Archive for febbraio 2015

Agesci: dalla Marcia per la pace alla collaborazione con le Forze armate. Le perplessità della base

27 febbraio 2015

“Adista”
n. 9, 7 marzo 2015

Luca Kocci

Dalla marcia per la pace Perugia-Assisi ai progetti in collaborazione con la Marina militare italiana. Protagonista dell’ardito cambio di direzione è la presidenza nazionale dell’Agesci, che la scorsa estate ha abbandonato la Tavola della pace (in polemica con la gestione di Flavio Lotti, ritenuta troppo personalistica, v. Adista Notizie n. 29/14) e disdetto la partecipazione alla Perugia-Assisi – dove gli scout sono stati sempre in prima fila, fin dalla prima marcia, quella del 1961 promossa da Aldo Capitini –, ed ora sigla un protocollo di collaborazione con la Marina militare italiana per «sviluppare e condividere progetti e iniziative formative ed educative dirette alle giovani generazioni», in particolare, recita il comunicato del Ministero della Difesa, per «promuovere l’ambiente marino quale ambiente educativo basato su principi etici di solidarietà e di passione per il mare».

A firmare il protocollo sono stati, lo scorso 20 febbraio, i presidenti del Comitato nazionale Agesci, Maria Laforgia e Matteo Spanò, e il capo di Stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi. «Lo scautismo in ambiente acqua è una delle molte forme di attività che i ragazzi possono sperimentare lungo il loro cammino scout», riferisce la nota dell’Agesci, spiegando che «questa esperienza può trasmettere alle giovani e ai giovani, oltre alla conoscenza del mare, le relative abilità, il coraggio, il rispetto dell’ambiente, delle regole e la collaborazione con gli altri». Le attività sono tutte ancora da programmare e realizzare, ma sono previste l’elaborazione e la realizzazione di attività e progetti di cooperazione, visite guidate alle unità navali e alle strutture logistiche della Marina militare, l’organizzazione di conferenze, di dibattiti e di eventi culturali attinenti al mare, di manifestazioni a carattere sportivo e di temporanei imbarchi o di uscite in mare, infine l’organizzazione di corsi relativi a carteggio, primo soccorso, cultura e arte marinaresca, meteorologia, astronomia, nautica, canottaggio e vela.

Sarà contenta Roberta Pinotti, ministra della Difesa ed ex scout («si segnala la lunga militanza nelle file dell’Agesci», riporta la biografia presente nel suo sito internet personale), come il premier Matteo Renzi, grande mattatore alla Route Agesci della scorsa estate (v. Adista Notizie n. 30/14), nonché amico di vecchia data con Spanò, uno dei due presidenti Agesci. Per la Marina militare sarà infatti un’occasione propizia per poter presentare e far sperimentare le proprie attività a migliaia di adolescenti e giovani (l’Agesci conta 180mila aderenti), magari in vista di un possibile futuro arruolamento. Più complesso invece il discorso per l’Agesci: da un lato potrà contare su un partner “di peso” e capillarmente diffuso sul territorio, dall’altro però si farà inevitabilmente copromotore delle attività delle Forze armate, che con il dna pacifista degli scout hanno poco a che fare, a meno che non si sia deciso di sposare l’ideologia dell’interventismo militare per la pace. E infatti, dalla base degli scout, in molti guardano con perplessità, se non con sospetto, l’iniziativa della presidenza. La speranza di tanti è che si riveli un’operazione di scarso rilievo, che passi inosservata e quindi produca meno danni possibili.

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Bergoglio: «Mafiosi, abbandonate le cosche e convertitevi»

22 febbraio 2015

“il manifesto”
22 febbraio 2015

Luca Kocci

Nuovo monito ai mafiosi da parte di papa Francesco: abbandonate la vostra «organizzazione malavitosa», convertitevi.

Le parole sono state pronunciate ieri mattina da Bergoglio ricevendo in udienza in Vaticano i fedeli della diocesi calabrese di Cassano allo Ionio, guidata dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Galantino, uno dei “fedelissimi” di Francesco (e che presto, ha lasciato intendere il papa, lascerà la diocesi per dedicarsi a tempo pieno alla Cei: «Credo che sia il momento di pensare a darvi un altro pastore», ha detto rivolgendosi ai pellegrini). Esattamente otto mesi fa, il 21 giugno 2014, in visita pastorale a Cassano, Bergoglio aveva «scomunicato» gli appartenenti alla ‘ndrangheta: «La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune», aveva detto allora il papa. «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».

Ieri è tornato sull’argomento, non con una nuova scomunica, ma con un invito alla conversione, come peraltro aveva già fatto («Cambiate vita, fermatevi di fare il male, convertitevi per non finire all’inferno») durante la veglia con i famigliari delle vittime delle mafie organizzata a Roma il 21 marzo 2014 dall’associazione Libera, fondata da don Ciotti. «A quanti hanno scelto la via del male e sono affiliati a organizzazioni malavitose rinnovo il pressante invito alla conversione», ha ripetuto ieri papa Francesco. «Il Signore vi aspetta e la Chiesa vi accoglie se, come pubblica è stata la vostra scelta di servire il male, chiara e pubblica sarà anche la vostra volontà di servire il bene».

Ma c’è un altro aspetto del discorso di Bergoglio che va sottolineato, forse più del richiamo alla conversione, anche per i suoi significati intraecclesiali: la religiosità ostentata dai mafiosi, talvolta accolta con favore da una parte del clero. Il cristiano «non può in nessun modo darsi alle opere del male», ha detto il papa. «Non si può dirsi cristiani e violare la dignità delle persone; quanti appartengono alla comunità cristiana non possono programmare e consumare gesti di violenza contro gli altri e contro l’ambiente. I gesti esteriori di religiosità non accompagnati da vera e pubblica conversione non bastano per considerarsi in comunione con Cristo e con la sua Chiesa. I gesti esteriori di religiosità non bastano per accreditare come credenti quanti, con la cattiveria e l’arroganza tipica dei malavitosi, fanno dell’illegalità il loro stile di vita».

La parole del papa evidenziano quelle relazioni fra Chiesa e mafie e quei legami fra devozione popolare e religiosità mafiosa che non sono stati sciolti ancora del tutto, nonostante negli ultimi anni si siano moltiplicati gesti ed interventi da parte dei vertici ecclesiastici per marcare le distanze: la beatificazione di don Puglisi “martire di mafia” e appunto la scomunica; a livello locale, il divieto di celebrare i funerali religiosi ai condannati per mafia deciso dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti, e la recentissima Nota pastorale sulla ‘ndrangheta dei vescovi calabri in cui si proibiscono i sacramenti agli affiliati alla ‘ndrangheta, «struttura di peccato». Le infiltrazioni mafiose nelle feste patronali – per esempio quelle della festa di sant’Agata a Catania, accertate anche dalla magistratura –, le processioni con i boss in prima fila, gli “inchini” delle statue della Madonna davanti alle abitazioni dei capimafia continuano ad essere, in molti territori, occasioni che i mafiosi usano per consolidare il loro ruolo pubblico, grazie alla benedizioni ecclesiastica.

Il papa incontra Angela Merkel: «Pensate anche ai poveri»

22 febbraio 2015

“il manifesto”
22 febbraio 2015

Luca Kocci

Visita lampo ieri a Roma della cancelliera tedesca Angela Merkel per chiedere a papa Francesco la benedizione in vista del prossimo vertice del G7 in programma a giugno in Baviera. «Ho avuto il piacere e l’opportunità di spiegare a papa Francesco l’agenda della presidenza tedesca del G7», ha spiegato la stessa cancelliera, «questo era l’obiettivo principale della mia visita e sono contenta che questa agenda con i suoi temi sia anche per il papa e per la Chiesa cattolica di grande rilievo».

Quaranta minuti di colloquio privato fra i due – seguito da quello con il segretario di Stato vaticano, card. Parolin, accompagnato dal “ministro degli esteri” di Oltretevere, mons. Gallagher – durante i quali si è parlato soprattutto di questioni internazionali, a cominciare dalla situazione in Ucraina, e di temi sociali. «È stata dedicata speciale attenzione ad alcune questioni di carattere internazionale – informa lo scarno comunicato della sala stampa della Santa sede –, con particolare riferimento alla lotta contro la povertà e la fame, lo sfruttamento degli esseri umani ed i diritti della donna, le sfide della salute globale e la custodia del creato. Si è trattato anche del tema dei diritti umani e della libertà religiosa in alcune parti del mondo. Infine, ci si è soffermati sulla situazione in Europa, e si è sottolineato, in particolare, l’impegno per giungere ad una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina».

Riserbo assoluto sul contenuto dei colloqui. Si sa solo che Bergoglio, durante il tradizionale scambio dei doni, ha regalato alla cancelliera una copia in tedesco della esortazione apostolica Evangelii gaudium («così potrà leggerla») e il medaglione di san Martino che cede il suo mantello ad un povero, accompagnandolo dalla spiegazione: «Mi piace regalare questa immagine ai capi di Stato perché penso che il loro lavoro sia proteggere i loro poveri». Facile quindi immaginare che nei colloqui abbia fatto capolino anche la situazione della Grecia e l’intransigenza della Ue.

La giornata romana della Merkel è proseguita alla Comunità di sant’Egidio, dove ha aggiunto qualche dettaglio sul colloquio in Vaticano. «Abbiamo parlato di ambiente, il G7 può sostenere la Conferenza sul clima di Parigi», ha spiegato, «e delle donne: l’autodeterminazione, l’autonomia e le prospettive lavorative delle donne. Ci sono ancora molte sfide da superare nell’ambito dell’eguaglianza tra uomo e donna. Questo riguarda i Paesi in via di sviluppo ma anche quelli industrializzati».

 

Bergoglio apre ai preti sposati e li riceve a «casa»

20 febbraio 2015

“il manifesto”
20 febbraio 2015

Luca Kocci

Papa Francesco intende affrontare la questione dei preti sposati. Lo ha ammesso lo stesso Bergoglio ricevendo ieri in Vaticano in un’udienza a porte chiuse i parroci e i preti della diocesi di Roma, nel tradizionale incontro di inizio Quaresima.

Dopo il discorso del papa dedicato alla celebrazione della messa e in particolare alle omelie dei preti – «non siate showman», ha ammonito Bergoglio –, si è aperto lo spazio per le domande dei presenti. Uno dei partecipanti, don Giovanni Cereti, già docente di teologia in numerosi atenei pontifici (è anche il teologo di riferimento dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati), ha sollevato il tema dei preti sposati. «Questo nostro incontro è “mutilato” perché qui mancano tutti quei preti che sono stati dimessi dallo stato clericale e si sono sposati – ha detto Cereti nel suo intervento –. A loro è stata imposta la “pena accessoria” di non poter più esercitare il ministero. Molti di loro lo riprenderebbero volentieri. E allora chiedo: non sono forse maturi i tempi perché la Chiesa cattolica li riammetta?» (come del resto avviene nelle Chiese orientali). Alla domanda “fuori programma”, papa Francesco ha risposto in modo interlocutorio, ma senza chiudere porte: «Il problema è presente nella mia agenda».

Pochi giorni fa c’era stato un episodio complementare, minore ma di grande significato. Lo scorso 10 febbraio, nella consueta messa mattutina a Santa Marta in Vaticano – la residenza di Bergoglio – erano presenti 12 preti che festeggiavano i 50 anni di ordinazione sacerdotale, sette dei quali regolarmente in attività (fra cui il direttore della Caritas di Roma) e cinque invece dimessi dallo stato clericale e ora sposati. I sette “regolari” hanno concelebrato la messa, i cinque “ex” ovviamente no, ma al termine sono stati salutati personalmente e affettuosamente da Bergoglio, racconta chi era presente.

Due episodi – le parole di ieri e l’invito di una settimana fa agli “ex preti” – che sono insufficienti ad indicare un cambio di direzione, ma che denotano quanto meno volontà di ascolto e intenzione di affrontare la questione (basti pensare che nella diocesi di Roma ai preti che hanno lasciato il ministero è proibito persino di insegnare religione a scuola). Anche perché in molte parti del mondo, e in diverse diocesi italiane, i preti sposati celebrano la messa più o meno regolarmente, con il silenzio-assenso dei propri vescovi, che si limitano a consigliare loro di non farsi vedere troppo in giro, ovvero di evitare le celebrazioni pubbliche. Ed è questa anche la proposta di Cereti: «Se un vescovo acconsente, perché Roma dovrebbe proibirlo?».

Resta poi il tema di tutti i preti sospesi a divinis e dimessi dallo stato clericale perché le loro posizioni, molto spesso politiche più che teologiche, non erano gradite alle gerarchie ecclesiastiche. Ma questa è un’altra storia.

Grande guerra: riabilitare tutti i disertori

19 febbraio 2015

“Adista”
n. 7, 21 febbraio 2015

Luca Kocci

Nel Regno Unito, ad Alrewas (Straffordshire), all’interno del National Memorial Arborerum, c’è lo Shot at Dawn Memorial, un monumento ai fucilati per diserzione e codardia durante la Grande guerra. In Germania, a Stoccarda, è stato eretto un monumento a tutti i disertori. In Francia, nel Musée de l’armée di Parigi, è stato dedicato uno spazio apposito ai fucilati della Prima Guerra mondiale.

In Italia nulla: gli oltre mille soldati condannati a morte e giustiziati – 750 dopo un regolare processo di una corte marziale, 300 direttamente al fronte con fucilazioni sommarie – continuano ad essere considerati morti «con disonore», dimenticati, cancellati dalla storia e dalla memoria. Nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia (1915-2015), si moltiplicano le prese di posizione e gli appelli per una loro piena riabilitazione.

A settembre, alla vigilia della visita di papa Francesco al sacrario militare di Redipuglia, lo avevano chiesto 11 preti del nord-est, fra cui Pierluigi Di Piazza, Andrea Bellavite, Albino Bizzotto: «Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di obbedire a comandi contro l’umanità, si legge nella lettera aperta che i preti avevano scritto al papa.«Sono stati a lungo bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria» (v. Adista Notizie n. 32/14). Poi è stata la volta addirittura dell’Ordinario militare (nonché generale di corpo d’armata), mons. Santo Marcianò: «Riabilitare i militari disertori come caduti di guerra. Giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare» (v. Adista Notizie n. 41/14).

Nelle ultime settimane sono stati rilanciati due appelli – indirizzati alla presidenza della Repubblica, al premier Matteo Renzi e ad alcuni ministri fra cui Roberta Pinotti (Difesa) e Andrea Orlando (Giustizia) – che hanno raccolto diverse centinaia di firme.

Chiede la «riabilitazione storica e giuridica dei soldati italiani fucilati per disobbedienza o decimati nel periodo 1915-18» l’appello sottoscritto da un nutrito gruppo di storici, intellettuali, gruppi, riviste e militanti pacifisti (fra cui i Beati i costruttori di pace, Luisa Morgantini, Marinella Correggia, Mao Valpiana, Brunetto Salvarani, Alessandro Marescotti, Angelo d’Orsi (per aderire si può scrivere ad uno dei promotori, Francesco Cecchini, e-mail: francesco_cecchini2000@yahoo.com).

«Il centenario della Prima Guerra mondiale – si legge – deve essere l’occasione per fare i conti con un capitolo doloroso e rimosso dalla memoria nazionale, quello di mille e più soldati italiani (il numero esatto non è conosciuto) fucilati e comunque uccisi dal piombo di altri soldati italiani perché ritenuti colpevoli di codardia, diserzione o disobbedienza. Fra di loro ci sono anche i decimati, estratti a sorte da reparti ritenuti “vigliacchi” e passati per le armi “per dare l’esempio”. L’Italia detiene il record pesante di essere al primo posto. In un esercito di 4 milioni e 200 mila soldati al fronte ne “giustiziò” circa 1.000. L’esercito francese che iniziò la guerra nel 1914, un anno prima, ebbe 6 milioni di soldati e 700 fucilati. Nell’esercito inglese furono 350 e in quello tedesco una cinquantina».

Diversa è la situazione in Europa. «La Gran Bretagna – prosegue il documento – ha adottato nel 2006 un provvedimento sulla grazia dei soldati dell’Impero Britannico durante la guerra ‘14-‘18. In Francia dopo un discorso di Jospin del 1998 se ne sta discutendo e si sta avanzando verso una soluzione politico-giuridica che potrebbe essere presa a breve».

Pertanto, chiedono i firmatari (che hanno inoltrato l’appello al neopresidente della Repubblica Sergio Mattarella), «pur tenendo conto delle differenze politiche, culturali e giuridiche tra i vari Paesi, attendiamo dal Parlamento italiano una decisione che faccia giustizia di quell’immensa ingiustizia. Cioè di esseri umani che furono “giustiziati” perché sostanzialmente si rifiutarono di battersi e di morire per niente; vollero mettere fine ai massacri; rifiutarono di uccidere altri esseri umani con differenti uniformi; fraternizzarono oltre le trincee. La riabilitazione deve essere collettiva: perché è impossibile differenziare i casi dei fucilati (molti documenti sono andati persi e gli archivi nel caos); perché i soldati spesso sono stati fucilati collettivamente da plotoni d’esecuzione alla presenza di truppe radunate per l’occasione; perché quelle esecuzioni dovevano terrorizzare la coscienza collettiva dei soldati. La riabilitazione di questi cittadini italiani fucilati ingiustamente richiede probabilmente una apposita legge. Possiamo contare sulla vostra sensibilità e disponibilità?».

«Al di là delle necessità di ulteriori indispensabili studi, ricerche e approfondimenti che potranno illuminare di nuova luce le vicende del conflitto, fra tutte queste reputiamo doveroso sollevare il poco considerato aspetto, almeno in Italia, di coloro che durante quella guerra furono uccisi da “mano amica”, cioè da plotoni composti e comandati da militari italiani in esecuzione di sentenze emesse da tribunali militari italiani ordinari e straordinari, dalle uccisioni sommarie dovute a singoli ufficiali; senza dimenticare decimazioni, mitragliamenti e bombardamenti sulle truppe sbandate o in difficoltà», si legge nel secondo appello, sottoscritto, fra gli altri, da Lidia Menapace, Gabriella Caramore e da molti storici, fra cui Antonio Gibelli, Mimmo Franzinelli, Nicola Tranfaglia e Alberto Monticone (autore, quest’ultimo, insieme ad Enzo Forcella, del primo studio, divenuto ormai un “classico”, sui condannati a morte della Grande guerra, appena ristampato da Laterza: Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale).

«I soldati italiani (a differenza, ad esempio, di quelli statunitensi) furono fucilati quasi sempre per reati di tipo militare, e solo raramente per crimini civili. Furono anche molti i civili passati sommariamente per le armi», scrivono, citando lo storico Giorgio Rochat: «Nel dopoguerra fucilati e prigionieri vennero dimenticati, anzi cancellati dalla storia della guerra nazionale». E «un ulteriore capitolo riguarda la sorte dei condannati, la condizione di povertà e fame delle loro famiglie già prima delle sentenze, il ludibrio sociale, l’insensata durezza verso i nostri prigionieri ai quali venne rifiutato aiuto e che di conseguenza morirono di fame, stenti e malattie in percentuale ancora maggiore che al fronte, cosa che non avvenne per i prigionieri delle altre potenze alleate».

Nel resto del mondo e d’Europa non è così. «Riferendoci ai soli fucilati, ricordiamo come Nuova Zelanda (Pardon for Soldiers of the Great War Act, 2000), Canada (2002) e Gran Bretagna (Armed Forces Act, 2006) abbiano da tempo riconosciuto e decretato che i loro fucilati per mano amica siano da considerarsi come “caduti in guerra”, riabilitandoli così agli occhi delle famiglie e del loro Paese. Monumenti commemorativi sono stati eretti in loro memoria. In Francia il Primo Ministro, Lionel Jospin, ebbe a dire nel 1998: “Questi soldati fucilati per dare l’esempio in nome di una disciplina che aveva come uguale solo la durezza dei combattimenti, facciano ritorno oggi pienamente nella nostra memoria collettiva nazionale”. Tale presa di posizione è stata fatta propria da Nicolas Sarkozy nel 2008. I risultati delle ricerche della commissione voluta dagli ex combattenti e posta in essere dal governo francese, guidata dallo storico Prost, che ha concluso i suoi lavori nel 2013, sono alla base della decisione di François Hollande di far erigere un monumento ai fucilati all’Hôtel National des Invalides come atto di riconciliazione nazionale».

Invece «nulla di paragonabile è stato fatto in Italia per riabilitare la memoria dei nostri fucilati per mano amica, nonostante la dichiarazione di Jospin del 1998 fosse stata commentata dall’allora ministro della Difesa italiano con queste parole: “I nostri soldati fucilati non furono meno eroici dei loro commilitoni caduti in combattimento”.

Onorevoli presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, ministri – concludono –, in quanto cittadini italiani ed europei, chiediamo a voi che, nella ricorrenza del centenario della Grande guerra, vogliate intervenire, nei modi che riterrete più opportuni, perché i nostri soldati fucilati per mano amica vengano riabilitati e considerati fra coloro che caddero per la loro Patria».

Quartiere “a luci rosse”? Una proposta ipocrita e perbenista. Intervista a suor Rita Giaretta

18 febbraio 2015

“Adista”
n. 7, 21 febbraio 2015

Luca Kocci

È stato immediatamente ribattezzato “quartiere a luci rosse”. Si tratta dell’idea del presidente del IX municipio di Roma capitale, Andrea Santoro, subito sostenuta e fatta propria al sindaco della città, Ignazio Marino, di riservare alcune vie dell’Eur – periferia sud di Roma, quartiere di uffici e della buona borghesia della città – al libero esercizio della prostituzione. All’interno del quadrilatero – monitorato anche dalle associazioni del privato sociale e di volontariato –, la prostituzione sarà tollerata. Per chi invece verrà sorpreso fuori dalla “zona rossa” scatteranno multe da 500 euro.

Una proposta che liscia il pelo ai residenti – la maggior parte dei quali ha infatti apprezzato il progetto – ma che ha ricevuto le forti critiche della Chiesa di Roma e in parte dello stesso Partito democratico, che ha convinto la Giunta a “congelare” momentaneamente il progetto. Il sindaco Marino ha tentato di spiegare meglio la sua idea in una lunga lettera aperta ai presidenti di Senato a Camera Piero Grasso e Laura Boldrini, pubblicata sul Corriere della Sera dello scorso 12 febbraio, in cui invoca azioni su scala nazionale capaci di «combattere l’ignobile tratta e di regolamentare il modo in cui questa attività (la prostituzione, ndr), quando è volontaria, possa svolgersi senza produrre una situazione di tensione e di allarme sociale». Ma si preoccupa anche del “decoro urbano”: «Più volte mi sono trovato davanti a genitori o nonni che mi hanno posto questa domanda: “Cosa debbo dire alla mia bambina o al mio bambino davanti a questo spettacolo?”. Credo che chi governa una città, così come chi è chiamato a scrivere le leggi, debba tenere conto di una simile richiesta».

Ne abbiamo parlato con suor Rita Giaretta, orsolina del Sacro Cuore di Maria, che da vent’anni vive e lavora a Caserta a Casa Rut, spazio di accoglienza per donne migranti, sole o con figli, in gravi situazioni di difficoltà e vittime di sfruttamento ed esperienza di punta nella lotta alla tratta degli esseri umani e nel contrasto alla prostituzione forzata che, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, in Italia riduce in schiavitù almeno 30mila donne (v. Adista Notizie n. 49/07 e Adista Segni Nuovi n. 13/11).

Suor Rita, come giudichi la proposta del sindaco Marino?

Un’ipocrisia. È un’operazione finalizzata non ad affrontare ma solo a spostare e a nascondere il problema, seguendo la strada più facile, più rapida, più popolare. Si assecondano i desideri “perbenisti” delle persone che vogliono “ripulire” le strade dalle prostitute. Non vogliono che il problema sia affrontato, semplicemente non vogliono più vederlo sotto le finestre delle loro case o nelle strade dove posteggiano le loro automobili. E così pensano di stare tranquille e di non turbarsi. Se poi sono i loro padri, i loro mariti e fratelli ad andare con una prostituta, l’importante e non saperlo, non vederlo. E si lasciano le donne nel loro dramma

Ovvero?

Tranne pochi casi, su cui ovviamente non mi permetto di dire nulla né di giudicare, non si può assolutamente pensare che queste donne siano libere. L’adagio che vuole che la prostituzione sia “il mestiere più antico del mondo” è un luogo comune che impedisce di vedere, e di combattere, la realtà. E la realtà è che l’80% delle prostitute è costituito da donne giovani e giovanissime, anche minorenni, quasi tutte straniere, ridotte in schiavitù. E chi è schiavo non ha luoghi protetti. Protetta sarebbe solo la criminalità e il racket che le controlla. Con questa proposta, e con altre simili, si sceglie di allontanare dagli occhi e dalle coscienze delle persone questa realtà ma non si fa nulla per porre fine alla violenza, anzi le donne vengono lasciate sempre più sole. Insomma non è questo il modo di agire se si intende affrontare seriamente la questione e non ridurla a mero problema di decoro. E poi mi pongo una domanda…

Quale?

Non è che in questo modo si darà vita ad un nuovo business, quello delle associazioni chiamate ad operare nelle zone appositamente dedicate alla prostituzione? Non dico che sia così, però è una domanda che mi faccio.

Non si parla mai degli uomini…

Invece bisogna parlarne e bisogna aiutare gli uomini a capire che quando vanno con una prostituta vanno con una donna costretta e ridotta in schiavitù. Credo che i tempi siano ormai maturi per affrontare il problema anche dalla parte dei maschi, che di giorno sono, forse, bravi padri e mariti irreprensibili e di sera comprano e riducono le donne a merce.

È la questione del potere…

Esatto. Il bisogno del potere, di dominare qualcuno, che si realizza quando si compra il corpo di una donna. Per quei 10 minuti il maschio può dire: sei mia proprietà. E la proprietà significa dominio, potere. C’è poi il grande tema della fatica da parte di tanti uomini di intrecciare relazioni alla pari, per cui preferiscono comprare, sottomettere e dominare una donna. Anche la Chiesa, su questo versante, dovrebbe essere più presente ed incisiva. I preti dovrebbero parlarne nelle omelie. È un tema che secondo me dovrebbe affrontare anche il Sinodo sulla famiglia. Ma, come al solito, tutto quello che riguarda la sessualità fa paura e diventa un tabù.

Creare nelle città delle zone franche, ma ben delimitate, per la prostituzione, oltre alla rinuncia a contrastare il fenomeno della tratta e della schiavitù non può configurarsi anche come una sorta di favoreggiamento, in questo caso addirittura da parte delle istituzioni?

È precisamente favoreggiamento, perché si mette a disposizione una porzione di città, mascherando e occultando la vera realtà della prostituzione – che è appunto schiavitù – e facendola passare per una libera scelta delle donne. Ripeto questa riguarda una piccola percentuale di donne, ma la maggior parte non è libera, è schiava.

Allora che fare?

Il problema va aggredito per altre vie. Sul fronte penale e giudiziario – che negli ultimi anni mi sembra decisamente arretrato –, per quanto riguarda l’azione contro le organizzazioni criminali, spesso transnazionali, che organizzano e gestiscono il mercato. Si vuole essere inflessibili contro i migranti, i “clandestini”, che, spesso fuggendo da guerre, violenze e persecuzioni, affrontano viaggi lunghi e pericolosi – e tanti, troppi, muoiono nel Mediterraneo o attraversando il deserto – alla ricerca semplicemente di una vita dignitosa. Queste donne invece arrivano in Italia con maggiore facilità, proprio perché c’è un sistema di complicità e corruzione che consente di aggirare numerosi ostacoli. Ma va aggredito anche sul versante culturale, prestando particolare attenzione ai maschi. Ovviamente su questo livello i tempi sono lunghi. Invece proposte come quelle del sindaco di Roma puntano al subito. Ma non intaccano il problema, semplicemente lo spostano, lo nascondono.

Vivi da anni, a Caserta, a Casa Rut, con delle ragazze e delle donne, soprattutto straniere, che sono riuscite faticosamente a liberarsi da questa schiavitù. Avete parlato della proposta del sindaco Marino? Loro cosa ne pensano?

Ne parliamo da giorni. E loro dicono che è una proposta assurda e ingiusta. “Abbiamo bisogno di essere aiutate a liberarci, e così non veniamo aiutate, anzi”, mi ripetono in continuazione, “non vogliamo luoghi dove possiamo legalmente essere schiave, ma strumenti di liberazione”. Si sentono umiliate da proposte come questa, perché sanno bene che la loro non è una scelta ma un obbligo, una costrizione.

Monsignor Montenegro: «Triton non serve a nulla»

12 febbraio 2015

“il manifesto”
12 febbraio 2015

Luca Kocci

«Questa nuova, ennesima, strage di migranti nel Mediterraneo purtroppo non sarà l’ultima. Ci saranno altri morti se il governo italiano e l’Unione europea non cambieranno direzione in fretta e proseguiranno nelle attuali politiche di difesa dei confini». Ne è convinto monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento (nella cui diocesi si trova Lampedusa) e presidente della Fondazione Migrantes, in prima linea nell’accoglienza di chi sbarca sulle coste siciliane, ma anche stanco di parlare al vento. «Resta solo il silenzio – aggiunge Montenegro, che nel concistoro che si aprirà sabato prossimo verrà creato cardinale da papa Francesco –. Abbiamo detto tante parole, ma questa triste storia continua. Allora forse dobbiamo fare silenzio per sentire le urla di queste persone che muoiono, per renderci conto che queste storie ci appartengono, che non possiamo fare finta che non stia succedendo nulla. Gridare non è servito a nulla. Il papa ha parlato più volte in maniera chiara. Forse è giunto il momento in cui grazie al silenzio riusciamo a sentire qualcosa dentro».

Francesco è intervenuto di nuovo, ieri, durante l’udienza generale in piazza san Pietro, quando le notizie da Lampedusa erano ancora frammentarie: «Si contano altri morti tra gli immigrati a causa del freddo lungo la traversata del Mediterraneo. Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime e incoraggiare nuovamente alla solidarietà, affinché a nessuno manchi il necessario soccorso». E sono intervenuti anche gli organismi cattolici impegnati nella accoglienza degli immigrati (Caritas, Migrantes, Centro Astalli, insieme ad Amnesty International, Emergency e Terre de Hommes) denunciando la «inadeguatezza dell’operazione Triton», rilanciando Mare Nostrum e chiedendo al governo italiano e all’Unione europea «un reale cambio di rotta nelle politiche sull’immigrazione».

Monsignor Montenegro, chi sono i responsabili di questa nuova strage nel Mediterrano? Solo gli scafisti?

«Gli scafisti hanno la loro responsabilità, grande e pesante. Ma non sono gli unici. Se queste tragedie si ripetono è perché nel mondo c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe. Tutti parlano di globalizzazione, tutti la vogliono, però le merci il denaro possono spostarsi liberamente, gli uomini e le donne no. Ma queste persone scelgono di emigrare perché vogliono vivere dignitosamente, perché nei loro Paesi c’è povertà, ci sono guerre e persecuzioni. Mi chiedo: chi sostiene certi governi? Tanti Paesi da cui queste persone fuggono sono sostenuti da noi europei. E spesso si tratta di governi violenti e corrotti. Ma noi li sosteniamo. La storia è complessa, e siamo un po’ tutti coinvolti».

Ieri mons. Perego, direttore della Fondazione Migrantes, ha detto questa tragedia è «figlia dell’abbandono di Mare Nostrum». È d’accordo?

«Sì. Ma sono convinto che il problema non lo può affrontare solo l’Italia perché non riguarda solo l’Italia. Anche perché molti migranti arrivano in Italia ma non vorrebbero restarci, vorrebbero trasferirsi in altri Paesi europei. Quindi tutti devono impegnarsi a trovare soluzioni».

Che ne pensa dell’Operazione Triton?

«L’operazione Triton impostata come salvaguardia dei confini non serve a nulla. Sento che anche in Europa qualcuno comincia a dire che bisogna cambiare direzione, speriamo che lo facciano presto».

Lei ha detto più volte che la legge Bossi-Fini va cancellata e cambiata…

«Lo abbiamo detto e continuiamo a dirlo oggi. Se il risultato della Bossi Fini è continuare a contare i morti significa che non ha funzionato e non funziona. Non spetta a me dire come deve essere modificata, non sono un tecnico. Ma va cambiata».

Cosa dovrebbe fare la politica?

«Mettere da parte le politiche di difesa e attuare politiche di accoglienza, che non significa solo salvare i migranti dalle acque, ma aiutarli a concludere il viaggio nella maniera migliore, in modo che ognuno veda riconosciuta la propria dignità. Ma devono cambiare anche i mezzi di informazione, che spesso non sono corretti. E dobbiamo cambiare tutti noi, perché fino a quando diciamo che gli immigrati ci danno fastidio e li scartiamo, aumentiamo le distanze e provochiamo morte. A spostarsi non sono poche persone, ma popolazioni. 230 milioni di persone che si muovono nel mondo sono un continente, il sesto continente. E non si può fermare o cancellare un continente».

Cura dimagrante nella Chiesa italiana. Presto accorpate 30 piccole diocesi

6 febbraio 2015

“Adista”
n. 5, 7 febbraio 2015

Luca Kocci

Tagli e ristrutturazioni in vista per la Chiesa italiana. È infatti in dirittura di arrivo l’iter che porterà alla soppressione e all’accorpamento di una trentina di piccole diocesi. Se ne parla da oltre 10 anni. Sull’argomento intervenne anche papa Francesco quasi due anni fa, in occasione del suo primo incontro con i vescovi, durante l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana del maggio 2013 (v. Adista Notizie n. 20/13). Bisogna «ridurre il numero delle diocesi, ancora tanto pesanti», disse allora il papa. Aggiungendo poi, evidentemente consapevole delle difficoltà e delle resistenze che avrebbe potuto comportare un robusto dimagrimento della struttura: «Non è facile, ma c’è una commissione per questo. Andate avanti con fratellanza». Il prodotto del lavoro di quella commissione è sul tavolo del card. Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, che lo vaglierà prima di passarlo a Bergoglio.

Attualmente in Italia le diocesi sono 226. Troppe, soprattutto se confrontate con quelle di altri Paesi come la Spagna, per esempio, che ne conta appena 70. Ad essere tagliate potrebbero essere 30-40 diocesi. Fra criteri per individuarle, l’estensione territoriale e soprattutto la popolazione, con una soglia minima fissata intorno a 90-100mila abitanti. Notizie ufficiali non ve ne sono, ma sulla base di questi crirteri, fra le candidate all’accorpamento, ci sono diocesi storiche come quella di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che diede i natali a san Francesco d’Assisi. Oppure le prelature territoriali sede di importanti santuari come Pompei e Loreto. Fra le regioni ecclesiastiche, le più interessate dalla “spending review” delle diocesi sono la Campania (dove sono sotto quota 90mila abitanti Alife-Caiazzo, Ariano Irpino-Lacedonia, Ischia, Sessa Aurunca e Teano-Calvi), le Marche (Camerino-San Severino Marche, Fabriano-Matelica, Jesi e Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado), la Toscana (Pitigliano-Sovana-Orbetello, Volterra e Montepulciano-Chiusi-Pienza) e l’Umbria (Città di Castello, Foligno e Gubbio). Poi la Basilicata (Acerenza e Tricarico), il Molise (Isernia-Venafro e Trivento), il Piemonte (Fossano e Susa), la Sardegna (Lanusei e Ozieri), la Sicilia (Nicosia e l’Eparchia di Piana degli Albanesi). Sotto quota 90mila sono anche San Marino-Montefeltro e Fidenza (Emilia Romagna), Sulmona (Abruzzo), Lungro (Calabria), Lucera (Puglia). Al limite dei 90-100mila si trovano invece le diiocesi di Lanciano-Ortona, Melfi-Rapolla-Venosa, Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, Anagni-Alatri e Orvieto-Todi.

Nessuna cura dimagrante, invece, per l’Ordinariato militare, per il quale è anzi previsto un rafforzamento: nel 2015 i cappellani aumenteranno, passando da 173 a 205 (+20%), facendo lievitare anche i costi per il Ministero della Difesa – che paga gli stipendi dei cappellani militari, inseriti a pieno titolo nelle Forze Armate, con gradi e salari corrispondenti: dai 2.500 euro lordi per il cappellano semplice (tenente) ai 9mila per l’ordinario (generale di Corpo d’Armata) –, che saliranno a 10.445.732 euro, contro gli 8.379.673 del 2014 (v. Adista Notizie n. 43/14).

La lingua batte dove la famiglia “duole”. La prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei

6 febbraio 2015

“Adista”
n. 5, 7 febbraio 2015

Luca Kocci

Il tema della difesa della «famiglia naturale» dalle minacce che arrivano dalla società relativista e secolarizzata continua ad essere una delle preoccupazioni principali dei vescovi italiani, perlomeno nella sintesi del loro presidente, card. Angelo Bagnasco, che lo scorso 26 gennaio ha aperto a Roma il Consiglio permanente della Cei con la consueta prolusione.

Bagnasco affronta anche altri argomenti – dal terrorismo di matrice islamica alla crisi economica ed occupazionale nel nostro Paese – ma la famiglia resta decisamente in cima alle urgenze, tanto da occupare più della metà delle sei pagine della prolusione, che attinge abbondantemente ad alcune delle parole pronunciate da papa Francesco durante il suo recente viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. «A questo riguardo – dice Bagnasco – nell’incontro con le famiglie a Manila, il papa ha fatto affermazioni illuminanti: “Ogni minaccia alla famiglia è una minaccia alla società stessa”. Con chiarezza, il sommo pontefice ha inquadrato tali minacce nell’orizzonte di un tentativo arrogante e continuo di colonizzazione culturale o, come dice il papa, “ideologica”: “Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche (…) che cercano di distruggere la famiglia (…), come famiglie dobbiamo essere molto, molto sagaci, molto abili, molto forti, per dire no a qualsiasi tentativo di colonizzazione della famiglia (…). La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita”». Si chiede Bagnasco: «Qual è lo scopo della colonizzazione in atto? Forse capovolgere l’alfabeto dell’umano e ridefinire le basi della persona e della società? La persona, anziché in relazione con gli altri, è allora concepita come individuo sciolto da legami etici e sociali, perché l’unica cosa che conta diventa la libertà individuale assoluta. Si dice famiglia, ma si pensa a qualunque nucleo affettivo a prescindere dal matrimonio, che ne riconosce in modo impegnativo la pubblica valenza, e dai due generi. Si parla dei figli come se fossero un diritto degli adulti e un oggetto da produrre in laboratorio, anziché un dono da accogliere. In Europa si vuole far dichiarare l’aborto come un diritto fondamentale così da impedire l’obiezione di coscienza, e si spinge perché sia riconosciuto il cosiddetto aborto post partum!».

La «colonizzazione ideologica», nell’interpretazione del presidente della Cei, ribadita dal segretario generale mons. Nunzio Galantino durante la presentazione alla stampa del comunicato finale del Consiglio permanente, riguarda anche il settore educativo e formativo, con particolare ed esplicito riferimento alle iniziative sulla parità di genere, ribattezzata «teoria del gender» (sull’argomento, vedi anche tra le notizie seguenti). «I libri dell’Istituto A.T. Beck, dal titolo accattivante Educare alla diversità a scuola (v. Adista Notizie n. 9/14, ndr) e ispirati alla teoria del gender, sono veramente scomparsi dalle scuole italiane?», si chiede ancora Bagnasco. «Educare al rispetto di tutti è doveroso», prosegue, «ma qui siamo di fronte a un’altra cosa: si vuole colonizzare le menti dei bambini e dei ragazzi con una visione antropologica distorta e senza aver prima chiesto e ottenuto l’esplicita autorizzazione dei genitori» che quindi possono, esorta il presidente della Cei, far «astenere i propri figli da quelle “lezioni” senza incorrere in nessuna forma, né esplicita né subdola, di ritorsione». «Noi vescovi – conclude – su questo saremo sempre in prima linea a qualunque costo».

Insomma la stagione dei «principi non negoziabili», complessivamente archiviata da papa Francesco perlomeno nei toni da crociata tipici del precedente pontificato, sembra proseguere ancora in casa Cei.

Altri temi vengono trattati nella prolusione, ma con minore incisività e vigore. Il terrorismo» e il «fondamentalismo islamico», a partire dai fatti accaduti a Parigi ad inizio gennaio (l’attentato alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e la strage nel negozio kosher): «Non si può mai uccidere in nome di Dio: è una bestemmia contro l’uomo e contro il Creatore». Il lavoro: «Con rispetto e forte convinzione, consapevoli del nostro dovere di pastori, chiediamo ai responsabili della cosa pubblica di pensare al lavoro e all’occupazione prima di ogni altra cosa». E la crisi economica in Europa e in Italia in particolare, dove «la forbice si allarga pericolosamente anche per la tenuta sociale». Ma «il Paese non deve cedere alla sfiducia. Il popolo degli onesti, che è un grande popolo, non deve lasciarsi demoralizzare. Mai!». Durante il Consiglio episcopale, i vescovi hanno messo a punto i prossimi appuntamenti: l’Assemblea generale della Cei del 18-21 maggio, sulla «ricezione» della Evangelii gaudium di papa Francesco; e il V Convegno ecclesiale nazionale in programma a Firenze dal 9 al 13 novembre.

Monsignor Romero sarà santo

4 febbraio 2015

“il manifesto”
4 febbraio 2015

Luca Kocci

Sarà presto proclamato beato e martire mons. Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte della giunta militare che governava il Paese il 24 marzo 1980.

Ieri papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto del martirio di Romero, ucciso «in odio alla fede» (e insieme a lui, in una sorta di par condicio degli altari, quello di tre preti uccisi in Perù da Sendero luminoso nel 1991). Non si conosce ancora la data della beatificazione – forse la comunicherà questa mattina mons. Vincenzo Paglia, postulatore della causa –, ma ormai è certo che ci sarà, a 35 anni dall’uccisione e a 20 dall’apertura del processo di canonizzazione, avviato nel 1994.

Un percorso lungo e accidentato che si spiega con la tenace opposizione che Romero ha avuto, da vivo e da morto, dai settori conservatori delle gerarchie ecclesiastiche e dalla Curia romana, che lo consideravano un “vescovo rosso”: beatificare Romero, per costoro, avrebbe significato riconoscere valore alla teologia della liberazione, contro cui Wojtyla (papa) e Ratzinger (prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio) hanno condotto una durissima crociata.

Wojtyla, del resto, con Romero ebbe un rapporto piuttosto conflittuale, tanto da inviargli, negli anni, tre visite apostoliche, ovvero “ispezioni”. Nel 1979, quando le denunce dell’arcivescovo di San Salvador contro le violenze della dittatura militare erano all’apice, Giovanni Paolo II ricevette Romero in Vaticano, trattandolo con grande freddezza, esortandolo anzi ad andare d’accordo con il governo. «Non mi sono mai sentito così solo come a Roma», raccontò lo stesso Romero ad una religiosa salvadoregna (la testimonianza, pubblicata dall’agenzia Adista, è di Giovanni Franzoni, ex abate di San Paolo fuori le mura, durante la sua deposizione giurata nella causa di beatificazioni di Wojtyla). Solo post mortem, nel 1983, durante un viaggio in Salvador, Giovanni Paolo II si recò a pregare sulla tomba di Romero. Ma non andò oltre, nonostante sia stato il papa che abbia “fabbricato” il maggior numero di santi e beati della storia.

Sotto il pontificato di Ratzinger le cose non cambiarono. L’unica testimonianza resta una dichiarazione di Benedetto XVI nel 2007 sull’aereo che lo stava portando in Brasile: Romero è «un grande testimone della fede» ed è «degno di beatificazione». Ma non accadde nulla.

Che il processo sia stato controverso lo ammette anche mons. Paglia: «Il procedimento è stato lungo, meticoloso e ha fugato ogni tipo di problema e anche ogni tipo di opposizione», ha spiegato a Radio Vaticana. Prima di lui lo aveva riconosciuto lo stesso papa Bergoglio, l’estate scorsa, tornando dalla Corea del Sud: il processo era «bloccato per prudenza» – nel lessico ecclesiale significa che c’erano numerosi pareri contrari – ma «adesso è sbloccato» e «i postulatori devono muoversi perché non ci sono impedimenti», aveva rivelato Francesco. E il primo papa sudamericano è stato effettivamente determinante all’accelerazione di un iter impantanato e sabotato da anni.

Da tempo, e senza bisogno di autorizzazioni ecclesiastiche, i cattolici latinoamericani invocano l’ex arcivescovo di San Salvador come “San Romero d’America”. L’atto di Bergoglio avrà un grande impatto, che contribuirà al consolidamento della sua immagine di papa che guarda con attenzione ai movimenti popolari e che sogna una «Chiesa per i poveri». Chissà se dopo la beatificazione arriverà anche la piena riabilitazione, in vita, di tanti teologi, molti latinoamericani, messi ai margini o ridotti al silenzio dai suoi predecessori.

«La decisione di papa Francesco è di netta discontinuità con quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che diffidavano di un vescovo “in odore di teologia della liberazione”», commenta il movimento riformatore Noi Siamo Chiesa, che esprime soddisfazione per l’annuncio e manifesta una perplessità: «Speravamo che Romero fosse dichiarato santo perché martire per la giustizia e non perché in odium fidei. La storia non può essere usata a piacimento. A San Salvador e dovunque nel mondo tutti sanno quanto ha fatto e ha detto Romero e perché è stato assassinato».