«Snellire le strutture e aggiornare la formazione». Papa Francesco apre l’anno della vita consacrata

“Adista”
n. 44, 13 dicembre 2014

Luca Kocci

Si è aperto con la prima domenica di Avvento, lo scorso 30 novembre, l’Anno della vita consacrata, indetto da papa Francesco per riflettere e fare in punto sul cammino degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, nel cinquantesimo anniversario della Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa, approvata al Concilio Vaticano II nel novembre 1964.

Nella lettera apostolica scritta per l’occasione, Francesco indica le priorità da affrontare, a cominciare dalla necessità dello «snellimento delle strutture», del «riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità» – magari per accogliere «rifugiati» e «poveri» – e dell’«adeguamento delle opere ai nuovi bisogni». «Non cedete alla tentazione dei numeri e dell’efficienza», scrive ancora il papa, perché l’«efficacia apostolica» della vita consacrata «non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi», ma dalla fedeltà concreta al Vangelo e dalla «profezia».

Simili ammonimenti erano stati lanciati da papa Francesco anche pochi giorni prima dell’inizio dell’Anno della vita consacrata, in occasione dell’udienza ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il 27 novembre. «Non dobbiamo avere paura di lasciare gli “otri vecchi”», aveva detto allora Bergoglio. Bisogna avere il coraggio di «rinnovare quelle abitudini e quelle strutture che, nella vita della Chiesa e dunque anche nella vita consacrata, riconosciamo come non più rispondenti a quanto Dio ci chiede oggi per far avanzare il suo Regno nel mondo: le strutture che ci danno falsa protezione e che condizionano il dinamismo della carità».

E nella stessa occasione papa Francesco ha elencato alcune «aree di debolezza» presenti nella vita consacrata: la «resistenza di alcuni settori al cambiamento» – chissà se stava pensando alla recente assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia –, la «diminuita forza di attrazione, il numero non irrilevante di abbandoni» – che ha a che fare anche con la «selezione» e la «formazione» dei candidati alla vita consacrata –, la «fragilità di certi itinerari formativi, l’affanno per i compiti istituzionali e ministeriali a scapito della vita spirituale, la difficile integrazione delle diversità culturali e generazionali, un problematico equilibrio nell’esercizio dell’autorità e nell’uso dei beni».

Insomma un catalogo di “punti dolenti” da affrontare con urgenza che riguardano non solo gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ma la Chiesa tutta. Sapranno e vorranno farlo?

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