Parrocchie disarmate: le riviste missionarie rilanciano la campagna “banche armate”

“Adista”
n. 9, 7 marzo 2015

Luca Kocci

Il volume di affari generato della produzione e dal commercio di armi nel mondo è elevatissimo, eppure molti cristiani restano in silenzio, anche se applaudono papa Francesco quando parla di pace e di disarmo. Per questo motivo, in occasione della Quaresima, Nigrizia (mensile dei missionari comboniani), Missione Oggi (mensile dei missionari saveriani) e Mosaico di pace (mensile promosso da Pax Christi), le riviste missionarie che da 15 anni promuovono e animano la campagna di pressione alle “banche armate” – quegli istituti di credito che investono e forniscono servizi alle industrie armiere (v. Adista Notizie n. 35/00) – rilanciano l’iniziativa nelle parrocchie, negli istituti religiosi e nelle associazioni cattoliche.

Si tratta di tradurre «in impegno concreto» le parole contro la guerra e a favore della pace, chiedono i direttori delle tre testate in un editoriale firmato e pubblicato congiuntamente. «Promuoviamo in parrocchia, negli istituti religiosi, nelle associazioni, una riflessione e una sensibilizzazione sul tema delle spese militari e sul ruolo delle banche». Ma non solo. L’invito è che gli enti religiosi che hanno il conto in una “banca armata” facciano pressione sul proprio istituto di credito perché rinunci a fare affari con le industrie armiere. E, in caso contrario, interrompano i propri rapporti. «Chiunque abbia un conto presso banche che effettuano transazioni illegali è connivente, si rende complice di un’azione disonesta. Dovrebbe troncare ogni rapporto», si legge nell’editoriale. «Ma anche chi ha rapporti con una banca che sostiene legalmente l’industria delle armi deve chiedere trasparenza (perché le banche non scrivono in bella vista: “Qui si fanno affari con i missili?”), esercitare le dovute pressioni (anche contemplando la chiusura del conto), operare perché l’istituto assuma criteri di responsabilità sociale».

Non si tratta di un’iniziativa nuova. Già in passato la campagna si era rivolta a diocesi, parrocchie, istituti religiosi, associazioni cattoliche (come Comunità di Sant’Egidio e Comunione e Liberazione, v. Adista Notizie nn. 21/07, 86/09, 61/10) e allo stesso Vaticano (per esempio nel 2005, quando la Banca di Roma – fra le principali “banche armate” – sponsorizzò la Giornata mondiale della gioventù di Colonia, v. Adista Notizie nn. 47 e 51/05), senza però ottenere adesioni massicce (v. Adista Notizie n. 5/10). E ancora oggi la Cei (tramite l’Istituto centrale per il sostentamento del clero) per le offerte a favore del sostentamento del clero, si appoggia, fra le altre, alle due principali “banche armate” italiane, ovvero Unicredit e Banca Nazionale del Lavoro, del gruppo Bnp-Paribas (la prima delle “banche armate” che operano in Italia resta invece Deutsche Bank, l’istituto di credito di riferimento del Vaticano).

«Quindici anni fa – ricorda p. Alex Zanotelli, direttore responsabile di Mosaico di pace – in occasione del Giubileo, le nostre riviste lanciarono la Campagna di pressione alle “banche armate”. Intendevamo evidenziare che gran parte del debito contratto dai Paesi del Sud del mondo era costituito dal “debito odioso”, quello cioè che i dittatori di varie nazioni avevano contratto per acquistare dai nostri Paesi del Nord armamenti sofisticati che spesso hanno usato per reprimere le proprie popolazioni e fomentare sanguinosi conflitti regionali. Ma, soprattutto, abbiamo voluto offrire un modo concreto per favorire un maggior controllo sulle esportazioni di armi e sistemi militari del nostro Paese e sulle operazioni di finanziamento delle banche all’industria militare». «Oggi – prosegue p. Mario Menin, direttore di Missione Oggi – l’appello che rivolgiamo alla comunità cristiana è ancora più urgente. Se è vero infatti che, grazie alla nostra campagna, importanti gruppi bancari hanno emesso delle direttive restrittive, rigorose e trasparenti riguardo alle loro attività di finanziamento alle industrie militari è purtroppo altrettanto vero che diverse banche italiane e molte banche estere attive in Italia, continuano a finanziare la produzione e l’esportazione di armi». «Ma ciò che più ci preoccupa – evidenzia p. Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia – è il recente forte incremento di esportazioni verso i Paesi in zone di conflitto, a regimi autoritari, a nazioni altamente indebitate che spendono rilevanti risorse in armamenti e alle forze armate di governi noti per gravi violazioni dei diritti umani. Nel contempo si è fatto più debole il controllo parlamentare ed è stata erosa l’informazione ufficiale tanto che oggi è impossibile conoscere con precisione dalla Relazione governativa le operazioni autorizzate e svolte dagli istituti di credito per esportazioni di armamenti». «È tempo quindi – concludono i tre – di tornare a rilanciare quell’appello e di chiedere alle comunità cristiane di prestare attenzione al tema delle spese militari e al ruolo delle banche nel commercio di armamenti».

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