Cura dimagrante nella Chiesa italiana. Presto accorpate 30 piccole diocesi

“Adista”
n. 5, 7 febbraio 2015

Luca Kocci

Tagli e ristrutturazioni in vista per la Chiesa italiana. È infatti in dirittura di arrivo l’iter che porterà alla soppressione e all’accorpamento di una trentina di piccole diocesi. Se ne parla da oltre 10 anni. Sull’argomento intervenne anche papa Francesco quasi due anni fa, in occasione del suo primo incontro con i vescovi, durante l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana del maggio 2013 (v. Adista Notizie n. 20/13). Bisogna «ridurre il numero delle diocesi, ancora tanto pesanti», disse allora il papa. Aggiungendo poi, evidentemente consapevole delle difficoltà e delle resistenze che avrebbe potuto comportare un robusto dimagrimento della struttura: «Non è facile, ma c’è una commissione per questo. Andate avanti con fratellanza». Il prodotto del lavoro di quella commissione è sul tavolo del card. Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, che lo vaglierà prima di passarlo a Bergoglio.

Attualmente in Italia le diocesi sono 226. Troppe, soprattutto se confrontate con quelle di altri Paesi come la Spagna, per esempio, che ne conta appena 70. Ad essere tagliate potrebbero essere 30-40 diocesi. Fra criteri per individuarle, l’estensione territoriale e soprattutto la popolazione, con una soglia minima fissata intorno a 90-100mila abitanti. Notizie ufficiali non ve ne sono, ma sulla base di questi crirteri, fra le candidate all’accorpamento, ci sono diocesi storiche come quella di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che diede i natali a san Francesco d’Assisi. Oppure le prelature territoriali sede di importanti santuari come Pompei e Loreto. Fra le regioni ecclesiastiche, le più interessate dalla “spending review” delle diocesi sono la Campania (dove sono sotto quota 90mila abitanti Alife-Caiazzo, Ariano Irpino-Lacedonia, Ischia, Sessa Aurunca e Teano-Calvi), le Marche (Camerino-San Severino Marche, Fabriano-Matelica, Jesi e Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado), la Toscana (Pitigliano-Sovana-Orbetello, Volterra e Montepulciano-Chiusi-Pienza) e l’Umbria (Città di Castello, Foligno e Gubbio). Poi la Basilicata (Acerenza e Tricarico), il Molise (Isernia-Venafro e Trivento), il Piemonte (Fossano e Susa), la Sardegna (Lanusei e Ozieri), la Sicilia (Nicosia e l’Eparchia di Piana degli Albanesi). Sotto quota 90mila sono anche San Marino-Montefeltro e Fidenza (Emilia Romagna), Sulmona (Abruzzo), Lungro (Calabria), Lucera (Puglia). Al limite dei 90-100mila si trovano invece le diiocesi di Lanciano-Ortona, Melfi-Rapolla-Venosa, Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, Anagni-Alatri e Orvieto-Todi.

Nessuna cura dimagrante, invece, per l’Ordinariato militare, per il quale è anzi previsto un rafforzamento: nel 2015 i cappellani aumenteranno, passando da 173 a 205 (+20%), facendo lievitare anche i costi per il Ministero della Difesa – che paga gli stipendi dei cappellani militari, inseriti a pieno titolo nelle Forze Armate, con gradi e salari corrispondenti: dai 2.500 euro lordi per il cappellano semplice (tenente) ai 9mila per l’ordinario (generale di Corpo d’Armata) –, che saliranno a 10.445.732 euro, contro gli 8.379.673 del 2014 (v. Adista Notizie n. 43/14).

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