Archive for ottobre 2014

Vescovi NoTriv. La Conferenza episcopale di Abruzzo e Molise contro le trivelle petrolifere

30 ottobre 2014

“Adista”
n. 38, 1 novembre 2014

Luca Kocci

I vescovi dell’Abruzzo e Molise scendono in campo contro i progetti di sfruttamento petrolifero del mare Adriatico e di vaste aree dell’entroterra portati avanti da alcune multinazionali britanniche che, dopo essere stati congelati per la dura opposizione delle popolazioni locali – oltre 40mila abruzzesi manifestarono in piazza a Pescara nell’aprile del 2013 –, ora ricevono il via libera grazie al decreto “sblocca Italia” del governo Renzi (v. Adista Segni Nuovi n. 33/14, Adista Notizie n. 35/14, Adista Documenti n. 36/14).

Si tratta dei programmi “Ombrina mare”, “Ombrina 2”, “Elsa” e “Rospo mare”, delle società londinesi Medoilgas e Rockhopper Exploration, che prevedono una serie di trivellazioni sia nel mare a ridosso della costa sia nell’interno delle due regioni per sfruttare giacimenti petroliferi sulla cui consistenza e qualità ci sono diversi dubbi. Per fare un unico esempio, con il progetto “Ombrina mare” dovrebbe sorgere a 6 km dalla costa – in un’area che il Parlamento italiano nel lontano 2001 individuò come possibile parco nazionale marino – una piattaforma con base 35 per 24 metri, ed un altezza di oltre 43 metri sul livello del mare, l’equivalente di un palazzo di 14-15 piani, collegata a 4-6 pozzi che dovrebbero essere perforati in un periodo di avvio del progetto della durata di 6-9 mesi. Solo in questa fase, denunciano Legambiente e Wwf, verrebbero prodotte oltre 14mila tonnellate di rifiuti, soprattutto fanghi di perforazione. A sua volta la piattaforma sarà collegata ad una gigantesca nave (320 metri di lunghezza per 33 di larghezza e 54 metri di altezza massima) riadattata per diventare una vera e propria raffineria galleggiante, ancorata a 10 km di distanza dalla costa.

«Ampi territori a vocazione turistica, agricola, vitivinicola – denunciano i vescovi abruzzesi e molisani –, saranno definitivamente snaturati da questa “deriva fossile” nonostante in altre regioni, come la Basilicata, interessate da queste estrazioni, non si siano constatati i promessi miglioramenti nell’economia, né nella occupazione». I vescovi della Conferenza episcopale Abruzzo-Moline (Ceam), guidata da mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, esprimono «preoccupazione» e «sconcerto» per le scelte politiche del governo che prevedono «la trasformazione dei nostri territori, dell’Abruzzo ma anche di vaste aree del Molise, in distretto minerario per gli idrocarburi; il riconoscimento, come emerge dal testo del decreto “sblocca Italia”, del carattere strategico praticamente di ogni infrastruttura legata agli idrocarburi; la sottrazione alle Regioni di tutte le procedure di Valutazione di impatto ambientale, per le attività di ricerca, prospezione ed estrazione in terraferma, avocate allo Stato».

«La salvaguardia dell’ambiente deve essere al centro di una politica che sia perseguimento del Bene comune e che rifugga da interessi particolari ed egoistici, che possano compromettere il benessere di tutti e la capacità di futuro delle giovani generazioni», ammoniscono i vescovi, che richiamano anche le parole di papa Francesco durante la sua recente visita pastorale in Molise: «Custodire la terra, perché dia frutto senza essere sfruttata. Questa è una delle più grandi sfide della nostra epoca: convertirci ad uno sviluppo che sappia rispettare il creato», senza soccombere alla «dittatura di un’economia senza volto e senza uno scopo veramente umano».

L’auspicio della Ceam è che «gli organi competenti favoriscano la scelta, già fortunatamente in atto, da parte dei cittadini di uno stile di vita più rispettoso dell’ambiente con l’uso di energie rinnovabili. Pensiamo ad un cambio di prospettiva radicale che richiede l’emergere di una biociviltà, che preferisca la vita al lucro, il bene collettivo ai profitti individuali, la cooperazione alla competizione. Riteniamo necessaria una democrazia “ad alta intensità”. Ossia una democrazia sostanziale, partecipativa e sociale, quanto mai necessaria ad assumere scelte irrimediabilmente gravi tenendo conto della netta contrarietà che la popolazione abruzzese e molisana, e questa Conferenza episcopale, hanno più volte espresso».

Pax Christi: mons. Giudici lascia la presidenza. A novembre la Cei sceglie il successore?

25 ottobre 2014

Adista
n. 37, 25 ottobre 2014

Luca Kocci

Mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e “discepolo” del card. Carlo Maria Martini, ha lasciato la presidenza di Pax Christi. Si è dimesso la scorsa settimana, per motivi di salute. Conserverà ancora per qualche mese l’incarico episcopale, fino alla scadenza del mandato, nel marzo 2015, quando compirà 75 anni e rassegnerà le canoniche dimissioni per raggiunti limiti di età. Ma ha preferito lasciare anzitempo la presidenza di Pax Christi – avrebbe concluso il quinquennio del novembre 2015 – per non sottoporsi a sforzi eccessivi. «Nell’ultimo Consiglio nazionale abbiamo accolto le dimissioni di don Giovanni per motivi di salute», spiegano in una nota il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, e il vicepresidente, Sergio Paronetto. «Dispiaciuti per la sua scelta – prosegue la nota –, ma contenti per il suo desiderio di mantenere stretti contatti con noi e grati per la sua opera, abbiamo avviato, su indicazioni dello stesso Consiglio nazionale, l’esplorazione necessaria per il passaggio di presidenza».

Nominato presidente abbastanza a sorpresa nel novembre 2009 – il presidente “naturale” allora sembrava essere mons. Giancarlo Bregantini per la sua lunga vicinanza a Pax Christi, ma la Cei optò per il vescovo di Pavia (v. Adista Notizie n. 120/09) –, nel corso di questi quattro anni mons. Giudici ha compiuto un percorso prima di avvicinamento e poi di grande sintonia con i temi e le istanze di Pax Christi, sposandone le cause e prendendo posizioni anche molto coraggiose. Come quando, nella sua relazione al convegno “Per un mondo di pace: il sogno di Isaia e l’annuncio di Cristo”, alla Pontificia Università lateranense di Roma nel gennaio 2010 (v. Adista Notizie n. 12/10 e Adista Segni Nuovi n. 13/10), ammonì la Chiesa a non tacere sulla guerra: «La Chiesa dovrebbe fare ammutolire i potenti della terra per la fierezza con cui annuncia il Vangelo della pace e la prassi della nonviolenza. È chiaro che se, invece che fare ammutolire i potenti, ammutolisse lei, si renderebbe complice rassegnata di un efferato crimine di guerra». O come quando, nel giorno dell’Epifania del 2012, si schierò nettamente contro l’acquisto, da parte dell’Italia, dei cacciabombardieri F35, chiedendo, insieme ai movimenti pacifisti, la cancellazione del programma per fabbricare e comprare «macchine di morte» e «aerei di attacco che costano quasi 150 milioni di euro ciascuno». «Sempre più palese è l’assurdità di produrre armi investendo enormi capitali mentre il grido dei poveri, interi popoli, ci raggiunge sempre più disperato», disse ancora. Bisogna cambiare radicalmente strada: abbandonare quella «di Erode, fatta di violenza e sopruso», e seguire invece quella «dei magi e di chiunque, singoli e popoli, discerne le opere di pace per garantire il futuro di tutti» e per orientare «ogni scelta alla via esigente e necessaria della pace» (v. Adista Notizie n. 2/12). Sempre sulla questione F35, più recentemente – nell’estate 2013 –, mons. Giudici ebbe un “battibecco” a distanza con l’allora ministro della Difesa, il ciellino Mario Mauro che, proprio durante il dibattito parlamentare sui cacciabombardieri, ebbe l’idea di twittare «Per amare la pace, armare la pace. Il caccia F35 risponde a questa esigenza». Il presidente di Pax Christi, sostenuto dall’intero movimento, replicò subito: «Ministro Mauro: “Per amare la pace, armare la pace”. Una falsità storica, un’offesa all’intelligenza, dimenticate le radici cristiane» (v. Adista Notizie n. 26/13). E sul fronte politico, alla vigilia delle elezioni politiche del 2013, mons. Giudici invitò cittadine a cittadini ad utilizzare come criterio per il voto non le promesse di riduzione delle tasse o di cancellazione dell’Imu, ma l’impegno dei partiti in direzione di una politica di pace, di ripudio della guerra e di diminuzione delle spese per gli armamenti: la« riduzione delle spese militari, a partire dalla sospensione del progetto dei cacciabombardieri F35, strumenti di morte che sottraggono ingenti risorse (quasi 15 miliardi di euro) ad altri bisogni vitali della gente»; «uno stop alla corsa al riarmo, in forte aumento nell’Unione Europea, e un No alla vendita di armi, aumentata del 18% nel 2012, e indirizzata specialmente a Paesi in guerra come quelli del Medio Oriente; «la cancellazione della riforma dello strumento militare italiano», che prevede la riduzione dei soldati ma l’aumento e il miglioramento degli armamenti, con una previsione di spesa di 230 miliardi di euro. «Come cittadini e come credenti – concludeva l’appello del presidente di Pax Christi –, chiediamo ai candidati un esplicito impegno anche su queste scelte che sentiamo qualificanti per un programma che abbia davvero a cuore il bene comune, cioè la vita di tutti e di ciascuno» (v. Adista Notizie n. 3/13).

A breve si conoscerà il nome del successore di mons. Giudici. Nell’episcopato italiano ci sono diversi vescovi che negli ultimi anni hanno mostrato vicinanza alla sensibilità di Pax Christi sui temi della giustizia e della pace: Bregantini – dato anche in corsa per succedere al card. Caffarra all’arcidiocesi di Bologna –, Mogavero (Mazara del Vallo), Pizziol (Vicenza), Montenegro (Agrigento), Urso (Ragusa) e Depalma (Nola) – che però sono prossimi ai 75 anni –, Peri (Caltagirone), Ricchiuti (Altamura). Il Consiglio nazionale di Pax Christi sta completando le consultazioni. Nei prossimi giorni, come prevede lo statuto, verrà consegnata al segretario generale delle Cei, mons. Nunzio Galantino, una terna di nomi e all’interno di questa, durante l’Assemblea straordinaria di metà novembre, i vescovi sceglieranno il nuovo presidente di Pax Christi.

L’ergastolo come la pena di morte. Parola del papa

24 ottobre 2014

“il manifesto”
24 ottobre 2014

Luca Kocci

Abolire la pena di morte, l’ergastolo – una «pena di morte nascosta» – e la carcerazione preventiva, rinunciare ai regimi di massima sicurezza – vere e proprie forme di «tortura» –, risolvere il sovraffollamento delle prigioni. È stato un discorso a 360 gradi sui nodi della questione penale e della situazione carceraria quello che ieri papa Francesco ha tenuto in Vaticano davanti ad una delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale.

Non è la prima volta che Bergoglio parla di carcere. Lo aveva fatto già diverse volte durante il suo pontificato. Il lungo discorso di ieri riprende alcune delle cose dette, ma le sistematizza in una trattazione organica che affronta punto per punto problemi grandi e piccoli dell’universo giudiziario.

Il punto di partenza è la constatazione che nelle società moderne dominate dall’ideologia securitaria la giustizia assume spesso i connotati di vendetta e pena preventiva. La meta è «una giustizia che rispetti la dignità e i diritti della persona umana». In mezzo una serie di interventi che gli Stati e la politica dovrebbero mettere in atto. Il ministro della Giustizia Orlando ascolta e twitta: «Le parole del papa sul senso e la finalità della pena devono far riflettere la politica e l’azione delle istituzioni».

La ricerca di «capri espiatori» e «la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici», dice Francesco, sono dinamiche presenti anche oggi. «Tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata, non solo contro quanti sono responsabili di aver commesso delitti, ma anche contro coloro sui quali ricade il sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge». C’è la convinzione che «attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi», accantonando così gli interventi «di politica sociale, economica e di inclusione», i soli realmente efficaci.

Una deriva di «populismo penale» per cui il sistema giudiziario «va oltre la sua funzione» e «si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, finora, non si è potuto verificare». Questo riguarda l’applicazione di sanzioni estreme come la pena di morte («È impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone», dice Bergoglio) e l’ergastolo; ma anche, specularmente, la resistenza a concedere «sanzioni penali alternative al carcere».

La pena di morte, aggiunge il papa, non riguarda solo gli Stati che la prevedono formalmente, ma anche tutti gli altri, perché sono pena di morte le «guerre» e le «esecuzioni extragiudiziali», «omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza». Forse Bergoglio pensava alla “sua” Argentina sotto la dittatura militare, ma non c’è bisogno di spingersi né così lontano né così indietro nel tempo.

Il papa affronta anche i temi della «carcerazione preventiva» (una «pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità»), della «reclusione in carceri di massima sicurezza» – equiparata alla tortura – e della «tortura fisica e psichica», la cui pratica è diffusa anche in situazioni ordinarie: «Si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena».

Qualche parola anche sui crimini che «non potrebbero mai essere commessi senza la complicità, attiva od omissiva, delle pubbliche autorità»: la «schiavitù» e la «tratta delle persone» (reati di «lesa umanità») e la «corruzione», il più subdolo dei reati secondo Bergoglio, «perché il corrotto si crede un vincitore». «La corruzione – aggiunge – è un male più grande del peccato. Più che perdonato, questo male deve essere curato». Le stesse parole che in due diverse occasioni il papa ha rivolto ai cardinali della Curia romana e ai politici italiani.

Sinodo: molto rumore per (quasi) nulla

22 ottobre 2014

Luca Kocci

A qualche giorno dalla conclusione dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, si può dire che la montagna ha partorito il proverbiale topolino. Un topolino eterosessuale, regolarmente sposato e con figli. Perché tutte quelle aperture che – pur riconfermando la dottrina tradizionale sul matrimonio, l’unica forma di unione pienamente accettata dalla Chiesa cattolica – si erano intraviste a metà assemblea, con la Relatio post disceptationem che faceva la sintesi della prima settimana di lavori, sono scomparse (quasi) del tutto nella Relatio finale.

Dopo la pubblicazione del primo documento, nel dibattito all’interno dei circoli minori, i settori più conservatori dell’episcopato hanno sbraitato contro quello che sembrava loro essere uno stravolgimento della dottrina. La mediazione si è risolta con un compromesso nettamente al ribasso, come emerge dal confronto fra i paragrafi maggiormente dibattuti.

Sulla questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati – che aveva egemonizzato il dibattito pre-sinodale – ci sono stati evidenti passi indietro. Se nella prima formulazione si faceva presente l’eventualità di consentire l’accesso ai sacramenti «preceduto da un cammino penitenziale», sebbene come «possibilità non generalizzata, frutto di un discernimento attuato caso per caso», nella Relazione finale questa strada viene ridimensionata a tema da «approfondire». Il tabù è rotto, ma la questione è ancora tutta da discutere.

L’arretramento più forte è sulle coppie omosessuali. Nel documento di metà Sinodo, con una certa dose di coraggio rispetto alle posizioni tradizionali, si diceva che, «senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner» e dei «bambini». Affermazioni stravolte nella Relazione finale: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Scompare la coppia – questo era l’elemento di novità –, restano i singoli, che vanno al massimo «accolti con rispetto». Esattamente quello che il magistero già prevede (infatti la frase è tratta da un documento del 2003 della Congregazione per la dottrina della fede allora guidata dal card. Ratzinger). Questi paragrafi, fra l’altro sono quelli che hanno registrato il maggior numero di voti contrati, non riuscendo a raggiungere il quorum dei due terzi. E siccome pare difficile che si sia trattato un’opposizione “da sinistra” – tranne forse qualche voto isolato –, la conclusione è che l’episcopato mondiale annovera una larga fetta di vescovi conservatori che hanno avuto la forza di far emendare in senso regressivo il documento e che hanno espresso la loro contrarietà a quei paragrafi che lasciano qualche minimo spiraglio a possibili spifferi riformisti.

«La relazione conclusiva arretra rispetto a quella della prima settimana» – rileva anche il movimento Noi Siamo Chiesa –, tuttavia è possibile rintracciare qualche elemento di progresso. A cominciare dalla scelta di papa Francesco di rendere trasparente l’esito delle votazioni, indicando i numeri di favorevoli e contrari, che ha così messo in evidenza che su alcune questioni l’episcopato non è unanime ma la pensa diversamente. Quella divisione che c’è sempre stata fra vertici ecclesiastici e Chiesa di base ora emerge anche in alto. E poi che la discussione si è aperta, anche se i risultati, per ora, appaiono scarsi: il «non negoziabile» non è stato intaccato, ma almeno è diventato oggetto di discussione.

I conservatori esultano per aver arginato gli innovatori, i riformisti sono soddisfatti per aver lasciato qualche porta socchiusa. Il confronto proseguirà per un anno – qualcuno ipotizza la possibilità di un nuovo questionario mondiale sui temi maggiormente dibattuti – in attesa dell’assemblea ordinaria dei Sinodo di ottobre 2015, quando arriveranno le proposte finali. Ma l’ultima parola, essendo i Sinodi organismi consultivi, spetterà al papa.

La morte di Gesù. Un rivoluzionario crocefisso dai poteri mondani

22 ottobre 2014

“Adista”
n. 37, 25 ottobre 2014

Luca Kocci

Indagando sulla morte di Gesù e su quello che accadde dopo la sua crocefissione è possibile capire molto del percorso della Chiesa attraverso i secoli e della stessa Chiesa cattolica di oggi. Si comprende, per esempio, perché i radicali contenuti politico-sociali del messaggio evangelico siano stati depotenziati e incanalati su un piano spirituale; per quale motivo le donne, da protagoniste che furono al tempo di Gesù vivo, nella Chiesa siano state declassate in un ruolo secondario e ancillare rispetto agli uomini; perché è stata costruita un’istituzione ecclesiastica mai pensata da Gesù, tantomeno nelle dimensioni elefantiache e gerarchiche come si sono andate configurando e strutturando in età moderna e contemporanea, fino al nostro presente.

Sono alcuni degli aspetti che si possono cogliere nell’ultimo libro di Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù. Indagine su un mistero (Milano, Rizzoli, 2014, pp. 358, euro 18), una puntuale ricerca che, sulla base dell’analisi rigorosa e dettagliata dei testi (soprattutto i Vangeli canonici, ma anche alcuni apocrifi, gli Atti degli apostoli, le lettere paoline e altri documenti dei primi secoli), utilizzando gli strumenti dell’esegesi, della storiografia e dell’antropologia, ricostruisce in maniera approfondita la morte di Gesù – non solo i fatti del “venerdì santo”, ma il filo rosso della morte attraverso la sua intera esistenza terrena – e gli eventi successivi, che risultano decisivi per la comprensione della Chiesa di oggi. A dimostrazione che non solo è possibile una ricerca scientifica assolutamente laica su un passato inevitabilmente trasfigurato e trasformato dalla fede di chi lo ha raccontato – nella fattispecie gli autori dei Vangeli –, ma che tale ricerca può contribuire a spiegare ed interpretare il presente.

Il punto di partenza è la predicazione di Gesù che presto coinvolge un gran numero di persone, attirato dalla sua proposta di «alternativa radicale», non in un aldilà dai contorni indefiniti, ma nel presente della Giudea di Ponzio Pilato e della Galilea di Erode Antipa: un messaggio «destabilizzante», soprattutto per chi deteneva il potere politico, perché Gesù «non era un teologo con lo scopo principale di ideare teorie, divulgarle e farle conoscere ad altri teologi», ma «un uomo d’azione che voleva cambiare la vita delle persone, la realtà concreta dei contadini e degli abitanti dei villaggi». La speranza era chiara: che «Dio trasformasse il mondo», che operasse un «capovolgimento della società iniqua», perché Dio e mammona sono incompatibili. Il bersaglio principale di Gesù, sebbene non l’unico, è il «potere iniquo dei ricchi», quello che gli attirerà buona parte delle ostilità.

Al culmine della sua azione, arriva l’arresto, la condanna a morte e la crocefissione, che il volume narra e analizza con dovizia di particolari. Preannunciata dallo stesso Gesù, ma non per questo da lui ritenuta indispensabile per la venuta del Regno e per la salvezza degli esseri umani – anzi Gesù non voleva morire, fino alla fine cerca un’alternativa, sostengono Destro e Pesce –, la sua morte è voluta da molti: il potere politico, l’aristocrazia sacerdotale, i farisei, i sadducei. La condanna è decretata ed eseguita dal potere romano, anche se nella successiva stesura dei Vangeli la responsabilità verrà addossata soprattutto al popolo ebraico, e la morte stessa sarà proclamata necessaria e inscritta nel progetto divino.

Il movimento dei seguaci di Gesù si trasforma, anche perché il Regno annunciato non era arrivato e bisognava quindi spostare il suo avvento avanti nel tempo – in un futuro indeterminato –, riformulando il messaggio per adattarlo alla nuova situazione. «Quello postgesuano – scrivono gli autori – non era più un movimento teso al mutamento della società nel suo complesso, ma era fatto di persone che ambivano alla pienezza spirituale e al contatto con il divino». «Il mutamento complessivo dell’intera società e la lotta che avrebbe comportato non erano il centro né lo scopo principale dell’esperienza dei nuovi adepti. La denuncia della ricchezza e il bisogno di un rovesciamento dei rapporti tra ricchi e poveri che erano stati centrali per Gesù sembrano attenuarsi, se non arretrare, poco dopo la sua morte».

Il movimento viene rifondato, senza peraltro che Gesù avesse fornito indicazioni organizzative. Le narrazioni diventano plurali – diversi storici parlano di «cristianesimi» più che di cristianesimo –, nascono le Chiese: non più un «cuneo interstiziale nel nucleo domestico» – come ai tempi di Gesù vivo –, ma vere e proprie istituzioni, spazi conformati alle logiche delle regole domestiche, nelle quali le donne si trovano automaticamente in posizione subalterna. Il «rovesciamento generale della società sognato dalle beatitudini» non c’è più, la liberazione diventa spirituale.

Una storia di ieri, che ha molto a che fare con la Chiesa di oggi.

Marino ci mette la firma

19 ottobre 2014

“il manifesto”
19 ottobre 2014

Luca Kocci

«Oggi ci sentiamo meno soli e meno clandestini, la nostra città ci ha riconosciuto per quello che siamo». Al di là dei vissuti e delle emozioni personali, è questa la convinzione delle 16 coppie omosessuali che ieri mattina in Campidoglio si sono viste trascrivere, direttamente dal sindaco, nel registro dello stato civile il matrimonio che avevano celebrato all’estero in anni precedenti.

Non si tratta ancora del registro delle unioni civili – la delibera che lo istituisce potrebbe arrivare nell’aula consiliare già nelle prossime settimane – ma, tecnicamente, di un’estensione dello stato di famiglia. Un atto simbolico quindi, che non ha valore giuridico, ma un forte significato politico: perché l’amministrazione capitolina riconosce questi cittadini come coppia e perché pungola Parlamento e governo a varare una legge nazionale che regoli le unioni fra persone omosessuali.

Che da questo punto di vista l’atto sia significativo lo dimostrano più di tutto i tentativi della destra di bloccarlo e di delegittimarlo. «Marino firma autografi», reagisce sul suo profilo facebook il ministro degli Interni Alfano che qualche giorno fa aveva rilanciato il divieto ai sindaci, totalmente ignorato, di procedere alle trascrizioni e invitato i prefetti, con una circolare, ad annullarle qualora fossero state effettuate. «Il sindaco Marino ha firmato trascrizioni per nozze gay – prosegue il titolare del Viminale –. Ribadisco: per l’attuale legge italiana, ciò non è possibile. La firma di Marino non può sostituire la legge e non ha dunque alcun valore giuridico. In pratica, il sindaco Marino ha fatto il proprio autografo a queste, peraltro rispettabilissime, coppie». E a giorni potrebbe arrivare l’annullamento da parte del prefetto Pecoraro, che ha intimato al sindaco di «cancellare le trascrizioni, altrimenti provvederò ad annullarle».

Severe anche le scomuniche della Cei e del Vicariato di Roma. La trascrizione dei matrimoni delle coppie omosessuali celebrati all’estero – afferma la nota della diocesi di Roma – è «una scelta ideologica, che certifica un affronto istituzionale senza precedenti» fondato su una «mistificazione sostenuta a livello mediatico e politico». Per la Cei la scelta di Marino «sorprende perché, oltre a non essere in linea con il nostro sistema giuridico, suggerisce un’equivalenza tra il matrimonio ed altre forme che ad esso vengono impropriamente collegate». Una vera e propria scomunica: «Una tale arbitraria presunzione, messa in scena proprio a Roma in questi giorni, non è accettabile», dicono i vescovi italiani. I diritti delle persone, prosegue la nota, vanno salvaguardati «senza mai prevaricare il dato della famiglia», la cui «originalità non può essere diluita, se ci sta veramente a cuore il “bene comune” che è la differenza, dei generi e delle generazioni» e «se ci preme la famiglia». La cui bellezza, ricordano i vescovi, «nasce dall’incontro di un uomo e di una donna e si apre al dono dei figli, in virtù di un legame indissolubile, è ancora tra i desideri più autentici dei giovani in ogni parte del mondo».

La cronaca della giornata comincia presto. Alle nove del mattino il Campidoglio è blindato. Militia Christi e altri movimenti cattolici integralisti avevano annunciato manifestazioni di protesta, ma non si fanno nemmeno vedere. In piazza Venezia creano un po’ di caos al traffico alcuni militanti del Nuovo centro destra con le loro bandierine e cartelli con l’articolo 29 della Costituzione. Sotto il Marco Aurelio a cavallo, qualche altro contestatore. Alla fine, messi tutti insieme, saranno poco più dei proverbiali quattro gatti.

Una giovane donna francese, in piazza del Campidoglio per partecipare ad un matrimonio civile di alcuni amici, si informa sulla presenza della polizia che blocca gli ingressi. Quando apprende il motivo, resta sorpresa: «Ma come, in Italia non c’è una legge per le unioni omosessuali?», chiede. Arriva Francesco D’Ausilio, capogruppo Pd in Comune: «Quello di oggi è un gesto politico dell’amministrazione per dare concretezza alle battaglie sui diritti civili. Nessun atto burocratico potrà fermare il cambiamento, già in atto, e impedire il diritto di tutte e tutti a costruire un proprio progetto familiare. Chi ancora dice no è fuori dal tempo».

La sala della Protomoteca è gremita: ci sono parenti e amici delle 16 coppie, “famiglie arcobaleno” con i loro bambini, attivisti dei movimenti lgbt, cronisti e telecamere di mezzo mondo. L’atmosfera è di festa. Alle 11 arriva Marino, accompagnato dal vicesindaco Nieri e dall’assessora alle pari opportunità Cattoi e accolto dall’applauso dei presenti. «Oggi per molti di voi, per me, per l’amministrazione è un giorno speciale. Ma dobbiamo fare ancora tanta strada perché diventi in giorno normale», dice il sindaco nel suo breve saluto. «Trascrivere i vostri matrimoni nel registro dello stato civile di Roma è un atto importante per la vita di tante e tanti, ma nel futuro noi vorremmo non limitarci a trascrivere un diritto, ma a scriverlo».

Poi si comincia. «Le signore Grassadonia e Terrasi sono pregate di accomodarsi. Avete contratto matrimonio nel 2009 a Barcellona…», legge Marino, e così per 16 coppie, 11 formate da due uomini – ma c’è anche una trans – e 5 da due donne, tutte sposate (in Canada, Usa, Spagna, Portogallo…), molte con neonati e bambini piccoli. Dopo la trascrizione, durante la foto di rito, qualcuno esulta, altri sollevano l’atto come un trofeo, in segno di vittoria. Alla fine il sindaco legge una poesia di Neruda: «Se saprai starmi vicino, e potremo essere diversi … Allora sarà amore e non sarà stato vano aspettarsi tanto».

Fuori, in piazza del Campidoglio, tenuti a distanza da un cordone di polizia, una quarantina di contestatori. Gridano «Vergogna», «Buffoni». «La vostra cultura e contro natura», «Marino Famigliofobico», «La famiglia non è una trascrizione» si legge su striscioni ricavati dal retro di vecchi manifesti di Teodoro Buontempo. Ci sono esponenti del “Comitato della famiglia” che dicono di opporsi alla «disgregazione della famiglia». «L’unica famiglia che esiste è quella tradizionale», aggiunge Daniele Pinti, consigliere di Forza Italia al VI municipio. «L’ennesima buffonata del sindaco che avrà 24 ore di gloria ma lunedì questo atto sarà annullato», aggiunge Giordano Tredicine, vice-coordinatore regionale di Forza Italia. E Luca Gramazio, capogruppo in Regione di Forza Italia, accusa il sindaco di «voler nascondere i danni della sua amministrazione con questa buffonata e di prendere in giro sia la famiglia tradizionale sia le coppie omosessuali perché questo atto sarà cancellato dal prefetto».

Dall’alto della scalinata della chiesa dell’Ara Coeli un gruppetto di attivisti lgbt grida «fascisti, andate a casa, andate a fare la calzetta». Suggerimento accolto: poco dopo i contestatori del sindaco ripiegano gli striscioni e se ne vanno, fra ali di turisti che finalmente possono salire in Campidoglio.

Le diverse strade dell’unico amore. La proposta dei cristiani lgbt europei al sinodo

17 ottobre 2014

“Adista”
n. 36, 18 ottobre 2014

Luca Kocci

«Se la Chiesa vuole cambiare atteggiamento nei confronti degli omosessuali, in realtà deve modificare il proprio atteggiamento nei confronti del sesso in generale. Come posso spiegarlo ai padri sinodali?». Così Geoffrey James Robinson, vescovo emerito della diocesi di Sydney, ha concluso il proprio intervento durante la conferenza teologica internazionale “Le strade dell’amore”, organizzata a Roma, lo scorso 3 ottobre, dal Forum europeo di cristiani lgbt.

Un’occasione – a cui hanno partecipato oltre 200 persone arrivate da tutto il mondo – per rilanciare, alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, quello che dovrebbe essere uno dei temi portanti del Sinodo: la pastorale per le persone omosessuali e transessuali, anche alla luce – lo ha ricordato Marco Politi, vaticanista del Fatto quotidiano, che ha moderato l’incontro – della ormai famosa affermazione di papa Francesco, «chi sono io per giudicare un gay?». Parole di apertura che, ritiene Politi, potranno diventare riforma solo se ci sarà reale partecipazione da parte di tutto il popolo di Dio, perché «il dibattito non si svolgerà solo nell’aula del Sinodo ma anche al di fuori»: è cominciato con il questionario diffuso fra i cattolici di tutto il mondo lo scorso anno e proseguirà nell’anno che trascorrerà fra la fine dell’Assemblea straordinaria – il prossimo 19 ottobre – e il Sinodo ordinario, nell’ottobre 2015. Solo allora si capirà se i tentativi di riforma avranno successo o se vinceranno «i lupi», ovvero i conservatori, gli oppositori di ogni aggiornamento, come li ha chiamati lo stesso Politi nel suo ultimo libro sul pontificato di Bergoglio (Francesco tra i lupi, Laterza).

Il vescovo Robinson: gli atti gay sono naturali

«L’argomentazione costantemente ripetuta dalla Chiesa cattolica – spiega Robinson – è che Dio ha creato il sesso tra esseri umani per due ragioni: per la procreazione e come mezzo di espressione e nutrimento dell’amore all’interno di una coppia». Insomma ha stabilito che  «l’atto sessuale è “secondo natura” solamente quando adempie ad ambedue questi scopi stabiliti da Dio, che ambedue sono autenticamente presenti solo all’interno del matrimonio e solamente quando il rapporto è aperto alla nuova vita. Tutti gli altri usi della capacità sessuale sono moralmente sbagliati, pertanto, se questo è il punto di partenza, non c’è possibilità di approvazione per gli atti omosessuali». Ma è Dio stesso ad aver creato eterosessuali ed omosessuali, e «non è un errore che gli esseri umani sono incaricati di riparare», prosegue il ragionamento il vescovo emerito di Sydney. «Gli unici atti sessuali naturali per gli omosessuali sono gli atti omosessuali. Non è una libera scelta compiuta tra due cose ugualmente attraenti, ma qualcosa di profondamente impresso nella loro natura, qualcosa di cui non possono semplicemente sbarazzarsi. Gli atti omosessuali sono per loro naturali, gli atti eterosessuali invece no. Gli omosessuali non possono compiere quelli che la Chiesa chiamerebbe atti “naturali” in un modo che sia naturale per loro. Perché allora dovremmo sostenere che gli omosessuali agiscono contro natura quando agiscono in accordo con l’unica natura di cui abbiano mai avuto esperienza?». Pertanto, prosegue Robinson, questo insegnamento della Chiesa è «contro la logica» e «contro la stessa legge naturale». La strada da percorrere allora è diametralmente opposta: abbandonare «un’etica che vede il sesso in termini di offesa rivolta direttamente a Dio, che mette l’accento sull’atto fisico invece che sulla persone e le relazioni, che non deriva dal Vangelo, che si basa su un’asserzione invece che su un’argomentazione logica» e, al contrario, valorizzare la sessualità quando è espressione piena di un amore autentico e genuino fra le persone. «Gli atti sessuali – conclude il vescovo – piacciono a Dio quando collaborano a costruire le persone e le relazioni, dispiacciono a Dio quando danneggiano le persone e le relazioni».


Lo Spirito non attende il permesso di Pietro 

Le persone cattoliche omosessuali non sono «cittadine di seconda classe nella città di Dio, ma cittadine a pieno titolo», ha aggiunto James Alison, prete e teologo cattolico. «Non devono adattarsi a regole scritte da altri, perché fanno parte del popolo di Dio per il sol fatto di esistere. È chi mette paletti a stravolgere l’idea stessa di Dio, quindi non dobbiamo commettere l’errore di pensare che costoro siano i veri interpreti del Vangelo». Anzi, ha proseguito Alison, proprio perché «portatori del carattere di una varianza umana minoritaria, omosessuali e transessuali possono diventare i protagonisti di una nuova evangelizzazione capace di aiutare i loro fratelli a liberarsi di tanti tabù e dal clima di oppressione e di discriminazione che si respira in molte parti del mondo». La Verità, conclude, «irrompe, non attende che qualcuno decida di cambiare le regole, lo Spirito Santo non attende il permesso di Pietro».

«Lo Spirito, da sempre, ha frantumato gli schemi umani e religiosi», rilancia la teologa domenicana Antonietta Potente, il cui intervento verrà pubblicato integralmente nel prossimo numero di Adista Documenti. «Tramite Gesù si percepì appena chi era Dio, ma poi Gesù aprì un altro varco, come il profeta e “uscì” e lasciò lo Spirito. Lo Spirito non ha delle caratteristiche normative, anzi le dis-ordina, le scompiglia, le scompone. Solo una teologia di Gesù secondo lo Spirito, può provocare altri passi nella nostra vita di ecclesia. Non quella di un Gesù dogmatico o moralista». Pertanto, prosegue, «fossi al vostro posto non chiederei molte cose alla comunità ecclesiale, se non che ammetta la sua ottusità e le sue innumerevoli colpe legate a questa problematica, i suoi abusi sulla carne viva delle persone, il suo falso potere che ha bloccato la creatività del bene nella vita di donne e uomini semplicemente umani. Non chiedete solo accompagnamento, comprensione, perché altrimenti la Chiesa farà ciò che ha fatto per secoli con i popoli considerati poveri. Non permettete e non continuate a dare adito a queste relazioni di falsa benevolenza. Nessuno di voi è un “poverino”; ciascuno nell’assemblea cristiana deve entrarci e parlare con parresia e questa sarà la sua autorità, per aiutare a capire, insieme ad altri e altre che fanno scelte diverse, come prenderci cura della storia».

Coppie gay, non più tabù

14 ottobre 2014

“il manifesto”
14 ottobre 2014

Luca Kocci

Qualche spiraglio sulla questione dei divorziati risposati, chiusura netta sulla contraccezione, alcune aperture di credito sulle relazioni di amore che legano le coppie conviventi o sposate solo civilmente e le coppie omosessuali, pur ribadendo in maniera ferma la dottrina sul matrimonio.

A metà dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia – cominciata in Vaticano lo scorso 5 ottobre – ieri l’intervento (Relatio post disceptationem) del cardinal Péter Erdő, relatore generale dell’assise, ha fatto la sintesi dei lavori della prima settimana e ha dato il via al confronto di questa seconda settimana, che si svolgerà non più in assemblea ma nei circoli minori per gruppi linguistici.

Sul tema che ha caratterizzato il dibattito pre-sinodale – soprattutto sui media –, quello dell’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati (al momento sono esclusi), sembra prevalere la linea riformista di cauta apertura del cardinal Kasper, attaccata duramente dalla minoranza conservatrice. Si parla della possibilità di «rendere più accessibili ed agili le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità» dei matrimoni, anche incrementando le responsabilità del vescovo diocesano – soluzione gradita ai settori tradizionalisti –, ma anche, come suggeriva Kasper, di prevedere la possibilità dell’accesso ai sacramenti, «preceduto da un cammino penitenziale», valutando caso per caso. Bocciata senza appello, invece, la proposta del cardinal Scola di limitarsi alla «comunione di desiderio». «Se è possibile la comunione spirituale – spiega Erdő, riportando l’opinione di molti padri sinodali –, perché non poter accedere a quella sacramentale?».

Confermata la chiusura sulla questione della contraccezione, come del resto risultava chiaro già dall’Instrumentum laboris (la traccia di lavoro del Sinodo), nonostante ai vescovi sia chiaro che i fedeli non seguono da tempo le indicazioni del magistero. È vero che spesso non si fanno figli perché le coppie sono senza lavoro e senza casa («i fattori di ordine economico esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità»), tuttavia si ribadisce che «l’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell’amore coniugale». Vanno bene i metodi naturali di controllo delle nascite, non quelli artificiali. Il punto di riferimento resta la Humanae Vitae di Paolo VI, che su questo argomento ha messo una pietra tombale.

Le aperture di credito più sorprendenti arrivano sul fronte dei matrimoni civili, delle convivenze e delle coppie omosessuali. Queste unioni ovviamente non vengono approvate – il matrimonio canonico resta l’unica forma pienamente accettata –, ma viene riconosciuto loro un certo valore. Bisogna cogliere «la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze», all’interno delle quali vi sono «elementi costruttivi», spiega Erdő. La convivenza «è spesso scelta a causa della mentalità generale, contraria alle istituzioni ed agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso)». «Anche in tali unioni – proseguono i vescovi – è possibile cogliere autentici valori familiari o almeno il desiderio di essi». E delle coppie omosessuali – dopo aver duramente attaccato l’«ideologia del gender» – si ricorda che «non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna», ma «si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner» e dei bambini. Poca cosa, in termini assoluti, ma un significativo cambio di marcia rispetto alla durezza espressa durante i pontificati di Wojtyla e di Ratzinger e tutt’ora contenuta nel Catechismo della Chiesa cattolica.

All’ordine del giorno non ci sono rivoluzioni copernicane, anche perché viene ribadito il metodo della «gradualità» e la necessità di unire «dottrina» e «misericordia». Ma ad oggi la linea intransigente pare ridimensionata. Sabato arriverà la relazione finale.

Seggio pontificio per le elezioni regionali calabresi. Lo chiede il vescovo di Cosenza

10 ottobre 2014

“Adista”
n. 35, 11 ottobre 2014

Luca Kocci

Dove si vota per eleggere il nuovo presidente della Regione Calabria? In Vaticano. Potrebbe succedere anche questo se venisse accolta la proposta avanzata qualche giorno fa al ministro degli Interni Angelino Alfano da parte di mons. Salvatore Nunnari, arcivescovo metropolita di Cosenza-Bisignano e presidente della Conferenza episcopale calabra, e di Franco Corbelli, leader del movimento Diritti Civili: allestire un seggio elettorale all’interno delle Mura leonine per l’elezione del presidente della Calabria, in programma per il prossimo 23 novembre.

La bizzarra proposta – che però è stata formalmente presentata – è motivata dalla concomitanza di un importante evento religioso. Il 23 novembre infatti, oltre alle elezioni, è programmata la canonizzazione in piazza San Pietro di fra’ Nicola dei Longobardi, al secolo Giovanni Battista Clemente Saggio (1650-1709), religioso dell’Ordine dei Minimi, a cui è prevista la partecipazione di migliaia di calabresi.

Inizialmente mons. Nunnari aveva chiesto lo spostamento delle elezioni (in Calabria si voterà in autunno per rinnovare il Consiglio regionale, a causa delle dimissioni dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti, condannato a sei anni di reclusione per abuso e falso, quando era sindaco di Reggio Calabria, e interdetto dai pubblici uffici). Ma visto che la data è rimasta quella, allora il vescovo di Cosenza ha deciso di appoggiare la proposta di Corbelli: sistemare un’urna (elettorale!) in Vaticano, per permettere ai fedeli di partecipare alla canonizzazione e poi di votare. «È grave e assolutamente ingiustificato negare di fatto alle migliaia e migliaia di fedeli calabresi, che il 23 novembre saranno presenti a Roma per la canonizzazione di fra’ Nicola da Longobardi, il diritto al voto. Perché di questo si tratta», dice Corbelli, con il sostegno di mons. Nunnari. «Le istituzioni hanno il dovere di rispettare una giornata destinata a restare nella storia della Chiesa e del popolo calabrese». Come? Con la predisposizione di un seggio elettorale in Vaticano «per consentire alle migliaia e migliaia di calabresi, muniti di certificato elettorale, di poter votare regolarmente. È questa la soluzione più giusta per non penalizzare le migliaia di fedeli calabresi, per rispettare la Chiesa e l’importante, storico evento religioso e per andare così incontro alle richieste di alcuni sindaci, dei frati minimi del santuario di san Francesco di Paola e del presidente della Conferenza episcopale calabra».

A sostenere l’idea del seggio calabrese in territorio pontificio è anche Antonella Stasi, presidente facente funzioni della Regione Calabria, che dice di condividere «pienamente» l’appello di Corbelli e mons. Nunnari. Fosse dipeso solo da lei, Stasi avrebbe già portato l’urna sotto il colonnato di San Pietro. «Purtroppo» però, spiega in una nota la presidente, la decisione non spetta alla Regione ma alla Corte d’Appello, «nella sua veste di Ufficio Centrale elettorale, che deve nominare il presidente del seggio speciale, così istituendolo entro le 16 del sabato immediatamente precedente il giorno dell’elezione. Sarà nostra cura avanzare apposita formale richiesta». C’è ancora speranza, quindi. Anzi certezze, secondo Corbelli: «Sono sicuro – spiega – che grazie anche alla volontà e al sostegno di monsignor Nunnari e della Chiesa, che stanno dimostrando in questa vicenda, come al solito, grande senso di responsabilità e assoluta disponibilità, il seggio speciale in Vaticano si farà e sarà anche un evento che farà parlare e farà conoscere in tutta Italia e nel mondo il nuovo santo calabrese».

Famiglia, il Sinodo apre alle unioni civili

8 ottobre 2014

“il manifesto”
8 ottobre 2014

Luca Kocci

Entrano nel vivo i lavori della terza assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema della famiglia. Dopo la messa di apertura di domenica – quando papa Francesco ha ammonito «i cattivi pastori che caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito» – e l’introduzione (Relatio ante disceptationem) del relatore generale, il cardinal Péter Erdő, arcivescovo di Budapest, nel pomeriggio di lunedì e nell’intera giornata di ieri il dibattito ha cominciato ad affrontare due dei nodi centrali del Sinodo, forse gli unici sui quali sarà possibile qualche riforma sostanziale: le questioni dei divorziati risposati e delle coppie di fatto.

Il quadro generale non muta, ma nessuno poteva realisticamente aspettarsi il contrario. «La famiglia è nucleo fondamentale della società umana», «il matrimonio è e resta un sacramento indissolubile», hanno ribadito i 191 padri sinodali riuniti in Vaticano insieme a Bergoglio. Tuttavia, fatta la premessa che non si tratta di mettere in discussione la dottrina ma di riflettere ed aggiornare la pastorale – puntualizzata da molti di coloro che sono intervenuti –, sono emerse delle parole di apertura che avevano caratterizzato anche il dibattito pre-sinodale. «Le unioni di fatto in cui si conviva con fedeltà ed amore presentano elementi di santificazione e di verità», è stato detto durante la discussione della seconda congregazione generale (il dibattito all’interno dell’assemblea al completo). Un concetto rafforzato dal preposito generale della Compagnia di Gesù – ovvero il superiore mondiale dei gesuiti, il cosiddetto “papa nero” –, che partecipa al Sinodo, padre Adolfo Nicolás Pachón, in un’intervista a Vatican Insider: «Può esserci più amore cristiano in un’unione canonicamente irregolare che in una coppia sposata in chiesa».

E ieri mattina, nella terza congregazione generale, è stato auspicato che la Chiesa offra il proprio insegnamento «presentando la dottrina non come un elenco di divieti, ma facendosi vicina ai fedeli, così come faceva Gesù. In questo modo – hanno notato alcuni interventi –, agendo con empatia e tenerezza, sarà possibile ridurre il divario tra la dottrina e la prassi, tra gli insegnamenti della Chiesa e la vita quotidiana delle famiglie». E sui divorziati risposati – che al momento la dottrina esclude dall’accesso ai sacramenti perché li considera peccatori conclamati – è stato detto che l’eucaristia «non è il sacramento dei perfetti, ma di coloro che sono in cammino».

Su questo punto in particolare c’è stato anche l’intervento pesante del cardinal Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca: «La maggioranza dei vescovi tedeschi – ha detto Marx – è d’accordo con la proposta del cardinal Kasper». Ovvero quella proposta –

consentire loro l’accesso ai sacramenti dopo un percorso penitenziale – che ha catalizzato l’attenzione del dibattito nelle settimane precedenti l’inizio del Sinodo e contro la quale i settori più conservatori della Curia romana e dell’episcopato hanno fatto muro, con l’intenzione di stoppare preventivamente ogni eventualità di aggiornamento anche su altri aspetti.

Volendo riassumere calcisticamente la situazione dopo tre giorni di dibattito – con tutte le approssimazioni del caso –, si potrebbe sintetizzare con un riformisti-conservatori 1-0. Ma il calcio di inizio è stato appena dato e la partita è ancora molto lunga. E soprattutto dovranno venire al pettine nodi decisamente più complessi e su cui la chiusura pare più netta – dalle coppie omosessuali alla contraccezione – che fino ad ora non sono stati nemmeno sfiorati.