Archive for agosto 2014

Si chiude il Sinodo valdese, nel nome della pace

30 agosto 2014

“il manifesto”
30 agosto 2014

Luca Kocci

I Sinodi delle Chiese metodiste e valdesi, pur affrontando prevalentemente temi e questioni di natura ecclesiale, non trascurano mai la situazione sociale e politica. E così è stato anche per quello di quest’anno che, dopo sei giorni di confronto e deliberazioni democratiche fra i 180 “deputati” (90 laici e 90 pastori, con un’alta percentuale di donne), si è chiuso ieri a Torre Pellice (To), “capitale” delle Valli valdesi del Piemonte.

No alle guerre «giustificate nel nome di Dio» e di «un dio armato che incoraggia la violenza e lo spargimento del sangue dei suoi figli e delle sue figlie», si legge nell’ordine del giorno approvato ieri dall’assemblea nel quale, oltre ad esprimere «solidarietà alle comunità civili, etniche e religiose colpite», si chiede alla comunità internazionale di attivarsi per la protezione delle vittime attraverso l’azione diplomatica e l’apertura di canali umanitari, e all’Onu di adottare misure e strategie che fermino le stragi, proteggano i civili e consentano l’avvio di negoziati. Fra le righe, con evidente riferimento alla decisione del governo di fornire armi ai curdi contro l’Isis, una bacchettata all’Italia, «esportatore di politiche e strumenti di guerra» anziché «costruttore di pace».

A cavallo fra politica estera e interna anche l’ordine del giorno sull’immigrazione. Viene ribadita «l’importanza del progetto Mare Nostrum e di ogni altra simile azione di salvataggio in mare», e si segnala l’urgenza che governo italiano e Unione europea «adottino politiche sull’immigrazione volte a sottrarre le persone alla necessità di affrontare viaggi tanto pericolosi, mettendosi nelle mani di organizzazioni criminali che lucrano sulla vita di esseri umani, per chiedere asilo politico o ottenere lo status di rifugiati o per ricerca di migliori condizioni di vita».

Due temi – guerra e immigrazione – attorno ai quali appare ampia la sintonia con la Chiesa cattolica, rafforzata anche dal fatto che per la prima volta al Sinodo, tramite il segretario di Stato vaticano, è arrivato un «saluto fraterno» direttamente dal papa (che però ha invocato «l’intercessione della Vergine Maria»: non del tutto politically correct rivolgendosi alla comunità valdese e metodista). Le distanze invece si allargano quando si parla testamento biologico. L’assemblea denuncia la «deplorevole lentezza con cui il legislatore affronta i temi eticamente sensibili, vedendo in questo una mancanza di rispetto della coscienza dei cittadini» ed auspica la creazione di un coordinamento delle numerose chiese locali (valdesi e metodiste) che già da diversi anni hanno istituito degli sportelli per la raccolta delle «direttive anticipate di fine vita» da parte di tutti i cittadini.

La questione della violenza di genere – su cui le Chiese valdesi lavorano da tempo, anche impegnando cospicue risorse dell’otto per mille – è stato un altro tema portante del Sinodo, tanto che la pastora Maria Bonfade annuncia il prossimo lancio di un appello ecumenico contro la violenza sulle donne. «Abbiamo già avuto un primo riscontro positivo dalla Cei – spiega –, speriamo di averlo anche dalle Chiese ortodosse. Una voce comune di tutti i cristiani non avrebbe solo un maggior peso, ma delineerebbe un metodo ecumenico per affrontare insieme questioni specifiche», che riguardano anche le Chiese. Confermato moderatore della Tavola valdese (l’organo esecutivo) il pastore Eugenio Bernardini. E comunicato il grande incremento dell’otto per mille: 613mila italiani hanno firmato per i valdesi (+7%), che contano appena 30mila fedeli, per un totale di 41 milioni di euro.

Annunci

Un antico messale che ancora invita all’odio

23 agosto 2014

“il manifesto”
23 agosto 2014

Luca Kocci

«Preghiamo anche per i perfidi giudei, perché il nostro Dio e Signore tolga il velo dai loro cuori e anch’essi riconoscano Gesù nostro Signore. O Dio onnipotente ed eterno, che non respingi nemmeno la giudaica perfidia dalla tua misericordia, ascolta le nostre preghiere che ti presentiamo per quel popolo accecato, affinché, riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, siano strappati dalle loro tenebre».

Fino al 1962 così si pregava nelle chiese cattoliche il venerdì santo, il giorno in cui è commemorata la passione e morte di Gesù. Quella per i «perfidi giudei» era l’ottava orazione delle nove allora previste nella cosiddetta preghiera universale. Seguiva quella per il «ritorno alla Chiesa di eretici e scismatici» e precedeva quella per la «conversione dei pagani». E, a differenza delle altre, durante le quali i fedeli erano invitati ad inginocchiarsi, si restava in piedi, come se la «giudaica perfidia» non meritasse nemmeno una genuflessione.

Per quattro secoli i cattolici hanno pregato in questo modo, da quando il papa della Controriforma, Pio V – san Pio V per la Chiesa –, pochi anni dopo la conclusione del Concilio di Trento (1545-1563), uniformando la disciplina liturgica per tutta la Chiesa cattolica romana, fece pubblicare il Missale romanum (1570), che conteneva appunto il rito del venerdì santo e l’orazione per i «perfidi giudei».

Benché il vocabolo («perfidia») fosse estraneo al lessico neotestamentario, non si trattava di una novità: la teologia, l’apologetica e l’omiletica erano intrise di ostilità nei confronti degli ebrei, popolo deicida. Il pregiudizio antiebraico però ora entrava a far parte della liturgia, ovvero la celebrazione della «storia della salvezza», manifestazione della piena ortodossia della fede e strumento principe della catechesi e dell’educazione delle masse dei fedeli, che non sapevano leggere ma andavano a messa. Il nuovo saggio di Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, indaga e percorre attraverso i secoli questo particolare aspetto: l’antisemitismo nella liturgia cattolica («Giudaica perfidia». Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia, Bologna, il Mulino, 2014).

Dal messale di Pio V in poi, i «perfidi giudei» saranno una presenza costante nella liturgia. Tutti i tentativi di espungere l’espressione falliranno: da quelli maturati durante la Rivoluzione francese e le repubbliche giacobine, immediatamente arginati dal ritorno dell’Ancien régime e dalla Restaurazione; a quello della Società degli Amici di Israele, nella seconda metà degli anni ‘20, fondato sulle acquisizioni del nuovo metodo storico-critico, che aveva sottoposto a rigorosa analisi il significato del termine «perfidia» inteso come «assenza di fede», ma bocciato dalla Congregazione vaticana Sant’Uffizio che dispose anche lo scioglimento dell’associazione, i cui membri – scriveva il segretario, cardinale Merry del Val – erano caduti «in un tranello ideato dagli stessi ebrei che penetrano dappertutto nella società moderna». Il Sant’Uffizio in questo caso – anche su indicazioni di Pio XI – disse di rifiutare un antisemitismo «anticristiano» fatto di persecuzioni e vessazioni verso gli ebrei, ma non uno condotto «secondo le direttive dell’autorità ecclesiastica». Poteva esistere, quindi, un antisemitismo lecito. Ma, si chiede Menozzi, «come trattenere nei limiti dello “spirito cristiano” un antisemitismo alimentato da un rito solenne che ripeteva ciclicamente la caratterizzazione degli ebrei come “perfidi”?». Di lì a poco arriveranno le leggi razziali e la Shoah.

Il nodo sarà sciolto solo negli anni ‘60, con l’elezione di papa Roncalli, Giovanni XXIII, che nella nuova edizione del messale romano del 1962 cancellò l’espressione «giudaica perfidia». Il percorso poi si completò al Concilio Vaticano II, con l’approvazione della dichiarazione Nostra aetate, in cui venne riconosciuta l’esistenza di un «comune patrimonio spirituale» fra ebrei e cristiani e archiviate le condanne: tutto quanto è stato commesso durante la passione di Cristo, si legge, «non può essere imputato indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo».

Una storia definitivamente chiusa? Non ancora. Paolo VI perfezionò l’aggiornamento di Roncalli con un nuovo messale (nel 1970) ulteriormente depurato da formule antiebraiche che ancora sopravvivevano in quello del 1962. Dopo però si sono intravisti pericolosi ritorni al passato. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a fronte di gesti di amicizia nei confronti del popolo ebraico, hanno condotto azioni di governo contraddistinte da forti ambiguità, nel tentativo vano di recuperare la “scissione a destra” dei tradizionalisti di Marcel Lefebvre – che pure da Wojtyla venne scomunicato nel 1988 – e dei gruppi nati da quell’alveo. Fu Giovanni Paolo II a consentire loro le celebrazioni secondo il messale del 1962. Non c’era più la «perfidia giudaica», nota Menozzi, tuttavia diversi testi «contenevano comunque alcuni elementi antisemiti». Ma la Santa sede, nel 1990, approvò anche il messale di una comunità benedettina della Provenza, in cui l’espressione «giudaica perfidia» era rimasta al proprio posto. Chi firmava l’introduzione di quel messale? Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Che di lì a poco, da papa, andrà oltre con il motu proprio Summorum pontificum in cui è concessa tuttora ai tradizionalisti l’adozione del messale preconciliare, essendo però costretto, a causa delle proteste internazionali, a modificare il testo della preghiera per gli ebrei.

«Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande», si legge nel Summorum pontificum. Ecco il vero nodo della questione: la convinzione, da parte di Ratzinger, che il «ritorno al sacro», sganciato dal percorso storico compiuto, costituisca il più efficace rimedio alla secolarizzazione, al relativismo e alla crisi della Chiesa. Si tratta, nota Menozzi, di una concezione largamente condivisa nel mondo tradizionalista: il «rifiuto della storia come sapere indispensabile alla comprensione del presente e all’organizzazione del futuro». Un nodo che papa Francesco, il quale non ha mai mostrato particolare simpatia verso il rito preconciliare, dovrà affrontare, se vorrà sciogliere i legami fra liturgia e antisemitismo e riprendere quel programma di aggiornamento ecclesiale introdotto da Giovanni XXIII ma abbandonato negli ultimi decenni.

Lettera di Bergoglio al presidente Fuad Masum

20 agosto 2014

“il manifesto”
20 agosto 2014

Luca Kocci

Farà ritorno in Vaticano oggi il cardinale Filoni, inviato personale di papa Francesco in Iraq, che ieri, dopo essere stato nei giorni precedenti a Duhop ed Erbil, ha incontrato a Baghdad il presidente iracheno Fuad Masum a cui ha consegnato una lettera di Bergoglio. «Credo che il papa non abbia fatto altro che manifestare la richiesta di tutti i cristiani, di tutti gli yazidi, di tutti i rifugiati che hanno il desiderio di riprendere la loro vita, la loro dignità», ha spiegato Filoni alla Radio Vaticana, confermando quanto aveva già detto Bergoglio in aereo di ritorno dalla Corea del Sud. «Non possiamo mai essere a favore delle guerre, però ci sono delle conflittualità nelle quali i più poveri sono stati sottratti alle loro terre, violentati nella loro dignità, rubati dalle loro famiglie… Possiamo rimanere indifferenti? Si tratta di diritti che devono essere difesi da ogni persona di buona volontà, secondo le proprie capacità. Non si fa una guerra, ma il diritto dei popoli va salvaguardato», ha aggiunto il cardinale.

Parole che camminano su un filo sottile, come del resto quelle pronunciate da Bergoglio sull’aereo davanti a 70 giornalisti. Da un lato ha escluso nuove “guerre umanitarie” – tanto più unilaterali – e bombardamenti, sconfessando quindi quelli Usa di questi giorni: «È lecito fermare l’aggressore ingiusto», ha detto Bergoglio rispondendo alla domanda di un cronista proprio sulle bombe sganciate dalle Forze armate statunitensi. «Sottolineo il verbo: fermare. Non bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. Dobbiamo avere memoria. Quante volte, con la scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista». Ma dall’altro ha lasciato aperta la porta ad una qualche forma di intervento Onu: «Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la seconda guerra mondiale, sono nate le Nazioni Unite: là si deve discutere».

E tanto è bastato a diversi media e commentatori per arruolare Bergoglio fra gli interventisti senza se e senza ma per guerre umanitarie presenti e future. Come Gianni Riotta, che ha twittato «@Pontifex_it riconosce legittimo fermare Isis in Iraq. Speriamo ora Siria», dimenticando che proprio la giornata di digiuno e di preghiera per la Siria, promossa dal papa a settembre 2013, fu una delle più importanti azioni di pressione internazionale che fermarono i bombardieri Usa con i motori già accesi. O come Pierluigi Battista che sul Corriere della sera plaude alla «svolta di Francesco».

«Quelle di Bergoglio mi sembrano parole chiare e non interpretabili: ha detto “fermare, non bombardare”. Se poi qualcuno vuole fargli dire altro, faccia pure, non mi stupisco. Del resto i grandi media si spostano assai facilmente e velocemente dall’indifferenza all’interventismo. E poi, passata l’onda, tornano all’indifferenza», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, veterano dei viaggi in Iraq dove è stato decine di volte. «Mi pare paradossale – aggiunge – che debba essere proprio il papa a ricordare le regole che la comunità internazionale si è data, ovvero che c’è l’Onu e che nessuna nazione può decidere unilateralmente. E soprattutto che con la scusa delle guerre umanitarie abbiamo fatto danni gravissimi di cui ancora si vedono le conseguenze, soprattutto in Iraq. Per non dire delle armi ai curdi: è la soluzione più facile, ma anche la più pericolosa. Mi auguro che l’Italia dica no».

Intanto sull’eventualità di un viaggio del papa in Kurdistan, ventilata dallo stesso Bergoglio, è arrivato il sì di mons. Rabban Al-Qas, vescovo di Amadiyah, in prima linea nell’accoglienza dei profughi in fuga da Mosul: «Lo aspettiamo e ci speriamo», ha detto.

Scout, una scossa a Chiesa e politica

12 agosto 2014

“il manifesto”
12 agosto 2014

Luca Kocci

Chissà cosa avrà pensato il cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, quando domenica scorsa, dopo aver celebrato la messa alla conclusione della terza Route nazionale dell’Agesci (il raduno degli scout cattolici di tutta Italia), ha ascoltato un giovane scout affermare dal palco che va considerata famiglia «qualunque rapporto basato su amore e rispetto», «senza discriminare persone che hanno vissuto o stanno vivendo esperienze quali divorzio o convivenza». E chissà cosa avrà pensato Matteo Renzi, anche lui alla giornata conclusiva della Route da presidente del Consiglio ex scout, quando ha letto che gli scout italiani chiedono al governo di chiudere i Centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati (Cie), di concedere la cittadinanza a tutti coloro che nascono in Italia (Ius soli) e di ridurre «drasticamente» le spese militari.

Tanto le parole rivolte a Bagnasco quanto quelle indirizzate al premier Renzi sono scritte nella “Carta del coraggio”, il documento conclusivo della Route dell’Agesci (dall’1 al 6 agosto in centinaia di campi mobili attraverso tutta l’Italia, dal 6 al 10 agosto nel Parco di San Rossore, a Pisa) redatto collettivamente da un “parlamentino” di oltre 450 scout dai 16 ai 21 anni, democraticamente eletti fra i 30mila partecipanti alla Route. Una carta di impegni per l’Agesci, ma anche di richieste sia alla Chiesa sia alla politica, da parte di un’associazione cattolica da sempre attiva nel territorio e nella società, su posizioni conciliari e progressiste, senza quelle derive politiciste di altri movimenti ecclesiali, come per esempio Comunione e liberazione. Sempre che la presenza di Renzi – a cui è stato concesso il discorso finale dal palco della Route – non segni l’inizio di un’altra storia per l’Agesci e la trasformi in una cinghia di trasmissione del renzismo: ipotesi smentita da tutti, sia ai vertici che alla base, ma il rischio pare comunque presente.

Parole nette, forse anche al di là delle previsioni, quelle che gli scout hanno messo nero su bianco nella “Carta del coraggio”. Per ora non è stata ancora resa pubblica – sul sito internet dell’Agesci c’è solo una brevissima sintesi –, «ma dopo aver diffuso il documento fra gli associati e i gruppi lo pubblicheremo integralmente», ci spiegano. Il manifesto può anticiparne i contenuti. È certo però che i “capi” hanno lasciato assoluta libertà ai giovani scout che l’hanno scritta e che hanno espresso posizioni chiare, soprattutto sui temi ecclesiali, che evidenziano una distanza significativa dalla Chiesa dei principi non negoziabili di Ratzinger, Ruini e Bagnasco. Del resto il nuovo clima ecclesiale consente una maggiore libertà di parola.

Sull’amore e la famiglia – tema al centro anche del Sinodo dei vescovi che si aprirà ad ottobre –, pur vedendo «la bellezza e la sfida della vita in famiglia», gli scout non si fermano a quanto affermato dai documenti ufficiali del magistero, ma vanno decisamente oltre, considerando famiglia «qualunque nucleo di rapporti basati sull’amore e sul rispetto». Ci sono dentro divorziati e conviventi – esplicitamente nominati –, ma evidentemente anche le relazioni omosessuali, dal momento che si chiede alla Chiesa «di mettersi in discussione», «di rivalutare i temi dell’omosessualità» e «di accogliere e non solo tollerare qualsiasi scelta di vita guidata dall’amore». Anche all’Agesci – che da almeno tre anni ha avviato al proprio interno una riflessione sulla “compatibilità” fra appartenenza all’associazione e omosessualità, soprattutto se dichiarata – si chiede di «allargare i propri orizzonti affinché tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale, possano vivere l’esperienza scout e il ruolo educativo con serenità senza sentirsi emarginati». E allo Stato di portare avanti «politiche di accoglienza nei confronti di persone di qualunque orientamento sessuale». «Chiediamo – scrivono ancora i giovani scout – di non essere giudicati rispetto al tipo di legame affettivo che viviamo, ma di essere aiutati ad accettare noi stessi con tutti i nostri limiti e ad amare in modo autentico».

Ancora alla Chiesa, su altre questioni: condurre «uno stile di vita sobrio ed essenziale, coerente con il messaggio del Vangelo»; attribuire «alle donne e ai laici un ruolo sempre più attivo»; e «ai vescovi di avere fiducia nella coscienza delle persone», «specialmente in ambiti in cui essi adottano delle posizioni che si discostano dal sentire comune, quali la sessualità, il valore della vita e il ruolo delle donne». Insomma dai principi non negoziabili, alla libertà di coscienza.

Nella “Carta del coraggio” c’è anche molta politica, nei settori di impegno tradizionale per gli scout, come la pace («chiediamo che vengano drasticamente ridotti i fondi destinati alle spese militari, perché l’Italia sia concretamente un Paese che ripudia la guerra») e l’ambiente: «Ci stanno a cuore problemi come la superficialità nel rapporto con l’ambiente, l’inquinamento, lo sfruttamento irresponsabile del territorio, l’abusivismo, lo smaltimento errato dei rifiuti» (però il Comitato per la difesa di San Rossore denuncia l’alto impatto ambientale che proprio la Route ha avuto sul parco: http://ruspeasanrossore.wordpress.com). Ma anche su nuove frontiere, a cominciare dall’immigrazione. Chiediamo alle istituzioni italiane, scrivono, di «abolire i Cie» e di «concedere la cittadinanza a chi nasce in territorio italiano o a chi termina un determinato ciclo di studio/lavoro»; e all’Unione europea «lo snellimento delle procedure burocratiche», la revisione del Trattato di Dublino e la «aperture di nuovi canali di immigrazione legali e sicuri». Poi il carcere: «Chiediamo allo Stato di risolvere con estrema urgenza il problema del sovraffollamento delle carceri, attraverso l’applicazione di pene alternative» e «mediante provvedimenti più forti per il reinserimento degli ex detenuti». E l’emergenza abitativa: «Chiediamo di riqualificare spazi ed edifici pubblici ed ecclesiastici inutilizzati o abbandonati per dare una casa a chi ne ha bisogno».

Una copia della “Carta del coraggio” è stata consegnata sia a Bagnasco sia a Renzi, che hanno applaudito e ringraziato. Si vedranno ora le risposte che Chiesa e governo daranno ai 30mila scout di San Rossore.

Agesci. Come è nata la “Carta del coraggio”

12 agosto 2014

“il manifesto”
12 agosto 2014

Luca Kocci

Con quasi 177mila associati distribuiti in circa 2mila gruppi locali l’Agesci (Associazione guide e scout cattolici italiani) è una delle principali espressioni del laicato cattolico in Italia.

Nata nel 1974 dalla fusione fra Asci e Agi (i rami maschile e femminile dello scoutismo cattolico nati rispettivamente nel 1916 e nel 1943), l’Agesci – scrive lo storico Massimo Faggioli nella sua Breve storia dei movimenti cattolici – è improntata «ad una cultura politica progressista, democratica e a chiare lettere antifascista e ad un rapporto di lealtà nei confronti della Chiesa cattolica, ma senza le obbedienze gerarchiche dell’Azione cattolica»: per esempio rimase piuttosto fredda verso le «chiamate alle armi» in occasione del referendum sul divorzio del ’74 ed è sempre stata refrattaria a tutti i richiami episcopali sull’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana. Fedele alla linea del Concilio Vaticano II, la “missione” dell’associazione è l’impegno educativo verso bambini e giovani.

«Lo stile democratico dell’Agesci ha caratterizzato tutto il percorso che ha portato alla stesura della “Carta del coraggio”, durato quasi un anno», spiega Sergio Bottiglioni, incaricato nazionale della branca rover e scolte (i ragazzi e le ragazze scout di 16-21 anni).

In una prima fase i gruppi locali di rover e scolte hanno caricato su una piattaforma informatica i loro contributi, sulla base dei quali è stata predisposta una bozza della Carta. Nel mese di luglio e dall’1 al 6 agosto, lungo i 456 percorsi che i gruppi hanno fatto dirigendosi a San Rossore per la Route nazionale (6-10 agosto), la bozza è stata discussa ed emendata. Quindi ciascuna delle 456 route (259 al nord Italia, 127 al centro, 70 al sud), a cui partecipavano mediamente 50-70 scout, ha eletto un proprio delegato (“alfiere”). A San Rossore, in tre giorni di lavoro, il “parlamentino” di 456 scout 16-21enni – rappresentanti di una platea di circa 30mila – ha redatto la versione definitiva della “Carta del coraggio” che domenica scorsa è stata consegnata al cardinale Angelo Bagnasco – presidente della Cei, quindi massimo rappresentante istituzionale della Chiesa italiana – e al premier Matteo Renzi (diamo conto dei contenuti della Carta nell’articolo in questa stessa pagina).

Si tratta di un documento nato dal basso dell’Agesci, con un’ampia partecipazione, ma che non ancora è un documento ufficiale dell’associazione, anche perché molti temi, soprattutto quelli di natura ecclesiale legati alle questioni etiche, sono piuttosto controversi: dal concetto “estensivo” di famiglia, all’omosessualità (negli Usa, per esempio, i Boy scout of America escludono i gay dichiarati dai loro gruppi; nel Regno Unito invece i documenti ufficiali degli scout spalancano loro le porte: «Va bene essere gay e scout», «va bene essere gay e capi scout», si legge; in Italia la riflessione è in corso da qualche anno). Il Consiglio generale dell’Agesci inizierà a discuterlo dopo l’estate e valuterà quali posizioni assumere, su queste e su altre questioni sollevate dal documento.

Un thatcheriano alle casse di San Pietro

10 agosto 2014

“il manifesto”
10 agosto 2014

Luca Kocci

Una «Chiesa povera» con le casse piene. Una contraddizione, ma non in Vaticano, dove anzi l’antitesi viene teorizzata non da un prelato qualsiasi, ma dal cardinale George Pell, il “superministro dell’economia” della Santa sede, scelto appositamente da Bergoglio qualche mese fa.

Papa Francesco vuole una «Chiesa povera per i poveri», ma ciò «non significa necessariamente una Chiesa con i forzieri vuoti e certamente non significa una Chiesa sciatta o inefficiente o disposta a farsi derubare», spiega il cardinale in una lunga intervista, due giorni fa, all’agenzia statunitense Catholic News Service, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa sede, a sancirne quindi l’ufficialità.

George Pell, cardinale australiano ultraconservatore – a ottobre parteciperà al pellegrinaggio mondiale dei cattolici tradizionalisti e celebrerà una messa secondo il rito tridentino in una chiesa romana –, vescovo di Sidney fino a febbraio, è uno dei porporati di maggior fiducia di Bergoglio, che prima lo ha nominato del cosiddetto C8 (il consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e che deve aiutare il papa nel governo della Chiesa universale) e poi lo ha messo a capo della Segreteria per l’Economia, il neonato dicastero che si occupa di tutte le attività economiche e amministrative del Vaticano, assorbendo una serie di competenze fino ad ora distribuite in vari organismi.

Quando ai primi di luglio, in un’affollata conferenza stampa condotta proprio dal cardinal Pell, venne presentato il nuovo presidente dello Ior, la banca vaticana – il finanziere francese Jean-Baptiste de Franssu – e furono illustrate le linee guida della riorganizzazione economica di Oltretevere, l’impressione complessiva fu che era finita l’epoca bertoniana pressappochista e degli “amici degli amici” (vedi il regalo di 15 milioni del cardinal Bertone, con i soldi dello Ior, alla Lux Vide di Ettore Bernabei) e che stava cominciando quella dei professionisti della finanza.

L’intervista di Pell conferma questa impressione. «Stiamo cercando di mettere in atto – spiega il cardinale al Cns – le migliori pratiche gestionali possibili», quelle cioè in grado di rispondere agli «standard internazionali per la contabilità e la gestione del denaro». Non che prima mancasse un impegno in tal senso, precisa, ma poiché la Santa sede ha mezzi finanziari importanti, ora si sta provvedendo a introdurre «tutti i sistemi e le procedure appropriati e prudenti, che siano accettabili nel resto del mondo».

Finanza, quindi. E spending review, perché Pell annuncia prossime riduzioni del personale, senza usare la mannaia. Ci sono aree «dove lentamente e nel lungo termine ci saranno riduzioni – annuncia –. Ci muoveremo con sensibilità e consultandoci, ma in generale avremo meno personale». Prepensionamenti quindi, «nessuna grande purga».

Ma dall’intervista si comprende soprattutto qual è l’ideologia che guida le riforme economiche di Oltretevere: il capitalismo compassionevole. «Se bisogna aiutare i poveri – spiega il ministro vaticano dell’economia –, dobbiamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone possiamo svolgere». La stella polare è la parabola evangelica del buon samaritano, secondo l’interpretazione non di qualche teologo ma di Margaret Thatcher. «Ricordo il commento della Thatcher – spiega Pell –: se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

Forse Bergoglio non sarà molto contento per la citazione della “lady di ferro” che nel 1982 contro l’Argentina combatté una guerra per le isole Falkland-Malvinas, tuttavia resta il fatto che Pell è stato messo a capo del dicastero economico della Santa sede proprio da papa Francesco. E forse le distanze fra i due sono assai minori di quello che sembrano. Del resto la «Chiesa per i poveri» annunciata da Bergoglio, benché a cambiare sia solo una preposizione, è espressione profondamente diversa dalla «Chiesa dei poveri» di cui si parlava ai tempi del Concilio.

Route nazionale. Chiusura domenica a San Rossore, tra gli invitati anche il premier Renzi

5 agosto 2014

“il manifesto”
5 agosto 2014

Luca Kocci

Ci saranno anche dei giovani palestinesi alla terza Route nazionale dell’Agesci, l’Associazione guide e scouts cattolici italiani, 177mila iscritti, una delle più grandi associazioni del laicato cattolico italiano (la prima fu nel 1975, la seconda nel 1986).

Route significa “strada”, e sono 456 i percorsi che, dal 1 agosto, 30mila giovani e giovanissimi dai 16 ai 21 anni, insieme ai loro capi, stanno compiendo, per lo più a piedi zaino in spalla, dal nord al sud d’Italia, per arrivare nel parco di San Rossore, a Pisa, dove dal 6 al 10 agosto si svolgerà la fase finale. Passeranno per il Vajont, nel 50mo anniversario della frana – provocata dagli uomini – che causò 1.917 morti; per Barbiana, dove don Milani venne “esiliato” dalla Chiesa fiorentina degli anni ’50-’60 e dove diede vita alla scuola per i montanari del Mugello; per Casal di Principe, “terra dei fuochi”, dove 20 anni fa don Diana venne ucciso dalla camorra; e «per tanti altri luoghi e territori meno famosi ma non meno importanti», spiegano i presidenti nazionali dell’Agesci, Marilina Laforgia e Matteo Spanò.

Dal 6 al 10, a San Rossore, la fase finale: attività varie, laboratori e tavole rotonde sul tema del «coraggio» variamente declinato, con gli interventi, fra gli altri, del costituzionalista Ugo De Siervo, Rita Borsellino, Laura Boldrini, don Ciotti e don Patriciello. Domenica è prevista la partecipazione di Matteo Renzi, premier con un passato da boy scout, e la messa conclusiva celebrata dal presidente della Cei cardinal Bagnasco.

Marcia Perugia-Assisi, è rottura tra scout e Tavola della pace

5 agosto 2014

“il manifesto”
5 agosto 2014

Luca Kocci

Mentre 30mila scout cattolici da tutta Italia stanno raggiungendo il parco di San Rossore a Pisa dove domani prenderà il via la fase finale del loro raduno nazionale – domenica ci sarà anche il premier boy scout Matteo Renzi, insieme al card. Bagnasco –, i presidenti dell’Agesci annunciano: non parteciperemo alla prossima marcia della pace Perugia-Assisi, il 19 ottobre.

La scelta, di qualche settimana fa – comunicata «a tutti i capi dell’associazione» con una lettera dei presidenti, Marilina Laforgia e Matteo Spanò –, è significativa, perché l’Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani) è da sempre fra i protagonisti della Perugia-Assisi. I motivi della non partecipazione sono pesanti, come le critiche rivolte ai principali promotori della marcia, la Tavola della pace (da cui l’Agesci è uscita a dicembre per dare vita, insieme ad altri, alla Rete della pace) e il suo fondatore-coordinatore, Flavio Lotti: mancanza di regole e di democrazia interna, poca trasparenza nei bilanci economici.

Convocare la Perugia-Assisi «senza condividere l’appello con altre realtà associative rappresenta una scelta unilaterale che non possiamo condividere», scrivono i presidenti Agesci. Inoltre, aggiungono, la gestione economica mostra «diversi aspetti poco chiari come l’assenza di un bilancio certificato e la presunta presenza di alcuni debiti contratti nell’organizzazione delle precedenti marce», di cui le associazioni dovrebbero farsi carico. A Lotti vengono addebitate due aggravanti: la conduzione autoreferenziale della Tavola – che guida dalla fondazione, nel 1996 – e la candidatura alle elezioni politiche del 2013, con Rivoluzione civile di Ingroia. Fallita l’elezione, è tornato alla Tavola. Ma «gli incarichi non sono come “magliette” che si cambiano in continuazione», rilevano Laforgia e Spanò, per il «principio di ricambio democratico e vitale della cariche avevamo chiesto una sua sostituzione», che però non c’è stata. Quindi, pur continuando ad impegnare l’Agesci nella «promozione di una cultura della pace», abbiamo deciso di non partecipare alla Perugia-Assisi, per la mancanza delle «più elementari forme di rispetto reciproco, risoluzione dei conflitti e costruzioni di reti democratiche».

«Invenzioni calunniose», replica la Tavola della pace. E Lotti spiega che la Tavola opera come una «struttura informale», un luogo «di incontro, confronto e progettazione» per tutti coloro che «intendono impegnarsi per la pace». Non ha mai assunto le forme giuridiche di un’associazione, pertanto non ha statuto e regole formalizzate, puntualizza una nota della Tavola nella quale si dice che tale proposta è stata sempre «respinta dal comitato direttivo»; per cui Lotti e p. Nicola Giandomenico (francescano di Assisi, cofondatore) hanno costituito l’associazione Agenzia della pace – di cui la Tavola è uno dei progetti –, finanziata dal Coordinamento enti locali per la pace e dal Cipsi. «Nessuna associazione, Agesci compresa, ha mai contribuito economicamente al funzionamento della Tavola e alla realizzazione della Perugia-Assisi», i cui bilanci sono stati sempre consegnati non alle associazioni ma «agli enti pubblici finanziatori», aggiunge Lotti (ma dopo la lettera dell’Agesci sul sito della Tavola sono comparsi i bilanci delle ultime marce). E sulla sua guida, dice di aver «per lungo tempo sollecitato senza successo un ricambio e una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle grandi associazioni nazionali». «Incontriamoci, discutiamo, ma poi ritroviamoci tutti sulla via della pace, da Perugia ad Assisi», conclude Lotti. Per l’Agesci però è un invito fuori tempo massimo. «Decidere di non partecipare non è stato semplice, ma al momento nella Tavola non esistono le minime condizioni di democrazia», ci spiegano Laforgia e Spanò.

Diversa la posizione delle altre associazioni (Acli, Arci, Legambiente e molte altre) che, con l’Agesci, hanno dato vita alla Rete della pace, le quali anzi confessano: la decisione dell’Agesci «ci ha spiazzato». Nessuna, pur rilevando nodi politici e organizzativi ancora da risolvere, ha abbandonato la Tavola. E tutte parteciperanno alla marcia, «sebbene con una piattaforma diversa», dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. E annunciano una manifestazione pubblica a Firenze, il prossimo 21 settembre. In attesa e «in preparazione» della Perugia-Assisi.