Don Milani: riabilitarlo o chiedergli perdono?

“Adista”
n. 45, 20 dicembre 2014

Luca Kocci

Riabilitare don Milani o chiedergli perdono? A quasi 50 anni dalla morte del priore di Barbiana e a 55 dalla censura da parte del Sant’Uffizio di Esperienze pastorali – l’unico libro scritto da Lorenzo Milani –, a gettare nuova luce su quest’ultima vicenda contribuisce un carteggio, pubblicato da Segno (n. 359), mensile dei redentoristi di Palermo diretto da p. Nino Fasullo, fra Giorgio Pecorini, giornalista e grande amico di don Milani, e il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze.

Spunto per lo scambio epistolare fra i due, la cosiddetta “riabilitazione” di Esperienze pastorali da parte della Congregazione per la dottrina della fede – di cui Adista ha dato ampiamente conto (v. Adista Notizie n. 16/2014 e Adista Segni Nuovi 18/2014) –, in seguito ad una richiesta in tal senso a papa Francesco da parte di Betori.

I fatti sono noti. Pochi mesi dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali, nel 1958 – Milani era già stato “esiliato” a Barbiana da mons. Dalla Costa, arcivescovo di Firenze –, La Civiltà Cattolica, il quindicinale dei gesuiti le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana, pubblicò una severa stroncatura del testo. Tre mesi dopo arrivò l’intervento del Sant’Uffizio, prima con una lettera a mons. Florit, arcivescovo coadiutore di Dalla Costa (15 dicembre) e poi con un lungo articolo sull’Osservatore Romano (20 dicembre): si ordinava che il libro fosse «ritirato dal commercio», poiché conteneva «ardite e pericolose novità» in campo sociale. Il testo quindi non fu condannato perché non ortodosso, ma venne giudicato «inopportuno», e quindi proibito. Dopo oltre 50 anni di silenzio, ad aprile scorso, con una formulazione piuttosto minimalista, la Congregazione “riabilita” Esperienze pastorali, con la giustificazione che ormai sono cambiati i tempi.

Appena la notizia si diffonde, Pecorini scrive a Betori, riconoscendogli, a differenza dei suoi predecessori all’arcidiocesi di Firenze (Benelli, Piovanelli e Antonelli), di aver sentito il bisogno «di affrontare la questione se non proprio dalla radice (la cacciata infamante di quel giovane prete scomodo nell’esilio di Barbiana, agosto 1954) almeno dal decreto reticente e ambiguo del Sant’Uffizio che (dicembre 1958) imponeva il ritiro dal commercio vietando ristampa e traduzioni di Esperienze pastorali». Quello che Pecorini contesta è la ricostruzione della “riabilitazione” fatta da Betori in un’intervista a Toscana Oggi: «Non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro Esperienze pastorali né tantomeno contro don Lorenzo Milani. Ci fu soltanto una comunicazione data dalla Congregazione all’arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo».

«Si suggeriva?», chiede Pecorini, che riporta il testo della lettera che Florit inviò a Milani (19 dicembre 1958), appena ricevute le indicazioni dal Vaticano: «Da Roma – scriveva Florit – sono stato incaricato di comunicarLe quanto segue: la Sacra Congregazione del Santo Offizio ha disposto, dopo aver sottoposto ad accurato esame la Sua recente pubblicazione Esperienze pastorali che essa “venga ritirata dal commercio”. Ho già avvisato l’Editore a mettere ciò in esecuzione. Quanto sopra potrà recarLe qualche amarezza. Sono tuttavia sicuro che la Sua pietà sacerdotale l’aiuterà ad accettare con docilità filiale la disposizione della Santa Sede. Il Signore non mancherà di venirLe incontro con i Suoi lumi e con la Sua grazia confortatrice». Questo le pare «soltanto un suggerimento», chiede Pecorini? Nonostante la censura, Esperienze pastorali ha continuato ad essere stampato e venduto, «il guaio è che sia stato proprio il cattolicesimo italiano istituzionalizzato, prima a ufficialmente soffocare quel patrimonio, poi a non volersene giovare, addirittura negandone l’esistenza, per 56 anni; e che adesso lo si rivendichi, vantandosene», scrive Pecorini. «Chi c’è allora davvero da riabilitare: don Milani e il suo libro o quella gerarchia e quella rivista (La Civilità Cattolica, ndr) il cui “contributo” è stato davvero determinante a condannare entrambi senza il coraggio di assumersene la responsabilità?». A me pare, conclude, «che il via libera della Congregazione d’ora sia altrettanto stupido e vile del pronunciamento del Sant’Uffizio del ‘58. Allora, non essendo riusciti a trovare un appiglio disciplinare o canonico per una condanna formale, si dichiarò il libro “inopportuno” contemporaneamente stringendo vigilanza e moltiplicando calunnie sul suo autore. Ora, senza il coraggio di una leale autocritica, si contrabbanda la censura del ‘58 per un piccolo incidente di percorso spiegabile e scusabile col segno dei tempi: “non c’è stato mai nessun decreto di condanna”, per carità! E lo strazio di don Lorenzo? Affare privato suo: da quel buon cristiano e prete cattolico che era, l’avrà offerto al Signore e ne sarà stato ricompensato nell’aldilà. Amen».

Un mese dopo arriva la risposta di Betori. Ammette che il verbo «suggerire» è «del tutto inadeguato e persino fuorviante» rispetto all’azione del Sant’Uffizio. E spiega le proprie intenzioni: «La richiesta che ho rivolto al papa aveva uno scopo puramente pastorale: dire ai miei fedeli che leggere Esperienze pastorali non era giudicato un male dalla Chiesa». Pertanto «mi sembra un risultato positivo averlo riscattato dall’alone di una condanna che non c’era stata e aver appurato che un decreto contro il libro mai era stato emesso. Che non sia stata una condanna e che non sia stato emesso alcun decreto, nel contesto ecclesiale non sono cose da poco, anche se non mi nascondo certamente che con la comunicazione trasmessa a mons. Florit si voleva mettere in guardia i cattolici, e i preti in particolare, dal leggere un libro». La responsabilità principale, conclude Betori, è comunque del Vaticano: «Mi sembra più logico pensare che don Milani sia rimasto vittima dell’avversione del partito romano alle posizioni fiorentine piuttosto che di una guerra intestina a Firenze».

Resta il fatto che la Chiesa italiana non ha ancora pienamente pronunciato il mea culpa su una vicenda e su un prete che lo stesso papa Francesco, lo scorso 10 maggio, durante un incontro con il mondo della scuola, ha definito «un grande educatore italiano». Nel 2015, il Convegno della Chiesa italiana si terrà proprio a Firenze. Potrebbe essere l’occasione buona per i vescovi per ristabilire la verità e fare giustizia, sebbene postuma.

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