Archive for gennaio 2015

Ma c’era proprio bisogno di un appello in favore del papa? La Chiesa di base si interroga

27 gennaio 2015

“Adista”
n. 4, 31 gennaio 2015

Luca Kocci

Stanno decisamente con papa Francesco, sostengono e appoggiano i suoi gesti e i segnali di rinnovamento ecclesiale e pastorale del suo pontificato, ma non sottoscrivono l’appello in sua difesa (“Fermiamo gli attacchi a papa Francesco”) – lanciato da don Paolo Farinella e firmato dalle Comunità Cristiane di Base, da Noi Siamo Chiesa e da circa 13mila preti, religiosi e cattolici di base dopo l’articolo critico di Vittorio Messori pubblicato sul Corriere della Sera alla vigilia di Natale (v. Adista Notizie nn. 1 e 2/15) – perché ritengono che non vi sia bisogno «di organizzare una difesa di papa Francesco, quasi egli fosse assediato da una rete di conservatori che attentano quotidianamente al suo disegno riformatore», ma di «dialogo».

Ad esprimere questa posizione è la Rete dei Viandanti, network di associazioni e gruppi di base di ispirazione conciliare, promotrice, negli ultimi anni, di una serie di iniziative ecclesiali di rilievo, fra cui l’elaborazione di una “Lettera alla Chiesa che è in Italia” (v. Adista Notizie n. 11/13) e di un convegno – alla vigilia dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia – su “Separati, divorziati, risposati. Fallibilità dell’amore umano nello sguardo di Dio” (v. Adista Segni Nuovi nn. 31 e 33/14). «Ci siamo interrogati se e come si dovesse dire una parola a proposito dell’articolo di Vittorio Messori e alla fine abbiamo deciso positivamente», spiega Franco Ferrari, fra i principali animatori dei Viandanti. «Intervenire su queste prese di posizione non è mai facile perché si rischia di venire iscritti alle categorie dei favorevoli o dei contrari a qualcuno, in questo caso addirittura al vescovo di Roma, rischiando di abbassare Francesco a pomo della discordia e argomento di contesa». Ma abbiamo scelto comunque di dire la nostra, prosegue, per manifestare «l’espressione della diversità di sensibilità presenti nella grande comunità ecclesiale».

Il documento, sottoscritto da molte delle associazioni aderenti alla Rete dei Viandanti (Chiccodisenape, Chiesa oggi, Città di Dio, Comunità di sant’Angelo, Comunità del Cenacolo, Fine settimana, Gruppo per il pluralismo e il dialogo, il filo, Laboratorio di sinodalità laicale, Lettera alla Chiesa fiorentina, Oggi la parola, più le riviste Esodo, il Gallo, l’altrapagina, Nota-m e Tempi di Fraternità), plaude al pontificato di Francesco ed evidenzia le opposizioni che si sono attivate da parte dei settori conservatori del mondo ecclesiale: «Fin dai suoi primi gesti e dalle sue scelte dirompenti, nonostante l’apparente semplicità, si era capito che papa Francesco avrebbe suscitato dubbi, critiche, anche avversione. E ciò che nei mesi iniziali del suo pontificato era un sotterraneo bisbiglio di contrarietà a questo stile, con il tempo ha assunto le forme di un esplicito dissenso, talora con modi felpati, in altri casi con toni grevi». In particolare, sottolineano i Viandanti, «papa Francesco ha avviato un processo di rinnovamento, che riguarda certamente il ruolo del papato e della Curia romana, ma che si muove più in profondità, richiamando tutta la Chiesa a rigenerarsi, anche attraverso cambiamenti di modelli di pensiero e di stili di presenza ampiamente sedimentati negli ambienti ecclesiastici. Molti tra coloro che si riconoscevano in una Chiesa preoccupata di mantenere antiche primazie oggi esprimono disagio o contrarietà di fronte ai cambiamenti. Nello stesso momento, coloro che, in questi anni, hanno sostenuto l’esigenza di parlare con franchezza nella Chiesa, e che per questo sono stati spesso redarguiti aspramente (come appunto l’area della Chiesa di base che più di tutte si è spesa per l’appello in difesa di papa Francesco, ndr), ora guardano con favore l’aprirsi di un dibattito ecclesiale, che sperano non sia fine a se stesso e non assuma il carattere di un inutile scontro tra fazioni, che contraddirebbe anche l’impegno del papa per mantenere e rafforzare l’unità della Chiesa».

«Proprio perché il dialogo è essenziale alla vita della Chiesa – ecco il distinguo da parte dei Viandanti – non vi è bisogno di organizzare una difesa di papa Francesco, quasi egli fosse assediato da una rete di conservatori che attentano quotidianamente al suo disegno riformatore. Papa Francesco è nel cuore di moltissimi uomini e donne, cristiani e non, i quali vedono nei suoi gesti e nelle sue parole i segni di un Vangelo annunciato con semplicità e rigore. E che sentono, oltre ogni appartenenza, una reale vicinanza umana e spirituale. Egli non è solo, ma ha bisogno di fedeli che non tanto lo applaudano, quanto realizzino quella capacità di “vivere nel mondo senza essere del mondo” che è radicata nella tradizione cristiana e che papa Francesco continuamente indica a tutta la Chiesa». Pertanto, conclude il documento, «camminare insieme a papa Francesco, agli altri vescovi e all’intera comunità cristiana significa riconoscersi parte di una tradizione che ha origine nella comunità degli apostoli e che arriva al Concilio Vaticano II, una tradizione dove coesistono continuità e mutamenti, eredità e novità. Dimenticare questa capacità di rinnovamento (come spesso è accaduto negli ultimi decenni con mirati attacchi alla stagione conciliare, ignorata, indebolita, talvolta anche tradita) significa dimenticare l’essenziale della tradizione cristiana».

Sulla stessa lunghezza d’onda è la Comunità di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo), animata da don Cosimo Scordato, anch’essa da sempre in prima linea per la realizzazione di una Chiesa conciliare, sinodale, povera e dei poveri (v. Adista Segni Nuovi n. 9/11). «A proposito della richiesta di solidarietà nei confronti del vescovo di Roma avanzata recentemente dal movimento Noi siamo Chiesa, la Comunità di San Francesco Saverio ha la gioia di esprimere la propria sintonia con gli orientamenti e le azioni recentemente promosse dal papa», si dice in una nota della Comunità palermitana. «In questo ci sentiamo incoraggiati a procedere ulteriormente su un cammino già da tempo da noi intrapreso e che richiede ulteriori atti di coraggioso cambiamento». Insomma grande apprezzamento e pieno sostegno alla linea di papa Francesco, che però non ha di certo bisogno della nostra «solidarietà».

Anche nel vasto e variegato mondo della Chiesa di base che guarda con attenzione al pontificato di papa Francesco, le posizioni sono dunque articolate.

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«Giudaica perfidia». L’antisemitismo cattolico fra liturgia e storia

26 gennaio 2015

“Adista”
n. 3, 24 gennaio 2015

Luca Kocci

C’era un’espressione che più di tante altre per quasi quattro secoli ha reso manifesta l’ostilità verso il popolo ebraico da parte della Chiesa cristiana: «Giudaica perfidia». Una formula particolarmente grave non tanto, o non solo, per il significato – del resto la teologia, l’apologetica e l’omiletica sono piene di considerazioni antisemite e di accuse al popolo “deicida”, fin dai primi secoli del cristianesimo – quanto per la collocazione: la liturgia, ovvero la celebrazione della «storia della salvezza», manifestazione della piena ortodossia della fede, strumento principe della catechesi e dell’educazione delle masse dei fedeli, che non sapevano leggere ma partecipavano alle celebrazioni.

L’espressione compariva nei riti del venerdì santo, secondo il Missale romanum del 1570 di Pio V, il papa della Controriforma, che pochi anni dopo la conclusione del Concilio di Trento (1545-1563) decise di uniformare la disciplina liturgica per tutta la Chiesa cattolica romana. E così recitava l’ottava orazione della cosiddetta preghiera universale, l’unica – in tutto erano nove – in cui i fedeli non erano nemmeno invitati ad inginocchiarsi ma restavano in piedi: «Preghiamo – diceva il celebrante nell’invitatorio – anche per i perfidi giudei, perché il nostro Dio e Signore tolga il velo dai loro cuori e anch’essi riconoscano Gesù nostro Signore». E poi, dopo una breve pausa di silenzio, concludeva con la colletta: «O Dio onnipotente ed eterno, che non respingi nemmeno la giudaica perfidia dalla tua misericordia, ascolta le nostre preghiere che ti presentiamo per quel popolo accecato, affinché, riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, siano strappati dalle loro tenebre». Ma oltre alla specifica preghiera, era l’intero svolgimento della celebrazione della «passione del Signore» ad attribuire una particolare rilevanza alla «giudaica perfidia».

Per quattro secoli i cattolici hanno pregato così. Il nuovo libro di Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa ed esperto del papato in età moderna e contemporanea, indaga e percorre attraverso i secoli – da san Pio V fino a papa Francesco – questo particolare aspetto, finora poco o per niente studiato: l’antisemitismo nella liturgia cattolica (Daniele Menozzi, «Giudaica perfidia». Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 248, euro 22).

Dal messale di san Pio V in poi, i «perfidi giudei» saranno una presenza costante nella liturgia. Tutti i tentativi, in realtà minoritari, di espungere l’espressione che rivelava l’antisemitismo cattolico saranno destinati al fallimento: da quelli maturati durante la Rivoluzione francese e le repubbliche giacobine, immediatamente arginati dal ritorno dell’Ancien régime e dalla Restaurazione; a quello della Società degli Amici di Israele, nella seconda metà degli anni ’20, fondato anche sulle acquisizioni del nuovo metodo storico-critico, che aveva sottoposto a rigorosa analisi il significato del termine «perfidia» inteso come «assenza di fede», ma bocciato nettamente dalla Congregazione vaticana Sant’Uffizio che dispose anche lo scioglimento dell’associazione, i cui membri – scriveva il segretario, cardinale Merry del Val – erano caduti «in un tranello ideato dagli stessi ebrei che penetrano dappertutto nella società moderna». Il Sant’Uffizio in questo caso – anche su indicazioni di Pio XI che temeva che la condanna avrebbe potuto aggravare le accuse di antisemitismo verso i cattolici – precisò il rifiuto di un antisemitismo guidato da uno «spirito anticristiano» che «si traduceva in violente persecuzioni e vessazioni verso gli ebrei», senza però rinunciare a un antisemitismo «condotto secondo le direttive dell’autorità ecclesiastica». Ma, si chiede Menozzi, «come trattenere nei limiti dello “spirito cristiano” un antisemitismo alimentato da un rito solenne che ripeteva ciclicamente la caratterizzazione degli ebrei come “perfidi”?». Di lì a poco, forse non per caso, arriveranno le leggi razziali e la Shoah.

Le proposte di modifica verranno rilanciate dopo la fine della seconda guerra mondiale – per esempio da Jacques Maritain e dall’ebreo francese Jules Isaac, iniziatore del movimento delle Amicizie ebraico-cristiane –, ma l’unico risultato fu la reintroduzione della genuflessione durante la preghiera per i «perfidi giudei». Il nodo sarà sciolto solo negli anni ’60, con l’elezione alla cattedra di Pietro di papa Roncalli. Le «perfidia giudaica» viene cancellata prima a Roma, la diocesi del papa, già durante i riti pasquali del 1959, e poi in tutta la Chiesa, con la nuova edizione del messale romano, nel 1962. Il percorso poi si completa al Concilio Vaticano, con l’approvazione della dichiarazione Nostra aetate, in cui viene riconosciuta l’esistenza di un «comune patrimonio spirituale» fra ebrei e cristiani e sono archiviate le condanne perenni nei confronti del popolo ebraico: tutto quanto è stato commesso durante la passione di Cristo, si legge nella Nostra aetate, «non può essere imputato indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo».

Ma la storia non è chiusa. Perché dopo il pontificato di Paolo VI – che perfezionò l’aggiornamento di Roncalli con un nuovo messale (nel 1970) ulteriormente depurato da formule antiebraiche che ancora sopravvivevano in quello del 1962 – si sono intravisti inquietanti ritorni al passato. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a fronte di gesti di amicizia nei confronti del popolo ebraico, hanno condotto azioni di governo contraddistinte da forti ambiguità nel tentativo, risultato vano, di recuperare la “scissione a destra” con i tradizionalisti di Marcel Lefebvre – che pure da Wojtyla venne scomunicato nel 1988 – e con i gruppi nati da quell’alveo. Fu Giovanni Paolo II a consentire infatti le celebrazioni secondo il messale del 1962, che era stato messo in soffitta da Paolo VI. Non era più presente la «perfidia giudaica», nota Menozzi, tuttavia diversi testi «contenevano comunque alcuni elementi antisemiti, distribuiti in diversi passi del rito della settimana santa e più complessivamente nell’insieme del rito romano, che la riforma voluta da Montini aveva provveduto ad eliminare». Ma la Santa sede, nel 1990, approvò anche il messale di una piccola comunità benedettina di Le Barroux, in Provenza, guidata dall’ex lefebvriano dom Gerard Calvet, in cui l’espressione «giudaica perfidia» era rimasta intatta al proprio posto. Chi firmava l’introduzione, largamente elogiativa, di quel messale? Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Che di lì a poco, da papa, andrà oltre, con il motu proprio Summorum pontificum con cui si consente tuttora ai tradizionalisti, senza bisogno di permessi speciali, l’adozione del messale preconciliare. A causa delle proteste internazionali Benedetto XVI sarà costretto a modificare il testo della preghiera per gli ebrei, allineandolo in parte all’aggiornamento di Roncalli e Montini, ma auspicando comunque il riconoscimento di Gesù Cristo come «salvatore di tutti gli uomini», coerentemente del resto con la dichiarazione Dominus Iesus – emanata nel 2000 dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata proprio da Ratzinger – in cui è affermato che il solo messaggio salvifico si trova in Gesù Cristo.

«Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande», la motivazione alla base del Summorum pontificum, che è poi il vero nodo della questione: la convinzione, da parte di Ratzinger, che il «ritorno al sacro», totalmente sganciato dal percorso storico compiuto, costituisca il più efficace rimedio alla secolarizzazione, al relativismo e alla crisi della Chiesa contemporanea. E si tratta, nota Menozzi, di una concezione largamente condivisa nel mondo tradizionalista: il «rifiuto della storia come sapere indispensabile alla comprensione del presente e all’organizzazione del futuro». Ma «la liturgia – scrive ancora l’autore – costituisce un luogo sacrale, sicché le sue formule sono impermeabili ai condizionamenti derivanti dal tempo e dallo spazio oppure rappresenta un prodotto della storia e dunque le sue manifestazioni sono soggette ai mutamenti che gli uomini, nel loro cammino, intendono compiere in ordine alla relazione da intrattenere, nel culto, con il divino?». Un dilemma che papa Francesco, il quale non ha mai mostrato particolare simpatia verso il rito preconciliare, dovrà affrontare, se vorrà sciogliere tutti i legami fra liturgia e antisemitismo e riprendere quel programma di aggiornamento ecclesiale introdotto da Giovanni XXIII ma progressivamente abbandonato durante gli ultimi decenni.

Religione cattolica a scuola: calano gli studenti, aumentano gli insegnanti

24 gennaio 2015

“Adista”
n. 3, 24 gennaio 2015

Luca Kocci

Diminuiscono gli studenti e le studentesse che scelgono di frequentare a scuola l’ora di religione cattolica, ma aumentano i docenti di religione. Il dato, in evidente contraddizione, emerge dall’annuale rapporto pubblicato la scorsa settimana dal Servizio nazionale della Conferenza episcopale italiana per l’insegnamento della religione cattolica. Nell’anno scolastico 2013/2014, rispetto al 2012/2013, i docenti di religione sono aumentati di 839 su un totale di oltre 23mila (+ 3,7%). E nello stesso periodo gli studenti che hanno scelto di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) sono passati dall’88,9% dell’anno scolastico 2012/2013 all’88,5% del 2013/2014, con un calo dello 0,4%.

Come si spiega questa apparente contraddizione? Innanzitutto con il lieve aumento del numero delle classi, cresciuto di qualche decina di unità rispetto all’anno precedente (e questo non contrasta con la diminuzione del numero degli studenti che si avvalgono dell’Ircperché, per paradosso, sarebbe sufficiente anche 1 solo studente in una classe di 30 alunni a scegliere di frequentare l’ora di religione per nominare un insegnante “ad personam”), che però non giustifica per intero il numero di 839 docenti in più. E poi, spiega il Sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione (Snadir), con il fatto che non si tratta di docenti di ruolo su orario intero (cattedra settimanale di 18 ore), ma di supplenti annuali impiegati su orario parziale: 2 docenti part-time con 9 ore di lezione a settimana che, insieme, fanno una cattedra completa. «Pertanto, è vero soltanto che su un posto orario cattedra insegnano più docenti; ecco dunque il motivo dell’aumento di qualche unità. Non sono certamente aumentati posti di scuola secondaria», spiega Orazio Ruscica, segretario nazionale dello Snadir. In ogni caso nell’anno scolastico in corso l’organico dei docenti di religione ammonta a 23.991 unità, poco più della metà di ruolo, ovvero assunti a tempo indeterminato (12.823), i rimanenti incaricati annuali (11.168).

Al di là della “guerra dei numeri”, resta comunque il dato incontrovertibile che la frequenza all’ora di religione cattolica negli anni ha conosciuto un calo progressivo e costante, come dimostrano le analisi contenute nel Rapporto sull’analfabetismo religioso curato da Alberto Melloni (Il Mulino, 2014). In 20 anni – fra il 1993 e il 2012 – l’adesione all’Irc, che comunque resta maggioritaria, è diminuita mediamente del 5%. Il maggior numero dei “non avvalentesi” è alle scuole superiori, dove il 17% degli studenti non frequenta l’ora di religione; mentre si partecipa alle lezioni di religione cattolica soprattutto alla scuola primaria, dove il 93,1% dei bambini e delle bambine resta in classe. Chi non frequenta l’ora di religione cattolica per lo più esce dalla scuola (il 47%). Il 21,9% resta a scuola a studiare per conto proprio, il 18% studia con l’assistenza di un docente e appena il 13,1% frequenta delle attività didattiche alternative (ma qui si aprirebbe il fronte della mancata organizzazione di attività alternative da parte di molte scuole, nonostante la legge lo preveda espressamente qualora gli studenti e le famiglie ne facciano richiesta).

Un’emorragia che la Conferenza episcopale italiana guarda con preoccupazione. Infatti la presidenza della Cei, lo scorso 9 gennaio, alla vigilia dell’apertura delle iscrizioni per l’anno scolastico 2015/2016 (dal 15 gennaio ai 15 febbraio), ha reso noto un messaggio agli studenti e ai genitori per incoraggiarli ad «avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica». «Vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza di questa decisione che consente di mantenere o di escludere una parte significativa del curricolo di studio», scrivono i vescovi. «Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo. Il mondo si sta trasformando sempre più velocemente, i conflitti e le contrapposizioni diventano sempre più drammatici e anche la società italiana è diventata sempre più plurale e multiforme, ma la storia da cui veniamo è un dato immodificabile e le tracce che in essa ha lasciato e continua ad offrire la Chiesa costituiscono un contributo evidente ed efficace per la crescita della società di tutti». Pertanto, nella consapevolezza «dell’importanza e del valore educativo di questa disciplina scolastica», «vi invitiamo a compiere la scelta di avvalervi dell’Irc».

Don Peppe Diana: Vangelo e martirio. Un libro di mons. Nogaro sul parroco di Casal di Principe ucciso dalla Camorra

22 gennaio 2015

“Adista”
n. 3, 24 gennaio 2015

Luca Kocci

Un vescovo di frontiera, mons. Raffaele Nogaro, ricorda un prete di frontiera, don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 (v. Adista Documenti n. 28/94), e afferma con forza: è ora di proclamare il martirio di don Diana. «Peppino Diana è un martire», spiega Nogaro, «ha testimoniato il Vangelo», «ha combattuto la camorra e la camorra lo ha ucciso».

Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta dal 1990 al 2009 – quando lasciò l’incarico per raggiunti limiti di età (v. Adista Notizie n. 49/09) – si vide “affidato” il giovane prete di Casal di Principe dal suo vescovo, mons. Giovanni Gazza (di Aversa), perché potesse aiutarlo e anche proteggerlo dall’isolamento. Fra i due nacque un sodalizio e un’amicizia che proseguì fino all’assassino di don Diana. E anche dopo, dal momento che Nogaro continuerà a difendere la memoria del parroco di Casal di Principe – infangata dagli stessi mandanti dell’omicidio (poi condannati dalla magistratura), con la strategia della calunnia e la complicità di alcuni giornali locali, che pubblicarono pezzi titolati “Don Diana a letto con due donne” oppure “Don Diana era un camorrista” – e a chiedere che ne venga riconosciuto il martirio.

Esce in questi giorni un piccolo e prezioso libro del vescovo emerito di Caserta dedicato a don Diana (Raffaele Nogaro, Peppino Diana. Il martire di Terra di Lavoro, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2014, pp. 76, euro 7). «In questo libro il vescovo Raffaele offre una intensa e sofferta riflessione sul senso dell’impegno cristiano di don Peppino e sulla fedeltà al sacerdozio ispirata alla Bibbia che furono la causa della sua morte, ma anche la grandezza esemplare della sua vita», scrive Sergio Tanzarella (docente di Storia della Chiesa alla Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e all’Università Gregoriana di Roma) nell’introduzione, in cui traccia anche un ampio ritratto di Nogaro. «Don Peppino rifiutò una fede rassegnata al male e alla sua presunta onnipotenza», scrive Tanzarella, «prese sempre più le distanze da un modello di prete funzionario del sacro, esclusivamente impegnato in un liturgismo narcotizzante e devoto in grado di annullare il senso ultimo della missione cristiana che è l’evangelizzazione come annuncio di liberazione e ricerca della giustizia. In questo cammino compiuto in anni nei quali la camorra, con la complicità diretta o indiretta di partiti e istituzioni, governava e gestiva la vita dei cittadini della provincia di Caserta spacciando per concessioni i diritti, opprimendo i cittadini e creando le premesse per forme di inquinamento permanente e letale, don Peppino infrange il cliché del prete amico indistintamente di tutti, alleato dei moderati e dei benpensanti della società, sostenitore e beneficiario di quel collateralismo politico che ha distrutto la possibilità di maturazione di una coscienza civica in Italia».

Nato a Casal di Principe nel 1958, Diana entra giovanissimo nel seminario di Aversa. Si iscrive alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e nel 1982 viene ordinato prete. Torna a Casale, dove inizia a seguire gli scout dell’Agesci. Pochi mesi dopo, un avvenimento lo segnerà profondamente: l’episcopato della Campania, il 29 giugno 1982, pubblica il documento Per amore del mio popolo non tacerò, una riflessione e un atto d’accusa contro la camorra, un appello ai credenti a partecipare attivamente alla vita civile, un’autocritica affinché la Chiesa vinca paure e convenienze e si schieri contro la criminalità organizzata. È la prima volta che una Conferenza episcopale, benché regionale, pronuncia la parola “camorra”, infrangendo una mentalità e una prassi che la faceva considerare estranea alle preoccupazioni e alla prassi pastorale. La nota dei vescovi campani resterà lettera morta per tanti, ma non per don Diana che alla pastorale ordinaria affianca un forte impegno sociale sul territorio che gli varrà l’etichetta di “prete anticamorra” e gli procurerà le intimidazioni della criminalità: una notte dell’autunno 1987, all’indomani di un convegno e di una marcia antiviolenza organizzati insieme ad altri due parroci di Casal di Principe, vengono sparati dei colpi di pistola alla finestra di casa sua.

Nel 1989 viene nominato parroco di San Nicola, a Larino, uno dei quartieri più difficili di Casale, dove dà il via ad una piccola rivoluzione: il consiglio pastorale viene democraticamente eletto fra tutti i fedeli, le feste patronali esterne vengono abolite – anche per evitare sprechi di denaro e inquinamenti camorristici –, viene aperto un centro di accoglienza per gli immigrati. Intanto la guerra fra i clan si intensifica (in particolare fra gli Schiavone e i De Falco, anche in seguito alla scomparsa dei vecchi boss Antonio Bardellino e Mario Iovine), i morti ammazzati si moltiplicano, i De Falco organizzano un corteo con decine di uomini armati e a volto scoperto che sfilano per le vie del paese fin sotto le finestre dei nemici, emerge il potere di Francesco Schiavone “Sandokan”. In questa situazione don Diana, nel Natale del 1991, convince i parroci e i preti della foranìa di Casal di Principe a firmare e a diffondere nelle parrocchie un documento che riecheggia quello dei vescovi campani del 1982, condanna la camorra, denuncia della latitanza dello Stato e critica il silenzio della Chiesa (Per amore del mio popolo, integralmente ripubblicato del volumetto di Nogaro). «La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura e impone le sue leggi», scrivono i preti. «Il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi». La Chiesa deve recuperare il suo «ruolo profetico affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia». Il testo ha una grande risonanza, e Casal di Principe finisce sotto i riflettori: aumenta la polizia, arrivano gli arresti, il Consiglio comunale viene sciolto per infiltrazioni mafiose. Il confine è stato superato. Bisogna dare un segnale, così come hanno fatto a Palermo i fratelli Graviano, ordinando l’omicidio di don Giuseppe Puglisi. E così don Diana viene ucciso, nella sacrestia della sua parrocchia, alle 7 del mattino del 19 marzo 1994.

«Il sogno di don Peppino si rivolgeva espressamente ai giovani, ai quali voleva preparare un futuro di speranza, di dignità, di libertà, di uguaglianza. La realtà sociale, in cui viveva e nella quale esprimeva il suo apostolato, si era resa malsana ed umiliante. La camorra, nella sua forma più spietata, metteva la gente in una condizione di reale schiavitù», scrive Nogaro. «L’impulso di don Peppino divenne una vocazione, come quella di Paolo: “Guai a me se non evangelizzo”. Sapeva che anche a costo della vita era necessario rompere le catene dell’omertà». Una missione da “isolato”, come spiega Nogaro: «Le Chiese del Sud non hanno voluto combattere questo male. Si sono rassegnate a forme di convivenza e di opportunismo». Per questo «Giuseppe Diana è il riscatto delle nostre terre sempre oppresse, è l’anima pulita della nostra Chiesa meridionale. È giunto il momento di proclamarlo “beato-makarios, il valoroso, il giusto».

La mafia è «struttura di peccato». Nota pastorale sulla ‘ndrangheta dei vescovi calabri

18 gennaio 2015

“Adista”
n. 2, 17 gennaio 2015

Luca Kocci

La Chiesa di Calabria ribadisce la scomunica agli appartenenti alla ‘ndrangheta già pronunciata da papa Francesco nella Piana di Sibari (Cs) lo scorso 21 giugno, durante la visita pastorale alla diocesi di Cassano allo Jonio (v. Adista Notizie n. 25/14).

«Nei confronti di chi, notoriamente e ostinatamente, nel corso della vita terrena abbia preso parte in prima persona, come mandante, come esecutore e collaboratore consapevole, ad organizzazioni criminali, come la ‘ndrangheta, la Conferenza episcopale calabra, pubblicamente e solennemente ribadisce che di fatto è fuori dalla comunione con la Chiesa», scrivono i vescovi. «Il mafioso, se non dimostra autentico pentimento, né volontà di uscire da una situazione di peccato, non può essere assolto sacramentalmente nel rito della confessione-riconciliazione, né può accedere alla comunione eucaristica; tantomeno può rivestire uffici e compiti all’interno della comunità ecclesiale. Nel cammino di conversione la Chiesa, però, non lo lascia solo, ma lo accompagna con pazienza e amore, come ci ha insegnato Gesù».

Le affermazioni, in linea con altri documenti Conferenza episcopale calabra (Cec) – in particolare la Nota del 2007 Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo, ispirata da mons. Giancarlo Bregantini, allora vescovo di Locri-Gerace (Rc) – sono contenute nella Nota pastorale sulla ‘ndrangheta Testimoniare la verità del Vangelo emanata dalla Cec il 25 dicembre 2014 e resa nota lo scorso 2 gennaio. Un testo ampio (12 pagine) in cui è presente un’analisi complessiva della situazione nella regione, della posizione della Chiesa e delle istituzioni civili e un conclusivo «messaggio di speranza e invito alla conversione».

Un territorio e un popolo feriti

«La Calabria è una terra meravigliosa, ricca di uomini e donne dal cuore aperto ed accogliente, capaci di grandi sacrifici», scrivono i vescovi, che però rilevano anche una serie di problemi che affligge il territorio: la «disoccupazione, la corruzione diffusa, una politica che tante volte sembra completamente distante dai veri bisogni della gente sono tra i mali più frequenti di questa nostra terra, segnata, anche per questo, dalla triste presenza della criminalità organizzata, che le fa pagare un prezzo durissimo in

termini di sviluppo economico, di crisi della speranza e di prospettive per il futuro». Proseguono i vescovi: «La realtà criminale ha raggiunto ormai una dimensione “globalizzata”, in grado di aprire i propri spazi di “mercato di morte” oltre i confini nazionali ed europei, trovando in alcune frange della politica e dei poteri forti deviati connivenze e collusioni, che le permettono di piegare ai propri fini i suoi alleati, tante volte prezzolati in termini di denaro pulito e sporco, di tangenti, di favori e di raccolta di voti e consensi».

La ‘ndrangheta «struttura di peccato»

In questo contesto, «i pastori delle Chiese che sono in Calabria vogliono far riecheggiare l’indimenticabile grido contro la mafia, lanciato da san Giovanni Paolo II: “Convertitevi, verrà il giudizio di Dio”» (nella valle dei templi di Agrigento nel 1993, v. Adista Notizie n. 36/93).

«La ‘ndrangheta non ha nulla di cristiano – si legge nella Nota della Cec –. È altro dal cristianesimo, dalla Chiesa. Non è solo un’organizzazione criminale che, come tante altre, vuole realizzare i propri illeciti affari con mezzi altrettanto illeciti e illegali, ma, attraverso un uso distorto e strumentale di riti religiosi e di formule che scimmiottano il sacro, si pone come una vera e propria forma di religiosità capovolta, di sacralità atea, di negazione dell’unico vero Dio. L’appartenenza ad ogni forma di criminalità organizzata non è titolo di vanto o di forza, ma titolo di disonore e di debolezza, oltre che di offesa esplicita alla religione cristiana. L’incompatibilità non è solo con la vita religiosa, ma con l’essere

umano in generale. La ‘ndrangheta è una struttura di peccato che stritola il debole e l’indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo sociale». La conseguenza è la «scomunica» di fatto e l’esclusione dall’accesso ai sacramenti, in mancanza di pentimento e ravvedimento concreto.

L’uso criminale di una «religiosità deviata»

«La ‘ndrangheta – scrivono i vescovi calabri – è un’organizzazione criminale fra le più pericolose e violente. Essa si poggia su legami familiari, che rendono più solidi sia l’omertà, sia i veli di copertura. Utilizzando vincoli di sangue, o costruiti attraverso una religiosità deviata, nonché lo stesso linguaggio di atti sacramentali (si pensi alla figura dei “padrini”), i boss cercano di garantirsi obbedienza, coperture e fedeltà. La ‘ndrangheta, lì dove attecchisce e prospera, svolge un profondo condizionamento della vita sociale, politica e imprenditoriale nella nostra terra. Con la forza del denaro e delle armi, esercita il suo potere e, come una piovra, stende i suoi tentacoli dove può, con affari illeciti, riciclando denaro, schiavizzando le persone, ritagliandosi spazi di potere. È l’antistato, con le sue forme di dipendenza, che essa crea nei paesi e nelle città. È l’anti-religione, insomma, con i suoi simbolismi e i suoi atteggiamenti utilizzati al fine di guadagnare consenso. È una struttura pubblica di peccato, perché stritola i suoi figli. È contro la vita dell’uomo e contro la sua terra. È, in tutta evidenza, opera del male e del Maligno».

«Irresponsabili connivenze» e «silenzi omertosi» da parte degli uomini di Chiesa

«Nelle radici della ‘ndrangheta c’è, infatti, il concetto di un “assoluto”, sopra del quale non c’è alcun altro: ma solo il capo di turno e la “cupola” mafiosa», prosegue la Nota della Cec. «Un “assoluto” da cui si dipende, a cui bisogna sempre ubbidire e rendere conto di tutto; un “assoluto”, che ha l’ultima parola sulla vita stessa degli altri. Non ci vuol molto a capire che si è in una situazione diametralmente opposta a quella del Vangelo».

Arriva poi il riferimento ai legami fra boss e religiosità popolare – dalle processioni con gli “inchini” delle statue della Madonna e dei santi davanti alle abitazioni dei capi mafia, alla frequentazione assidua degli ‘ndranghetisti di alcuni santuari, come quello della Madonna di Polsi in Aspromonte (v. Adista Notizia nn. 64/10 e 65/11) –, da sempre usata come strumento di consenso e legittimazione popolare, con la benedizioni ecclesiastica. Scrivono i vescovi: «Scandalosa è l’assimilazione tra certe forme di manifestazione della pietà e della devozione, da una parte; e certi riti pagani e mafiosi di affiliazione ai clan, dall’altra. È vero che le radici del fenomeno vanno inquadrate in una “questione meridionale” ancora irrisolta e in una cultura deviata, che vuole esercitare una supplenza alle deficienze e assenze dello Stato, ai suoi ritardi, e alla sua stessa impostazione sociale, ma è anche vero, lo ribadiamo, che questa forma di criminalità si è trasformata in una piovra, che cerca di sostituirsi allo Stato e vuole dominare il territorio fino a impadronirsene con la forza. Tale deleterio fenomeno ha infestato la nostra vita sociale ed è penetrato anche in certi scenari religiosi di alcune comunità ecclesiali locali. Possiamo affermare che lo stravolgimento subito dalle devozioni e dalle pratiche di culto della Chiesa ha portato, a volte, alcune belle forme di pietà popolare a diventare autentiche manifestazioni di idolatria, mascherata di religiosità».

E infatti, segnalano i vescovi in un passaggio in cui è possibile leggere un’autocritica dell’operato di alcuni uomini di Chiesa – non della struttura ecclesiastica però –, «non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché silenzi omertosi: e di questo i credenti sanno e vogliono chiedere perdono».

Chiesa contro la ‘ndrangheta, ma i vescovi non sono poliziotti o magistrati

Contro la ‘ndrangheta, la Chiesa «conferma di non poter tacere o restare indifferente», afferma la nota della Cec, nella quale tuttavia si puntualizza che «la Chiesa non è la magistratura e non è la polizia e non è neppure è un tribunale civile, chiamato a distribuire patenti di mafiosità». E, nell’ambito della «necessaria collaborazione» con la magistratura, si ribadisce l’inviolabilità del segreto confessionale che mai «nessun ministro di Dio può tradire».

Una precisazione superflua – perché è fin troppo ovvio che la Chiesa non può essere confusa con magistratura e polizia –, che sembra quasi voler attenuare la nettezza della Nota pastorale. Oppure mettere i puntini sulle i nelle recenti polemiche a mezzo stampa che hanno contrapposto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri – che aveva imputato alla Chiesa omissioni e talvolta collusioni con la ‘ndrangheta – e alcuni vescovi calabri (v. Adista Notizie n. 42/13).

La meta finale: la conversione dello ‘ndranghetista

Nessuna commistione è possibile fra «fede» e appartenenza alla ‘ndrangheta, conclude la Nota della Cec, «la Chiesa sente di dover essere consequenziale, marcando la differenza tra il bene e il male, per non trasmettere messaggi ambigui e ricordare invece, ancora una volta, che chi sceglie la mafia si pone al di fuori del Vangelo; e, quindi, morirà senza la consolazione che lo Spirito offre a chi sceglie la vita vera». Ma l’obiettivo ultimo resta la «conversione», perché «anche il più incallito dei peccatori, giustamente condannato dalla magistratura, ha ancora la possibilità di ravvedersi e di riparare».

Una conversione che però, precisano i vescovi, non può essere “a costo zero”. «Riconoscere di non essere in comunione con Dio è un appello a intraprendere un cammino di redenzione umana e di reinserimento sociale, ovvero di conversione, non come atto intimistico, ma come proiezione sul piano storico di un’avvenuta trasformazione esistenziale; tale cammino esige, comunque, la riparazione per il male inferto agli altri e al corpo sociale, nonché per le ingiustizie commesse a danno delle persone e della società. Nel caso specifico dello ‘ndranghetista, l’espiazione-riparazione non potrà certo ridare vita agli uccisi, o alle vittime dei reati e degli atteggiamenti mafiosi, ma potrà almeno contribuire alla ricostruzione personale e spirituale e, soprattutto, potrà, con una vita diversa, attaccare il male alla radice, per demolire le fondamenta stesse dell’organizzazione mafiosa». Insomma pentimento, ma anche collaborazione fattiva con le istituzioni.

Ad un prossimo Direttorio dei vescovi «su aspetti della celebrazione dei sacramenti e della pietà popolare» è affidata l’elaborazione e la redazioni di alcuni «principi e linee guide a cui ispirarsi e attenersi nelle nostre diocesi di Calabria». Intanto ora, oltre alla parole del papa a Sibari, c’è anche questo documento ufficiale della Conferenza episcopale calabra che, al di là delle necessarie e sicuramente opportune dichiarazioni di principio, andrà applicato nelle singole diocesi e comunità della regione.

Dal papa “sberla” al relativismo e difesa della famiglia

17 gennaio 2015

“il manifesto”
17 gennaio 2015

Luca Kocci

Sul terreno amico delle Filippine (80% di cattolici, ma una significativa minoranza musulmana), papa Francesco gioca all’attacco. L’altro ieri, durante il volo da Colombo (Sri Lanka) – prima tappa del viaggio apostolico in Asia – a Manila aveva promesso un «pugno» (metaforico) a coloro che offendono la fede, rispondendo alla domanda di un giornalista francese sulla libertà di espressione a proposito delle vignette satiriche del settimanale Charlie Hebdo. Ieri, nella capitale delle Filippine, Bergoglio ha assestato un paio di sberle alla cultura del «relativismo» e alle «ideologie colonizzatrici» che minano la famiglia tradizionale.

Una presa di posizione forte, per difendere quelli che Ratzinger chiamava «principi non negoziabili», indirizzata a tutti i livelli: politica, Chiesa e società. «Le famiglie hanno un’indispensabile missione nella società», ha detto il papa durante l’incontro con le autorità al palazzo presidenziale. «Ma la famiglia può anche essere sfigurata e distrutta. Essa ha bisogno del nostro appoggio. Sappiamo quanto sia difficile oggi per le nostre democrazie preservare e difendere tali valori umani fondamentali, come il rispetto per l’inviolabile dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti di libertà di coscienza e di religione, il rispetto per l’inalienabile diritto alla vita, a partire da quella dei bimbi non ancora nati fino quella degli anziani e dei malati». Poco dopo, durante la messa in cattedrale, ha invitato vescovi, preti, seminaristi, religiosi e religiose a «proclamate la bellezza e la verità del matrimonio cristiano ad una società che è tentata da modi confusi di vedere la sessualità, il matrimonio e la famiglia», «sempre più sotto l’attacco di forze potenti che minacciano di sfigurare il piano creativo di Dio».

L’affondo più deciso in serata, nell’incontro con le famiglie al palazzo dello sport. «Dobbiamo stare attenti alle nuove ideologie colonizzatrici che cercano di distruggere la famiglia», ha detto Bergoglio, «dobbiamo essere molto accorti, molto abili, molto forti, per dire no a qualsiasi tentativo di colonizzazione ideologica della famiglia». Il papa si riferisce a difficoltà di natura economica («la frammentazione delle famiglie con l’emigrazione per la ricerca di un impiego»), al «materialismo» e a «stili di vita che annullano la vita familiare e le più fondamentali esigenze della morale cristiana». Ma il nemico principale è il «relativismo»: la famiglia è minacciata «dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita», a cui Bergoglio associa una forte difesa dell’Humanae Vitae, l’enciclica di Paolo VI in cui si condanna la contraccezione.

Se la difesa della famiglia è stata il tema centrale della prima giornata a Manila, il papa ha toccato anche altri argomenti: la difesa del bene comune, la giustizia sociale, la lotta alle diseguaglianze sociali e alla corruzione («che toglie risorse ai poveri»). Tutti hanno «il dovere di ascoltare la voce dei poveri e di spezzare le catene dell’ingiustizia e dell’oppressione, che danno origine a palesi e scandalose disuguaglianze sociali».

Oggi trasferimento a Tacloban, città rasa al suolo dal tifone Yolanda nel 2013, e incontro con alcuni superstiti.

Papa Francesco: «Non si può uccidere in nome di Dio ma non si può prendere in giro la fede»

16 gennaio 2015

“il manifesto”
16 gennaio 2015

Luca Kocci

«Non si può uccidere in nome di Dio e in nome della propria religione», «è un’aberrazione», ma dall’altra parte «non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede». Nel volo aereo di trasferimento da Colombo (Sri Lanka) a Manila (Filippine) – seconda tappa del viaggio apostolico del pontefice in Asia – papa Francesco dialoga, come di consueto, con i giornalisti e, interpellato sugli attentati terroristici di Parigi della scorsa settimana da un cronista francese, condanna severamente la violenza di matrice religiosa – compresa quella cattolica del passato («anche noi siamo stati peccatori su questo») –, all’interno però di un discorso con qualche se e molti ma.

Come quando, parlando della libertà di espressione, Bergoglio afferma che è un «diritto umano fondamentale» però, puntualizza, «senza offendere». Invece c’è «tanta gente che sparla, prende in giro, si prende gioco della religione degli altri. Questi provocano, e può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri, che è un grande amico, ma se dice una parolaccia contro mia mamma, gli spetta un pugno, è normale». Un esempio che voleva essere ironico ma che, dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, pare quantomeno inopportuno (infatti, forse non a caso, nell’ampia sintesi del colloquio del papa con i giornalisti diffusa da Radio Vaticana, la frase non viene riportata). Tanto più se pronunciato prima dell’atterraggio in un Paese in prevalenza cattolico, le Filippine, confinanti però con l’Indonesia, il più popoloso Stato a maggioranza musulmana del mondo.

«C’è un limite», aggiunge Bergoglio. «Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana. Io non posso prenderla in giro, questo è un limite», e anche «nella libertà di espressione ci sono limiti».

Il papa: «Basta guerre, serve la pace»

13 gennaio 2015

“il manifesto”
13 gennaio 2015

Luca Kocci

Le stragi e gli attentati di Parigi della scorsa settimana sono frutto di «forme fuorviate di religione» e di un fondamentalismo che agisce contro gli esseri umani e «rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico». Lo ha detto ieri mattina papa Francesco agli ambasciatori presso la Santa Sede, ricevuti in Vaticano per la consueta udienza di inzio anno.

Sono appuntamenti importanti quelli con i diplomatici, perché i pontefici parlano direttamente agli Stati, indicando l’agenda dei temi che Oltretevere si ritengono più importanti. In passato grande attenzione era dedicata soprattutto ai “principi non negoziabili” e alle questioni etiche – anche quest’anno Bergoglio dedica un breve passaggio per criticare le «legislazioni che privilegiano diverse forme di convivenza piuttosto che sostenere adeguatamente la famiglia» –, ieri il cuore del discorso non poteva che essere il «terrorismo di matrice fondamentalista» e l’umanità «continuamente lacerata da tensioni e conflitti di ogni sorta»: Ucraina, Medio Oriente (fra Palestina e Israele «la soluzione di due Stati diventi effettiva»), Siria, Iraq, Nigeria e molti Paesi africani.

«Auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione», dice Bergoglio, che si rivolge anche agli Stati, senza invocare nuove “guerre al terrore”, ma chiedendo «iniziative concrete per la pace» e ribadendo una posizione già espressa: da parte dei governi «occorre una risposta unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite che il succedersi dei conflitti ha provocato».

Da questa mattina Francesco sarà in Estremo Oriente per un viaggio apostolico (fino a lunedì) in Sri Lanka e Filippine.

Papa Bergoglio comincia a far paura ai tradizionalisti

6 gennaio 2015

“il manifesto”
6 gennaio 2015

Luca Kocci

Che nella Chiesa cattolica sia in corso un rimescolamento delle posizioni storicamente consolidate risulta evidente da quello che sta avvenendo in questi giorni sui media e nella rete. Papisti, tradizionalisti e conservatori criticano papa Bergoglio e le sue novità, in nome dell’immutabilità di santa romana Chiesa. Preti di frontiera, comunità di base e movimenti riformatori da sempre considerati ad un passo dall’eresia difendono Francesco e i suoi segnali di apertura, lanciando un appello che in poche ore ha raccolto oltre 4mila firme, di don Farinella (che ha lanciato l’iniziativa), don Santoro e la Comunità delle Piagge, padre Zanotelli, don Ciotti, don Bizzotto e i Beati i costruttori di pace, i preti operai, il movimento Noi Siamo Chiesa, le Comunità cristiane di base (fra cui quella romana dell’ex abate di San Paolo Franzoni), tanti cattolici “ordinari”, diversi laici.

L’evento scatentante è stato un fondo sul Corriere della Sera (alla vigilia di Natale) di Vittorio Messori, giornalista di fiducia dei due papi precedenti (Wojtyla e Ratzinger) e “profeta” della stessa elezione di Bergoglio, sebbene confessò il suo vaticinio – sempre sul Corriere – il giorno dopo la fine del Conclave. Francesco «si è rivelato imprevedibile, tanto da far ricredere via via anche qualche cardinale che era stato tra i suoi elettori», scrive Messori. E le nomine dei 15 nuovi cardinali annunciate domenica scorsa (la maggior parte dal Sud del mondo, 1 solo dalla Curia romana, nessuno dagli Usa, 2 italiani di “periferia”, i vescovi di Ancona e Agrigento, nella cui diocesi c’è Lampedusa, meta del primo viaggio del papa) sembrano confermare questa imprevedibilità. Messori poi imputa a Bergoglio una contraddittorietà di fondo (il vero papa è quello «delle prediche da parroco all’antica» o «quello che telefona a Pannella» e «gli augura “buon lavoro” quando da decenni il lavoro del leader radicale è consistito e consiste nel predicare che la vera carità sta nel battersi per divorzio, aborto, eutanasia, omosessualità per tutti?») e lo accusa di agire e parlare «turbando la tranquillità del cattolico medio, abituato a fare a meno di pensare in proprio, quanto a fede e costumi, ed esortato a limitarsi a seguire il papa».

L’articolo fa rumore, per la firma, per la sede (il Corriere della Sera non è proprio Il Foglio di Giuliano Ferrara) e perché si ipotizzano “mandanti curiali”. Il primo a rispondere è il teologo brasiliano Leonardo Boff, a cui Messori ha replicato sul Corriere di ieri. Ma soprattutto si muove l’intera Chiesa di base italiana, con l’appello pubblico «a sostegno di papa Francesco». «Ci opponiamo a queste manovre – si legge –, espressione di un conservatorismo che spesso ha impedito alla Chiesa di adempiere al suo compito unico di evangelizzare. Papa Francesco è pericoloso perché annuncia il Vangelo, ripartendo dal Concilio Vaticano II, per troppo tempo congelato. I clericali e i conservatori che gli si oppongono sono gli stessi che hanno affossato il Concilio e che fino a ieri erano difensori tetragoni del “primato di Pietro” e dell’“infallibilità del papa” solo perché i papi, incidentalmente, pensavano come loro».

E c’è da essere sicuri che lo scontro proseguirà.