 33.040.583 euro, in aumento di circa 10 milioni rispetto a quello dell’anno precedente. 

Ma a “volare” è soprattutto l’Obolo di San Pietro, ovvero le offerte al pontefice «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» da parte dei fedeli di tutto il mondo. Nel 2013 la somma raccolta – ha rivelato mons. Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato vaticana, in un’intervista ad Avvenire (29 giugno) – ha superato i 78 milioni di dollari (in euro fanno più di 57 milioni), quasi il 20% in più del 2012, quando le offerte si fermarono a 65,9 milioni di dollari (48 milioni di euro). Evidentemente la grande popolarità di papa Francesco contribuisce anche ad aprire i portafogli dei fedeli.