Monsignor Romero sarà santo

“il manifesto”
4 febbraio 2015

Luca Kocci

Sarà presto proclamato beato e martire mons. Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte della giunta militare che governava il Paese il 24 marzo 1980.

Ieri papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto del martirio di Romero, ucciso «in odio alla fede» (e insieme a lui, in una sorta di par condicio degli altari, quello di tre preti uccisi in Perù da Sendero luminoso nel 1991). Non si conosce ancora la data della beatificazione – forse la comunicherà questa mattina mons. Vincenzo Paglia, postulatore della causa –, ma ormai è certo che ci sarà, a 35 anni dall’uccisione e a 20 dall’apertura del processo di canonizzazione, avviato nel 1994.

Un percorso lungo e accidentato che si spiega con la tenace opposizione che Romero ha avuto, da vivo e da morto, dai settori conservatori delle gerarchie ecclesiastiche e dalla Curia romana, che lo consideravano un “vescovo rosso”: beatificare Romero, per costoro, avrebbe significato riconoscere valore alla teologia della liberazione, contro cui Wojtyla (papa) e Ratzinger (prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio) hanno condotto una durissima crociata.

Wojtyla, del resto, con Romero ebbe un rapporto piuttosto conflittuale, tanto da inviargli, negli anni, tre visite apostoliche, ovvero “ispezioni”. Nel 1979, quando le denunce dell’arcivescovo di San Salvador contro le violenze della dittatura militare erano all’apice, Giovanni Paolo II ricevette Romero in Vaticano, trattandolo con grande freddezza, esortandolo anzi ad andare d’accordo con il governo. «Non mi sono mai sentito così solo come a Roma», raccontò lo stesso Romero ad una religiosa salvadoregna (la testimonianza, pubblicata dall’agenzia Adista, è di Giovanni Franzoni, ex abate di San Paolo fuori le mura, durante la sua deposizione giurata nella causa di beatificazioni di Wojtyla). Solo post mortem, nel 1983, durante un viaggio in Salvador, Giovanni Paolo II si recò a pregare sulla tomba di Romero. Ma non andò oltre, nonostante sia stato il papa che abbia “fabbricato” il maggior numero di santi e beati della storia.

Sotto il pontificato di Ratzinger le cose non cambiarono. L’unica testimonianza resta una dichiarazione di Benedetto XVI nel 2007 sull’aereo che lo stava portando in Brasile: Romero è «un grande testimone della fede» ed è «degno di beatificazione». Ma non accadde nulla.

Che il processo sia stato controverso lo ammette anche mons. Paglia: «Il procedimento è stato lungo, meticoloso e ha fugato ogni tipo di problema e anche ogni tipo di opposizione», ha spiegato a Radio Vaticana. Prima di lui lo aveva riconosciuto lo stesso papa Bergoglio, l’estate scorsa, tornando dalla Corea del Sud: il processo era «bloccato per prudenza» – nel lessico ecclesiale significa che c’erano numerosi pareri contrari – ma «adesso è sbloccato» e «i postulatori devono muoversi perché non ci sono impedimenti», aveva rivelato Francesco. E il primo papa sudamericano è stato effettivamente determinante all’accelerazione di un iter impantanato e sabotato da anni.

Da tempo, e senza bisogno di autorizzazioni ecclesiastiche, i cattolici latinoamericani invocano l’ex arcivescovo di San Salvador come “San Romero d’America”. L’atto di Bergoglio avrà un grande impatto, che contribuirà al consolidamento della sua immagine di papa che guarda con attenzione ai movimenti popolari e che sogna una «Chiesa per i poveri». Chissà se dopo la beatificazione arriverà anche la piena riabilitazione, in vita, di tanti teologi, molti latinoamericani, messi ai margini o ridotti al silenzio dai suoi predecessori.

«La decisione di papa Francesco è di netta discontinuità con quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che diffidavano di un vescovo “in odore di teologia della liberazione”», commenta il movimento riformatore Noi Siamo Chiesa, che esprime soddisfazione per l’annuncio e manifesta una perplessità: «Speravamo che Romero fosse dichiarato santo perché martire per la giustizia e non perché in odium fidei. La storia non può essere usata a piacimento. A San Salvador e dovunque nel mondo tutti sanno quanto ha fatto e ha detto Romero e perché è stato assassinato».

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