Archive for marzo 2015

Fuori la ‘ndrangheta dalle feste patronali. Due diocesi calabre regolano le processioni

27 marzo 2015

“Adista”
n. 12, 28 marzo 2015

Luca Kocci

Fuori i mafiosi dalle processioni religiose. Dopo gli “inchini” delle statue della Madonna e dei santi sotto le case dei boss, dopo l’annullamento e la sospensione delle processioni in alcuni paesi e dopo la pubblicazione della Nota pastorale sulla ‘ndrangheta, “Testimoniare la verità del Vangelo”, pubblicata dalla Conferenza episcopale calabra lo scorso 25 dicembre (v. Adista Notizie n. 2/15), alcune diocesi calabresi passano all’azione – anche perché la Nota regionale non conteneva indicazioni operative, rimandando ad un successivo prossimo Direttorio dei vescovi «su aspetti della celebrazione dei sacramenti e della pietà popolare» – ed emanano dei regolamenti per l’organizzazione e lo svolgimento delle processioni religiose che, se applicati con rigore dai parroci, dovrebbero evitare infiltrazioni da parte dei clan di ‘ndrangheta, i quali utilizzano queste occasioni di devozione popolare per riaffermare visibilità, consenso, prestigio e dominio sul territorio: portando loro stessi le statue della madonna e dei santi, imponendo soste e “inchini” in punti strategici, applicando il pizzo alle bancarelle degli ambulanti della festa (v. Adista Notizie Adista n. 23/08; 65/11; 4/12).

Oppido Mamertina: processioni senza “inchini”

Nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi (Rc), la scorsa estate, a Tresilico, in seguito all’inchino della statua della Madonna delle Grazie sotto la casa di un boss (v. Adista Notizie n. 31/14), il vescovo, mons. Francesco Milito, decise di sospendere le processioni. Ora lo stesso vescovo, anche perché la Pasqua si avvicina – e con essa le grandi processioni, a cominciare da quella popolarissima dell’Affruntata, in cui viene rievocato l’incontro fra Gesù risorto e Maria –, annulla il divieto, accompagnandolo però da una “Guida per le celebrazioni, i pii esercizi e le processioni della Settimana santa” che, oltre alle indicazioni di carattere teologico, liturgico e pastorale, contiene norme pratiche anti-infiltrazioni. Si precisa che «è severamente proibita ogni forma di raccolta di denaro», che «il percorso delle processione e le eventuali soste» devono essere «precedentemente programmate dal parroco insieme al Consiglio pastorale parrocchiale» (per evitare gli “inchini”) e che i «portatori delle statue» devono essere scelti «tra i fedeli di provata testimonianza cristiana che abitualmente frequentano i sacramenti, la messa domenicale nonché la vita della comunità parrocchiale».

Mileto: nessun mafioso in processione

Ancora più ampio e dettagliato – e soprattutto di carattere generale, perché non limitato alla Settimana di Pasqua ma valido «ad experimentum» per tre anni – il “Regolamento diocesano per le processioni” firmato dal vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Luigi Renzo, che già in passato si è trovato coinvolto in vicende di infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle processioni: nel 2010 fu proprio il vescovo, in occasione della processione dell’Affruntata a Sant’Onofrio (Vv), a bloccare il fercolo della Madonna e del Cristo risorto in chiesa, imponendo una più rigida selezione dei “portantini” (l’irritazione della locale ‘ndrina si manifestò pochi giorni dopo, con diversi colpi di proiettile sulla porta del priore della confraternita del santissimo Rosario, organizzatore della festa); nella Pasqua 2014, invece, la stessa processione dell’Affruntata di Sant’Onofrio venne annullata da mons. Renzo, perché il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Vibo, riscontrate infiltrazioni dei clan, aveva stabilito che le statue fossero portate da alcuni volontari della Protezione civili; e la scorsa estate fu cancellata la processione della Madonna del Carmine di Vibo dopo che ancora il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica aveva sollevato osservazioni su alcuni portatori della statua che, secondo i rapporti delle forze dell’ordine, erano vicini ad una cosca di ‘ndrangheta.

Con il nuovo Regolamento queste situazioni non dovrebbero più verificarsi. È infatti scritto che «l’itinerario ed eventuali soste devono essere preventivamente stabiliti dal parroco e dal Consiglio pastorale» e che «i portatori delle statue siano prevalentemente fedeli che vivono con assiduità la vita della parrocchia». E, per ulteriore chiarezza, è precisato che «non sono ammessi a questo compito persone aderenti ad associazioni condannate dalla Chiesa, che siano sotto processo in corso per associazione mafiosa o che siano incorse in condanna per mafia, senza prima aver dato segni pubblici di pentimento e di ravvedimento». Inoltre «è tassativamente vietata ogni forma di “incanto” o riffa per poter portare le statue», «raccogliere denaro con cassette o attaccandolo a drappi o stesse sacre immagini», «girare o sostare con le sacre immagini davanti a case o persone, tranne che si tratti di ospedali, case di cura, ammalati».

Un capitolo è dedicato alla processione dell’Affruntata. I fedeli, è scritto nel Regolamento, «non si lascino espropriare di ciò che appartiene al loro patrimonio religioso più genuino, lasciandolo in mano a gente senza scrupolo, che non ha nulla di cristiano ed anzi persegue una “religione capovolta”, offensiva del vero cristianesimo popolare. I pastori siano più coraggiosi e uniti per dare segni nuovi di presenza e di speranza al popolo di Dio. Occorrono segnali concreti di “rottura” da certi andazzi impropri». Agli aderenti alle Confraternite che curano tradizionalmente le Affruntate è chiesto di rinunciare «a certi pretesi privilegi» e di collaborare con i parroci «nell’eseguire scrupolosamente tutte le direttive diocesane in materia». E sui portatori delle statue, ribaditi i divieti validi per tutte le processioni, le regole sono ancora più rigide: la scelta sia fatta «per estrazione» pubblica (la Domenica delle Palme) su un elenco di prenotati che hanno risposto ad un «pubblico avviso affisso in chiesa all’inizio della Quaresima»; «non è consentito iscriversi nel servizio di portare le statue a persone estranee alla comunità parrocchiale»; non è consentito ad altri sostituirsi agli estratti durante il percorso».

Guide e Regolamenti estremamente dettagliati che da un lato dimostrano quanto il livello di infiltrazione sia pervasivo e tentacolare, dall’altro evidenziano “buone pratiche” che potrebbero essere fatte proprie da altre diocesi, anche al di fuori della Calabria

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Bagnasco: «Il gender? Transumano»

24 marzo 2015

“il manifesto”
24 marzo 2015

Luca Kocci

C’è un nuovo termine che entra con forza nel vocabolario della Conferenza episcopale italiana: «Transumano».

L’ha utilizzato ieri il card. Bagnasco, presidente della Cei, nella sua prolusione al Consiglio permanente dei vescovi, per identificare il prodotto finale della «cosiddetta teoria del gender»: un essere umano senza più identità di genere. «Il gender si nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione – argomenta – ma in realtà pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un “transumano” in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità». La «Queer theory – prosegue –, nata negli Usa, combatte contro il normale, il legittimo, e ingloba tutte le soggettività fluide: non si riferisce a nulla in particolare, si presenta paradossalmente come “un’identità senza essenza”». Concetti astratti? No, precisa Bagnasco, anzi «cose vicinissime e concrete», con l’obiettivo di «costruire delle persone fluide che pretendano che ogni loro desiderio si trasformi in bisogno, e quindi diventi diritto. Individui fluidi per una società fluida e debole».

Lo scenario che intravede il cardinale è una sorta di “Spectre globale”: è in atto, spiega, «una manipolazione da laboratorio, dove inventori e manipolatori fanno parte di quella “governance mondiale” che va oltre i governi eletti e che spesso rimanda ad Organizzazioni non governative che non esprimono nessuna volontà popolare». Quindi l’appello alla resistenza: «Vogliamo questo per i nostri bambini, ragazzi, giovani?», chiede Bagnasco (ma la domanda è retorica). «Genitori, volete questo per i vostri figli? Che a scuola, fin dall’infanzia, ascoltino e imparino queste cose, così come avviene in altri Paesi d’Europa? Reagire è doveroso e possibile, basta essere vigili, senza lasciarsi intimidire da nessuno, perché il diritto di educare i figli nessuna autorità scolastica, legge o istituzione politica può pretendere di usurparlo. È necessario un risveglio della coscienza individuale e collettiva, della ragione dal sonno indotto a cui è stata via via costretta. Noi pastori vi siamo e vi saremo sempre vicini».

Se nella stagione Ruini-Bagnasco-Ratzinger la crociata era in difesa dei «principi non negoziabili», ora in epoca Bagnasco-Bergoglio il bersaglio è il «gender». Anche perché, lo ha ripetuto più volte il papa stesso, l’espressione «principi non negoziabili» non piace a Francesco. Il quale però non disdegna il termine «gender», che ha utilizzato sabato scorso a Napoli, durante l’incontro con i giovani e le famiglie: la teoria del gender, ha detto Bergoglio, è uno «sbaglio della mente umana», un tentativo di «colonizzazione ideologica». Un aggiornamento lessicale che non intacca la sostanza, perché «teoria del gender» è un calderone ampio in cui gerarchie ecclesiastiche e gruppi cattolici tradizionalisti riversano tutto quello che minaccerebbe la famiglia.

Altri temi sono stati toccati da Bagnasco, sulla scia del Bergoglio “sociale” di Napoli: la condanna del «malcostume e del malaffare che sembrano diventati un “regime” talmente ramificato da essere intoccabile», ogni giorno emergono esempi che «ammorbano l’aria, avvelenano la speranza, indeboliscono le forze morali» e sono una «offesa gravissima per i poveri e gli onesti»; l’emergenza disoccupazione, che alimenta «l’instabilità sociale» e favorisce la «malavita»; la «tragedia» dell’immigrazione, di fronte alla quale l’Europa sembra «un insieme di interessi individuali» più che «casa comune». Quindi una severa condanna del terrorismo e delle «persecuzioni contro i cristiani», con una domanda decisamente “filo-occidentale”: «È forse l’odio per l’Occidente» e per «i suoi valori di libertà, uguaglianza, democrazia, giusta laicità, valorizzazione e rispetto per la donna?».

«Siamo pacifisti», la base degli scout contesta i vertici

21 marzo 2015

“il manifesto”
21 marzo 2015

Luca Kocci

Acque agitate in casa Agesci, l’associazione degli scout cattolici italiani. E visto l’oggetto del contendere, la metafora è quanto mai appropriata.

I presidenti Agesci Marilina Laforgia e Matteo Spanò – quest’ultimo grande amico e in passato collaboratore di Matteo Renzi, ex scout – stipulano un accordo di collaborazione con la Marina militare per organizzare insieme progetti di educazione ambientale rivolti ai giovani. Una parte del mondo scout contesta l’iniziativa e chiede di ridiscutere la decisione: assurdo pensare di educare alla pace – uno dei principi fondamentali dell’Agesci – insieme ad una Forza armata «impegnata in azioni di guerra», si legge in una lettera ai presidenti che in pochi giorni raccoglie circa 700 firme, metà delle quali di capi scout. Ma Laforgia e Spanò rivendicano la scelta: è sbagliato «dividere il mondo fra buoni e cattivi» – replicano in un’altra lettera diffusa ieri dall’agenzia di informazioni Adista (http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=54846) – e in ogni caso la Marina militare non è cattiva, perché è una Forza armata di pace, che non fa la guerra, anzi soccorre i migranti nel Mediterraneo. Quindi, la conclusione, l’accordo non si discute, tireremo dritto.

La firma del protocollo risale allo scorso 20 febbraio, quando i presidenti Agesci e il Capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, stringono un accordo per promuovere insieme visite guidate alle unità navali e alle strutture logistiche della Marina, conferenze, dibattiti ed eventi culturali attinenti al mare, manifestazioni a carattere sportivo, temporanei imbarchi e uscite in mare, corsi di carteggio, primo soccorso, cultura e arte marinaresca, meteorologia, astronomia, nautica, canottaggio e vela.

Evidente l’interesse per la Marina militare (fra l’altro anche il ministro della Difesa Pinotti è un ex scout), che potrà avvicinare e presentare le proprie attività a migliaia di adolescenti e giovani. Da parte sua l’Agesci potrà contare su un partner importante, ma si farà inevitabilmente copromotore delle attività delle Forze armate, che con il dna pacifista degli scout hanno poco a che fare. E infatti la base protesta: come si può pensare di «formare cittadini del mondo ed operatori di pace, in spirito di evangelica nonviolenza», come prevede il Patto associativo (la “costituzione” dell’Agesci), insieme alle Forze armate? Lo stesso Baden Powell, fondatore degli scout, scriveva sulla differenza tra educazione scout e militare: «L’addestramento e la disciplina militare sono esattamente l’opposto di quello che insegniamo nel movimento scout. Essi tendono a produrre macchine invece di individui, a sostituire una vernice di obbedienza alla forza del carattere».

L’accordo va collocato nelle recenti vicende Agesci. A luglio la decisione di uscire dalla Tavola della pace – in polemica con la gestione di Flavio Lotti, giudicata personalistica – e di non partecipare alla marcia per la pace Perugia-Assisi, dove gli scout sono stati sempre in prima fila, fin dalla prima marcia del 1961 promossa da Aldo Capitini. Ad agosto l’invito a Renzi alla Route, il raduno nazionale dei giovani scout a San Rossore, con il rischio di un nuovo collateralismo con il “giglio magico” del premier. Ed ora l’accordo con la Marina, che fa temere sia la perdita di autonomia sia un affievolimento dell’impegno sui temi della pace e del disarmo. «Pace e non violenza restano i principi cardini dell’associazione», spiegano i presidenti, che però confermano l’accordo. Il dibatto nell’Agesci prosegue, il consenso alla lettera dei 700 si allarga e la riunione del Consiglio generale di maggio si preannuncia accesa.

Accordo con la Marina: avanti tutta. I presidenti Agesci rispondono alla base scout

21 marzo 2015

“Adista”
n. 12, 28 marzo 2015

Luca Kocci

Chiamati direttamente in causa da centinaia di capi scout perplessi e critici nei confronti della decisione di siglare un accordo di collaborazione con la Marina militare per promuovere insieme progetti educativi ambientali (v. Adista Notizie n. 9/15), i presidenti dell’Agesci (l’associazione degli scout cattolici italiani) Marilina Laforgia e Matteo Spanò rispondono agli interrogativi e ai rilievi che erano stati mossi loro in una lettera aperta firmata da oltre 600 persone, per più della metà capi scout (v. Adista Notizie n. 11/15), difendono il patto siglato con la Marina e contestato da parte della base. La lettera è stata inviata anche alla rivista dell’Agesci Proposta educativa, che però non l’ha pubblicata, come del resto non l’ha pubblicata il sito internet dell’Agesci.

La linea dell’Agesci su temi quali «la pace e la non violenza» non cambia, restano «valori cardine della nostra associazione», affermano i presidenti. Agesci e Marina militare – spiegano – non condividono gli stessi ideali, ma è un errore «dividere il mondo fra buoni e cattivi», per cui è possibile «fare un tratto di strada insieme» con chi comunque «è al servizio della collettività». Quindi, è la conclusione, sull’accordo di collaborazione, l’Agesci tira dritto.

Riconosciamo che «l’espressione “colleganza ideale fra Marina militare ed Agesci” (presente nel protocollo d’intesa, ndr) può essere poco condivisibile se la si isola dal contesto dell’accordo», spiegano i presidenti, che giustificano l’inserimento delle parole perché «occorre essere disponibili ad accogliere sensibilità e linguaggi dell’altra parte». «È abbastanza evidente che la disciplina militare ha ben poco in comune con un metodo educativo che vuol formare donne e uomini responsabili delle loro azioni nelle scelte piccole e grandi della propria vita». Ma, aggiungono, bisogna fare attenzione a «non costruire steccati e vedere il mondo in bianco e nero». E poi è «fuori luogo» definire – come hanno fatto i 600 scout che hanno firmato la lettera che critica l’accordo – la Marina militare come «forza impegnata in azioni di guerra offensiva», perché se così fosse, «la Marina si collocherebbe fuori della Costituzione. Preferiamo, piuttosto, ricordare che in questo momento la Marina è una delle poche strutture organizzate dello Stato che opera concretamente per salvare la vita di migliaia di migranti e per individuare e fermare, anche con l’uso della forza, chi fa contrabbando di esseri umani». Insomma una Forza armata, ma di pace, come del resto sono state definite le missioni militari che negli anni hanno portato le Forze armate italiane – Marina compresa – in Afghanistan e in Iraq ad “esportare la democrazia”. E comunque, precisano Laforgia e Spanò, siccome l’accordo «declina questa ipotesi di “colleganza” con riferimenti, ad esempio, ai principi di solidarietà e di tutela dell’ambiente, della cui adesione la Marina, innegabilmente, dà prova con azioni concrete», non c’è contraddizione con lo spirito scout. Anzi, ipotizzano, si potrebbe sottoscrivere un accordo anche con gli Alpini, dai quali «non avremmo difficoltà ad accettare lezioni sulla progressione e l’arrampicata in montagna». «Siamo convinti – si conclude la lettera dei presidenti Agesci – che far crescere una cultura della pace significhi anche non dividere il mondo fra buoni e cattivi, fra amici e nemici. Significa riconoscere la complessità del mondo, ricercare gli elementi di condivisione, privilegiare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. Detestiamo le armi e non amiamo le divise militari: ma chi veste una divisa e rappresenta lo Stato non è un nostro nemico; è una persona che è al servizio della collettività. È a questa posizione di servizio che ci interessa guardare».

Tuttavia, al di là delle affermazioni di principio («pace e non violenza valori cardine della nostra associazione»), delle spiegazioni tecniche (l’accordo riguarda progetti ambientali) e delle difese di ufficio della Marina militare (forza di pace, non di guerra), i presidenti non rispondono alle questioni fondamentali poste dalla lettera dei 600: quali sono i motivi educativi alla base della scelta di sottoscrivere un patto di collaborazione con una Forza armata? Perché «il percorso che ha portato a questa firma» non è stato «condiviso in alcun modo con le strutture democratiche dell’associazione»? Il dibattito fra gli scout – e non tutti sono contrari all’accordo, va detto – prosegue sui social network (diversi profili Facebook, alcuni blog personali). E proseguirà anche dentro l’associazione, in attesa del Consiglio generale in programma a maggio, quando l’opposizione tenterà di riaprire la questione.

Bergoglio: «L’ergastolo è una pena di morte occulta»

21 marzo 2015

“il manifesto”
21 marzo 2015

Luca Kocci

Papa Francesco torna ad intervenire sul tema della giustizia penale e condanna senza appello la pena di morte ma anche l’ergastolo e le lunghe detenzioni.

«La pena di morte è inammissibile, per quanto grave sia stato il delitto del condannato», «per uno Stato di diritto rappresenta un fallimento», scrive Bergoglio in una lettera che ieri ha consegnato a Federico Mayor, presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte – una cui delegazione è stata ricevuta in udienza in Vaticano –, ringraziandolo ed incoraggiandolo ad andare avanti nell’impegno per una «moratoria universale delle esecuzioni in tutto il mondo, al fine di abolire la pena capitale».

La pena di morte, per il papa, è inutile, perché si applica a persone detenute in carcere, «private della propria libertà», la cui capacità di recare danno quindi «è già stata neutralizzata». Ed ingiusta: «Non si raggiungerà mai la giustizia uccidendo un essere umano», «non rende giustizia alle vittime, ma fomenta la vendetta», rischia di mandare a morte degli innocenti («a motivo della difettosa selettività del sistema penale e di fronte alla possibilità dell’errore giudiziario»), «nega al condannato la possibilità della riparazione o correzione del danno causato». Senza considerare le implicazioni che precedono l’esecuzione della pena, ovvero «un trattamento crudele, disumano e degradante, come lo sono anche l’angoscia previa al momento dell’esecuzione e la terribile attesa tra l’emissione della sentenza e l’applicazione della pena, una “tortura” che, in nome del dovuto processo, suole durare molti anni, e che nell’anticamera della morte non poche volte porta alla malattia e alla follia». Quindi – Bergoglio cita Dostoevskij –, «uccidere chi ha ucciso è un castigo incomparabilmente più grande del crimine stesso. L’assassinio in virtù di una sentenza è più spaventoso dell’assassinio che commette un criminale».

L’ergastolo non è da meno: è una «pena di morte occulta». L’ergastolo, scrive il papa, e le lunghe detenzioni (che «comportano l’impossibilità per il condannato di progettare un futuro in libertà») «possono essere considerate pene di morte occulte, poiché con esse non si priva il colpevole della sua libertà, ma si cerca di privarlo della speranza».

Non è la prima volta che Bergoglio interviene su questo tema. Lo aveva già fatto ad ottobre, ricevendo una delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale. In quell’occasione aveva usato più o meno le stesse parole sia sulla pena di morte che sul’ergastolo, allora definito «pena di morte nascosta». Una sottolineatura doppia, quindi, di quella che evidentemente dal papa viene considerata un’urgenza e che chiama direttamente in causa i sistemi giudiziari degli Stati, compreso quello italiano. E che per singolare coincidenza è arrivata alla vigilia della visita pastorale a Napoli, dove oggi Bergoglio pranzerà a nel carcere di Poggioreale, insieme anche a 90 detenuti – fra cui 10 provenienti dalla sezione riservata a transessuali, omosessuali e malati di Aids –, in rappresentanza degli circa 1.900 reclusi.

La giornata di ieri di papa Francesco è stata caratterizzata anche da un altro episodio, che parzialmente potrebbe essere ricondotto al tema della giustizia, sebbene ecclesiastica. Bergoglio ha infatti accettato «la rinuncia ai diritti e alle prerogative del cardinalato» da parte del cardinale scozzese Keith O’Brien, colpevole di abusi sessuali nei confronti di quattro giovani seminaristi e preti della sua diocesi negli anni ‘80.

Per questi motivi lo stesso O’Brien nel febbraio 2013 si era dimesso dalla guida della diocesi di Edimburgo e, anche a causa dello scandalo internazionale suscitato dalla notizia, aveva rinunciato a partecipare al Conclave che poi elesse pontefice Bergoglio. Era seguito poi un periodo di «preghiera e penitenza» – imposto da Francesco – e l’apertura di un’inchiesta canonica sul suo conto affidata a mons. Scicluna, già promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, oggi arcivescovo di Malta, che evidentemente ha fatto il suo corso. Ora arrivano le dimissioni, subito accolte dal papa. Ma parlare di “tolleranza zero”, nonostante quello di O’Brien sia un precedente importante – l’ultimo caso di un cardinale “dimissionato” risale al 1927: il francese Louis Billot, sostenitore del movimento nazionalista Action française, condannato da Pio XI – pare fuori luogo: mantiene infatti il titolo onorifico di cardinale e, sebbene “fuori servizio”, resta prete e vescovo.

Chiesa e mafia, un problema ancora aperto

20 marzo 2015

“Adista”
n. 11, 21 marzo 2015

Luca Kocci

«Il problema del rapporto tra Chiesa cattolica e mafia è una ferita ancora aperta. Anzi proprio il grande “rumore” che recentemente hanno fatto e continuano a fare le parole e gli atti di papa Francesco sta a dimostrare che nel passato ci sono stati silenzi, omissioni e talvolta compromissioni», come del resto ha affermato pochi giorni fa anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Rosario Giuè, prete palermitano già parroco a Brancaccio prima dell’arrivo di don Pino Puglisi, ha appena pubblicato con le edizioni Dehoniane un libro (Peccato di mafia, pp. 116, euro 10) nel quale mette a fuoco in maniera specifica proprio le relazioni fra Chiesa e mafia, anche per offrire suggerimenti e strumenti alla comunità ecclesiale per affrontare il nodo della liberazione dal potere mafioso, come risulta evidente dal sottotitolo del volume: Potere criminale e questioni pastorali.

Il tema centrale è l’azione pastorale, da modellare non in astratto, ma a partire dal contesto sociale e culturale che va ascoltato preliminarmente, seguendo il metodo della Teologia della Liberazione, di cui Giuè è studioso e “allievo” (recentemente ha pubblicato anche Chiesa e liberazione. Linee essenziali di teologia della liberazione, Tau editrice, 2013, pp. 104, euro 8). E allora ci si chiede: come annunciare il Vangelo in terre di mafia a partire dal basso, dalle vittime? Come definire la mafia dal punto di vista etico-teologico? Può aiutare in terre di potere mafioso narrare con più attenzione il Gesù storico? Quanto è importante l’uso accurato del linguaggio di fronte alla mafia? In che modo ci si può muovere sulla questione della conversione e del perdono nel contesto della mafia? Cosa comporta l’esercizio del ministero pastorale dalla parte dei crocifissi anche nel processo di  liberazione dal potere mafioso? Domande da farsi camminando, perché la Chiesa possa recuperare pienamente la propria credibilità, prestando attenzione ai segni dei tempi e testimoniando e annunciando, in povertà, un Vangelo di liberazione, un Vangelo di dignità, a favore dell’uomo e della donna di oggi, a cominciare dalle vittime. «Perché se da parte della Chiesa c’è chiarezza nella testimonianza e nell’annuncio – spiega Giuè –, il mafioso si autoescluderà da solo, invece di cercare di utilizzare strumentalmente la religiosità per guadagnarsi consenso sociale».

Lo scorso 24 febbraio, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, nella sua relazione annuale, ha detto: «Sono convinto che la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie e gran parte delle responsabilità le ha proprio la Chiesa perché per secoli non ha fatto niente». Il segretario generale della Conferenza episcopale, mons. Nunzio Galantino, dal canto suo ha replicato intervenendo alla trasmissione di RaiUno “A sua immagine”: «Il dottor Roberti è bravo, sa fare bene il suo lavoro di magistrato, ma stavolta ha toppato: non è informato sufficientemente su quello che la Chiesa ha fatto», ha detto. «Su 36mila preti in Italia – ha ribattuto – ci sono quelli più coraggiosi e quelli che lo sono meno, ma parlare genericamente dei silenzi della Chiesa mi sembra non solo  esagerato ma fuori posto». Lei che cosa ne pensa? Chi ha ragione fra i due?

«La questione del rapporto tra Chiesa cattolica e mafia è una ferita aperta. Le parole del procuratore Franco Roberti hanno dato visibilità a questa ferita. La beatificazione di don Giuseppe Puglisi non ha chiuso la questione. Chi pensava di poter dire “ormai anche noi abbiamo il nostro martire, il nostro santo”, “abbiamo dato”, “abbiamo fatto la nostra parte”, è fuori dalla realtà. Chi pensa così si muove in una prospettiva clericale. Le parole del procuratore Roberti, invece di essere accolte con disappunto, possono essere un’occasione utile e feconda per interrogarsi come istituzione ecclesiale».

Il procuratore Roberti ha pure aggiunto: «Ora finalmente si è mosso qualcosa con papa Francesco, ma per decenni la Chiesa avrebbe potuto fare ma non ha fatto nulla». È proprio così? Davvero è cambiato qualcosa di sostanziale con il pontificato di papa Francesco rispetto agli anni precedenti?

«In effetti non era mai accaduto che un papa si facesse prendere per mano da un prete come don Luigi Ciotti, fondatore di “Libera”, in occasione della  giornata della Memoria per le vittime delle mafie del 21 marzo 2014, per incontrare pubblicamente i parenti delle vittime [v. Adista Notizie n. 13/14]. Non era mai accaduto che per dare la benedizione un papa indossasse la stola di don Giuseppe Diana, un martire che dovrebbe essere più valorizzato nella memoria ecclesiale italiana».

Che giudizio si può dare dei recenti interventi di papa Francesco: prima la “scomunica” ai mafiosi durante la visita pastorale a Cassano allo Ionio (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 28/14) e, pochi giorni fa, ricevendo in udienza in Vaticano sempre i fedeli della diocesi di Cassano, il forte appello alla conversione?

«Personalmente sono stato sempre molto scettico, direi contrario, rispetto all’uso della scomunica. La scomunica nasce in un contesto storico che ormai non esiste più.  Il linguaggio delle scomuniche non mi appassiona. In ogni caso, se i mafiosi sono scomunicati quali mafiosi colpire? Solo la manovalanza mafiosa? Solo i capi delle organizzazioni criminali (Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra) come Salvatore Riina o Bernardo Provenzano, come Francesco Schiavone? O devono essere scomunicati anche gli uomini con i colletti bianchi: imprenditori, politici, massoni, uomini dei servizi segreti deviati, uomini delle istituzioni dello Stato? Risolvere tale questione è compito dell’episcopato italiano che deve dare delle direttive chiare e ben precise».

In una società secolarizzata come è ormai la nostra, le mafie hanno ancora bisogno della “benedizione ecclesiastica”, attraverso la partecipazione alle processioni religiose, l’ostentaizone da parte dei boss della propria fede? Davvero un impegno deciso da parte della Chiesa potrebbe essere determinante contro le mafie?

«Il potere, anche quello mafioso, cerca sempre alleanze. Per noi cattolici la questione non è se l’impegno della Chiesa sia determinate o meno per sconfiggere la mafia. La questione è che la Chiesa, per annunciare il Vangelo in Italia, deve essere credibile anche sulla questione della liberazione dal potere mafioso. Deve dare, in povertà e libertà, testimonianza al Vangelo anche su questo fronte, in modo articolato e progettuale».

Qualche anno fa lei ha scritto un libro su don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di principe (Ce) ucciso dalla camorra (Il costo della memoria. Don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra, Edizioni Paoline, 2007, v.  Adista Notizie n. 35/07). Ultimamente anche il vescovo emerito di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, ha scritto un volumetto in cui si è espresso per la proclamazione del martirio del parroco di don Diana (v. Adista Notizie n. 3/15). Dopo la beatificazione di don Puglisi, è giunto il momento anche per il parroco di Casale?

«Bisogna fare attenzione perché le beatificazioni rischiano di servire per incensare chi costruisce una cornice ben squadrata attorno al martire, smussata da ogni angolatura che non sia funzionale alle dinamiche istituzionali, alla politica ecclesiastica del momento. La memoria di don Diana, in ogni caso, oggi nella Chiesa italiana sembra una memoria scomoda. Le parole di mons. Raffaele Nogaro, un uomo coraggioso e coerente che è stato amico di Diana, vogliono sottolineare l’urgenza di recuperare la memoria di don Peppe Diana».

Agesci: questo accordo non s’ha da fare. Base scout contro la collaborazione con la Marina militare

19 marzo 2015

“Adista”
n. 11, 21 marzo 2015

Luca Kocci

Sta creando perplessità e malumori fra gli aderenti all’Agesci la scelta, da parte dei vertici dell’associazione, di sottoscrivere un protocollo di collaborazione con la Marina militare italiana per promuovere insieme progetti ed iniziative formative ed educative rivolte ai giovani scout (v. Adista Notizie n. 9/15). Da una lato c’è la presidenza dell’Agesci – con Marilina Laforgia e Matteo Spanò, che lo scorso 20 febbraio hanno firmato l’accordo con il capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi –, dall’altro centinaia di capi scout di tutta Italia, fra cui diversi consiglieri nazionali e formatori, che hanno scritto e inviato una lettera aperta ai presidenti per esprimere il proprio dissenso per una decisione ritenuta sbagliata e assunta senza alcun dibattito interno.

«Cari presidenti», si legge nella lettera che è stata firmata da circa 600 persone – fra cui alcuni preti come don Nandino Capovilla (parroco a Marghera, già coordinatore nazionale di Pax Christi), p. Fabrizio Valletti (gesuita del Centro Hurtado di Scampia), don Fabio Corazzina (parroco di Santa Maria in Silva a Brescia, già coordinatore nazionale di Pax Christi), don Andrea Bigalli (parroco a Sant’Andrea a Percussina, referente di Libera per la Toscana) – «abbiamo appreso con sorpresa di un accordo di collaborazione firmato dalla Marina militare e da voi a nome di Agesci» che prevede lo svolgimento di una serie di attività «finalizzate a “trasmettere un modello esistenziale basato sui principi dell’etica, della solidarietà, dell’amore per lo sport e per il mare”, e a “sviluppare legami di colleganza ideale fra il personale in servizio della Marina militare e gli appartenenti all’Agesci». Ci sembra «controversa dal punto di vista educativo – prosegue le lettera, che può essere sottoscritta al link http://goo.gl/u3oHfq – la scelta di firmare un accordo di collaborazione con una Forza armata, impegnata in azioni di guerra anche offensiva, soprattutto se uno degli obiettivi dell’accordo è la formazione e l’educazione dei giovani». Insomma, sostengono, il pacifismo e l’antimilitarismo degli scout stonano con l’eventualità di condurre delle attività educative insieme ai militari. «Ricordiamo infatti che il nostro Patto associativo (la “costituzione” dell’Agesci, ndr) sottolinea che “Capi e ragazzi dell’Agesci, nel legame coi loro fratelli nel mondo, vivono la dimensione della fraternità internazionale, che supera le differenze di razza, nazionalità e religione, imparando ad essere cittadini del mondo e operatori di pace”, e che con l’adesione al Patto associativo “ci impegniamo a formare cittadini del mondo ed operatori di pace, in spirito di evangelica nonviolenza”», infatti «i capi dell’associazione sono stati da sempre protagonisti di iniziative di obiezione di coscienza e di promozione di corpi di pace nonviolenti». Quindi, aggiungono i firmatari, ci sembra «che “la colleganza ideale” di cui si parla nell’accordo appaia molto lontana, e che risulti poco chiara quale sia l’etica di riferimento sulla quale Agesci e Marina militare vogliono collaborare a “trasmettere un modello esistenziale alle giovani generazioni”. I modelli di riferimento appaiono infatti in forte contrasto. Già Baden Powell (il fondatore degli scout, ndr) scriveva nel 1925 (Taccuino) a proposito della differenza tra educazione scout e militare: “L’addestramento e la disciplina militare sono esattamente l’opposto di quello che insegniamo nel movimento scout. Essi tendono a produrre macchine invece di individui, a sostituire una vernice di obbedienza alla forza del carattere”».

L’accordo con la Marina militare pone poi «problemi» di metodo: «Ci risulta che il percorso che ha portato a questa firma non sia stato condiviso in alcun modo con le strutture democratiche dell’associazione», si legge nella lettera. E «contraddizioni educative»: come è possibile formare cittadini del mondo ed operatori di pace «con l’aiuto di una Forza armata»? Senza considerare il rischio che l’Agesci perda la propria autonomia: in passato l’associazione ha più volte preso posizione per esempio contro l’aumento delle spese militari, potrebbe farlo oggi dopo aver firmato un accordo di collaborazione con le Forze armate?

Il dissenso appare netto e il numero dei firmatari aumenta di giorno in giorno. Gli scout chiedono ai presidenti un urgente «chiarimento sia sul percorso che ha portato alla firma, sia sui contenuti del Protocollo di intesa», auspicando «un ampio confronto associativo». Altri sono ancora più netti chiedendo l’annullamento immediato dell’accordo di collaborazione. «Ho sottoscritto la lettera con convinzione», spiega p. Valletti ad Adista. «Evitando le polemiche, bisogna però cogliere l’occasione per avviare in associazione una riflessione su come i nostri giovani possano e debbano essere maggiormente protagonisti di una promozione sociale, di giustizia e di pace». È questa la strada maestra per «sminuire il peso che ogni apparato militare rappresenta. Quanti dei nostri giovani e anche capi sono militari? Quanti scout in passato sono stati obiettori di coscienza al servizio militare? Quanti di noi hanno offerto l’opportunità di offrire il servizio civile alternativo? Quanti di noi (fra cui Valletti, ndr) hanno fatto obiezione alle spese militari per evidenziare il primato della pace e della nonviolenza?».

Già la scorsa estate c’era stato qualche mal di pancia, all’interno dell’Agesci, circa il fatto che i vertici – in particolare con l’intercessione di uno dei due presidenti, Spanò, grande amico del premier – avessero invitato il presidente del Consiglio, ex-scout, Matteo Renzi a chiudere la Route di San Rossore (v. Adista Notizie n. 30/14), per il timore della nascita di un nuovo collateralismo. Adesso, con l’iniziativa dell’accordo con la Marina militare, le distanze fra la presidenza e la base Agesci si fanno ancora più ampie.

La «magica» misericordia del papa

15 marzo 2015

“il manifesto”
15 marzo 2015

Luca Kocci

Grande entusiasmo da parte dei movimenti e delle associazioni ecclesiali, freddezza da parte dei gruppi tradizionalisti e conservatori. Il giorno dopo l’annuncio di Bergoglio di un Anno santo straordinario dedicato alla misericordia (dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016) le reazioni cattoliche sono quasi tutte di segno positivo, con qualche distinguo.

«Papa Francesco ha fatto una grande sorpresa e un grande dono alla Chiesa con l’indizione di questo nuovo Anno santo, perché spinge il popolo di Dio verso la misericordia, che è il cuore del Vangelo», ha commentato il card. Bagnasco, presidente della Cei. «La Chiesa italiana esprime gioia e gratitudine ed è in attesa di indicazioni per mettersi subito in movimento». «Gioia e gratitudine» manifestano anche l’Azione cattolica – la più numerosa fra le associazioni laicali – attraverso la responsabile nazionale dell’Acr (Azione cattolica ragazzi) e i Papaboys, che forse già immaginano grandi eventi di massa, come fu per il Giubileo del 2000.

Freddezza invece da parte dei gruppi conservatori – non in grande sintonia con papa Francesco –, che scelgono per lo più la via del silenzio: la notizia dell’Anno santo nemmeno compare sui siti internet e sui blog del mondo tradizionalista, solitamente assai loquaci quando si tratta di lanciare crociate in difesa dei «princìpi non negoziabili» o contro la «teoria del gender», la hit del momento. Sicuramente sarebbe stato diverso se il tema del Giubileo non fosse stata la misericordia ma la «Verità». L’unico ad esprimersi è il vice responsabile nazionale di Alleanza cattolica, Massimo Introvigne, sul quotidiano online La nuova bussola quotidiana, per ammonire «chi più o meno maliziosamente confonde la misericordia con una assurda negazione del peccato». E parla, anzi scrive, anche l’ateo devoto Giuliano Ferrara sul Foglio, capofila dell’opposizione da destra al pontificato di Bergoglio: «Il fine di riconquistare il mondo è santo, ma i mezzi implicano l’alto rischio che sia il mondo a riconquistarti definitivamente, cancellandoti come contraddizione o segno di contraddizione. Mi pare che siamo un pezzo avanti, su questa seconda strada».

Ad esultare è anche il mondo politico, nazionale e romano, pensando soprattutto ai soldi che arriveranno a Roma insieme ai milioni di pellegrini di tutto il mondo. «Tra pochi mesi avremo due eventi di caratura mondiale che richiameranno l’attenzione di milioni di persone, l’Expo di Milano e subito dopo il Giubileo, che muoveranno flussi turistici straordinari e tutto il Paese si dovrà impegnare per valorizzare e gestire questa ondata», dice il ministro dei beni culturali Franceschini (che magari pensava alla prima pagina del manifesto di ieri: «Expope 2015»). «Il Giubileo è un evento che farà fare un grande balzo in avanti al Pil di Roma – argomenta il sindaco della capitale Marino –, tutti ora si concentrano sulle centinaia di milioni che occorreranno per migliorare viabilità e infrastrutture, ma non pensano ai miliardi di euro che arriveranno per le decine di milioni di persone che si sposteranno nella nostra città». E Confcommercio fa già i conti: «L’indotto per i settori coinvolti dal Giubileo, ovvero turismo, commercio e servizi, aumenterà tra il 15% e il 20%, ovvero milioni di euro in più durante l’anno».

Il card. Kasper – molto vicino a Bergoglio –, intervistato da Repubblica, prova a smorzare gli entusiasmi da pallottoliere («il Giubileo del 2000 fu l’evento con cui Wojtyla traghettò la Chiesa nel terzo millennio e milioni di pellegrini per 12 mesi si dettero appuntamento a Roma, ci furono eventi liturgici, spettacoli, meeting, non credo che per il Giubileo della misericordia sarà la stessa cosa»). Ma mons. Fisichella, il grande organizzatore, dai microfoni di Radio Vaticana lascia invece intendere che l’Anno santo sarà anche un evento di massa, come del resto lo sono stati tutti i Giubilei della storia, occasioni in cui il papato riafferma comunque la propria centralità e il proprio primato: «La macchina organizzativa è già in moto» e «Roma è abituata ad accogliere masse di pellegrini e di turisti».

Tornando al valore spirituale dell’Anno santo, quello della misericordia è uno dei temi prediletti da Bergoglio, indizio evidente della sua attenzione più pastorale che dottrinale. E potrebbe costituire anche la via d’uscita per il difficile cammino delle riforme, annunciate ma non ancora realizzate. Sia quella della Curia, da un lato definita dal papa «l’ultima corte d’Europa», dall’altro però rimasta sostanzialmente intatta nella sua struttura. Sia quelle che riguardano le questioni della famiglia e delle coppie (divorziati, omosessuali, ecc.), oggetto di dibattito al Sinodo che si concluderà ad ottobre. La “parola magica” della misericordia potrebbe allora essere la soluzione per tenere tutto insieme: dottrina (e struttura) immutata e pastorale inclusiva.

Bergoglio: qui ci vuole un anno santo

14 marzo 2015

“il manifesto”
14 marzo 2015

Luca Kocci

Nel giorno in cui si ricordano i due anni di pontificato – Bergoglio venne eletto al soglio pontificio nella serata del 13 marzo 2013 –, papa Francesco annuncia un Anno santo straordinario dedicato al tema della misericordia che comincerà il prossimo 8 dicembre (cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II) e si concluderà il 20 novembre 2016.

La notizia è stata comunicata dal papa stesso ieri pomeriggio, venerdì di Quaresima, durante la celebrazione penitenziale in San Pietro. «Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia», ha detto durante la sua omelia «È un cammino che inizia con una conversione spirituale, e dobbiamo fare questo cammino. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno santo della misericordia». L’organizzazione sarà affidata al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, guidato da mons. Rino Fisichella, quello che – chissà se in nome della “misericordia” – qualche anno fa, commentando una barzelletta sulle donne in cui si ironizzava pesantemente su Rosi Bindi, arricchita da una bestemmia, raccontata dall’allora premier Berlusconi, disse: «Bisogna saper contestualizzare le situazioni». «Sono convinto che tutta la Chiesa – ha detto il papa – potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo».

La bolla ufficiale di indizione dell’Anno santo sarà pubblicata il 12 aprile, domenica della Divina misericordia, secondo la liturgia cattolica. Dopodiché cominceranno i preparativi in vista dell’8 dicembre, quando il Giubileo avrà inizio con l’apertura della Porta santa nella basilica di San Pietro. “Inventato” dal popolo ebraico, l’anno giubilare veniva celebrato ogni 50 anni (ogni «sette settimane di anni», ovvero 49 anni) e aveva, fra gli altri, il significato e l’obiettivo di ristabilire la giustizia sociale fra gli abitanti di Israele, soprattutto gli oppressi e gli emarginati. La Chiesa cattolica, in pieno medioevo, fece sua la tradizione ebraica, mutandone però profondamente il significato. Il primo Giubileo venne proclamato da papa Bonifacio VIII, per l’anno 1300, per affermare la supremazia del potere religioso su quello politico, ovvero del papato sui sovrani laici. Era previsto un Giubileo ogni 100 anni, ma dal 1475 la periodizzazione fu accelerata: uno ogni 25 anni.

Fino ad oggi sono stati celebrati 26 Anni santi ordinari, a cui però ne vanno aggiunti diversi straordinari, come appunto quello annunciato da Bergoglio. Il potere temporale dei papi non esiste più, e quindi il Giubileo non serve ad affermarlo, tuttavia l’effetto di celebrare il primato papale non è venuto meno con il trascorrere della storia e l’avanzata della secolarizzazione. Come dimostreranno i milioni di fedeli che, a partire dal prossimo 8 dicembre, arriveranno in Vaticano per lucrare la tradizionale indulgenza. Tanto che il sindaco di Roma Ignazio Marino è già scattato: «Siamo pronti», ha subito dichiarato.

Oltre all’annuncio del Giubileo, nell’anniversario della sua elezione alla cattedra di Pietro, Bergoglio ha rilasciato anche un’ampia intervista trasmessa ieri dall’emittente messicana Televisa e rilanciata dalla Radio Vaticana Un colloquio a tutto campo in cui ha affronta i temi, ma anche le contraddizioni irrisolte, dei suoi due anni al vertice della Chiesa cattolica.

Come quelli del clericalismo e della riforma della Curia romana, che egli stesso definisce «l’ultima corte d’Europa». La riforma però, nonostante la commissione di cardinali sia al lavoro da tempo, ancora non vede la luce. E forse per questo Bergoglio frena e precisa: «Ogni cambiamento inizia dal cuore e comporta una conversione nel modo di vivere», «che coinvolge la stessa figura del pontefice e che è alla base dei fuori protocollo che tanto entusiasmano il popolo di Dio». Dito puntato poi – non è la prima volta – contro il «clericalismo», ovvero «l’incapacità del clero di coinvolgere i laici».

Ancora sul “fronte interno”, il Sinodo sulla famiglia, che si concluderà ad ottobre, con l’assemblea ordinaria dei vescovi. E il papa sembra quasi voler raffreddare le speranze di molti cattolici di un deciso cambio di direzione, quando definisce «smisurate le aspettative su temi complessi e delicati come quello della comunione ai divorziati risposati o in materia di omosessualità».

Non potevano mancare i temi sociali, a partire dal «dramma delle migrazioni» e dai «muri eretti per contrastarle». Bergoglio parla della frontiera tra Usa e Messico, ma anche dei morti nel Mediterraneo, e aggiunge: «Sono i sistemi economici distorti a provocare questi grandi spostamenti, la mancanza di lavoro, la cultura dello scarto applicata all’essere umano».

Forse il mio sarà «un pontificato breve, quattro o cinque anni», ipotizza Francesco. Non parla di ritiro obbligato per limiti di età – come avviene per i vescovi – ma dice di apprezzare la «strada aperta da Benedetto XVI» con le dimissioni: una «scelta coraggiosa».

Papa Francesco: è davvero rivoluzione?

13 marzo 2015

“Il Sismografo”
13 marzo 2015

Luca Kocci

Francesco è davvero un papa rivoluzionario?

Nel significato letterale del termine no. Nessuna rivoluzione, intesa come sovvertimento delle strutture, è in atto nella Chiesa cattolica, nonostante le previsioni e gli entusiasmi di molti organi di stampa. Ma questo non vuol dire che non sia in corso un significativo cambio di marcia e, parzialmente, di direzione del cammino della Chiesa, che invece c’è.

Il tratto più rilevante di questa nuova fase è lo spostamento dell’attenzione e delle priorità. In estrema sintesi: dalla dottrina alla pastorale. Questo non non significa che la dottrina sia stata modificata. Essa resta salda al proprio posto, semmai sono stati alleggeriti o eliminati i toni e gli accenti da perenne crociata in difesa dei «princìpi non negoziabili» a cui ci avevano abituati i precedenti pontificati. Tuttavia è evidente che Francesco, nelle parole e nei gesti pubblici, sia più attento alla pastorale che alla dottrina.

A questo punto si pone un problema che riguarda in maniera specifica il tema delle riforme: non pare possibile aggiornare profondamente la pastorale senza intervenire anche sulla dottrina (che non sono i dogmi di fede). Si è ben visto durante il cammino fin qui percorso del Sinodo sulla famiglia, in particolare durante l’assemblea straordinaria dei vescovi dello scorso mese di ottobre che ha dibattuto, fra l’altro, sulle questioni dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati e delle coppie omosessuali, sulle quali, a metà assemblea, si erano registrate significative aperture (vedi la Relatio post disceptationem), poi ridimesionate alla fine, con la Relatio Synodi.

Sul tema dei divorziati risposati – che perlatro aveva egemonizzato il dibattito pre-sinodale –, nella prima formulazione si faceva presente l’eventualità di consentire l’accesso ai sacramenti «preceduto da un cammino penitenziale», sebbene come «possibilità non generalizzata, frutto di un discernimento attuato caso per caso»; nella relazione finale questa strada è stata ricondotta a tema da «approfondire».

Sulle coppie omosessuali, l’arretramento è stato ancora più netto. Nel documento di metà assemblea, con una certa dose di coraggio rispetto alle posizioni tradizionali, si diceva che, «senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner» e dei «bambini». Affermazioni stravolte nella relazione finale: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Scompare la coppia – questo era l’elemento di novità –, restano i singoli, che vanno al massimo «accolti con rispetto». Esattamente quello che il magistero già prevede (infatti la frase della Relatio Synodi era tratta da un documento del 2003 della Congregazione per la dottrina della fede allora guidata dal card. Ratzinger). Ancora sul tema dell’omosessualità, si può fare riferimento ad una delle affermazioni già rese “storiche” di papa Bergoglio, espressa sull’aereo che dal Brasile lo stava riportando in Italia, al termine della Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013: «Chi sono io per giudicare un gay?». Verrebbe immediatamente da chiedere: ma se una coppia omosessuale chiedesse al papa – o ad un prete qualsiasi – di benedire la propria unione, quale sarebbe la risposta? Ovviamente che non è possibile, magari accompagnata da un invito alla continenza.

Rivoluzionare la prassi pastorale senza modificare la dottrina, quindi, non si può. L’unica via di uscita – e pare essere la strada percorsa dal papa, almeno fino ad oggi – è quella di fare appello alla misericordia dei pastori, distinguendo caso per caso. Una soluzione però che lascerebbe molte, troppe, zone d’ombra. Se non vere e proprie zone e grigie.

Il cammino è ancora lungo. Si vedrà quale strada prenderà Francesco. Una, già tracciata, viene indicata da molti gruppi e movimenti della Chiesa di base: la convocazione di un nuovo Concilio ecumenico, unico luogo dove discutere e forse dirimere i tanti nodi irrisolti. Questo sarebbe un atto davvero rivoluzionario.