Archive for dicembre 2014

«La malattia della Curia è nell’accumulo di potere»

23 dicembre 2014

“il manifesto”
23 dicembre 2014

Luca Kocci

Ieri mattina i cardinali e i monsignori della Curia romana sono andati nella Sala clementina del Palazzo apostolico vaticano per i consueti auguri di buon Natale da parte del papa, ma si sono sentiti rivolgere da Francesco un lungo discorso di inusuale durezza, sia nei contenuti che nel lessico, come tradivano i volti inespressivi – inesorabilmente immortalati dalle telecamere del Circuito televisivo vaticano – di occupava le prime file, da Sodano a Bertone, da Ruini a Fisichella.

Niente bilancio dell’anno che si avvia alla conclusione, né generico augurio per quello che sta per cominciare – come era stato il breve discorso del 2013, quando forse Bergoglio non aveva ancora una conoscenza approfondita della Curia –, ma un lungo «catalogo delle malattie curiali» (ed ecclesiali), tutte generate da una stessa patologia collocata in cima all’elenco: la «patologia del potere». È la malattia «di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti», «delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste». Dalla «patologia del potere», alla malattia dell’accumulazione di «beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro; e dell’«alzheimer spirituale» di coloro «che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore» e «dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie».

Dall’analisi delle 15 «malattie curiali» diagnosticate da Bergoglio, emerge l’immagine di una Curia divisa, competitiva, arrivista, indifferente e pettegola. Nei Sacri palazzi – e per estensione nella Chiesa –, dice Francesco, c’è «la malattia della rivalità e della vanagloria», a causa della quale «l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita». C’è «la malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi», che diventa «seminatrice di zizzania» e anche «omicida a sangue freddo della fama dei propri colleghi e confratelli, è la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle» («il fuoco amico dei commilitoni è il pericolo più subdolo», dice in un altro passaggio). C’è la malattia dell’adulazione, «di coloro che corteggiano i superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza, sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo», «sono persone che vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare, persone meschine, infelici e ispirate solo dal proprio fatale egoismo». E c’è «la malattia dell’indifferenza verso gli altri», si perde «la sincerità e il calore dei rapporti umani», addirittura «per gelosia o per scaltrezza si prova gioia nel vedere l’altro cadere».

Riecheggia il titolo di un libro di Eugen Drewermann, teologo e psicoanalista tedesco – prete per oltre 30 anni, nel 2005 lasciò la Chiesa cattolica –, Funzionari di Dio, quando Bergoglio parla di una Curia e una Chiesa meno profetica e sempre più «contabile» e «commercialista» del sacro: la «malattia dell’impietrimento» di coloro che «si nascondono sotto le carte diventando macchine di pratiche e non uomini di Dio». E la «schizofrenia esistenziale» di quelli che «vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare», «una malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il sevizio pastorale (il riferimento ai prelati di Curia è esplicito, ndr), si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano un loro mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e iniziano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta».

Un’omissione, tuttavia, si nota nel discorso di Bergoglio. E se ad alimentare la «patologia del potere», più che i peccati degli uomini, non fosse la Curia stessa, ovvero un organismo pensato e strutturato in modo burocratico, centralistico e verticistico?

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I 15 peccati della Curia, le 5 proposte di Noi Siamo Chiesa

23 dicembre 2014

23 dicembre 2014

Luca Kocci

Al discorso di buon Natale di papa Francesco alla Curia romana, si associa il movimento di riforma Noi Siamo Chiesa che, in attesa «della ristrutturazione generale che stiamo aspettando», propone cinque riforme di «attuazione immediata», che «non mettono in discussione questioni teologiche»: siano proibiti ovunque da domani mattina tutti i ridicoli titoli onorifici che ora si usano (eccellenza, Eminenza ecc…); per qualche tempo ogni nuovo incarico in Curia, anche i più importanti, sia attribuito a donne (e non solo a religiose); ad ogni membro della Curia siano assegnate condizioni materiali di vita (casa, retribuzione ecc….) di vera sobrietà; gli incarichi in Curia, che dovranno essere sempre a tempo, prevedano il periodico ritorno in diocesi o in parrocchia o in missione; si riducano drasticamente da subito le competenze centrali in materia di liturgia per affidarle a diocesi e parrocchie, naturalmente secondo criteri di razionalità e di prudenza.

 

Don Milani: riabilitarlo o chiedergli perdono?

22 dicembre 2014

“Adista”
n. 45, 20 dicembre 2014

Luca Kocci

Riabilitare don Milani o chiedergli perdono? A quasi 50 anni dalla morte del priore di Barbiana e a 55 dalla censura da parte del Sant’Uffizio di Esperienze pastorali – l’unico libro scritto da Lorenzo Milani –, a gettare nuova luce su quest’ultima vicenda contribuisce un carteggio, pubblicato da Segno (n. 359), mensile dei redentoristi di Palermo diretto da p. Nino Fasullo, fra Giorgio Pecorini, giornalista e grande amico di don Milani, e il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze.

Spunto per lo scambio epistolare fra i due, la cosiddetta “riabilitazione” di Esperienze pastorali da parte della Congregazione per la dottrina della fede – di cui Adista ha dato ampiamente conto (v. Adista Notizie n. 16/2014 e Adista Segni Nuovi 18/2014) –, in seguito ad una richiesta in tal senso a papa Francesco da parte di Betori.

I fatti sono noti. Pochi mesi dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali, nel 1958 – Milani era già stato “esiliato” a Barbiana da mons. Dalla Costa, arcivescovo di Firenze –, La Civiltà Cattolica, il quindicinale dei gesuiti le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana, pubblicò una severa stroncatura del testo. Tre mesi dopo arrivò l’intervento del Sant’Uffizio, prima con una lettera a mons. Florit, arcivescovo coadiutore di Dalla Costa (15 dicembre) e poi con un lungo articolo sull’Osservatore Romano (20 dicembre): si ordinava che il libro fosse «ritirato dal commercio», poiché conteneva «ardite e pericolose novità» in campo sociale. Il testo quindi non fu condannato perché non ortodosso, ma venne giudicato «inopportuno», e quindi proibito. Dopo oltre 50 anni di silenzio, ad aprile scorso, con una formulazione piuttosto minimalista, la Congregazione “riabilita” Esperienze pastorali, con la giustificazione che ormai sono cambiati i tempi.

Appena la notizia si diffonde, Pecorini scrive a Betori, riconoscendogli, a differenza dei suoi predecessori all’arcidiocesi di Firenze (Benelli, Piovanelli e Antonelli), di aver sentito il bisogno «di affrontare la questione se non proprio dalla radice (la cacciata infamante di quel giovane prete scomodo nell’esilio di Barbiana, agosto 1954) almeno dal decreto reticente e ambiguo del Sant’Uffizio che (dicembre 1958) imponeva il ritiro dal commercio vietando ristampa e traduzioni di Esperienze pastorali». Quello che Pecorini contesta è la ricostruzione della “riabilitazione” fatta da Betori in un’intervista a Toscana Oggi: «Non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro Esperienze pastorali né tantomeno contro don Lorenzo Milani. Ci fu soltanto una comunicazione data dalla Congregazione all’arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo».

«Si suggeriva?», chiede Pecorini, che riporta il testo della lettera che Florit inviò a Milani (19 dicembre 1958), appena ricevute le indicazioni dal Vaticano: «Da Roma – scriveva Florit – sono stato incaricato di comunicarLe quanto segue: la Sacra Congregazione del Santo Offizio ha disposto, dopo aver sottoposto ad accurato esame la Sua recente pubblicazione Esperienze pastorali che essa “venga ritirata dal commercio”. Ho già avvisato l’Editore a mettere ciò in esecuzione. Quanto sopra potrà recarLe qualche amarezza. Sono tuttavia sicuro che la Sua pietà sacerdotale l’aiuterà ad accettare con docilità filiale la disposizione della Santa Sede. Il Signore non mancherà di venirLe incontro con i Suoi lumi e con la Sua grazia confortatrice». Questo le pare «soltanto un suggerimento», chiede Pecorini? Nonostante la censura, Esperienze pastorali ha continuato ad essere stampato e venduto, «il guaio è che sia stato proprio il cattolicesimo italiano istituzionalizzato, prima a ufficialmente soffocare quel patrimonio, poi a non volersene giovare, addirittura negandone l’esistenza, per 56 anni; e che adesso lo si rivendichi, vantandosene», scrive Pecorini. «Chi c’è allora davvero da riabilitare: don Milani e il suo libro o quella gerarchia e quella rivista (La Civilità Cattolica, ndr) il cui “contributo” è stato davvero determinante a condannare entrambi senza il coraggio di assumersene la responsabilità?». A me pare, conclude, «che il via libera della Congregazione d’ora sia altrettanto stupido e vile del pronunciamento del Sant’Uffizio del ‘58. Allora, non essendo riusciti a trovare un appiglio disciplinare o canonico per una condanna formale, si dichiarò il libro “inopportuno” contemporaneamente stringendo vigilanza e moltiplicando calunnie sul suo autore. Ora, senza il coraggio di una leale autocritica, si contrabbanda la censura del ‘58 per un piccolo incidente di percorso spiegabile e scusabile col segno dei tempi: “non c’è stato mai nessun decreto di condanna”, per carità! E lo strazio di don Lorenzo? Affare privato suo: da quel buon cristiano e prete cattolico che era, l’avrà offerto al Signore e ne sarà stato ricompensato nell’aldilà. Amen».

Un mese dopo arriva la risposta di Betori. Ammette che il verbo «suggerire» è «del tutto inadeguato e persino fuorviante» rispetto all’azione del Sant’Uffizio. E spiega le proprie intenzioni: «La richiesta che ho rivolto al papa aveva uno scopo puramente pastorale: dire ai miei fedeli che leggere Esperienze pastorali non era giudicato un male dalla Chiesa». Pertanto «mi sembra un risultato positivo averlo riscattato dall’alone di una condanna che non c’era stata e aver appurato che un decreto contro il libro mai era stato emesso. Che non sia stata una condanna e che non sia stato emesso alcun decreto, nel contesto ecclesiale non sono cose da poco, anche se non mi nascondo certamente che con la comunicazione trasmessa a mons. Florit si voleva mettere in guardia i cattolici, e i preti in particolare, dal leggere un libro». La responsabilità principale, conclude Betori, è comunque del Vaticano: «Mi sembra più logico pensare che don Milani sia rimasto vittima dell’avversione del partito romano alle posizioni fiorentine piuttosto che di una guerra intestina a Firenze».

Resta il fatto che la Chiesa italiana non ha ancora pienamente pronunciato il mea culpa su una vicenda e su un prete che lo stesso papa Francesco, lo scorso 10 maggio, durante un incontro con il mondo della scuola, ha definito «un grande educatore italiano». Nel 2015, il Convegno della Chiesa italiana si terrà proprio a Firenze. Potrebbe essere l’occasione buona per i vescovi per ristabilire la verità e fare giustizia, sebbene postuma.

Bergoglio nomina un suo uomo al posto di Bertone

21 dicembre 2014

“il manifesto”
21 dicemembre 2014

Luca Kocci

Esce definitivamente di scena il cardinal Tarcisio Bertone, uomo di punta e di potere durante gli otto anni del pontificato di Joseph Ratzinger. Ieri Bertone ha perso l’ultimo incarico che ancora conservava in Vaticano, quello di camerlengo di Santa romana chiesa (assunto nell’aprile del 2007). Al suo posto papa Francesco ha nominato il cardinale francese Jean-Louis Tauran, il prelato che con voce incerta – è da anni malato di Parkinson – la sera del 13 marzo 2013 annunciò dalla loggia della basilica di san Pietro l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio.

Un avvicendamento previsto. Bertone infatti lo scorso 2 dicembre ha compiuto 80 anni, perdendo per norma canonica il diritto ad entrare in conclave per l’elezione del prossimo papa e decadendo da ogni altro incarico di Curia. Anche i suoi predecessori sotto l’era Wojtyla, i cardinali Sebastiano Baggio ed Eduardo Martínez Somalo, furono sostituiti pochi giorni dopo aver compiuto l’ottantesimo compleanno, per cui non è lecito attribuire a Bergoglio alcuna intenzione “punitiva” nei confronti di Bertone. In ogni caso, con questa sostituzione, Bertone non ricopre più alcun incarico operativo nella Santa sede ed è un pensionato a tutti gli effetti. Gli restano una serie di qualifiche da “emerito” e il superattico da 350 metri quadri (o da 700?) all’interno della Città del Vaticano, contro il quale, pochi giorni fa, ha usato parole di fuoco ed espressioni colorite don Antonio Mazzi durante la trasmissione televisiva Lo Schiaffo in onda su Class tv: «Com’è possibile che un cardinale abbia il coraggio di fottersene di tutti e di farsi un appartamento di 700 metri quadrati?», ha chiesto. «Se la Chiesa non diventa povera, non può essere la Chiesa di Cristo. Non si può accettare una ricchezza così schifosa in Vaticano».

Quello di camerlengo è un incarico di poco peso in termini di governo, ma dall’alto valore simbolico. È colui che assume la guida provvisoria della Chiesa e che ha il compito di curare e amministrare i beni e i diritti temporali della Santa sede nel breve tempo in cui questa è vacante, ovvero tra la morte – o le dimissioni – di un papa e l’elezione di un altro. Tauran, 71 anni, è un diplomatico di lungo corso: ha operato nelle nunziature apostoliche della Repubblica Dominicana e del Libano, prima di essere richiamato da Wojtyla in Vaticano, dove ha lavorato presso il Consiglio degli affari pubblici della Chiesa, poi diventata Sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, il “ministro degli esteri” vaticano. Attualmente è presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e uno dei cardinali di fiducia di Bergoglio all’interno dello Ior: fa parte della Commissione di vigilanza della banca vaticana (unico “sopravvissuto” della precedente gestione, durante la quale fu uno degli oppositori di Bertone, che ne era il presidente) e papa Francesco lo ha scelto anche come componente della Commissione referente – una sorta di commissione di inchiesta – sullo Ior.

Francescani, poveri ma per truffa

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Fine d’anno ingloriosa per Francesco d’Assisi, il santo della povertà a cui papa Bergoglio ha detto di essersi ispirato quando nella Cappella sistina, appena eletto papa, ha scelto il proprio nome da pontefice. I suoi discepoli, i minori, l’ordine da lui fondato otto secoli fa, sono alle prese con un buco di bilancio di svariati milioni di euro, causato da «dubbie operazioni finanziarie», condotte anche da alcuni frati. E quello dei francescani è solo l’ultimo e l’ennesimo scandalo economico-finanziario che, in tempi recenti, ha coinvolto enti ecclesiastici e congregazioni religiose. Evidentemente nella Chiesa il bimillenario conflitto fra Dio e Mammona è sempre attuale.

Le rivelazione del dissesto economico dei francescani arriva direttamente dal ministro generale dell’Ordine dei frati minori – il terzo istituto religioso maschile della Chiesa cattolica per numero di aderenti, dopo gesuiti e salesiani –, lo statunitense fr. Michael Anthony Perry, in una lettera indirizzata agli oltre 14mila frati sparsi nel mondo. La situazione è «grave, sottolineo grave», rimarca Perry. Un aggettivo volutamente ribadito che lascia intendere – dalla Curia generale dell’ordine non si fanno cifre – che il buco di bilancio ammonta a decine di milioni di euro, forse anche di più. Non a causa della crisi, ma per operazioni finanziarie spericolate «condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell’ordine», in concorso anche con persone esterne ai francescani, già denunciate alla magistratura.

L’indagine interna, avviata nello scorso settembre e tutt’ora in corso, ha evidenziato una serie di attività finanziarie, definite eufemisticamente «dubbie», realizzate dall’Economato generale dei francescani. L’economo generale, p. Giancarlo Lati (prima di scegliere il saio lavorava al Monte dei Paschi di Siena), si è dimesso ed è stato subito sostituito dal suo vice, p. Silvio De La Fuente, affiancato da un secondo frate esperto in questioni economiche e amministrative, p. Pasquale Del Pezzo.

«La Curia generale si trova in una situazione di grave difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti», si legge nella lettera del ministro generale. Dall’indagine interna «è emerso che i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell’Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l’inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente». Dai primi riscontri pare che si siano verificate molteplici «dubbie operazioni finanziarie», «senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell’attuale Definitorio generale», l’organo di governo centrale dell’Ordine. Operazioni che «hanno messo in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale» e che «vedono coinvolte persone che non sono francescane ma che sembra abbiano avuto un ruolo centrale nella vicenda». Si avvalora quindi l’ipotesi di una sorta di “concorso esterno” – che potrebbe anche nascondere una truffa –, ma le principali responsabilità sembrano essere tutte interne all’Ordine.

Uno dei filoni dell’indagine ruoterebbe attorno all’hotel “Il Cantico” – nome francescano doc, plasmato sul Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi –, albergo e ristorante di lusso di proprietà dei religiosi, a due passi da San Pietro, alla cui guida c’era l’ex economo, p. Lati, «un paradiso di eleganza, calore e benessere», si legge nel sito internet della struttura. Ma la vicenda potrebbe varcare anche i confini nazionali: secondo Panorama la magistratura svizzera avrebbe sequestrato alcuni depositi dell’Ordine per decine di milioni di euro perché sospetta che sarebbero stati investiti in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti.

In attesa di eventuali sviluppi penali, l’indagine interna, scrive Perry, dovrà quantificare la reale consistenza dell’ammanco, rafforzare i sistemi di controllo e vigilanza interni e passare al setaccio tutte «le attività dell’ufficio dell’Economato generale dal 2003 ad oggi, prestando particolare attenzione a qualunque operazione potesse suscitare sospetto o preoccupazione». Da valutare la posizione del precedente ministro generale dei frati minori (dal 2003 al 2013), mons. José Rodríguez Carballo, da poco più di un anno nominato da papa Francesco segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Lo stesso Carballo, nello scorso agosto, firmò – insieme al prefetto della Congregazione, card. Braz de Aviz –, le “Linee orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”: un vademecum per la gestione corretta e trasparente dei beni e dei patrimoni degli ordini e delle congregazioni religiose.

I frati minori non rischiano il fallimento, ma il pesante dissesto economico potrebbe metterli in seria difficoltà. Tanto che Perry chiede a tutti i conventi di inviare alla Curia generale «un contributo finanziario per aiutarci a far fronte all’attuale situazione, che implica anche il pagamento di cospicue somme di interessi passivi». Chissà che questa vicenda non obblighi l’Ordine a recuperare la povertà praticata e auspicata da Francesco d’Assisi che fin dall’inizio – nonostante le agiografie edulcorate – fu guardata con sospetto dai papi e contestata dagli stessi francescani, che proprio sulla questione della povertà si divisero già all’indomani della morte del loro fondatore.

Il «peccato» venale oltre lo Ior

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Adesso i francescani. In passato i salesiani, i camilliani, i Figli dell’Immacolata concezione. Oltre allo Ior e ad alcune diocesi. Quello che in questi giorni coinvolge l’Ordine dei frati minori è solo l’ultimo di una lunga serie di scandali economico-finanziari che vede come protagonisti istitituzioni ecclesiastiche e congregazioni religiose.

È di pochi giorni fa l’apertura di un’indagine, l’ennesima, sullo Ior. Sotto inchiesta sono finiti i massimi dirigenti del dopo Marcinkus – che negano ogni addebito –, quelli chiamati a “risanare” la banca vaticana: Angelo Caloia (presidente dal 1989 al 2009) e Lelio Scaletti (ex direttore generale), indagati dalla magistratura vaticana per peculato. Avrebbero “svenduto” 29 immobili di proprietà dello Ior (per un valore stimato di 160 milioni di euro) a società offshore domiciliate in vari “paradisi fiscali”, controllate in parte dagli stessi indagati che così avrebbero realizzato guadagni per 50-60 milioni di euro, a danno della stesso Ior, rivendendo o affittando gli edifici e gli appartamenti.

Oltrepassando il Tevere e spostandosi in Italia, è cominciata nel 2013 un’inchiesta della procura di Terni che ha messo in luce una serie di operazioni immobiliari sospette, avvenute negli anni in cui a Terni c’era come vescovo mons. Vincenzo Paglia (“guida spirituale” della Comunità di Sant’Egidio, ora a capo del Pontificio consiglio della famiglia), nelle quali sono coinvolti alcuni dirigenti laici della Curia di Terni – per oltre un anno “commissariata” dal Vaticano –, che hanno lasciato un buco nei bilanci della diocesi di circa 20 milioni di euro.

Se poi si passa alle congregazioni religiose, il quadro si fa ancora più intricato. Nel 2013 è finito agli arresti p. Franco Decaminada, ex consigliere delegato della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione – proprietaria dell’Istituto dermatopatico dell’Immacolata, dell’ospedale San Carlo di Nancy e di altre strutture sanitarie a Roma e in Italia –, con l’accusa di bancarotta fraudolenta, false fatturazioni e appropriazione indebita: avrebbe prelevato svariati milioni di euro, mandando quasi sul lastrico la sua stessa congregazione religiosa. Sempre nel 2013 è finito agli arresti anche l’ex superiore generale dei camilliani, p. Renato Salvatore, accusato di essersi appropriato di una decina di milioni di euro del proprio ordine religioso e di aver concorso ad una sorta di sequestro lampo di due confratelli per impedire loro di partecipare alla votazione per l’elezione del nuovo superiore. E il prossimo 22 aprile si aprirà il processo contro don Giovanni Mazzali, ex economo generale dei salesiani, la seconda congregazione al mondo per numero di aderenti, dopo i gesuiti e prima dei francescani. È accusato, insieme ad altri, di truffa nei confronti della propria congregazione a cui, nell’ambito di una complessa vicenda che riguarda l’eredità del marchese Alessandro Gerini (660 milioni) – senatore democristiano e palazzinaro della prima repubblica – avrebbe tentato di sottrarre 100 milioni di euro.

Il Vaticano indaga sullo Ior: sotto inchiesta per peculato Angelo Caloia, successore di Marcinkus

17 dicembre 2014

“Adista”
n. 45, 20 dicembre 2014

Luca Kocci

Il Vaticano ha aperto un’indagine giudiziaria sui vertici dello Ior del dopo Marcinkus: Angelo Caloia (presidente per un ventennio, dal 1989 al 2009, quando fu sostituito da Ettore Gotti Tedeschi) e l’ex direttore generale dell’Istituto, Lelio Scaletti. L’ipotesi di reato formulata da Gian Piero Milano, il promotore di giustizia vaticano – una sorta di pubblico ministero della magistratura di Oltretevere – è di peculato.

I due ex dirigenti della banca, in concorso con l’avvocato Gabriele Liuzzo, fra il 2001 e il 2008 avrebbero “svenduto” 29 immobili tra Roma e Milano di proprietà dello Ior (valore stimato: 160 milioni di euro) a società offshore domiciliate in vari “paradisi fiscali” – come le Bahamas – controllate in parte dagli stessi indagati che così avrebbero realizzato guadagni per 50-60 milioni di euro, a danno della stessa banca vaticana, rivendendo o affittando gli edifici e gli appartamenti. I magistrati hanno sequestrato loro alcuni conti – aperti proprio allo Ior – per un ammontare di quasi 17 milioni di euro, che sarebbero solo una parte di quanto intascato. Per tentare di rintracciare il resto, infatti, non si escludono rogatorie internazionali, anche verso l’Italia.

Il complesso giro di compravendite è emerso dalle indagini della società di revisione contabile Promontory financial group – la società statunitense che da un anno e mezzo sta passando la setaccio i conti dello Ior e da un anno anche le attività dell’Apsa, dopo lo scandalo che ha coinvolto mons. Nunzio Scarano – e dall’ispezione interna dell’Autorità per l’informazione finanziaria vaticana (Aif) condotta all’inizio di quest’anno. Non è la «Chiesa povera e per i poveri» sognata da papa Bergoglio – l’inchiesta della magistratura è scaturita da una denuncia degli attuali vertici dello Ior per i mancati introiti da parte dell’istituto stesso –, ma sicuramente i meccanismi di controllo interni e la ripulitura dei conti stanno cominciando a produrre qualche risultato.

Sia lo Ior che la Santa sede, benché non abbiano voluto comunicare i nomi degli indagati, hanno validato la notizia lanciata dall’agenzia Reuters e ripresa poi da tutti i media. «L’Istituto per le opere di religione si legge in un comunicato dello Ior dello scorso 6 dicembre – conferma di aver denunciato due ex manager e un avvocato alcuni mesi fa, atto che sottolinea il suo impegno a favore della trasparenza e della tolleranza zero, anche in relazione a sospetti su fatti del passato. Le denunce presentate alle autorità vaticane concernono fatti avvenuti tra il 2001 e il 2008 ed emersi nel quadro del processo di verifica interna avviato dell’istituto all’inizio del 2013. I conti tenuti presso lo Ior dagli indagati sono stati sequestrati su ordine del promotore della giustizia. Essendo le indagini giudiziarie in corso, lo Ior si asterrà dal rilasciare ulteriori dichiarazioni pubbliche». «Siamo molto lieti che le autorità vaticane stiano agendo con risolutezza», ha aggiunto il presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu. E anche il direttore della sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, ha ribadito che «il promotore di giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha aperto un’indagine nei confronti di due ex-dirigenti dello Ior per un’ipotesi di peculato per operazioni immobiliari avvenute nel periodo 2001-2008» e che l’indagine «è estesa anche a un avvocato per concorso nei fatti. Il problema – ha puntualizzato Lombardi – è stato presentato alla Magistratura dello Stato della Città del Vaticano dalle stesse autorità dello Ior a seguito delle operazioni di verifica interne avviate lo scorso anno. I conti degli interessati presso lo Ior sono stati sequestrati a scopo cautelativo qualche settimana addietro».

Quello di Caloia è il nome “grosso” dell’inchiesta. Già segretario regionale della Lombardia della Democrazia cristiana, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano – dove insegna tutt’ora (mentre si è dimesso dalla presidenza della Veneranda fabbrica del duomo di Milano e del Consiglio di amministrazione dell’Almo collegio borromeo – nel 1989 venne chiamato da papa Wojtyla alla presidenza dello Ior per “salvare” la banca travolta dagli scandali finanziari che ebbero come protagonisti Calvi, Sindona e mons. Marcinkus. Se le accuse di peculato dovessero risultare fondate, la sua immagine di risanatore dello Ior sarebbe irrimediabilmente compromessa.

Guantanamo, per chiuderlo Obama chiede aiuto al Vaticano

16 dicembre 2014

“il manifesto”
16 dicembre 2014

Luca Kocci

Sulla chiusura del carcere di Guantanamo, annunciata ma mai attuata, il presidente Usa Barack Obama chiede aiuto al papa, e la Santa sede risponde, assicurando il proprio sostegno.

Ne hanno parlato ieri mattina in Vaticano i due segretari di Stato, John Kerry e il cardinale Pietro Parolin. Durante l’incontro, riferisce il direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, Kerry ha illustrato «l’impegno degli Stati Uniti per la chiusura del carcere di Guantanamo» – dove attualmente sono reclusi 136 presunti terroristi – e ha espresso «il desiderio dell’amministrazione Usa di una favorevole attenzione della Santa sede alla ricerca delle soluzioni umanitarie adeguate per gli attuali detenuti». Da una parte, fra le righe, si chiede che il Vaticano prenda posizione per aiutare Obama a vincere le resistenze del Congresso – dei Repubblicani ma anche di settori consistenti dei Democratici –; dall’altra, questa invece è una richiesta palese, si domanda un intervento diplomatico della Santa sede per tentare di risolvere il problema della ricollocazione dei prigionieri liberati.

Su questo secondo punto, Lombardi ha fatto sapere che da parte vaticana «l’attenzione c’è». «La Santa sede – ha precisato il portavoce di Oltretevere – guarda favorevolmente all’impegno degli Stati uniti per chiudere il carcere, ma il problema è dove vanno i detenuti. La Santa sede può favorire soluzioni umanitarie». Quali siano queste soluzioni non viene detto, anche perché probabilmente, data la brevità del colloquio (un’ora), non se ne è parlato in maniera dettagliata. Il Vaticano, attraverso la propria rete diplomatica, potrebbe tentare di convincere altri Paesi a farsi carico di accogliere alcuni prigionieri nelle proprie carceri. Ma non è affatto detto che l’operazione, ammesso che parta, abbia successo.

Oltre il colloquio fra i due segretari di Stato, altro non vi è stato. Ma va ricordato che un mese e mezzo fa, durante un’udienza in Vaticano ad una delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale, Bergoglio era intervenuto duramente contro le torture – questione rilanciata proprio in questi giorni dopo la pubblicazione del rapporto del Senato Usa sui metodi brutali della Cia contro i presunti terroristi – e le detenzioni illegali. Molti Stati, aveva detto il papa, sono responsabili di aver praticato «il sequestro di persona» e il «trasporto illegale verso centri di detenzione in cui si pratica la tortura». Guantanamo non era stato nominato esplicitamente, ma pare difficile non pensarci.

Ricorso degli atei Uaar all’Agcom: «In tv alla Chiesa il 95% del tempo»

12 dicembre 2014

“il manifesto”
12 dicembre 2014

Luca Kocci

Atei e credenti in fedi diverse da quella cattolica possono stare tranquilli: in tema di informazione religiosa, la Rai rispetta pienamente il pluralismo. Lo ha sancito l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, rispondendo ad un esposto dell’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) in cui si lamentava la pesante «violazione del pluralismo informativo in materia di religione» da parte della tv di Stato.

«La Chiesa cattolica gode di una autentica e ingiustificata posizione dominante», aveva denunciato l’Uaar, «la Rai trasmette in pratica un solo messaggio, quello dei cattolici», mentre «lo spazio riservato ad altre concezioni del mondo è estremamente limitato» e quello «riservato alle opinione atee e agnostiche è di fatto addirittura assente». I dati parlano chiaro: la Chiesa cattolica, fra messe in diretta, presenze nei telegiornali, programmi di approfondimento e comparsate di vario tipo, occupa più del 95% dello spazio dedicato dalla Rai all’informazione religiosa, come risulta dal Dossier sulla presenza delle confessioni religiose in tv realizzato dalla Fondazione Critica liberale con il contributo della Chiesa valdese.

Nient’affatto, risponde l’Agcom, che pochi giorni fa ha respinto l’esposto dell’Uaar. Tanto per cominciare, in tema di pluralismo religioso, la normativa non prevede alcuna forma di par condicio. E comunque «la valutazione in ordine alla completezza dell’informazione non può essere effettuata in base al tempo televisivo fruito da ciascun soggetto portatore di determinati interessi o al numero di presenze degli stessi, ma alla luce della completezza dei temi oggetto di informazione». Insomma il tempo non conta, vale solo la «completezza dell’informazione». Come però sia possibile assicurare tale completezza senza dedicarvi tempo adeguato è un mistero che l’Agcom non spiega: probabilmente si tratta di un “mistero della fede”. In ogni caso, prosegue l’Autorità garante delle comunicazioni, «la Rai, nella propria programmazione, ha riservato una significativa attenzione alla tematica religiosa». Sono addirittura due i programmi televisivi dedicati alle confessioni non cattoliche: Protestantesimo (curato dalla Federazione delle Chiese evangeliche) e Sorgente di vita (a cura dell’Unione delle comunità ebraiche). Dove e quando vanno in onda? Su Rai2, a settimane alterne, all’1.30 di notte. E così il pluralismo è assicurato.

«Snellire le strutture e aggiornare la formazione». Papa Francesco apre l’anno della vita consacrata

11 dicembre 2014

“Adista”
n. 44, 13 dicembre 2014

Luca Kocci

Si è aperto con la prima domenica di Avvento, lo scorso 30 novembre, l’Anno della vita consacrata, indetto da papa Francesco per riflettere e fare in punto sul cammino degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, nel cinquantesimo anniversario della Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa, approvata al Concilio Vaticano II nel novembre 1964.

Nella lettera apostolica scritta per l’occasione, Francesco indica le priorità da affrontare, a cominciare dalla necessità dello «snellimento delle strutture», del «riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità» – magari per accogliere «rifugiati» e «poveri» – e dell’«adeguamento delle opere ai nuovi bisogni». «Non cedete alla tentazione dei numeri e dell’efficienza», scrive ancora il papa, perché l’«efficacia apostolica» della vita consacrata «non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi», ma dalla fedeltà concreta al Vangelo e dalla «profezia».

Simili ammonimenti erano stati lanciati da papa Francesco anche pochi giorni prima dell’inizio dell’Anno della vita consacrata, in occasione dell’udienza ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il 27 novembre. «Non dobbiamo avere paura di lasciare gli “otri vecchi”», aveva detto allora Bergoglio. Bisogna avere il coraggio di «rinnovare quelle abitudini e quelle strutture che, nella vita della Chiesa e dunque anche nella vita consacrata, riconosciamo come non più rispondenti a quanto Dio ci chiede oggi per far avanzare il suo Regno nel mondo: le strutture che ci danno falsa protezione e che condizionano il dinamismo della carità».

E nella stessa occasione papa Francesco ha elencato alcune «aree di debolezza» presenti nella vita consacrata: la «resistenza di alcuni settori al cambiamento» – chissà se stava pensando alla recente assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia –, la «diminuita forza di attrazione, il numero non irrilevante di abbandoni» – che ha a che fare anche con la «selezione» e la «formazione» dei candidati alla vita consacrata –, la «fragilità di certi itinerari formativi, l’affanno per i compiti istituzionali e ministeriali a scapito della vita spirituale, la difficile integrazione delle diversità culturali e generazionali, un problematico equilibrio nell’esercizio dell’autorità e nell’uso dei beni».

Insomma un catalogo di “punti dolenti” da affrontare con urgenza che riguardano non solo gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ma la Chiesa tutta. Sapranno e vorranno farlo?