Grande guerra: riabilitare tutti i disertori

“Adista”
n. 7, 21 febbraio 2015

Luca Kocci

Nel Regno Unito, ad Alrewas (Straffordshire), all’interno del National Memorial Arborerum, c’è lo Shot at Dawn Memorial, un monumento ai fucilati per diserzione e codardia durante la Grande guerra. In Germania, a Stoccarda, è stato eretto un monumento a tutti i disertori. In Francia, nel Musée de l’armée di Parigi, è stato dedicato uno spazio apposito ai fucilati della Prima Guerra mondiale.

In Italia nulla: gli oltre mille soldati condannati a morte e giustiziati – 750 dopo un regolare processo di una corte marziale, 300 direttamente al fronte con fucilazioni sommarie – continuano ad essere considerati morti «con disonore», dimenticati, cancellati dalla storia e dalla memoria. Nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia (1915-2015), si moltiplicano le prese di posizione e gli appelli per una loro piena riabilitazione.

A settembre, alla vigilia della visita di papa Francesco al sacrario militare di Redipuglia, lo avevano chiesto 11 preti del nord-est, fra cui Pierluigi Di Piazza, Andrea Bellavite, Albino Bizzotto: «Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di obbedire a comandi contro l’umanità, si legge nella lettera aperta che i preti avevano scritto al papa.«Sono stati a lungo bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria» (v. Adista Notizie n. 32/14). Poi è stata la volta addirittura dell’Ordinario militare (nonché generale di corpo d’armata), mons. Santo Marcianò: «Riabilitare i militari disertori come caduti di guerra. Giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare» (v. Adista Notizie n. 41/14).

Nelle ultime settimane sono stati rilanciati due appelli – indirizzati alla presidenza della Repubblica, al premier Matteo Renzi e ad alcuni ministri fra cui Roberta Pinotti (Difesa) e Andrea Orlando (Giustizia) – che hanno raccolto diverse centinaia di firme.

Chiede la «riabilitazione storica e giuridica dei soldati italiani fucilati per disobbedienza o decimati nel periodo 1915-18» l’appello sottoscritto da un nutrito gruppo di storici, intellettuali, gruppi, riviste e militanti pacifisti (fra cui i Beati i costruttori di pace, Luisa Morgantini, Marinella Correggia, Mao Valpiana, Brunetto Salvarani, Alessandro Marescotti, Angelo d’Orsi (per aderire si può scrivere ad uno dei promotori, Francesco Cecchini, e-mail: francesco_cecchini2000@yahoo.com).

«Il centenario della Prima Guerra mondiale – si legge – deve essere l’occasione per fare i conti con un capitolo doloroso e rimosso dalla memoria nazionale, quello di mille e più soldati italiani (il numero esatto non è conosciuto) fucilati e comunque uccisi dal piombo di altri soldati italiani perché ritenuti colpevoli di codardia, diserzione o disobbedienza. Fra di loro ci sono anche i decimati, estratti a sorte da reparti ritenuti “vigliacchi” e passati per le armi “per dare l’esempio”. L’Italia detiene il record pesante di essere al primo posto. In un esercito di 4 milioni e 200 mila soldati al fronte ne “giustiziò” circa 1.000. L’esercito francese che iniziò la guerra nel 1914, un anno prima, ebbe 6 milioni di soldati e 700 fucilati. Nell’esercito inglese furono 350 e in quello tedesco una cinquantina».

Diversa è la situazione in Europa. «La Gran Bretagna – prosegue il documento – ha adottato nel 2006 un provvedimento sulla grazia dei soldati dell’Impero Britannico durante la guerra ‘14-‘18. In Francia dopo un discorso di Jospin del 1998 se ne sta discutendo e si sta avanzando verso una soluzione politico-giuridica che potrebbe essere presa a breve».

Pertanto, chiedono i firmatari (che hanno inoltrato l’appello al neopresidente della Repubblica Sergio Mattarella), «pur tenendo conto delle differenze politiche, culturali e giuridiche tra i vari Paesi, attendiamo dal Parlamento italiano una decisione che faccia giustizia di quell’immensa ingiustizia. Cioè di esseri umani che furono “giustiziati” perché sostanzialmente si rifiutarono di battersi e di morire per niente; vollero mettere fine ai massacri; rifiutarono di uccidere altri esseri umani con differenti uniformi; fraternizzarono oltre le trincee. La riabilitazione deve essere collettiva: perché è impossibile differenziare i casi dei fucilati (molti documenti sono andati persi e gli archivi nel caos); perché i soldati spesso sono stati fucilati collettivamente da plotoni d’esecuzione alla presenza di truppe radunate per l’occasione; perché quelle esecuzioni dovevano terrorizzare la coscienza collettiva dei soldati. La riabilitazione di questi cittadini italiani fucilati ingiustamente richiede probabilmente una apposita legge. Possiamo contare sulla vostra sensibilità e disponibilità?».

«Al di là delle necessità di ulteriori indispensabili studi, ricerche e approfondimenti che potranno illuminare di nuova luce le vicende del conflitto, fra tutte queste reputiamo doveroso sollevare il poco considerato aspetto, almeno in Italia, di coloro che durante quella guerra furono uccisi da “mano amica”, cioè da plotoni composti e comandati da militari italiani in esecuzione di sentenze emesse da tribunali militari italiani ordinari e straordinari, dalle uccisioni sommarie dovute a singoli ufficiali; senza dimenticare decimazioni, mitragliamenti e bombardamenti sulle truppe sbandate o in difficoltà», si legge nel secondo appello, sottoscritto, fra gli altri, da Lidia Menapace, Gabriella Caramore e da molti storici, fra cui Antonio Gibelli, Mimmo Franzinelli, Nicola Tranfaglia e Alberto Monticone (autore, quest’ultimo, insieme ad Enzo Forcella, del primo studio, divenuto ormai un “classico”, sui condannati a morte della Grande guerra, appena ristampato da Laterza: Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale).

«I soldati italiani (a differenza, ad esempio, di quelli statunitensi) furono fucilati quasi sempre per reati di tipo militare, e solo raramente per crimini civili. Furono anche molti i civili passati sommariamente per le armi», scrivono, citando lo storico Giorgio Rochat: «Nel dopoguerra fucilati e prigionieri vennero dimenticati, anzi cancellati dalla storia della guerra nazionale». E «un ulteriore capitolo riguarda la sorte dei condannati, la condizione di povertà e fame delle loro famiglie già prima delle sentenze, il ludibrio sociale, l’insensata durezza verso i nostri prigionieri ai quali venne rifiutato aiuto e che di conseguenza morirono di fame, stenti e malattie in percentuale ancora maggiore che al fronte, cosa che non avvenne per i prigionieri delle altre potenze alleate».

Nel resto del mondo e d’Europa non è così. «Riferendoci ai soli fucilati, ricordiamo come Nuova Zelanda (Pardon for Soldiers of the Great War Act, 2000), Canada (2002) e Gran Bretagna (Armed Forces Act, 2006) abbiano da tempo riconosciuto e decretato che i loro fucilati per mano amica siano da considerarsi come “caduti in guerra”, riabilitandoli così agli occhi delle famiglie e del loro Paese. Monumenti commemorativi sono stati eretti in loro memoria. In Francia il Primo Ministro, Lionel Jospin, ebbe a dire nel 1998: “Questi soldati fucilati per dare l’esempio in nome di una disciplina che aveva come uguale solo la durezza dei combattimenti, facciano ritorno oggi pienamente nella nostra memoria collettiva nazionale”. Tale presa di posizione è stata fatta propria da Nicolas Sarkozy nel 2008. I risultati delle ricerche della commissione voluta dagli ex combattenti e posta in essere dal governo francese, guidata dallo storico Prost, che ha concluso i suoi lavori nel 2013, sono alla base della decisione di François Hollande di far erigere un monumento ai fucilati all’Hôtel National des Invalides come atto di riconciliazione nazionale».

Invece «nulla di paragonabile è stato fatto in Italia per riabilitare la memoria dei nostri fucilati per mano amica, nonostante la dichiarazione di Jospin del 1998 fosse stata commentata dall’allora ministro della Difesa italiano con queste parole: “I nostri soldati fucilati non furono meno eroici dei loro commilitoni caduti in combattimento”.

Onorevoli presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, ministri – concludono –, in quanto cittadini italiani ed europei, chiediamo a voi che, nella ricorrenza del centenario della Grande guerra, vogliate intervenire, nei modi che riterrete più opportuni, perché i nostri soldati fucilati per mano amica vengano riabilitati e considerati fra coloro che caddero per la loro Patria».

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