Francesco d’Assisi, un rivoluzionario trasformato in “santino”

“Adista”
n. 28, 26 luglio 2014

Luca Kocci

Trainati dalla popolarità del primo papa della storia chiamato Francesco, escono o vengono ripubblicati in questi mesi numerosi libri su Francesco d’Assisi – biografie, monografie, saggi storici, edizioni di fonti francescane – a cui Bergoglio, come ha raccontato egli stesso, deve la scelta del proprio nome.

Venticinque anni dopo la sua prima uscita, l’editore Giunti ripropone il Francesco d’Assisi di p. Ernesto Balducci, arricchito da un’ampia introduzione del teologo Vito Mancuso (Francesco d’Assisi, Giunti, Firenze 2014, pp. 250, euro 14). Non una biografia in più di Francesco – spiega Balducci – ma «la rievocazione critica della sua straordinaria vicenda a partire da un presupposto che la illumina di luce nuova: la situazione in cui si trova l’umanità sul finire del secondo millennio (il libro uscì per la prima volta nel 1989 per le Edizioni cultura della pace fondate dallo stesso Balducci, ndr) le impone di scrivere sulla tavole di bronzo della necessità storica, pena l’estinzione, una nuova forma di vita, privata e pubblica, che non ha poche analogie con quella che Francesco propose secondo i modi, tanto luminosi quanto labili, dell’anticipazione profetica». Quella scritta da Balducci non è una mera biografia, pur conservandone la caratteristiche, ma la rilettura della vita di un uomo straordinario riattualizzata per il nostro tempo. «Vorrei condurre i lettori – aggiunge Balducci – a riconoscere in Francesco quella eccedenza di umanità che, quando apparve, venne relegata, con ammirazione, tra le pretese impossibili all’uomo storico e che oggi sembra avere dinanzi a sé le condizioni adatte a fornirle carne e sangue. Se così è, il fenomeno Francesco esce dall’ambito specialistico dell’agiografia ed entra in quello dell’antropologia, esce dagli spazi sacri ed entra in quelli laici». Balducci reinterpreta il messaggio di Francesco attraverso quattro temi, nota Mancuso: la povertà, «oggi interpretabile come essenzialità e sobrietà, ovvero come invito a quella decrescita e a qual calo di consumi che appaiono indispensabili se si vuole impedire che il mondo finisca per soffocare sotto la proliferazione di rifiuti e di scorie di ogni tipo imposta dall’obbligo di una continua crescita dei Pil nazionali»; il dialogo interreligioso, «che Francesco praticò nei suoi giorni incontrando il sultano e che oggi appare quale ineludibile necessità strutturale di ogni discorso teologico e spirituale»; la semplicità, ovvero «la riconduzione della fede e della cultura alla vita buona»; l’ecologia.

Tutto incentrato sulla questione della povertà il volume di Carmine Di Sante Francesco e l’altissima povertà. Economia del dono e della giustizia (prefazione di Armido Rizzi, Edizioni Messaggero, Padova 2013, pp. 174, euro 14). La chiave di lettura della povertà francescana che propone Di Sante è la «disappropriazione quale condizione di possibilità della reinstaurazione della creazione che, intesa biblicamente, è donazione che istituisce la coscienza del dono e della giustizia». Il tema della povertà, spiega l’autore, «trascende la stretta dimensione religiosa» ed «ecclesiale» e provoca «la stessa filosofia come nuova possibilità dell’umano». Per cui, come scrive anche il filosofo Giorgio Agamben, «l’“altissima povertà” [di Francesco], col suo uso delle cose, è la forma-di-vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’Occidente sono giunte alla loro consumazione storica». Il percorso tracciato da Di Sante – dopo aver delineato il campo semantico entro il quale comprendere gli scritti di Francesco, rintracciato le modalità linguistiche attraverso cui la povertà è presentata e ricostruito sinteticamente i conflitti sorti nell’ordine francescano in relazione al modo di intenderla – offre una lettura della povertà francescana «come forma di vita evangelica che è, e vuole essere, un ritorno alla condizione edenica», ovvero «un vivere nel mondo e abitarlo secondo la modalità della creazione passando dall’io appropriativo che tutto, cose e persone, deturpa e deforma, all’io recettivo» che accoglie «il mondo come dono».

Una questione, quella della povertà, che insieme ad altre, collegate però in ultima analisi ad essa, sarà la causa di laceranti conflitti all’interno dell’ordine francescano già all’indomani della morte di Francesco. Ne fornisce un’analisi puntuale e accurata il libro di Giovanni Miccoli che l’editore Donzelli meritoriamente ripubblica dopo che, nel 1991, era uscito con Einaudi (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, Donzelli, Roma 2013, pp. 296, euro 18,50). Una raccolta di saggi che, a partire proprio dal nodo povertà e riforma della Chiesa (“Chiesa, riforma, Vangelo e povertà: un nodo nella storia religiosa del XII secolo”, il primo dei 5 saggi), muovendosi con il rigore documentario dello storico, attraversa l’esperienza terrena di Francesco e le “vite” del santo di Assisi, ovvero le biografie e le agiografie di Francesco scritte immediatamente dopo la sua morte, che rispondevano in un certo senso anche alla necessità di normalizzare la “rivoluzione” di Francesco e di incardinare l’ordine francescano nell’istituzione e nella struttura ecclesiastica. Un processo in parte rintracciabile nella Vita prima e nella Vita seconda di san Francesco redatte da Tommaso da Celano ed evidente nella Legenda maior Sancti Francisci di Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dell’ordine francescano dal 1257 alla sua morte nel 1274. Un’opera che ora è possibile leggere anche nel quarto volume della Letteratura francescana appena pubblicato dalla Fondazione Lorenzo Valla (Bonaventura: la leggenda di Francesco, a cura di Claudio Leonardi, Mondadori, Milano 2014, pp. 472, euro 30). Attestato su posizioni “moderate” e distante dalle tesi di Gioacchino da Fiore che riscuotevano un certo successo fra i frati minori, la Legenda maior di Bonaventura divenne la biografia ufficiale di Francesco, l’unica accettata dall’ordine che, nel capitolo generale del 1266 a Parigi, stabilì la distruzione di tutte le precedenti Legendae di san Francesco: «Non credo – nota Miccoli – esista qualcosa del genere nella storia della agiografia e della cultura medievali». Il processo di “integrazione” di Francesco e dei francescani condotto da Bonaventura procede, in estrema sintesi, lungo due binari: la «consapevole obliterazione», «l’attenuazione e l’edulcorazione» di una serie di fatti ed atti della vita di Francesco per depotenziarne la carica eversiva («Bonaventura – scrive Miccoli – traduce in termini pedagogici, di esercizio ascetico individuale, ciò che originariamente era la radicale assunzione di un’ottica e di un punto di vista diversi, alternativi a quelli correnti della società, proposti da Francesco con la piena consapevolezza della loro necessità di tradursi in un’organizzazione e in un modo di essere che, in quanto tale, non permetteva compromessi o attenuazioni»); e la trasformazione di Francesco in una sorta di “santino” impossibile da imitare, perché irraggiungibile. «Francesco risulta “accettabile” solo come grandiosa e non ripetibile eccezione», scrive Miccoli. «La sua esperienza, divenendo quella di un santo altissimo, da ammirare, venerare e pregare, non potrà essere più un reale punto di riferimento per un gruppo di uomini, organizzato secondo il suo insegnamento, né sarà più proponibile se non come inarrivabile e destoricizzato esempio di una suprema vetta di perfezione».

Per recuperare quell’esperienza piena ed integrale del Vangelo sine glossa che Francesco aveva voluto proporre non resta allora che tornare alle fonti, ovvero ai suoi scritti, presentati in maniera rigorosa ma accessibile anche ai non specialisti da Brunetto Salvarani per Garzanti (Guardate l’umiltà di Dio. Tutti gli scritti di Francesco d’Assisi, Garzanti, Milano 2014, pp. 320, euro 14). «Su di lui si è scritto un numero enorme di pagine, a partire dalle tante Vite raccontate dagli agiografi più che dai suoi Scritti», spiega Salvarani. E invece e proprio leggendo e studiando i testi scritti direttamente da lui – laudi, preghiere, lettere, regole, esortazioni, fino al testamento, tutti introdotti con chiarezza e annotati con scrupolo da Salvarani per consentirne una lettura scorrevole ma non superficiale – è possibile conoscere e capire l’autentico Francesco d’Assisi.

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