Archive for novembre 2014

Diminuiscono i soldati, aumentano i cappellani militari. E volano le spese per lo Stato

30 novembre 2014

“Adista”
n. 43, 6 dicembre 2014

Luca Kocci

Aumenta il numero dei cappellani militari delle Forze armate italiane. La legge di bilancio per il 2015 ne prevede 32 in più (quasi il 20%) rispetto al 2014: i preti soldato saranno 205, invece dei 173 attualmente in servizio. E ovviamente crescono anche i costi per il ministero della Difesa, dal momento che i cappellani sono inseriti a pieno titolo nelle Forze armate, con gradi e stipendi corrispondenti, che vanno dai 2.500 euro lordi per i cappellani semplice (tenente) ai 9mila per l’ordinario (generale di Corpo d’armata). Nel 2015 per il mantenimento dell’Ordinariato, gli stipendi dei cappellani e i vari benefit, come per esempio le automobili di servizio – escludendo quindi il pagamento delle pensioni, che costano altri 7-8 milioni di euro l’anno –, verranno spesi 10.445.732 euro. Nel 2013 per 169 cappellani ne furono spesi 7.680.353, nel 2014 per 173 cappellani 8.379.673. In tre anni, pertanto, la spesa a carico dello Stato è cresciuta del 35%, ovvero di 2.765.379 euro. Niente male in epoca di tagli alla spesa pubblica e di riduzione del personale delle Forze armate.

Ci ha provato, come del resto altri in passato – gli ultimi in ordine di tempo furono nel 2012 i Radicali Maurizio Turco e Marco Perduca, allora stoppati dal presidente della Camera Gianfranco Fini (v. Adista Notizie n. 47/12) –, il deputato del Partito democratico, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (ex Radicale anche lui), a presentare un emendamento per sganciare le spese per i cappellani militari dal bilancio dello Stato, ma non c’è stato nulla da fare: il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd anche lui), lo ha dichiarato «inammissibile», con la stessa motivazione dei suoi predecessori, ovvero che l’argomento è oggetto di un’Intesa fra Stato italiano e Conferenza episcopale italiano e quindi non può essere modificato unilateralmente. Ma, come Adista ha spiegato più volte, quell’Intesa semplicemente non esiste (v. Adista Notizie nn. 4, 5 e 15/14).

Sulla questione è intervenuto anche l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, che indossa contemporaneamente la talare e le tre stellette di generale di Corpo d’armata. Intervistato dalla “iena” Luigi Pelazza (nella trasmissione andata in onda su Italia1 lo scorso 19 novembre) ha spiegato: «Il problema non è mantenere lo stipendio. Il problema è garantire al cappellano militare di svolgere il proprio servizio» all’interno delle Forze armate. «L’Intesa – ha aggiunto – potrebbe prevedere che i gradi rimangano, ma che a quei gradi non corrisponda la remunerazione prevista». Parole di grande disponibilità – il governo le prenderà in considerazione? –, che però stonano con quelle pronunciate dallo stesso arcivescovo castrense appena due settimane fa sulle colonne di Famiglia Cristiana. «La realtà militare – spiegava Marcianò al settimanale dei Paolini – può essere capita bene solo “dal di dentro”. Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato», un «segno di condivisione». Anche «lo stipendio – prosegue – è calcolato in base al servizio reso allo Stato, così come avviene per gli insegnanti di religione nelle scuole» (v. Adista Notizie n. 41/14).

In attesa di capire quale sia l’autentico Marcianò – se quello smilitarizzato delle Iene o quello militarista di Famiglia Cristiana –, Giachetti semplifica, e rilancia: «Siccome i cappellani non sono costretti ad intascare lo stipendio di militari, perché non vi rinunciano autonomamente?»

Il papa: «Fedi unite contro il terrore». E a Erdogan: «Garantire i diritti»

29 novembre 2014

“il manifesto”
29 novembre 2014

Luca Kocci

Nella prima giornata del suo viaggio apostolico in Turchia, avamposto della Nato nel conflitto contro l’Is, papa Francesco ribadisce la condanna della «soluzione militare» nei confronti del califfato.

La situazione è grave, ha detto ieri Bergoglio incontrando il presidente Erdogan – con cui ha avuto anche un colloquio privato – e le altre autorità turche. «In Siria e in Iraq la violenza terroristica non accenna a placarsi», vengono violate le «più elementari leggi umanitarie nei confronti di prigionieri e di interi gruppi etnici» («specialmente, ma non solo, i cristiani e gli yazidi»), «centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case e la loro patria per poter salvare la propria vita e rimanere fedeli al proprio credo». Pertanto «è lecito fermare l’aggressore ingiusto», ma «sempre nel rispetto del diritto internazionale». «Non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare», ha puntualizzato il papa, le risorse non vanno destinate agli «armamenti» – bocciata quindi la fornitura di armi che anche l’Italia sta mettendo in atto – ma «alle vere lotte degne dell’uomo», ovvero «contro la fame e le malattie», «per lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia del creato». Insomma la soluzione non sono le bombe, anche se “umanitarie”. La risposta alla guerra non è la guerra. La strada è invece quella di «utilizzare con lealtà, pazienza e determinazione tutti i mezzi della trattativa».

Quello cominciato ieri è un viaggio delicato, denso di significati geopolitici e religiosi. La Turchia infatti è contemporaneamente la cerniera fra Europa e Medio Oriente e il crocevia fra mondo musulmano, cristiano ortodosso e cristiano cattolico. E se ieri il tema è stato soprattutto la politica – compreso un richiamo ad Erdogan sulla libertà religiosa («è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani, tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri» –, la giornate di oggi e di domani saranno dedicate alle relazioni interreligiose ed ecumeniche. Questa mattina Francesco sarà in visita a Santa Sofia – basilica bizantina, poi moschea dopo la presa di Costantipoli da parte degli Ottomani nel 1453, infine museo con la Turchia laica di Ataturk –, quindi entrerà nella moschea del sultano Ahmet, la “moschea blu”. Un itinerario analogo a quello di papa Ratzinger, nel 2006, che nella moschea blu si soffermò in preghiera dinanzi al Mihrab, l’edicola che indica la direzione della Mecca, «come un musulmano», titolò un quotidiano di Istanbul. Ma allora c’erano da ricucire lo strappo con il mondo islamico dopo l’ambiguo discorso di Ratisbona (dove il papa citò delle frasi contro Maometto dell’imperatore Manuele II Paleologo) e allentare le tensioni dopo le parole Benedetto XVI di netta chiusura all’ingresso della Turchia nell’Unione europea.

Nel pomeriggio poi – dopo la celebrazione di una messa nella cattedrale cattolica dello Spirito Santo e una preghiera ecumenica nella chiesa patriarcale di San Giorgio – comincerà quello che dovrebbe essere il momento centrale del viaggio in Turchia, l’incontro con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, 960 anni dopo lo scisma di Oriente del 1054 fra cattolici e ortodossi. Domani ci sarà la firma di una dichiarazione congiunta di Francesco e Bartolomeo, in grande sintonia fin dall’inizio del pontificato di Bergoglio. «L’intenzione è rafforzare i legami di amicizia, di collaborazione e di dialogo fra le due Chiese», ha spiegato alla Radio Vaticana il segretario di Stato vaticano, card. Parolin. E ha confermato Bartolomeo, in un’intervista pubblicata ieri su Avvenire: «La nuova prospettiva che papa Francesco sta dando al ruolo di vescovo di Roma, alla sinodalità nel governo della Chiesa, sono temi cari all’Oriente, che guarda con particolare attenzione a questi risvolti». Insomma, lascia intendere Bartolomeo, come mille anni fa, il nodo principale ancora da sciogliere resta il papato.

Il mercato del sacro: da gennaio benedizioni papali solo made in Vatican

26 novembre 2014

“Adista”
n. 42, 29 novembre 2014

Luca Kocci

I negozi di articoli religiosi e di souvenir nella zona della basilica di San Pietro non potranno più vendere le pergamene con le benedizioni apostoliche del papa. Il “divieto” scatterà il primo gennaio. Ad annunciarlo una lettera dell’elemosiniere del papa, mons. Konrad Krajewski, in cui viene comunicato agli istituti, agli enti e ai negozi che producono e vendono le pergamene per conto del Vaticano che la convenzione scadrà definitivamente il 31 dicembre 2014, «non verrà più rinnovata né potrà usufruire di ulteriori proroghe».

Finirà così il mercato delle benedizioni a pagamento? Niente affatto. Nessuna dismissione, semplicemente il Vaticano ha deciso di gestirlo interamente in proprio, senza più appaltarlo all’esterno. Per ragioni economiche, motivate con l’intenzione utilizzare tutti i soldi per potenziare la carità e l’assistenza ai poveri, «in modo tale che – ha scritto Krajewski nella lettera – tale servizio possa tornare come in origine esclusivamente di competenza di questo ufficio e rimanere con la sola ed unica finalità caritativa per cui è nata». Ma anche per volontà di centralizzare l’operazione pergamene, facendo piazza pulita degli intermediari.

 

Le pergamene da Leone XIII a Francesco

Le pergamene con la benedizione del papa per alcune occasioni particolari rigidamente definite (matrimoni e anniversari di matrimonio, battesimi, comunioni, cresime, professioni religiose, ordinazioni presbiterali e diaconali, compleanni) furono “inventate” da Leone XIII alla fine del XIX secolo «allo scopo di favorire la raccolta di fondi per le opere di carità». Vendute in tutto il mondo – oggi le pergamene sono realizzate in sette lingue: italiano, inglese, spagnolo, portoghese, francese, tedesco e polacco –, il servizio venne affidato all’Elemosineria apostolica, l’ufficio della Santa Sede con «il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del sommo pontefice», che a sua volta, a partire dagli anni ’50 del ‘900, lo appaltò parzialmente a decine di negozi nella zona di San Pietro. Anche oggi basta fare un giro a piedi per via della Conciliazione, Borgo Pio e Borgo Santo Spirito per vedere sulle vetrine dei negozi di souvenir e articoli religiosi i cartelli che indicano «Benedizioni apostoliche». Nel 2013 le pergamene bollate dall’Elemosineria sono state 337mila, con un incremento del 50% rispetto al 2012 – effetto papa Francesco? –, quando furono 225mila. Di queste, 142mila sarebbero quelle vendute tramite negozi, per cui il Vaticano, al costo di 3 euro a timbro, avrebbe incamerato 426mila euro. E 195mila vendute direttamente dall’Elemosineria. L’incasso complessivo dichiarato dall’Elemosineria – che sarebbe stato interamente utilizzato per l’assistenza ai poveri – ammonta a 1milione e 200mila euro. Ma chi ha fatto i conti in tasca al Vaticano – considerando che l’Elemosineria vende le pergamene ad un prezzo fra i 13 e i 25 euro – suppone che l’introito si aggiri fra i 3 e i 4 milioni di euro.

 

La fabbrica delle pergamene

L’aspetto poco noto, o poco considerato, della decisione dell’Elemosineria è che da gennaio diverse centinaia di persone resteranno senza lavoro. I negozi di souvenir e di articoli religiosi vedranno sicuramente ridotto il loro giro di affari ma non chiuderanno bottega per questo, tranne quei 2-3 che vendono esclusivamente pergamene. Ma i lavoratori dell’indotto, a cominciare dai calligrafi che materialmente realizzano le pergamene, resteranno senza occupazione. Quattrocento-cinquecento persone – donne e uomini con famiglia, mutui da pagare e bollette che scadono – che saranno di fatto licenziati dal Vaticano, anche se dai Sacri palazzi non partirà nessuna lettera di cessazione del rapporto, perché non si tratta di dipendenti del papa.

La filiera delle pergamene pontificie è doppia. Una interna, interamente gestita dall’Elemosineria, che produce e vende direttamente le benedizioni, anche attraverso il proprio sito internet (www.elemosineria.va). E una esterna. Il calligrafo – che lavora da solo o presso uno studio – produce la pergamena su modelli precedentemente approvati dal Vaticano (che quindi “dirige” il sistema), spendendo per carta e stampa circa 2-3 euro a pergamena. La vende poi al negozio che gliel’ha commissionata a 4-5 euro, mettendo insieme, a fine mese, uno stipendio da operaio o poco più. Il negozio porta la pergamena all’Elemosineria dove, al costo di 3 euro l’una, vi viene apposto il timbro a secco dell’ufficio e la firma dell’elemosiniere; poi la rivende al pubblico per cifre che possono variare dai 15 ai 50 euro, a seconda della grandezza e del modello della pergamena.

Con la risoluzione della convenzione con l’Elemosineria, i negozi perderanno un discreto giro di introiti, e saranno costretti a licenziare e ad interrompere le collaborazioni con i calligrafi e con tutti coloro che si occupano delle pergamene – disegnatori, spedizionieri, ecc. –, i veri anelli deboli della catena. Il Vaticano al contrario, anche se presumibilmente il volume complessivo di pergamene diminuirà senza l’ausilio della rete esterna, aumenterà i propri affari, perché le venderà tutte direttamente e tramite il proprio sito, facendole produrre ad un piccolo manipolo di lavoratori ultraprecari che – rivelano alcune fonti – saranno pagati 70-80 centesimi a pergamena. Senza contare che inevitabilmente si svilupperà una sorta di “mercato nero” del sacro, con la vendita di pergamene con il bollo contraffatto – del resto avviene con le i capi di abbigliamento, perché non con le benedizioni papali – oppure di facsimili senza alcun timbro, di cui pochi si accorgeranno.

 

I lavoratori al papa: saremo i nuovi poveri

Qualche mese fa i lavoratori delle pergamene hanno scritto direttamente a papa Francesco per chiedere la sua «intercessione», anche alla luce delle molte parole spese da Bergoglio in difesa dei lavoratori e del lavoro. «Ci rivolgiamo alla Santità vostra, increduli», si legge, che «possiate, seppure inconsapevolmente, provocare la nostra disperazione, gettare nella povertà economica e nella precarietà diverse centinaia di famiglie e l’indotto, togliere loro il lavoro, da voi definito “decoro per le persone che ne hanno”, avallando questa scelta, che ne causa la crudele conclusione, in questo momento di durissima crisi, ancora lungi dal suo termine». Ma dal Vaticano non è arrivata risposta. Così come non è arrivata riposta alla richiesta di un’udienza privata dei lavoratori. Solo qualcuno è riuscito ad avere un incontro con mons. Krajewski, che ha ribadito la decisione già presa. L’elemosiniere del papa giustifica la sua decisione con la motivazione di avere più soldi a disposizione per aiutare i poveri, ma temo che in questo modo si creeranno solo nuovi poveri perché molti di noi perderanno il lavoro che svolgono da decenni e non sarà facile trovarne o reinventarsene un altro, tanto più che in molti non siamo più giovanissimi», spiega ad Adista uno dei calligrafi che produce pergamene per i negozi. In questi giorni, all’approssimarsi della scadenza del 31 dicembre, un nuovo appello, ricordando le parole di papa Francesco all’udienza generale dello scorso 3 settembre rivolte ai dirigenti della Thyssenkrupp di Terni: «Al centro di ogni questione, anche di quella lavorativa, va sempre posta la persona e la sua dignità! Col lavoro non si gioca! E chi, per motivi di denaro, di affari, di guadagnare di più, toglie il lavoro, sappia che toglie la dignità alle persone».

Stellette ai cappellani militari? Botta e risposta fra l’ordinario militare e il coordinatore di Pax Christi

22 novembre 2014

“Adista”
n. 41, 22 novembre 2014

Luca Kocci

Dialogo a distanza, sulle colonne di Famiglia Cristiana, fra l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, e il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco. Tema del dibattito: i cappellani militari.

Quella dei cappellani, dice l’arcivescovo castrense a Famiglia Cristiana (n. 44, 2 novembre), «è una presenza di Chiesa che, è bene precisarlo, non parte da una proposta o da un’imposizione della Chiesa, ma da una specifica richiesta che il mondo militare, attraverso i suoi responsabili e le autorità dello Stato italiano, fa alla Chiesa. È una missione a servizio dell’evangelizzazione, centrata sull’annuncio della Parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti. Ed è a servizio della comunione, attenta a far crescere in ogni caserma, in ogni unità, in ogni struttura, il senso di comunità, essenziale anche in contesti, come è quello militare, in cui si respira l’importanza della gerarchia». Sul fatto che i cappellani siano inquadrati a pieno titolo, con i gradi, nella gerarchia militare, mons. Marcianò, che è anche generale di corpo di armata, ha le idee chiare: «La realtà militare – spiega – può essere capita bene solo “dal di dentro”. Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato», un «segno di condivisione». Gradi che attribuiscono ai cappellani anche uno stipendio statale, in quanto militari a tutti gli effetti. «Lo stipendio – prosegue – è calcolato in base al servizio reso allo Stato, così come avviene per gli insegnanti di religione nelle scuole». Quello «di base si aggira attorno ai 1.500 euro. Stesso discorso vale per la pensione alla quale accede esclusivamente chi ne matura le condizioni. Non esistono pensioni privilegiate».

Sugli stipendi, però, mons. Marcianò canta la mezza messa, perché quello che chiama «stipendio base» è in realtà il più basso, ovvero quello del cappellano semplice, equiparato ad un tenente. Ai gradi più alti, anche gli stipendi crescono, fino ad arrivare ai 8-9mila euro lordi al mese per le massime gerarchie (l’ordinario-generale di corpo d’armata e il vicario generale-generale di divisione), come attestato anche dalle tabelle ministeriali. E lo stesso vale per le pensioni di circa 160 preti soldato, il cui importo medio annuo lordo è di 43mila euro ad assegno, come riferì due anni fa in Parlamento l’allora ministro della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola (governo Monti) rispondendo ad un’interrogazione dei Radicali (v. Adista n. 31/12). La spesa annua dello Stato per i cappellani militari è di 17 milioni di euro, di cui 10 per gli stipendi e 7 per le pensioni.

Ne fa una questione di carattere generale don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi – da sempre a favore della smilitarizzazione dei cappellani militari –, che interviene pure lui su Famiglia Cristiana. «Perché i cappellani devono essere così coinvolti nella struttura militare? – chiede –. Noi sosteniamo l’importanza di non essere coinvolti, travolti, embedded, arruolati con le stellette e lo stipendio. L’ordinariato sostiene che chi svolge l’impegno pastorale da cappellano militare lo fa da dentro la struttura militare, citando l’esempio degli insegnanti di religione. Ma un conto è inserirsi in una struttura educativa come la scuola e un altro è essere inseriti a pieno titolo in una struttura che fa la guerra». La proposta di Pax Christi è chiara: il servizio pastorale nelle caserme venga affidato ai preti delle parrocchie, senza gradi e con lo stipendio assicurato dall’otto per mille. «Io mi ritengo un prete ricco – aggiunge Sacco –, perché oggi con questa crisi che attanaglia tutti, prendendo 1.250 euro al mese circa sono fortunato. Se anche i cappellani venissero inseriti nel sistema dell’otto per mille vivrebbero decorosamente». L’auspicio di don Renato Sacco è di un confronto franco: «A tutti noi stanno a cuore la Chiesa e la pace, però bisogna stare attenti alle parole: se la guerra la chiamiamo “missione di pace”, allora vuol dire che qualcosa non funziona. Pax Christi non vuole fare polemiche interne alla Chiesa ma ci piacerebbe una Chiesa meno compromessa con le strutture di guerra. Sarebbe molto positivo si riuscisse ad organizzare un momento di confronto».

E chissà che questo non accada con il nuovo presidente di Pax Christi, nominato lo scorso 12 novembre dal Consiglio permanente della Cei, a causa delle dimissioni anticipate per motivi di salute di mons. Giovanni Giudici. Si tratta di mons. Giovanni Ricchiuti (uno dei nomi anticipati da Adista, v. Adista Notizie n. 37/14), vescovo di Altamura (Ba), che quando era parroco a Bisceglie conobbe bene don Tonino Bello, indimenticato presidente di Pax Christi negli anni ’80 e ’90. Una nomina, quella di Ricchiuti, che ha incontrato il forte gradimento del movimento

L’ordinario militare: «Riabilitare i disertori della grande guerra. Sono stati condannati ingiustamente»

22 novembre 2014

“Adista”
n. 41, 22 novembre 2014

Luca Kocci

«Riabilitare i militari disertori come caduti di guerra. Giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare». L’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, a ridosso del 4 novembre – anniversario della conclusione della prima guerra mondiale – interviene nel dibattito sul ruolo dei soldati condannati a morte per diserzione durante la Grande guerra che, sebbene piuttosto sommessamente e in ritardo, si è aperto anche in Italia.

Prima dell’estate, alcuni storici dell’età contemporanea avevano lanciato un appello per riabilitare la memoria dei disertori. Poi a settembre, in occasione della visita di papa Francesco al sacrario militare di Redipuglia, un gruppo di preti del nordest (fra cui don Pierluigi Di Piazza, don Albino Bizzotto e don Andrea Bellavite) aveva indirizzato una lettera aperta al papa – ignorata da quasi tutta la stampa nazionale, tranne Adista (v. Adista Notizie n. 32/14) – perché ricordasse esplicitamente i disertori: «Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di obbedire a comandi contro l’umanità – scrivono i preti –. Sono stati a lungo bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria». E pochi giorni dopo, da parte un nutrito gruppo di storici, intellettuali, gruppi, riviste e militanti pacifisti (fra cui Lidia Menapace, Luisa Morgantini, Mao Valpiana, Brunetto Salvarani, Angelo d’Orsi) veniva rivolto al presidente del Consiglio Matteo Renzi e alla ministra della Difesa Roberta Pinotti un appello «per la riabilitazione storica e giuridica dei soldati italiani fucilati per disobbedienza o decimati nel periodo 1915-18».

Ora interviene l’ordinario militare – che ha anche i gradi di generale di corpo d’armata –, con un’intervista rilasciata all’agenzia AdnKronos. «È sorprendente con quanta facilità costoro siano stati giustiziati, in molti casi senza un regolare processo e ad opera di altri militari – spiega Marcianò –. E che tale esecuzione fosse motivata da ragioni punitive o dimostrative non cambia la realtà: essa è stata e rimane un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare. Non c’è ragione che possa giustificare tale violenza, unita a diffamazione, vergogna, umiliazione». L’interesse che il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale sta suscitando in Europa e in Italia, osserva Marcianò, «ha consentito di fare maggiormente luce sulle fucilazioni dei cosiddetti disertori e dei decimati, ovvero quei militari estratti a sorte e fucilati per dare l’esempio. La valutazione delle modalità con cui questa riabilitazione può essere pensata o formulata va affidata a giudizi di ordine storico e politico». Probabilmente, prosegue, «anche la mutata sensibilità comune nei confronti della guerra aiuterà a comprendere che, quale che sia la ragione che ha sostenuto la scelta di questi militari, fosse anche la semplice paura, si tratta di un frutto amaro che, in ogni caso, la guerra ha causato. Così come è frutto amaro la scelta della violenza, anche quella punitiva o dimostrativa, che la guerra genera e moltiplica». Un gesto di riabilitazione, conclude l’arcivescovo castrense, «potrebbe avere valore dimostrativo e simbolico, proprio come quello che si voleva attribuire alle fucilazioni, proponendosi come segno di una società che decisamente condanna l’evento bellico, anche col riportare a galla il dramma dei disertori uccisi».

Quella dei disertori condannati a morte e uccisi sommariamente senza alcun processo per ordine degli Stati maggiori è stata una delle pagine più nere della prima guerra mondiale, soprattutto per l’Italia – la documentarono per la prima volta Alberto Monticone ed Enzo Forcella in un libro divenuto un “classico”, mandato in ristampa da Laterza poche settimane fa, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, pp. 330, euro 13) –, che ha il primato per le pene di morte eseguite: circa 1.000, di cui 750 dopo un regolare processo (in eserciti ben più numerosi di quello italiano e che cominciarono la guerra un anno prima – nel 1914 invece che nel 1915 – i condannati a morte furono molti meno: 700 francesi, 350 inglesi, 50 tedeschi). Chissà se per loro, nell’anniversario del conflitto, in mezzo alle rievocazioni più o meno retoriche e patriottiche, sebbene post mortem, verrà fatta giustizia, perlomeno nella memoria

Il business delle benedizioni

19 novembre 2014

“il manifesto”
19 novembre 2014

Luca Kocci

Un foglio di carta pergamena, finemente decorato, in alto l’immagine del papa, al centro poche righe, in caratteri gotici, con la scritta «Sua Santità imparte di cuore la benedizione apostolica a… in occasione del matrimonio ed invoca sulla nascente famiglia nuova effusione di grazie celesti», in basso il bollo pontificio e la firma dell’elemosiniere apostolico.

È la tipica pergamena con la benedizione papale per le occasioni particolari: matrimoni e anniversari di matrimonio, battesimi, comunioni, cresime, professioni religiose, ordinazioni presbiterali, anche compleanni. Una pratica che ricorda la vendita delle indulgenze, anche perché le pergamene – acquistate in tutto il mondo – sono a pagamento, e che produce un giro di denaro di svariati milioni di euro l’anno. Promosso, organizzato e gestito dall’Elemosineria apostolica, l’ufficio della Santa Sede che «ha il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del sommo pontefice», ma anche appaltato a decine di negozi di souvenir e articoli religiosi nella zona di San Pietro.

Una situazione che a breve terminerà, perché l’Elemosineria, guidata dal polacco mons. Konrad Krajewski, mesi fa ha annunciato, con una lettera consegnata agli istituti, agli enti e ai negozi che vendono le pergamene per conto del Vaticano, che la convenzione scadrà definitivamente il 31 dicembre. Il mercato del sacro verrà dismesso? No, semplicemente il Vaticano ha deciso di gestirlo in proprio, senza più appaltarlo all’esterno. Per ragioni economiche, ovviamente motivate con l’intenzione utilizzare tutti i soldi per potenziare la carità ai poveri, «in modo tale che – ha scritto Krajewski – tale servizio possa tornare come in origine esclusivamente di competenza di questo ufficio e rimanere con la sola ed unica finalità caritativa per cui è nata». Ma anche per centralizzare e controllare il sistema.

Il lato poco considerato di questa decisione è che da gennaio in centinaia perderanno il lavoro. I negozi di articoli religiosi vedranno ridursi il proprio giro di affari, ma non chiuderanno per questo, tranne quei 2-3 che vendono esclusivamente pergamene. Ma i lavoratori dell’indotto che ruota attorno a questo business, persone con affitti, mutui e bollette da pagare, resteranno disoccupati. Quattro-cinquecento persone che saranno di fatto licenziate dal Vaticano, anche se dai Sacri palazzi non partirà nessuna lettera di cessazione del rapporto, perché non si tratta di dipendenti del papa.

La filiera delle pergamene pontificie è doppia. Una interna, interamente gestita dall’Elemosineria, che produce e vende direttamente le benedizioni. E una esterna, ma promossa dal Vaticano, quando a partire dagli anni ‘50 del ‘900 decise di stipulare le convenzioni con i negozi. Il funzionamento è lo stesso delle aziende che esternalizzano la produzione. Il calligrafo realizza la pergamena su modelli approvati dal Vaticano, spendendo per carta e stampa circa 2-3 euro a pergamena. La vende poi al negozio che gliel’ha commissionata a 4-5 euro, mettendo insieme, a fine mese, uno stipendio da operaio o poco più. Il negozio porta la pergamena all’Elemosineria dove, al costo di 3 euro l’una, vi viene apposto il timbro a secco dell’ufficio e la firma dell’elemosiniere; poi la rivende al pubblico per cifre che variano dai 15 ai 50 euro, a seconda del modello.

È questo il sistema che salterà dal prossimo 1 gennaio. I negozi perderanno un discreto giro di introiti e licenzieranno i lavoratori delle pergamene – calligrafi, disegnatori, spedizionieri, ecc. –, i veri anelli deboli della catena. Il Vaticano al contrario, anche se presumibilmente il volume complessivo di pergamene diminuirà senza l’ausilio della rete esterna, aumenterà i propri affari, perché le venderà tutte direttamente e tramite il proprio sito (www.elemosineria.va), dove è già possibile acquistarle ad un costo che oscilla dai 13 ai 25 euro, facendole produrre ad un piccolo manipolo di lavoratori ultraprecari che – rivelano alcune fonti – saranno pagati 70-80 centesimi a pergamena. Senza contare che inevitabilmente si svilupperà una sorta di “mercato nero” del sacro, con la vendita di pergamene senza bollo ufficiale dell’Elemosineria – tanto difficilmente un turista di passaggio a Roma se ne accorgerà – oppure con il timbro contraffatto.

Nel 2013 le pergamene uscite dall’Elemosineria sono state 337mila. Delle quali 142mila vendute tramite negozi, per cui il Vaticano, a 3 euro a timbro, avrebbe incamerato 426mila euro. E 195mila vendute dall’Elemosineria. Ma i conti non tornano, perché la stessa Elemosineria dice di aver incassato, e distribuito ai poveri, complessivamente 1milione e 200mila euro. Quindi, detratti i 426mila euro ricavati solo dai bolli, resterebbero 800mila euro per 195mila pergamene, che fanno un ricavo di circa 4 euro a pergamena. E a fronte di un prezzo di vendita di 13-25 euro a pergamena, le possibilità sono due: o il Vaticano non è capace di fare affari, o l’incasso è di gran lunga superiore a quello dichiarato, ovvero fra i 3 e i 4 milioni di euro.

Qualche mese fa i lavoratori delle pergamene hanno scritto direttamente a papa Francesco per chiedere la sua «intercessione», anche alla luce delle molte parole spese da Bergoglio in difesa del lavoro. Ma dal Vaticano non è arrivata risposta. Così come non è arrivata riposta alla richiesta di un’udienza privata dei lavoratori. Solo qualcuno è riuscito ad avere un incontro, senza risultati, con mons. Krajewski. In questi giorni, all’approssimarsi del 31 dicembre, un nuovo appello, ricordando le parole di papa Francesco rivolte ai dirigenti della Thyssenkrupp di Terni il 3 settembre: «Col lavoro non si gioca! E chi, per motivi di denaro, di affari, di guadagnare di più, toglie il lavoro, sappia che toglie la dignità alle persone». L’Elemosineria tace, mentre Krajewski annuncia che il 17 novembre sono cominciati i lavori per realizzare, sotto il colonnato di San Pietro, alcuni bagni con docce per i senza fissa dimora. Con una mano si aiutano i poveri (a lavarsi), con l’altra se ne creano di nuovi, togliendo loro il lavoro.

Milano. Quel «genere» di scuola manda la Curia in tilt

14 novembre 2014

“il manifesto”
14 novembre 2014

Luca Kocci

Gli insegnanti di religione cattolica come «cavalli di Troia» della Curia di Milano nelle scuole statali con un missione precisa: scoprire dove vengono organizzati progetti di educazione alla «differenza di genere» e informare la diocesi, perché evidentemente possa predisporre opportune contromisure.

Il copyright è del card. Bagnasco. L’espressione «cavallo di Troia» l’ha usata egli stesso pochi giorni fa, durante la sua prolusione all’assemblea generale della Cei, per chiudere le porte ad eventuali provvedimenti di riconoscimento delle unioni civili etero e omosessuali e per bacchettare quei sindaci che hanno registrato i matrimoni delle coppie gay celebrati all’estero. «È irresponsabile – aveva detto il cardinale – indebolire la famiglia, creando nuove figure, seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica memoria». Ora si scopre che ad essere usati come «cavalli di Troia» sono gli insegnanti di religione. Chi di Omero ferisce, di Omero perisce.

Il caso esplode ieri, quando Repubblica mette online la lettera riservata inviata lo scorso 8 novembre da don Gian Battista Rota, neoresponsabile della pastorale scolastica e del servizio per l’insegnamento della religione cattolica della diocesi di Milano, ai 6.102 professori di religione (ricordiamo: pagati dallo Stato ma scelti dalla Curia, tramite il sistema delle idoneità, concesse a discrezione del vescovo). «Cari colleghi – si legge – come sapete in tempi recenti gli alunni di alcune scuole italiane sono stati destinatari di una vasta campagna tesa a delegittimare la differenza sessuale affermando un’idea di libertà che abilita a scegliere indifferentemente il proprio genere e il proprio orientamento sessuale. Per valutare in modo più preciso la situazione e l’effettiva diffusione dell’ideologia del gender vorremmo avere una percezione più precisa del numero delle scuole coinvolte». Una schedatura, precisa lo stesso don Rota, chiedendo «a tutti i docenti nelle cui scuole si è discusso di progetti di questo argomento di riportarne il nome nella seguente tabella».

Quando la bomba scoppia, la Curia milanese prima conferma, cercando di minimizzare – una «indagine informale mirata a conoscere i progetti scolastici relativi al tema della differenza di genere» –, poi chiede «scusa», scaricando la responsabilità su un anonimo «collaboratore» del servizio insegnamento religione cattolica reo di aver inviato una comunicazione «formulata in modo inappropriato». L’intenzione – balbetta la nota della diocesi – era quella di conoscere i bisogni formativi dei docenti «per presentare, dentro la società plurale, la visione cristiana della sessualità in modo corretto e rispettoso di tutti».

La politica si divide. Giovanardi esulta: «La diocesi ha fatto bene, ora anche i genitori si ribellino». Il Pd condanna: «Il ministro Giannini faccia chiarezza, è un’iniziativa grave ed indebita», chiedono senatori e deputati democratici. E l’Uds annuncia che il corteo studentesco di oggi si fermerà anche davanti la Curia di Milano.

Durissime le associazioni lgbt. «Un abuso inaccettabile, che accende i riflettori su un tentativo di controllo della scuola pubblica da parte della lobby ecclesiastica», dice Flavio Romani, presidente Arcigay. Il fatto che la diocesi «inviti esplicitamente i docenti di religione cattolica a far da sentinelle su temi importanti, come la lotta all’omofobia, derubricandola a volgare indottrinamento, non fa altro che calpestare la dignità professionale e la libertà degli insegnanti, garantita dalla nostra Costituzione». «L’iniziativa è frutto del clima di questi mesi – spiega Gianni Geraci, portavoce del gruppo milanese di omosessuali credenti “Il Guado” –: la paura di un fantomatico complotto delle associazioni lgbt per imporre un’ideologia del gender che peraltro non esiste».

Padova: tutte le coppie a messa per le nozze d’oro. Su invito del sindaco

12 novembre 2014

“Adista”
n. 40, 15 novembre 2014

Luca Kocci

Che il vescovo inviti le coppie cattoliche della propria diocesi a festeggiare tutte insieme le nozze d’oro e di diamante con una celebrazione eucaristica collettiva sarebbe un’iniziativa bella e dall’indubbio valore pastorale. Che però lo faccia il sindaco della città, oltre ad essere anomalo, sembra anche inopportuno, tanto più che l’invito viene esteso anche a quelle coppie che in chiesa non hanno mai messo piede, nemmeno nel giorno del loro matrimonio – 50 o 60 anni fa –, dal momento che si sono sposate in Municipio, con rito civile.

È quello che succede a Padova, dove il sindaco, il leghista Massimo Bitonci, ha fatto recapitare alle coppie che hanno celebrato il loro matrimonio negli anni 1954 e 1964 il seguente invito per domenica 9 novembre, firmato dal sindaco stesso e dall’assessora alle politiche sociali, Alessandra Brunetti: «Carissimi, l’amministrazione comunale è lieta di invitarvi alla cerimonia organizzata per tutte le coppie padovane che come voi celebrano nel 2014 le nozze di diamante e d’oro. Sarà l’occasione per festeggiare insieme il raggiungimento di un traguardo e di un importante progetto di vita condivisa con il seguente programma: ore 9 accoglienza invitati; 9.30 celebrazione della Santa Messa; 10.30 saluti delle autorità; 10.45 intrattenimento; 11.30 brindisi finale e consegna di un ricordo della giornata».

«Continua il comportamento clericale dei sindaci di Padova», spiega ad Adista uno degli “invitati”, Giorgio Villella, 78 anni, coniuge di una delle 22 coppie che nel 1964 scelsero di celebrare il matrimonio con rito civile (ma nel 1980 si sposarono anche con rito religioso), ed ex segretario nazionale dell’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti), che ha guidato dal 1999 al 2007. «La Costituzione – aggiunge Villella – ha come principio supremo la laicità dello Stato. È stata violata quando i cattolici erano forte maggioranza, ma penso sia arrivato il momento che le autorità civili prendano atto che Padova, e l’Italia tutta, è un territorio secolarizzato e di conseguenza lascino al vescovo l’organizzazione di riti religiosi per i suoi fedeli». Villella ragiona non per supposizioni, ma con i dati che fornisce lo stesso Comune: nel 1964, a Padova, i matrimoni religiosi furono il 98,8% del totale (1.980 su 2.002); nel 2013 su 612 matrimoni, 242 sono stati celebrati in chiesa con rito cattolico (39,5%), 370 in Municipio con rito civile (60,5%). I numeri di una secolarizzazione galoppante. E in ogni caso, resta forte la perplessità per il fatto che il sindaco di una città di uno Stato laico inviti i propri cittadini a messa.

«Il programma della giornata non è un programma religioso, prevede la celebrazione della messa e, a seguire, il saluto dell’amministrazione, i canti, il buffet e la consegna della pergamena», spiegano dall’assessorato alle politiche sociali, e precisano: «Non c’è nessun obbligo di partecipare alla messa, l’amministrazione sarà lieta di accogliere le coppie che vorranno unirsi alla festa per i saluti delle autorità e il resto della mattinata».

Il copyright della messa – che sarà celebrata da don Daniele Prosdocimo, vicario diocesano per la pastorale – non è di Bitonci, l’iniziativa va avanti con queste modalità dal 2007, ma l’attuale sindaco di Padova ne è sicuramente un sostenitore convinto. Parlano per lui i suoi precedenti, sia contro gli immigrati di fede islamica sia in difesa dei simboli esteriori del cattolicesimo, che gli fecero guadagnare anche le critiche da parte di alcuni vescovi e del settimanale dei Paolini Famiglia Cristiana (v. Adista Notizie n. 26/14): quando era sindaco di Cittadella, all’indomani della sentenza della Corte di Strasburgo contraria all’esposizione del crocefisso nelle scuole, commissionò ad una falegnameria 550 crocefissi da affiggere in tutte le classi; poi suggerì di revocare la residenza a Massimo Albertin e Soile Tuuliki – la coppia italo-finlandese di Abano Terme che aveva promosso il ricorso alla Corte europea – e tappezzò Cittadella di manifesti con le foto dei due coniugi e la scritta «Wanted», in pieno stile Far West. Appena eletto sindaco di Padova annunciò che le palestre delle scuole non sarebbero più state concesse ai musulmani per le celebrazioni del Ramadan (come era invece accaduto con la giunta Zanonato); e poi twittò: «Ora in tutti gli edifici e scuole un bel crocifisso obbligatorio regalato dal Comune. E guai a chi lo tocca».

Editoria cattolica: i numeri della crisi del libro religioso

8 novembre 2014

“Adista”
n. 39, 8 novembre 2014

Luca Kocci

Nella crisi generale che investe il mercato librario italiano (-14,7% nell’ultimo triennio), va male anche l’editoria religiosa, che perde solo un po’ meno di quella laica (-12,5%), probabilmente anche grazie al grande successo dei libri “di” e su papa Francesco.

L’Unione editori e librai cattolici italiani (Uelci) fa il punto della situazione in occasione dell’annuale appuntamento dell’Osservatorio sull’editoria religiosa e dà i numeri della crisi. Il mercato del libro in Italia perde 212 milioni di euro in tre anni, con un decremento del 14,7%. Le librerie online si assestano al 12% del mercato (al netto di Amazon) e gli e-book interessano almeno un milione di lettori.

Il libro religioso vale circa 78 milioni di euro, pari al 9% del mercato generale. I titoli di questo settore pubblicati nel 2013 sono stati 5.798, con un incremento dell’8% negli ultimi quattro anni. La produzione occupa stabilmente, da diversi anni, il 6,5% del totale dei libri stampati e vede progressivamente crescere l’interesse degli editori laici che assorbono il 27% del settore (pari a 1.616 titoli). Gli interessi dell’editoria laica per la religione si dirigono prevalentemente verso l’area riflessiva (religioni e storia in particolare), ma ormai anche aree come la pastorale e la spiritualità vengono sempre più frequentate dai nuovi editori (rispettivamente il 19% della pastorale e il 29% della spiritualità). Anche il prezzo gioca un ruolo decisivo nella sfida alla crisi: il libro religioso costa, in media, il 19% in meno rispetto al libro di varia, all’interno di un trend costantemente in decremento e stabilmente deflattivo. Le librerie laiche si mostrano sempre più interessate al libro religioso, soprattutto le indipendenti. Anche se, ovviamente, quelle religiose rappresentano ancora il canale distributivo più importante.

Nella stessa occasione sono stati presentati anche i dati di un sondaggio (“Gli italiani e l’editoria religiosa”) condotto dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Un primo rilevamento riguarda il tempo dedicato alla lettura che, in Italia, cala sempre di più. Se la televisione mantiene ancora uno spazio importante all’interno dei consumi giornalieri (ma in calo di 2 punti percentuali dal 2005), a occupare sempre più gli interessi del tempo libero degli italiani è internet, anche con forme di fruizione e di partezipazione attiva come i blog, i social network sociali e professionali, wiki e la produzione di contenuti.

Per quanto riguarda la lettura dei libri religiosi, il sondaggio Ipsos stima in un 11,5% (pari a circa 5,7 milioni) il numero di italiani maggiorenni che nel corso dell’anno 2013 hanno letto almeno un libro di argomento religioso. Rispetto al 2012 assistiamo ad un calo del 2,2%, per un ammontare di 1.194.000 lettori in meno.

Un’attenzione particolare va verso il profilo del lettore prevalente di questo segmento editoriale: donne, laureati, studenti, casalinghe, residenti nelle regioni del centro Italia, cattolici praticanti impegnati in organizzazioni religiose o credenti in altre religioni. Sono persone di buona cultura, spesso impegnate nell’ambito ecclesiale. I libri religiosi letti nell’ultimo anno si assestano sui 10,5 milioni (3 in meno rispetto al 2012). Un numero rispettabile e rappresentativo di un interesse comunque marcato degli italiani verso l’editoria religiosa.

Il 35% dei lettori dichiara di aver acquistato l’ultimo libro letto, il 24% invece  lo aveva già in casa, il 18% lo ha ricevuto in prestito da qualcuno, il 15% lo ha ricevuto in regalo, il 5% lo ha preso in prestito da una biblioteca. Sale la quota di libri religiosi letti in formato digitale (e-book) che nel 2014 viene stimata nel 3,9% del totale (nel 2012 era il 2,3%). Sale di ben 7 punti percentuali anche il sentimento di devozione che spinge alla lettura di un libro religioso (15%). Tuttavia sono l’approfondimento della fede e la ricerca culturale le motivazioni più rilevanti che spingono gli italiani a scegliere di dedicarsi alla lettura di un libro religioso.

Sconti fiscali alla Chiesa, l’Europa riapre il caso

6 novembre 2014

“il manifesto”
6 novembre 2014

Luca Kocci

L’Europa riapre il fascicolo sugli sconti fiscali concessi dai governi italiani alla Chiesa e alle associazioni non profit. Si tratta in particolare dell’esenzione dal pagamento di Ici e Imu sugli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici (e senza fini di lucro) in vigore, con diverse sfumature a seconda del colore dei governi, dal 2005. Una somma che, secondo i calcoli dei Comuni, raggiungerebbe i 4 miliardi di euro. E che potrebbe rimettere in discussione anche le nuove regole approvate nel 2012 da Mario Monti e la stessa Tasi attualmente in vigore.

La decisione, di qualche giorno fa, non arriva da Bruxelles, sede della Commissione europea, ma da Strasburgo, dove c’è la Corte di giustizia. I giudici di Strasburgo hanno bacchettato la Commissione che liquidò come irricevibile un ricorso presentato dai Radicali italiani – l’ex deputato Maurizio Turco e il fiscalista Carlo Pontesilli –, invitandola, entro il prossimo 10 dicembre, a spiegare nel merito le proprie ragioni: ovvero perché non costrinse il governo italiano a chiedere indietro a Chiesa ed enti non profit le tasse non pagate.

La vicenda è lunga e complessa. Nel 2005 il governo Berlusconi – dopo una sentenza della Cassazione che condannò le suore zelatrici del Sacro cuore di L’Aquila a versare l’Ici perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse – stabilì l’esenzione totale dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo il governo Prodi corresse il tiro giocando di avverbio e precisò che l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Le situazioni limite furono sanate, ma le esenzioni rimanevano ampie, tanto che lo stesso Bersani, all’epoca ministro dello Sviluppo economico, ammise che la norma lasciava spazio ad una cospicua «casistica di confine».

Nello stesso periodo i Radicali fecero appello all’Europa, sostenendo che le esenzioni concesse dal governo italiano si configuravano come un illegittimo aiuto di Stato che distorceva il mercato. Nel 2012 Bruxelles riconobbe la violazione, ma contestualmente chiuse la questione sostenendo che sarebbe stato impossibile quantificare le somme dovute. Una pietra tombale, rimossa ora dalla Corte di Strasburgo che chiede alla Commissione di spiegare nel merito le ragioni di quella decisione. Entro il 10 dicembre arriverà la risposta da Bruxelles, dopodiché si arriverà a sentenza e, se il comportamento della Commissione venisse sanzionato, il conto per la Chiesa italiana potrebbe essere molto salato.

«C’è un giudice a Strasburgo, visto che non l’abbiamo trovato a Bruxelles», commenta Maurizio Turco. «La decisione della Corte è molto importante perché di fatto rimprovera alla Commissione di averla buttata in politica, cioè di non aver agito da “guardiana” dei Trattati, ma di aver preso una decisione politica. Ed è la dimostrazione che il Vaticano ha molti santi non solo in paradiso e a Roma ma anche a Bruxelles».

Se arrivasse la condanna – che formalmente riguarda solo il passato – potrebbero essere rimessi in discussione anche i criteri che attualmente regolano la Tasi: ovvero esenzione per le cliniche private che hanno una convenzione con il Ssn e per la scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 6-7mila euro (dai 5.739 euro delle scuole per l’infanzia, ai 6.914 euro per le superiori); mentre dovrebbero pagare tutti gli altri immobili, tranne – la formulazione è piuttosto ambigua – gli spazi organizzati «non in forma imprenditoriale». «Il problema – spiega Turco – non è tanto farli pagare per il passato, quanto affermare che dal 2005 in poi c’è stato un continuo regalo da parte dello Stato. E costringere l’Italia a cambiare anche le norme attuali».