Chiesa e mafie. Un rapporto ambiguo fra devozione e secolarizzazione. Intervista ad Alessandra Dino

“Adista”
n. 43, 6 dicembre 2014

Luca Kocci

Nel Giorno della civetta due personaggi secondari, che Leonardo Sciascia chiama genericamente «il vecchio» e «il giovane», parlano di Calogero Dibella, detto Parrinieddu, confidente dei carabinieri. «Io dico – ragiona il vecchio –: ti ho lasciato fare la spia perché, lo so, devi tirare a campare; ma devi farlo con giudizio, non è che devi gettarti contro la santa chiesa». La metafora, che allude agli “intoccabili” di Cosa nostra, esplicita l’intreccio e le contaminazioni che si sono andate sviluppando nel tempo fra Chiesa cattolica e mafie. Ne abbiamo parlato con Alessandra Dino, docente di Sociologia della devianza all’università di Palermo, a margine del convegno su “L’immaginario devoto tra organizzazioni mafiose e lotta alla mafia”, che si è svolto alla Casa della memoria e della storia di Roma lo scorso 20-21 novembre.

Il titolo della sua relazione su Chiesa e mafie parla di «un rapporto ambiguo tra devozione e secolarizzazione». Proviamo a spiegare

I fenomeni sociali sono complessi, tuttavia tentando una periodizzazione – proposta dagli studi sul tema – direi che c’è un primo periodo, fra il 1860 e il 1963, in cui prevale la contiguità e la sovrapposizione dei livelli. Dopo il 1963, anno della strage di Ciaculli, la prima grande strage di mafia, la Chiesa comincia a porsi gradualmente il problema mafia, anche perché non può farne a meno: ci sono i cadaveri, le stragi, la lettera fatta inviare da Paolo VI al cardinale di Palermo Ernesto Ruffini sul silenzio della Chiesa cattolica a fronte degli interventi del pastore valdese Pietro Valdo Panascia. Dagli anni ‘70, si comincia a discutere in maniera più critica delle relazioni fra Chiesa e mafie.

Arriviamo al 1993, con l’anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi e l’omicidio di don Puglisi…

È sicuramente un anno di svolta. La Chiesa, o almeno una parte di essa, in un certo senso si scuote e prende delle posizioni nette, e questo determina la reazione della mafia. Ricordiamo anche le bombe alle chiese romane di San Giorgio al Velabro e di San Giovanni al Laterano nell’estate del 1993, attentati indubbiamente “inediti” nell’agire mafioso.

Si può dire che da questo momento le strade divergono? La Chiesa non tace più sulla mafia e la mafia non ha più bisogno della Chiesa?

Direi di no. Sebbene Matteo Messina Denaro si professi pubblicamente ateo, sganciando implicitamente l’organizzazione dalla religione, in realtà all’interno dell’immaginario mafioso la religione ha ancora un grandissimo ruolo. La simbologia religiosa è intrecciata alla simbologia mafiosa e continua ad avere un impatto sociale elevato, nonostante i processi di secolarizzazione. Da parte della Chiesa ci sono sicuramente una consapevolezza e una presa di coscienza prima assenti, oltre che un’esposizione chiara su temi di cruciale importanza – anche la Cei in un documento del 2010 definisce la mafia “struttura di peccato” – ma non mi sembra che tutti i nodi siano sciolti.

Nonostante la beatificazione di don Puglisi martire di mafia e la scomunica di papa Francesco ai mafiosi?

Si tratta di un’ulteriore svolta, perché è stabilita una discontinuità. Il papa dice esplicitamente che i mafiosi sono scomunicati. In modo così netto non l’aveva detto nessuno. Al di là delle questioni di diritto canonico se la scomunica abbia valore giuridico o meno, la Chiesa afferma chiaramente che alcuni soggetti, per il solo fatto di appartenere alle mafie, sono fuori dalla comunità.

Cosa manca ancora?

Uscire dalla dimensione della parola e dei documenti ufficiali ed incarnare questa consapevolezza nella quotidianità dell’azione pastorale nei territori. Le prese di posizione dall’alto non hanno un consenso unanime all’interno della Chiesa. È un problema serio. Nelle parrocchie non fila tutto liscio, c’è una situazione a macchia di leopardo: accanto a luoghi e a soggetti nettamente schierati, ve ne sono altri in cui queste scelte non sono state ancora maturate, sia dal punto di vista della consapevolezza che della pastorale. Il rischio è che lo stesso don Puglisi sia considerato una sorta di eroe solitario, e quindi inimitabile. Ma il suo martirio ha senso solo se diventa prassi pastorale condivisa e praticata. Se porta ad interrogarsi sulle ragioni della sua diversità.

Resta il nodo dei rapporti con il potere

La Chiesa deve capire che la mafia si è trasformata, ha cambiato pelle, utilizza sempre meno le modalità della violenza, mentre stringe accordi con la criminalità economica. Credo che la Chiesa debba finalmente affrontare il problema della sua storica alleanza con il potere, i temi della corruzione, delle diseguaglianze economiche, su cui peraltro papa Bergoglio ha detto parole chiare. Va sciolto il legame fra Chiesa e denaro: lì sono i veri luoghi di interlocuzione e di collusione.

Un suo libro ha come titolo «la mafia devota». Perché i mafiosi hanno bisogno di mostrarsi e di essere riconosciuti come cattolici?

Sin dalle origini le organizzazioni mafiose hanno legato la loro immagine pubblica e i rituali affiliativi alla simbologia religiosa. La religione è usata per dare legittimità, sacralità e consenso all’organizzazione e alle sue scelte. Legittimità significa anche sostenere all’esterno di stare operando per la giustizia divina. E su questo aspetto, la giustizia divina contrapposta a quella umana, la Chiesa, anche recentemente, non ha espresso posizioni univoche. C’è poi la necessità di dare prestigio all’autorità del capo. Ma non solo. Gaspare Mutolo diceva: “Noi mafiosi siamo fatti di carne ed ossa, quindi anche noi abbiamo bisogno di religione”. Ci sono pertanto livelli diversi: quello personale, il livello dell’organizzazione e quello dell’immagine pubblica.

Il Vangelo è antimafia, la Chiesa lo è stata un po’ meno, perché?

Per vari motivi: paura, incapacità di comprensione, sottovalutazione, scelta del “male minore” – quando il nemico principale era il comunismo –, tornaconto economico, perché i mafiosi fanno donazioni e organizzano le feste patronali, ma usavano anche le Ior per riciclare e investire il proprio denaro. C’è anche un problema di modello di religiosità, fondato più sulla dimensione intimistica che sociale. Poco attento alle ricadute del peccato e concentrato sulla pietas verso il singolo peccatore. Situazioni che, talvolta al di là delle intenzioni dei singoli, determinano ancora oggi inquietanti consonanze tra i giudizi espressi da uomini di Chiesa e quelli formulati da uomini di mafia su questioni rilevanti come il pentimento e la collaborazione con la giustizia, con prese di posizione molto critiche nei confronti dei collaboratori considerati, anche tra i preti, “traditori” e “opportunisti”.

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