Archive for settembre 2014

Sinodo: sarà vera svolta? Intervista a Gianni Geraci

26 settembre 2014

“Adista”
n. 33, 27 settembre 2014

Luca Kocci

«I due Sinodi sulla famiglia che si celebreranno nel biennio 2014/2015 saranno lo snodo fondamentale per capire in che direzione il pontificato di papa Francesco vuole condurre la Chiesa». È l’opinione di Gianni Geraci, portavoce dello storico gruppo milanese di credenti omosessuali Il Guado. Adista lo ha intervistato, alla vigilia dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi che si aprirà il prossimo 5 ottobre e che avrà all’ordine del giorno anche il tema della coppie omosessuali.

Un tema sul quale l’Instrumentum laboris, pur non avendo i toni “definitivi” dei documenti di Ratzinger e Wojtyla, non sembra concedere grandi aperture…

Nella parte in cui affronta la questione dell’accoglienza delle persone omosessuali l’Instrumentum laboris non solo non tiene conto della realtà, ma propone argomenti preoccupanti. Si fa passare ad esempio l’idea che ci sia un complotto legato alle “teorie del gender”, dimenticando che l’idea stessa di un complotto di una presunta lobby gay rimanda a modelli interpretativi preoccupanti. Come non ricordare, per esempio, il complotto dei Savi di Sion a cui si ispirò il nazismo? Non si riprende il Magistero della Chiesa quando parla di lotta alla violenza ispirata dall’omofobia, non ci si preoccupa di ribadire il fatto che le persone omosessuali sono comunque chiamate a realizzare la loro vocazione cristiana e che la relazione con Dio è molto più profonda e molto più importante dell’adesione a qualunque raccomandazione del Magistero ordinario.

Si potrebbe obiettare che il Sinodo è dedicato alla famiglia e che quindi la vocazione cristiana delle persone omosessuali ha un ruolo molto marginale…

Certo. Ma mi chiedo come mai non si affronti il tema cruciale delle risposte che le famiglie cattoliche debbono dare quando si trovano di fronte un figlio o una figlia omosessuale. Ci sono poi le situazioni che nascono quando uno dei due coniugi è omosessuale: non si tratta di casi isolati, l’atteggiamento incosciente di quanti sostengono che si può guarire dall’omosessualità e incoraggiano le persone omosessuali a risolvere i problemi collegati all’accettazione del loro orientamento sessuale con un matrimonio sta addirittura invertendo la tendenza che, fino a qualche anno fa, mi portava a pensare che il numero di omosessuali che si sposavano stesse diminuendo velocemente.

L’unico argomento su cui l’Instrumentum laboris sembra fare i conti con la realtà pare quello che riguarda i figli delle persone omosessuali…

Credo che la proposta di non escludere questi bambini dai sacramenti possa portare, con il tempo, a risultati importanti. Sono infatti convinto che uno dei motivi per cui la Chiesa fa così tanta fatica a capire la condizione delle persone omosessuali è che la maggior parte degli omosessuali credenti non condivide all’interno della sua comunità di appartenenza gli aspetti belli della sua esperienza. Preti e comunità, in genere, vengono a conoscenza dell’omosessualità di un membro della comunità quando questi la racconta durante la confessione (e se una persona sente il bisogno di parlare di certi argomenti con il confessore vuol dire che non vive serenamente certe situazioni), oppure quando si verificano situazioni di rottura e di scontro. Il fatto che stiano progressivamente aumentando gli omosessuali che si avvicinano alle parrocchie per seguire i figli durante il percorso di preparazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana permetterà alle comunità parrocchiali, ai preti e talvolta anche ai vescovi, di prendere coscienza di situazioni in cui l’omosessualità è vissuta serenamente. Le coppie omosessuali che hanno fatto la scelta di avere dei figli, da questo punto di vista, hanno una responsabilità molto grande, perché possono davvero far cambiare l’atteggiamento nei confronti della loro esperienza di chi entra in contatto con loro. Io stesso, che fino a qualche anno fa, vivevo con disagio l’idea di una genitorialità omosessuale ho cambiato idea quando ho iniziato a frequentare delle coppie di donne che avevano deciso di avere dei figli: l’amore e la dedizione che dimostravano mi hanno convinto della bontà della loro scelta.

Come giudichi le nomine papali dei padri sinodali? C’è mons. Anatrella, c’è il card. Caffarra, i vescovi “aperturisti” non sembrano molti, il mondo omosessuale non è contemplato nemmeno fra gli uditori…

La presenza del card. Caffarra mi sembra coerente con la scelta di celebrare un Sinodo capace di tenere conto di tutte le sensibilità presenti nella Chiesa. Meno scontata è invece la presenza di mons. Anatrella anche se, a dire la verità, si fa fatica a credere che non ci sia un suo contributo decisivo nella parte dell’Instrumentum laboris in cui si parla di omosessualità: il collegamento tra la cosiddetta “teoria del gender” e l’origine dell’omosessualità è uno dei suoi cavalli di battaglia. La cosa preoccupante è che la Chiesa si avvalga del parere di certi sedicenti esperti che evitano accuratamente di confrontarsi con la comunità scientifica internazionale. Tra l’altro mi chiedo anche se sia il caso di far partecipare al Sinodo sulla famiglia un religioso che è stato accusato di abusi sessuali da parte di un suo ex paziente. È vero che la Magistratura francese non ha ritenuto che i fatti riferiti fossero penalmente perseguibili, è però anche vero che le accuse non sono state ritirate e che quindi c’è un problema di opportunità che dovrebbe comunque essere considerato. Altrettanto preoccupante è il fatto che a un Sinodo dedicato alla famiglia non siano stati invitati esponenti di famiglie che concretamente hanno a che fare con l’omosessualità: penso ai genitori delle persone omosessuali, perché il loro contributo potrebbe essere decisivo per aiutare molto vescovi a comprendere, dell’omosessualità, ciò che non hanno ancora compreso.

Il Sinodo sarà decisivo per capire dove andrà la Chiesa di papa Francesco?

Sono quasi vent’anni che si parla, all’interno della Chiesa cattolica, di uno “scisma sommerso” tra un Magistero che, su alcuni argomenti collegati alla vita morale, continua a ribadire delle dottrine che poi la maggior parte dei cattolici, anche quelli che partecipano attivamente alla vita della Chiesa, non prendono nemmeno in considerazione. Negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II si diceva che questo scisma non si trasformava in uno scisma palese solo perché si aspettava di vedere quale direzione avrebbe preso il successore di papa Wojtyla. Con l’arrivo di Benedetto XVI la situazione non si è modificata. Con papa Francesco il linguaggio è radicalmente cambiato, ma restano ancora irrisolti i nodi che lo alimentavano. I due Sinodi sulla famiglia ci diranno se il cambiamento sarà solo a livello di linguaggio o se inizierà a toccare quelli che si sono fossilizzati come punti fermi della dottrina cattolica, ma che in realtà non sono altro che il risultato delle scelte fatte da alcuni pontefici del XIX e del XX secolo.

Pedofilia e scandali: Bergoglio rimuove vescovo paraguayano

26 settembre 2014

“il manifesto”
26 settembre 2014

Luca Kocci

Acque ancora molto agitate nella Chiesa cattolica. Martedì scorso l’arresto in Vaticano da parte della gendarmeria pontificia dell’ex nunzio apostolico Józef Wesołowski, con l’accusa di abusi sessuali su minori e possesso di materiale pedopornografico. Ieri la notizia che papa Francesco ha disposto la rimozione dal suo incarico del vescovo della diocesi di Ciudad del Este, in Paraguay, monsignor Rogelio Ricardo Livieres Plano, importante esponente dell’Opus Dei.

La decisione del papa è stata immediatamente collegata ad una vicenda di pedofilia, di cui Livieres è protagonista solo indiretto: avrebbe infatti coperto un prete argentino – quindi presumibilmente ben noto a Bergoglio –, don Carlos Urrutigoity, vicario generale della diocesi di Ciudad fino allo scorso mese di luglio, accusato di aver compiuto abusi sessuali su minori quando si trovava negli Stati Uniti, diversi anni fa, prima di essere allontanato, trasferito in Paraguay e “incardinato” a Ciudad, come più volte è capitato per proteggere presunti o reali preti pedofili (secondo alcune indiscrezioni, che però la diocesi bolla come calunnie, anche grazie ai favori di autorevoli cardinali del Vaticano); Francesco quindi avrebbe rimosso Livieres a causa per le sue omissioni.

Tuttavia nella nota della sala stampa della Santa sede che comunica la misura presa dal pontefice non si fa riferimento a questa vicenda, ma solo ai profondi contrasti interni alla diocesi fino a ieri guidata da Livieres ed ora affidata ad un amministratore apostolico – una sorta di commissario –, monsignor Ricardo Jorge Valenzuela Ríos, vescovo di Villarrica del Espíritu Santo. «La gravosa decisione della Santa sede, ponderata da serie ragioni pastorali, è ispirata al bene maggiore dell’unità della Chiesa di Ciudad del Este e alla comunione episcopale in Paraguay», si legge nel comunicato vaticano. Il papa «chiede al clero e a tutto il Popolo di Dio di Ciudad del Este di voler accogliere i provvedimenti della Santa sede con spirito di obbedienza, docilità e animo disarmato, guidato dalla fede» e «invita l’intera Chiesa paraguayana, guidata dai suoi pastori, ad un serio processo di riconciliazione e superamento di qualsiasi faziosità e discordia, perché non sia ferito il volto dell’unica Chiesa».

C’entra quindi la pedofilia nella decisione di Bergoglio, sebbene con il paradosso – o la contraddizione – che Urrutigoity, il presunto prete pedofilo, non è più vicario della diocesi, ma non è stato sospeso e continua ad esercitare il proprio ministero. Ma c’entra soprattutto il clima di veleni che da anni affligge la Chiesa paraguayana e la diocesi di Ciudad del Este, tanto che il papa nello scorso mese di luglio vi ha inviato un proprio fedelissimo, il cardinale spagnolo Santos Abril y Castelló, per una visita apostolica, ovvero un’ispezione.

Da mesi infatti è in atto un duro scontro fra l’opusdeista Liveres e l’arcivescovo di Asuncion, Pastor Cuquejo. Quest’ultimo, tempo fa, chiese che fosse aperta un’inchiesta su don Urrutigoity; per tutta risposta Liveres, in un’intervista televisiva, accusò Cuquejo di essere omosessuale. Ma c’è dell’altro. Liveres è accusato di una cattiva gestione economica e pastorale della diocesi di Ciudad. Nonché di aver spaccato la Chiesa paraguayana, accusando buona parte del suoi confratelli preti e vescovi – fra cui l’ex vescovo ed ex presidente della Repubblica Fernando Lugo, destituito nel 2012 – di «disordine dottrinale» perché troppo vicini alla teologia della liberazione.

Vicende torbide e intricate, nelle quali la questione pedofilia è solo un aspetto. La decisione del papa porrà fine ai veleni, forse.

Wesolowski rischia fino a sette anni, ma è mistero sulla pena

25 settembre 2014

“il manifesto”
25 settembre 2014

Luca Kocci

Potrebbe cominciare già alla fine di quest’anno, o all’inizio del 2015, il processo penale contro l’ex nunzio apostolico Józef Wesołowski, arrestato martedì in Vaticano dalla gendarmeria pontificia con l’accusa di abusi sessuali su minori e possesso di materiale pedopornografico.

Nei prossimi giorni, spiega padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa sede, Gian Piero Milano, promotore di giustizia del tribunale di Oltretevere (il pm del Vaticano), completerà le indagini preliminari, interrogherà l’imputato, che è assistito da un avvocato d’ufficio, e «potrà formulare al Tribunale la richiesta di rinvio a giudizio. Qualora questa sia accolta, inizierà il processo».

Frattanto l’ex nunzio 66enne – per motivi di salute, «comprovati dalla documentazione medica», precisa Lombardi – è trattenuto agli arresti domiciliari all’interno della Città del Vaticano, un provvedimento deciso per prevenire possibili fughe e inquinamenti delle prove. Ci potrà restare al massimo tre mesi, perché la custodia preventiva può durare 50 giorni, rinnovabile per ulteriori 50. Subito dopo il processo potrebbe prendere il via. Se riconosciuto colpevole dalle autorità pontificie, rischia fino a sette anni di detenzione, che però non si sa dove sconterà, dal momento che dentro le mura leonine non esistono prigioni.

Ma a quel punto si aprirebbe un nuovo fronte, utile per misurare la volontà della Santa sede di collaborare anche con le autorità giudiziarie civili di altri Stati. Infatti sia la Repubblica Dominicana – dove sono stati compiuti i reati quando Wesołowski era nunzio a Santo Domingo, dal 2008 al 2013: adescava ragazzini sulle spiagge e nei sobborghi della città –, sia il suo Paese, la Polonia (venne ordinato prete nel 1972 a Cracovia da Wojtyla, che poi da papa lo consacrò anche vescovo), sia anche altre nazioni dove ha lavorato come diplomatico nel caso ci fossero ulteriori inchieste giudiziarie a suo carico in corso (Bolivia, Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan) potrebbero chiedere l’estradizione dell’arcivescovo. Finora le autorità vaticane hanno opposto la motivazione che Wesołowski godeva di immunità diplomatica, attirandosi anche le critiche dei comitati Onu per i diritti di fanciullo e contro la tortura. Ma se in seguito ad una condanna dovesse perderla, sarebbe difficile per la Santa sede rifiutare eventuali richieste di estradizione. E in questo caso si tratterebbe veramente di una svolta senza precedenti.

Prima ancora del giudizio penale, arriverà quello canonico. Mons. Wesołowski infatti, che nell’estate del 2013 venne richiamato in Vaticano, è già stato condannato in primo grado per pedofilia e dimesso dallo stato clericale con un provvedimento della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) alla fine di giugno (pochi giorni prima fu casualmente notato passeggiare nel centro di Roma dal vescovo ausiliare di Santo Domingo che twittò scandalizzato: «Il silenzio della Chiesa ha ferito il popolo di Dio»). L’arcivescovo ha opposto ricorso. Il giudizio di secondo grado – a questo punto dall’esito piuttosto scontato – arriverà nelle prossime settimane. Se confermato, e quindi definitivamente ridotto allo stato laicale, l’immunità diplomatica Wesołowski la perderebbe subito.

«L’iniziativa assunta dagli organi giudiziari è conseguente alla volontà espressa del papa, affinché un caso così grave e delicato venga affrontato senza ritardi, con il giusto e necessario rigore, con assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni che fanno capo alla Santa sede», dice padre Lombardi. L’evoluzione della vicenda dimostrerà se è davvero così.

Arrestato in Vaticano l’ex arcivescovo Wesolowski

24 settembre 2014

“il manifesto”
24 settembre 2014

Luca Kocci

I gendarmi pontifici hanno arrestato ieri pomeriggio in Vaticano l’arcivescovo polacco Jozef Wesolowski, accusato di abusi sessuali su minori. La notizia è stata data da Enrico Mentana durante il tg de La7 delle 20 e poco dopo confermata dalla Sala stampa di Oltretevere.

Wesolowski, 66 anni, è stato arrestato su disposizione del promotore di giustizia vaticano (una sorta di pm) per reati di pedofilia compiuti quando era nunzio nella Repubblica Dominicana tra il 2008 e il 2013. Un anno fa era stato richiamato a Roma e pochi mesi dopo il Vaticano aveva respinto una richiesta di estradizione. Una decisione, giustificata con l’immunità diplomatica di cui il nunzio godeva, che aveva suscitato diverse critiche a livello internazionale, anche da parte dell’Onu che più volte ha accusato la Santa sede di omissioni e silenzi sui casi di pedofilia. Nello scorso mese di giugno, la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) lo ha dimesso dallo stato clericale, la massima pena canonica, contro la quale però Wesolowski ha fatto ricorso (il giudizio arriverà nelle prossime settimane). Ieri l’accelerazione, con l’esecuzione dell’arresto. E la prossima apertura, salvo sorprese, del processo penale in Vaticano.

Calabria: attentato mafioso ad un’azienda del consorzio voluto da mons. Bregantini

18 settembre 2014

“Adista”
n. 32, 20 settembre 2014

Luca Kocci

La ‘ndrangheta colpisce di nuovo un’azienda agricola di Monasterace Marina (Rc) che aderisce al Goel, il consorzio di cooperative sociali calabresi nato oltre dieci anni fa anche grazie all’impulso dell’ex vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini. Nella notte tra il 2 e il 3 settembre ignoti hanno lanciato una bottiglia incendiaria contro l’ingresso della Locanda Cocintum, il punto di ristoro dell’agriturismo ‘A Lanterna. I proprietari, che casualmente si trovavano ancora nei pressi del locale, sono intervenuti immediatamente per spegnere l’incendio e hanno chiamato le forze dell’ordine che hanno rinvenuto i resti dell’ordigno.

Un attentato che non ha causato gravi danni, ma che non può per questo essere liquidato come insignificante. Si tratta infatti solo dell’ultimo di una lunga serie di atti intimidatori nei confronti di un’azienda che negli ultimi cinque anni ha subìto ben sei aggressioni: dal rogo di un uliveto nell’agosto del 2009, all’incendio di un intero piano dell’agriturismo nel gennaio del 2012, fino a quello di qualche giorno fa. Una catena di piccoli attentati – che quindi non “fanno notizia” – contro un’azienda che non si è mai piegata ai ricatti della ‘ndrangheta e che da due anni ha scelto di aderire a Goel Bio, la cooperativa sociale di produzioni agricole biologiche del gruppo Goel formata da circa 30 aziende agricole che insieme si oppongono alla criminalità mafiosa.

«L’idea di dare vita a Goel Bio», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente di Goel, «è nata dalla constatazione di due grandi problemi del settore agricolo calabrese: le continue aggressioni ed intimidazioni nei confronti delle aziende; e la distorsione del mercato, soprattutto quello degli agrumi, controllato dalla ‘ndrangheta, per cui al produttore un chilogrammo di arance viene pagato cinque centesimi, così da produrre uno sfruttamento strutturale. Mettere in rete le aziende sane significa avere più forza per contrapporsi a questo sistema».

Un sistema fatto di regole non scritte, ma a cui tanti si adeguano: si comincia con l’abigeato, poi con il pascolo abusivo nei terreni coltivati, quindi i danneggiamenti a chi ancora non si sottomette al controllo mafioso. A questo punto può succedere che un agricoltore voglia vendere e andarsene, ma tutti gli eventuali compratori sono diffidati dall’acquistare quella terra e quell’azienda; fino a quando non si fanno avanti le stesse organizzazioni criminali che, dopo aver tirato la corda, comprano al prezzo che decidono loro, ovvero bassissimo; aggiungendo così un ulteriore tassello al controllo del territorio e dell’economia. Altri imprenditori, invece, dopo le prime intimidazioni, si rivolgono direttamente a qualche affiliato locale, che li tranquillizza; gli attentati terminano, ma i clan chiedono poi il conto, per esempio imponendo l’assunzione di alcuni “loro” operai, oppure obbligandoli a servirsi di determinati fornitori, ditte, trasportatori; e l’assoggettamento a questo punto è completo. Il risultato finale è il controllo totale del territorio e la costruzione di una sorta di autorità e di sistema parallelo gestito dalla ‘ndrangheta.

Le alternative sembrano essere la fuga o la sottomissione. Ma c’è una possibilità per resistere: non restare da soli e fare rete. Così è nata Goel Bio, che ha messo insieme una trentina di aziende già esistenti, in passato vittime di ‘ndrangheta, e ha dato vita ad una filiera di distribuzione alternativa a quella mafiosa, grazie anche ai Gruppi di acquisto solidale (Gas), a Ctm e forse nel futuro anche a settori della grande distribuzione. Il risultato è che le arance vengono pagate 40 centesimi al chilo al produttore, che quindi non è costretto a mettere in atto meccanismi di caporalato e di sfruttamento. Alle aziende aderenti vengono però chiesti trasparenza e rigoroso rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Goel Bio controlla, e chi trasgredisce è fuori dalla cooperativa. «Questo sistema – spiega Linarello – è capace di produrre un messaggio forte: che non solo è possibile non sottomettersi alla ‘ndrangheta, ma che questa è anche una scelta che conviene in termini economici, perché il lavoro viene valorizzato e pagato per quello che davvero vale». Un percorso virtuoso che mette in discussione il circuito mafioso. E che per questo è spesso sotto il tiro della ‘ndrangheta – come è successo a Monasterace – che si vede sottratto parte del controllo del territorio ed eroso il consenso.

L’ultima domanda a Linarello è sulla scomunica del papa ai mafiosi, pronunciata proprio in Calabria durante la visita pastorale a Cassano allo Ionio. «Sono state parole importanti. Averle ribadite ancora una volta è un aiuto e un incoraggiamento al lavoro che sta facendo da anni una parte di Chiesa, a fronte di un’altra parte che invece minimizza o non vuole vedere».

Cerimonia militarizzata, il papa ripudia la guerra

14 settembre 2014

“il manifesto”
14 settembre 2014

Luca Kocci

C’è una sequenza che rende chiara l’ambivalenza della visita del papa al sacrario militare di Redipuglia, ieri, nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale. Durante l’omelia Francesco ripete che «la guerra è una follia», facendo risuonare le parole di Giovanni XXIII nella Pacem in terris: «Alienum a ratione», “roba da matti”. Pochi minuti dopo, durante l’offertorio, la ministra della Difesa Pinotti consegna a Bergoglio un altare da campo usato dai cappellani militari durante la Grande guerra, l’oggetto che più di tutti rappresenta la legittimazione religiosa del conflitto – una messa in trincea e poi via all’assalto del nemico – grazie al ruolo dei preti-soldato, inviati al fronte su richiesta del generale Cadorna che aveva bisogno di chi sostenesse spiritualmente i soldati, contribuendo così a mantenere salda l’obbedienza e la disciplina della truppa.

È tutta qui la contraddizione tra le parole pacifiste del papa e il contesto di una cerimonia fortemente militarizzata dalla gestione dell’ordinariato castrense – su 10mila fedeli partecipanti, 7.500 erano militari –, nonché l’ossimoro di una Chiesa militare, il cui capo, l’arcivescovo Marcianò, che celebra la messa con Bergoglio, è anche generale di corpo d’armata, e i cui preti sono incardinati con i gradi (e lo stipendio pagato dallo Stato) nelle Forze armate.

Atterrato di buon mattino all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, accolto dalla ministra Pinotti e dalla presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Serracchiani, Francesco si reca al cimitero austro-ungarico di Fogliano, dove sono sepolti 15mila soldati (oltre 12mila senza nome). Una breve preghiera, poi il trasferimento a Redipuglia, nel sacrario voluto da Mussolini per esaltare e fascistizzare la memoria della prima guerra mondiale e inaugurato il 18 settembre 1938, giorno della proclamazione, a Trieste, delle leggi razziali.

«La guerra è una follia», esordisce Bergoglio. «Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge, anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione». Le cause dei conflitti secondo il papa: «Cupidigia, intolleranza, ambizione al potere», «spesso giustificati da un’ideologia». E se non c’è l’ideologia, «c’è la risposta di Caino: a me che importa? Sono forse io il custode di mio fratello?». L’espressione si può tradurre con il motto fascista «Me ne frego», per riequilibrare l’ossessivo «Presente» fatto scolpire sui 22 gradoni del sacrario che ospita oltre 100mila morti (60mila ignoti) perché il regime mussoliniano si appropriasse dei caduti della guerra, trasformandoli in «martiri fascisti». Bergoglio ripete quello che già aveva detto ad agosto sull’aereo tornando da Seoul: anche oggi «si può parlare di una terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni». Tutto ciò è possibile, prosegue, perché «ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante. E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: a me che importa?».

Al termine viene letta una preghiera per le vittime di tutte le guerre, e Bergoglio consegna ai vescovi presenti – fra cui i cardinali di Vienna e di Zagabria Schönborn e Bozanic – una lampada realizzata dai francescani di Assisi e alimentata con l’olio di Libera da accendere nelle loro diocesi durante le commemorazioni della guerra. Nessuna parola per gli obiettori e i disertori, veri eroi della guerra, come chiedeva un gruppo di preti del nordest. Uno di loro, Andrea Bellavite, commenta: «Omelia forte nei toni, un po’ meno nei contenuti, troppo generici. Il papa ha denunciato la guerra e il mercato delle armi. Forse però avrebbe potuto dire qualcosa anche a chi quelle armi le usa, i soldati, visto che erano presenti alla messa, e porre qualche interrogativo sul senso delle Forze armate».

Redipuglia, «il papa si ricordi dei disertori»

13 settembre 2014

“il manifesto”
13 settembre 2014

Luca Kocci

I disertori e gli obiettori di coscienza che hanno rifiutato gli ordini dei generali di uccidere e distruggere sono stati i veri eroi della prima guerra mondiale. Il papa si ricordi di loro e li nomini «esplicitamente». Chiedono anche questo a Francesco, che stamattina sarà in visita al sacrario militare di Redipuglia per il centenario dell’inizio della grande guerra, 11 preti “di frontiera” del nordest – fra cui Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace e Pierluigi di Piazza del Centro Balducci di Zugliano (Ud) – in una lettera aperta indirizzata al pontefice. «Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di obbedire a comandi contro l’umanità – si legge nel testo divulgato ieri sera dall’agenzia Adista –. Sono stati a lungo bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria».

Chissà se papa Francesco lo farà. Sicuramente però il sacrario di Redipuglia non invita alla valorizzazione di quanto scriveva don Lorenzo Milani 50 anni fa – «l’obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni» –, quanto piuttosto all’esaltazione del sacrificio eroico e dell’obbedienza cieca. Voluto espressamente da Mussolini, a cui non piaceva il precedente cimitero militare del 1923 – «un grande deposito di ferrovecchio», lo avrebbe definito il duce –, il sacrario di Redipuglia fu inaugurato il 18 settembre 1938, lo stesso giorno in cui a Trieste venivano proclamate le leggi razziali. Rispondeva pienamente al piano del regime di sacralizzare e fascistizzare la memoria della prima guerra mondiale, come dimostra visibilmente la parola «Presente» – ad imitazione del rito dell’appello durante le commemorazioni dei fascisti morti – ossessivamente scolpita sui 22 gradoni di marmo bianco sotto i quali sono tumulati oltre 100mila soldati, di cui 60mila ignoti.

La visita, interamente gestita dall’ordinariato castrense che l’ha fortemente militarizzata, comincerà questa mattina alle 9 quando il papa atterrerà all’aeroporto di Ronchi dei Legionari – accolto dal ministro della Difesa Roberta Pinotti e dal presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani – e si recherà al cimitero austro-ungarico di Fogliano. Poi, a Redipuglia, la messa solenne al sacrario militare, al termine della quale sarà recitata una preghiera per i caduti e le vittime di tutte le guerre e ai vescovi verrà consegnata una lampada da accendere nelle loro diocesi durante le commemorazioni della prima guerra mondiale. Alle 13 sarà di nuovo in Vaticano.

Il ruolo e le responsabilità dei cristiani restano sullo sfondo ma sono importanti, e le rimettono al centro dell’attenzione gli 11 preti del nordest. «La prima guerra mondiale – scrivono – ha visto contrapporsi persone che professavano la stessa fede. Preti cattolici benedivano le armi italiane invocando la protezione delle pallottole, affinché colpissero l’avversario; preti cattolici benedivano i cannoni austro-ungarici con le stesse parole, vescovi dell’una e dell’altra parte invitavano i fedeli a Te Deum di ringraziamento per le stragi perpetuate dai propri eserciti nei confronti degli avversari». Il generale Cadorna «si dichiarava profondamente cattolico, cercava di andare a messa ogni giorno e poi spediva al massacro il fior fiore della gioventù, ordinando la fucilazione senza pietà di chi si rifiutava di obbedire a ordini disumani».

Più che celebrare si tratta allora fare memoria di «un’intera generazione di giovani mandati al massacro nella guerra di trincea». E soprattutto di rilanciare le battaglie per la pace e il disarmo di oggi, in un tempo in cui gli Stati ritengono e usano la guerra come strumento ordinario della politica e della risoluzione delle crisi internazionali – anche quelle di queste settimane – e chi fugge da povertà e guerre è respinto con violenza. Anzi, denunciano i preti, «spesso sono proprio coloro che frequentano le chiese a sostenere la necessità di una linea di durezza e non accoglienza in nome di un presunto egoistico diritto alla sicurezza» e «a fomentare l’incomprensione tra le religioni, lasciandosi trascinare in pregiudizi dettati da indebite e ignoranti generalizzazioni».

Compassione e misericordia, radici comuni. Verso la XIII Giornata del dialogo cristiano-islamico

12 settembre 2014

“Adista”
n. 31, 13 settembre 2014

Luca Kocci

«Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide». Parte da questa constatazione l’appello per la XIII Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico (in calendario per il prossimo 27 ottobre), una delle più importanti iniziative di “ecumenismo dal basso” che si svolge ogni anno in Italia.

Animata in particolare dal periodico online diretto da Giovanni Sarubbi Il Dialogo (www.ildialogo.org), aderiscono a questa XIII Giornata altre associazioni, gruppi e riviste del mondo cristiano e musulmano, fra cui la nostra agenzia, i mensili Confronti e Cem Mondialità, il Cipax, la casa editrice Emi, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, il mensile di alcuni cristiani torinesi il foglio, il mensile dei saveriani Missione Oggi e quello promosso da Pax Christi Mosaico di Pace – oltre allo stesso movimento –, Noi Siamo Chiesa, il periodico ecumenico Qol, la sezione italiana di Religion for peace, il settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi Riforma, il mensile Tempi di Fraternità, l’Unione delle Comunità islamiche in Italia e le Comunità cristiane di base italiane. Ma a realizzare concretamente la Giornata saranno centinaia di iniziatiave di preghiera, di incontro e di approfondimento promosse da parrocchie, comunità, centri islamici, Chiese cristiane non cattoliche da qui al 27 ottobre.

«Musulmani, musulmane, cristiani e cristiane rappresentano oggi oltre la metà della popolazione mondiale. La pace e il dialogo fra queste religioni è dunque fondamentale per la pace mondiale», si legge nell’appello dei promotori, secondo i quali bisogna «puntare su ciò che unisce queste religioni piuttosto che su quello che divide. E ciò che unisce è molto più di ciò che divide a cominciare da ciò che musulmani e cristiani ritengono essere i tratti fondamentali dell’unico Dio da essi invocato»: ovvero «la misericordia» e «la compassione». Lo ripetono i musulmani quando, leggendo il Corano, trovano in apertura di ogni sura l’invocazione ad «Allah, il compassionevole, il misericordioso». E lo annunciano anche i cristiani quando proclamano le beatitudini pronunciate da Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

E allora, se questi sono i presupposti di fede, chiedono i promotori, «riusciamo cristiani e musulmani a praticare compassione e misericordia nella nostra vita quotidiana?». In tutti gli ambiti: nei confronti di chi «è portatore di una diversa cultura o di una diversa religione, o ha un colore della pelle diverso dal nostro», nei riguardi «dell’ambiente nel quale viviamo», «nelle scelte economiche e nella distribuzione delle risorse a livello nazionale e internazionale», nello schierarsi per la pace e contro i conflitti, anche se mascherati da missioni umanitarie. «Porsi queste domande e riscoprire compassione e misericordia nella propria vita di tutti i giorni, aiuterà allora cristiani e musulmani a comprendere di essere fratelli e sorelle, di avere in comune valori profondi, la stessa umanità, lo stesso bisogno di cura e rispetto e la stessa motivazione a costruire un mondo di pace», scrivono i promotori della Giornata, che hanno anche firmato un documento comune sul tema – “Cristiani e musulmani contro ogni violenza e guerra nel nome di Dio” – di cui daremo notizia nel prossimo fascicolo di Adista Documenti.

Dal carcere Riina minaccia don Ciotti. Ma la Chiesa fa quadrato

11 settembre 2014

“Adista”
n. 31, 13 settembre 2014

Luca Kocci

«Ciotti, Ciotti, putissimu (= potremmo) pure ammazzarlo». Sono queste le parole riferite a don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera, che Totò Riina, ex capo di Cosa Nostra ora recluso nel carcere milanese di Opera, ha pronunciato quasi un anno fa, il 14 settembre 2013, chiacchierando durante l’ora d’aria con il suo compagno di passeggiate, il boss pugliese della Sacra corona unita Alberto Lorusso. «Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi», e quindi deve fare la stessa fine, ha continuato Riina nella conversazione intercettata dagli investigatori e pubblicata da Repubblica (31/8). «È malvagio, è cattivo, ha fatto strada questo disgraziato», ha detto ancora, precisando anche uno dei motivi del risentimento: «Sono sempre agitato, perché con questi sequestri di beni…», riferendosi evidentemente ai molti terreni e beni immobili affidati alle cooperative aderenti a Libera e da queste gestite. Fu Libera, a metà anni ’90, la principale promotrice della legge per il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, poi approvata nel 1996 (v. Adista nn. 89/94; 19 e 57/95). L’ex capo di Cosa nostra ha parlato anche di don Pino Puglisi: «Il quartiere lo voleva comandare iddu (= lui). Ma tu fatti il parrino (= prete), pensa alle messe, lasciali stare… il territorio… il campo… la Chiesa… lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio… tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete», dice Riina.

È tutto il mondo antimafia a essere minacciato

«Le minacce di Totò Riina dal carcere non sono rivolte solo a me, ma a tutte le persone che in vent’anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese», la replica di don Ciotti, affidata ad un lungo comunicato. «Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l’insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio. Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi», prosegue il presidente di Libera. «La politica deve però sostenere di più questo cammino. La mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi. Ad esempio sulla confisca dei beni, che è un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie. Lo stesso vale per la corruzione, che è l’incubatrice delle mafie. C’è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità, dei patti sottobanco, dell’intrallazzo in guanti bianchi, della disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno man forte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un’azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c’è, eccome: è la società, siamo tutti noi».

Don Ciotti parla anche dei rapporti fra Vangelo, Chiesa e mafie. «Per me – spiega – l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi, al suo richiamarci a una “fame e sete di giustizia” che va vissuta a partire da qui, da questo mondo». E a proposito di don Puglisi dice: «Un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlò di “sacerdoti che interferiscono”. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che “interferisce”, che non smette di ritornare al Vangelo, alla sua essenzialità spirituale e alla sua intransigenza etica», senza però chiudere le porte in faccia a chi, anche se mafioso, «è mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione».

Cei solidale, finalmente

A don Ciotti sono arrivate attestazioni di solidarietà “a costo zero” da parte di tutto il mondo politico, che pure è stato additato dal fondatore di Libera come uno dei corresponsabili della poca incisività della lotta alle mafie, sia per l’assenza di una efficace normativa contro la corruzione, sia per la negligenza nella gestione dei beni confiscati, che troppo spesso non vengono adeguatamente utilizzati e valorizzati, così da costituire una nuova sconfitta per lo Stato e la democrazia.

Solidarietà anche dal mondo ecclesiale. Compresa la Conferenza episcopale italiana, che fino ad ora non aveva mostrato particolare attenzione – per usare un eufemismo – nei confronti delle attività di don Ciotti e di Libera, che adesso vengono invece esaltate. «Per fedeltà al Vangelo don Luigi Ciotti ha promosso con il gruppo Abele prima e poi con Libera un percorso di educazione al bene contro ogni forma di ingiustizia e di corruzione», si legge nella nota della presidenza della Cei in cui si plaude anche a «tanti vescovi e preti che per lo più nell’anonimato continuano a lavorare per una società più umana, secondo il Vangelo». La Chiesa italiana, «che in questi anni non ha mancato di far sentire la sua voce per educare alla legalità, conferma la sua vicinanza e la sua stima per don Luigi» – questa la “notizia” contenuta nella nota della Cei –, e «rinnova l’augurio che, sul suo esempio, si trasformino luoghi e situazioni di violenza e di morte in contesti ed azioni di vita nuova e di speranza».

Chiesa e mafia: rapporti in evoluzione

Se collocate nel corretto ordine cronologico, le parole ostili di Riina nei confronti di don Ciotti e di don Puglisi – risalenti appunto al 14 settembre 2013 – si configurano come la prima reazione eclatante di Cosa nostra alla beatificazione e alla proclamazione del martirio dello stesso Puglisi, avvenuta il 25 maggio 2013 (v. Adista Notizie n. 22/13) che hanno segnato un’evoluzione nelle relazioni fra Chiesa e mafie (v. Adista Segni Nuovi n. 19/13). Il 21 marzo 2014 c’è stata poi la partecipazione di papa Francesco alla veglia per le vittime di mafia promossa da Libera (v. Adista Notizie n. 13/14); e lo scorso 21 giugno la scomunica da parte del papa – durante la sua visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Ionio – per gli appartenenti alle organizzazioni mafiose (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 28/14). Seguita, subito dopo – ed è questa la seconda reazione pubblica delle organizzazioni mafiose –, dalla protesta degli ‘ndranghetisti detenuti nel carcere di Larino (Cb) che hanno attuato un provocatorio “sciopero della messa” («se siamo scomunicati, a messa non vale la pena andarci», avrebbero detto al cappellano del carcere) con l’intento di mettere a nudo le contraddizioni della Chiesa. Episodi che dimostrano come, dopo silenzi e omissioni e talvolta collusioni e complicità, il rapporto fra Chiesa e mafia nell’ultimo anno e mezzo si sia fatto maggiormente dialettico.

Chiesa e mafie: un legame da spezzare nelle comunità locali. Un libro di don Cosimo Scordato

11 settembre 2014

“Adista”
n. 31, 13 settembre 2014

Luca Kocci

Che le relazioni fra Chiesa e mafie facciano parte di una storia e di un groviglio complesso e intricato – come del resto evidenziano anche le parole dell’ex capo di Cosa nostra Totò Riina (v. notizia precedente) – lo testimoniano due episodi verificatisi nell’estate appena trascorsa. Il 2 luglio, a Tresilico (Rc), la processione della Madonna delle Grazie si ferma sotto l’abitazione di un boss locale della ‘ndrangheta, Peppe Mazzagatti, che dal balcone omaggia la statua della Vergine. I carabinieri abbandonano immediatamente la processione, mentre il parroco, il sindaco e la grande maggioranza dei fedeli restano lì e proseguono il rito. Poche settimane dopo, il 27 luglio, durante la processione della Madonna del Carmine, a Ballarò, Palermo, la statua viene fatta fermare davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi di Cosa nostra palermitana, in carcere a Novara.

Le scomuniche non bastano, quindi, se a queste non corrisponde poi un’azione delle Chiese locali dal basso. «Nonostante la buona volontà di singole persone o di Chiese locali, nonostante gli interventi magisteriali degli ultimi decenni, e pur con la cresciuta consapevolezza della comunità cristiana nei confronti dell’emergenza-mafia, dobbiamo riconoscere di non avere ancora maturato un intervento ecclesiale che, come suggeriva Giovanni Paolo II, possa essere considerato “specifico, originale, concreto, efficace”», spiega don Cosimo Scordato – docente alla Facoltà teologica di Sicilia e rettore della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo), dove anima una vivace comunità e dove c’è proprio quel mercato di Ballarò, teatro dell’ultimo “inchino” della Madonna – che nel suo libro, appena pubblicato dall’editore trapanese Di Girolamo (Dalla mafia liberaci o Signore. Quale l’impegno della Chiesa?, pp. 166, euro 15), affronta proprio questo nodo: l’azione delle comunità cristiane, le uniche che possono recidere realmente il legame fra Chiesa e mafia, elaborando e praticando una prassi ecclesiale e pastorale autenticamente evangelica, quindi antimafiosa.

Perché, secondo Scordato, le scomuniche sono importanti dal punto di vista simbolico: in primo luogo «nei confronti della comunità ecclesiale che in questo modo dichiara la sua presa di distanza decisiva dal fenomeno mafioso»; in secondo luogo «nei confronti dei mafiosi perché prendano atto del sistema di peccato su cui si regge l’associazione, superando le profonde ambiguità ed i camuffamenti pseudo-religiosi con cui si vogliono legittimare gli atteggiamenti e i comportamenti mafiosi». Ma le responsabilità riguardano poi le singole comunità. E la proposta di Scordato – che nel suo libro analizza e riflette anche sulla storia delle relazioni fra Chiesa e mafia, sui pronunciamenti del Magistero dal 1944 ad oggi e sull’abbondante letteratura sul tema – è rivolta proprio alle comunità. «Nonostante la progressiva presa di coscienza da parte della Chiesa – scrive – permangono intrecci inquietanti all’interno della comunità cristiana; il passo ulteriore non può che essere il radicale ripensamento dell’immagine di Chiesa e del suo rapporto con la società», abbandonando i «modelli ecclesiali giuridico-gerarchico e misterico-carismatico», che indirettamente favoriscono il perdurare del fenomeno mafioso, ed abbracciando invece un modello «storico-liberante».

Significa, per esempio, abbandonare ogni legame con il potere: bisogna «rinunziare ad un posto di centralità, di prestigio, secondo le modalità di questo mondo» anche «per prevenire la tentazione di far coincidere le sue (della Chiesa, ndr) realizzazioni col compimento della salvezza» e «il suo servizio al mondo come autorizzazione e riconoscimento della sua gloria». Significa introdurre una prassi sacramentale in cui la celebrazione dei sacramenti non abbia valore “sociologico” o di riconoscimento pubblico, ma sia la manifestazione visibile della «tenerezza di Dio». Significa fare «scelte chiare a fronte della vischiosità di molti processi economici: il rifiuto di denaro sospetto, la indisponibilità ad equivoche facilitazioni economiche o rischiose sponsorizzazioni, la trasparenza dei bilanci, la vigilanza su collaborazioni spesso contigue al fenomeno mafioso», il ripensamento radicale del capitolo delle offerte in chiesa «non collegate alla celebrazione dei sacramenti e orientate al servizio dei poveri della comunità». È «il minimo che ogni comunità deve perseguire al fine di fare emergere distinzione, presa di distanza, ricerca di altro». Significa, insomma, essere «Chiesa povera e dei poveri», schierandosi dalla parte degli «ultimi di questo mondo». È questo, sostiene Scordato, «il vero antidoto al potenziale di violenza accumulato nel corso della storia, laddove, al contrario, la ricchezza di fini, di intenzionalità nei rapporti umani costituisce la lenta alternativa ad essa». E il modo per allontanarsi, nella prassi quotidiana, dalla “religiosità mafiosa”, che è agli antipodi del Vangelo.