Archive for aprile 2015

Papa Francesco: «Donne, pari diritti». Ma non nella Chiesa

30 aprile 2015

“il manifesto”
30 aprile 2015

Luca Kocci

Donne e uomini «hanno gli stessi diritti, la disparità è uno scandalo», a cominciare dal salario che invece deve essere «uguale». Nella sua catechesi sul tema della famiglia – in vista della fase finale del Sinodo dei vescovi, ad ottobre – durante l’udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, papa Francesco parla soprattutto delle donne, all’interno delle famiglie e nella società.

Il punto di partenza è tradizionale: il matrimonio – prendendo spunto dall’episodio evangelico delle nozze di Cana, contesto nel quale è ambientato il primo miracolo di Gesù, con la trasformazione dell’acqua in vino – e la famiglia, «capolavoro della società», «l’uomo e la donna che si amano». Istituzioni in crisi, lo sa bene il papa («le persone che si sposano sono sempre di meno: i giovani non vogliono sposarsi», «aumenta il numero delle separazioni», «diminuisce il numero dei figli»), anche fra i cattolici («perché molti, anche fra i battezzati, hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia?»), a causa di quella «cultura del provvisorio» che contraddistingue tutta la società («tutto è provvisorio, sembra che non ci sia qualcosa di definitivo»). Più difficile per Francesco individuare le cause: non solo la crisi economica («le difficoltà non sono solo di carattere economico, sebbene queste siano davvero serie»), quanto piuttosto la «paura di sbagliare» e «di fallire».

Sicuramente però, aggiunge Bergoglio liquidando un pregiudizio e un’opinione piuttosto diffusi nel mondo cattolico – soprattutto quello tradizionalista –, la responsabilità non è del percorso di emancipazione femminile. «Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna», spiega, ma questo «è una falsità, non è vero». Anzi «è una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché hai mangiato il frutto dell’albero?”, e lui: “La donna me l’ha dato”. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne».

Ci deve essere «radicale uguaglianza». Vale per il passato (è stato sconfitto un «abuso» ritenuto un «diritto»: quello dei mariti «di ripudiare le mogli, anche con i motivi più pretestuosi ed umilianti») ma «deve portare nuovi frutti oggi». E su questo, esorta Francesco, «come cristiani dobbiamo diventare più esigenti», per esempio sostenendo «il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo».

Discorso socialmente avanzato quello di Bergoglio, tanto più guardando i dati che evidenziano forti differenze di trattamento economico fra uomini e donne in diversi ambiti lavorativi. Che però, se letto non in maniera isolata ma all’interno di tutti i suoi interventi e soprattutto considerando il ruolo “ancillare” delle donne nella Chiesa cattolica, mette in luce qualche contraddizione e ambiguità. «La donna per la Chiesa è imprescindibile», «Maria, una donna, è più importante dei vescovi», aveva detto Francesco nella sua prima intervista rilasciata a p. Spadaro, direttore di Civiltà cattolica (settembre 2013), ipotizzando nuovi ruoli («il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti»), ma anche precisando di fare attenzione a «non confondere la funzione con la dignità» e di temere «la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo». E infatti in questi due anni di pontificato, fatta eccezione per le otto donne (su 17 componenti) presenti nella Commissione pontificia antipedofilia (fra cui l’irlandese Marie Collins, vittima di abusi), nessuna donna è stata collocata ai posti di comando. La parità invocata da Bergoglio resta un obiettivo da raggiungere nella società ma anche nella Chiesa.

Anche l’Onu contro Renzi: «Distruggere i barconi non serve»

29 aprile 2015

“il manifesto”
29 aprile 2015

Luca Kocci

«Distruggere i barconi non è la strada giusta, bisogna fermare gli scafisti che li usano». Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, boccia come inutile e pericolosa l’idea di bombardare le navi e le barche che partono dall’Africa settentrionale, soprattutto dalla Libia, cariche di uomini, donne e bambini diretti in Europa e che molto spesso approdano a Lampedusa o sulle coste della Sicilia.

Lo ha fatto ieri, in Vaticano, dove ha incontrato papa Francesco prima di partecipare al seminario internazionale, organizzato dall’Accademia per le scienze sociali, sul tema “Proteggere la terra, nobilitare l’umanità. Le dimensioni morali dei cambiamenti climatici e dello sviluppo sostenibile”. Nel Mediterraneo muoiono in troppi, ormai è diventato «un mare di lacrime», ha detto Ban Ki-moon, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana. «A morire sono i poveri e i vulnerabili, che fuggono da guerre, povertà e persecuzioni, la priorità è proteggere le loro vite e la dignità umana», quindi «distruggere i barconi non è la strada giusta», ha puntualizzato il segretario generale delle Nazioni unite, che ha sollecitato l’apertura di corridoi umanitari (una proposta analoga è arrivata anche dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia). Anche se poi ha indicato come possibile soluzione, senza fornire spiegazioni più precise, il pattugliamento dei mari, così come fu la missione “Atalanta” dell’Unione europea, 2008, per sconfiggere la pirateria lungo le coste della Somalia.

«Ascoltate tutte le parole di Renzi dell’ultima settimana e ascoltate le parole di Ban Ki-moon, è facile constatare come in queste ultime vi sia molta più politica e geopolitica, molta più concretezza e pragmatismo, molta più razionalità e lungimiranza di quanto se ne ritrovi nelle dichiarazioni e negli atti del governo italiano», ha commentato il senatore del Partito democratico Luigi Manconi. «Anche perché – spiega Manconi – nonostante ciò che si affannano a dire gli zelanti corifei, è emersa limpidamente la distanza tra la strategia dell’Italia e dell’Europa e quella delle Nazioni unite. Per quel che vale, io sto con Ban Ki-moon. E non con i piccoli ammiragli in pedalò e con gli invecchiati giocatori di battaglia navale. Anche perché, messi tutti gli scafisti nelle condizioni di non nuocere, sappiamo che non una vita umana verrà per ciò stesso salvaguardata: migranti e richiedenti asilo moriranno un po’ più in là: nel deserto, nel Sinai, nei lager della Libia».

Da parte vaticana, l’incontro fra Francesco e il segretario generale dell’Onu è racchiuso in un breve comunicato della Sala stampa della Santa sede: Ban Ki-moon ha manifestato al papa «la sua gratitudine per aver accettato di rivolgersi all’Assemblea delle Nazioni unite il prossimo 25 settembre, gli ha espresso l’attesa per il suo discorso in tale occasione e per la sua prossima enciclica, e gli ha illustrato alcuni punti dell’attuale impegno delle Nazioni unite a proposito non solo delle questioni ambientali, ma anche dei migranti e delle drammatiche situazioni umanitarie nelle aree del mondo colpite da conflitti». La sintonia fra Onu e Vaticano pare però più profonda da quanto emerge dalla scarna nota della Santa sede, poiché il secco no alla distruzione dei barconi da parte di Ban Ki-moon è esattamente quanto aveva detto pochi giorni fa mons. Vegliò, “ministro” vaticano per le migrazioni, bocciando senza appello i risultati del vertice europeo sui migranti: «Bombardare i barconi in un Paese è un atto di guerra».

Nel colloquio fra il papa e il segretario dell’Onu oltre che di migrazioni si è parlato anche di ambiente – che era il tema dell’incontro promosso dall’Accademia per le scienze sociali –, e Ban Ki-moon ha dato una notizia, da molti attesa: papa Francesco ha terminato di scrivere la sua enciclica sull’ecologia, ora è in fase di traduzione nelle varie lingue, «uscirà a giugno».

Rimuove il crocefisso dall’aula scolastica, sospeso per un mese dall’insegnamento

26 aprile 2015

“Adista”
n. 15, 25 aprile 2015

Luca Kocci

Un mese senza insegnare e senza percepire lo stipendio. È questa la sanzione che l’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria ha inflitto a Franco Coppoli, docente dell’Istituto tecnico “Allievi – San Gallo” di Terni. La colpa dell’insegnante? Aver rimosso i crocefissi dalle aule in cui fa lezione.

Il provvedimento, comminato lo scorso 1° aprile ed entrato in vigore l’8 – alla ripresa dell’attività didattica dopo la pausa pasquale –, motiva la decisione di sospendere l’insegnante dal servizio e dallo stipendio per 30 giorni in maniera piuttosto generica, limitandosi a sostenere che il comportamento del professore costituisce «una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente».

Già nel febbraio 2009 Coppoli venne sospeso per un mese perché toglieva il crocefisso dalla parete dell’aula in cui insegnava – allora si trattava dell’Istituto professionale “Alessandro Casagrande” di Terni –, ricollocandolo al termine della lezione (v. Adista Notizie nn. 91/08; 25 e 84/09). Oltre al suo ci sono stati altri casi, tutti sanzionati in maniera più o meno decisa dall’amministrazione scolastica: Luigi Girelli nel bergamasco (v. Adista Notizie nn. 13, 39, 75 e 77/05) e, solo qualche mese fa, Davide Zotti a Trieste.

«L’elemento da cui partire è la sentenza della Corte di Strasburgo del 2011 sul ricorso di una famiglia che chiedeva la rimozione del crocefisso dalla scuola elementare frequentata dal figlio, ad Abano Terme», spiega Antonia Sani, del Comitato nazionale “Scuola e Costituzione”, interpellata da Adista sulla questione. «Nel 2011 la Corte di Strasburgo sentenzia che non c’è ragione di rimuovere il crocefisso, in quanto si tratta di un “simbolo culturale” di valore universale. L’atto compiuto da Coppoli ripete quello precedente del 2009, ma nel frattempo è stata emanata la sentenza di Strasburgo, e quindi la sua azione assume un nuovo significato perché non intende riconoscere un generico valore culturale a un simbolo religioso, che come tale si trova nelle aule scolastiche. Nel provvedimento dell’Ufficio scolastico dell’Umbria non c’è alcun riferimento a Strasburgo, ma il problema è proprio quella sentenza, che andrebbe invece rimessa in discussione: perché continuare a tollerare la presenza di un simbolo religioso, non “culturale”, di una religione, che non è più religione di Stato, nelle aule di una scuola dello Stato? Dal momento che nessuna legge prevede l’obbligo di esporre il crocefisso nelle aule scolastiche – non lo prevede nemmeno il sempre citato Regio Decreto del 1924 che parlava della presenza del ritratto del re e del crocefisso – la questione allora è non chi toglie il crocefisso, ma chi decide e autorizza la sua affissione nelle scuole».

Un cattolico in Vaticano, Mattarella incontra il papa

18 aprile 2015

“il manifesto”
19 aprile 2015

Luca Kocci

Due mesi e mezzo dopo la sua elezione alla presidenza della Repubblica, ieri mattina Sergio Mattarella ha oltrepassato le mura leonine per la prima visita di Stato in Vaticano.

Un incontro che oltre alla cordialità, consueta in simili occasioni, ha evidenziato una grande sintonia fra il capo dello Stato e papa Francesco per diversi motivi. Perché la sobrietà sembra essere un tratto che accomuna entrambi – tanto che quando Mattarella si è spostato con la Panda o ha viaggiato in treno alcuni giornali non trovarono di meglio che titolare “Mattarella come Francesco” –, e infatti la visita di ieri si è svolta con un protocollo essenziale, a cominciare dagli abiti: niente frac per il presidente, niente insegne papali per il pontefice. Perché Mattarella è un cattolico che rivendica pubblicamente la propria fede, a differenza del laico-cattolico Ciampi e del non credente Napolitano (per trovare una personalità simile bisogna tornare a Scalfaro, negli anni ’90). E perché ambedue sembrano privilegiare i temi sociali.

Come hanno dimostrato nei colloqui riservati (a cui ha partecipato anche il ministro degli Esteri Gentiloni) e nei discorsi ufficiali, a partire dalla questione immigrazione. «Desidero esprimere la mia gratitudine per l’impegno che l’Italia sta profondendo per accogliere i numerosi migranti che, a rischio della vita, chiedono accoglienza. Le proporzioni del fenomeno richiedono un coinvolgimento molto più ampio», dobbiamo «sollecitare un impegno più esteso a livello europeo e internazionale», ha detto il papa. E Mattarella ha fatto eco: «Il nostro Paese e l’intera Unione europea assistono a quello che lei ha definito un nuovo tipo di conflitto mondiale frammentato, sui territori più poveri, e di cui è immediata conseguenza il dramma dei profughi che tentano di approdare sulle nostre coste, sulle coste dell’Europa». L’Italia «invoca da tempo un intervento deciso dell’Ue per fermare questa continua perdita di vite umane nel Mediterraneo. Con quelle vite spezzate si perde la speranza di tante persone e si compromette la dignità della comunità internazionale. Rischiamo di smarrire la nostra umanità».

Poi le altre emergenze sociali, come la disoccupazione: «La carenza di lavoro per i giovani diventa un grido di dolore che interpella i pubblici poteri, le organizzazioni intermedie, gli imprenditori privati e la comunità ecclesiale, perché si compia ogni sforzo per porvi rimedio», ha detto il papa, aggiungendo che «è indispensabile» che i giovani, con il lavoro, «abbiano la possibilità di progettare con serenità il loro futuro, affrancandosi dalla precarietà e dal rischio di cedere a ingannevoli e pericolose tentazioni», e chiedendo che «coloro che detengono posizioni di speciale responsabilità» affrontino «con coraggio, creatività e generosità questo problema». E Mattarella ha sottolineato come «il dramma della disoccupazione e delle nuova povertà rischia di inghiottire il futuro di intere generazioni». L’ambiente: «Per cercare di alleviare i crescenti squilibri ed inquinamenti, che a volte provocano veri e propri disastri ambientali, occorre acquisire piena consapevolezza degli effetti dei nostri comportamenti sul creato», ha detto il papa, che, come Mattarella, ripone una fiducia decisamente eccessiva nelle proposte che potranno arrivare dall’Expo.

Pochissimo spazio alle rivendicazioni sui «principi non negoziabili», tranne un accenno alla famiglia («primo e indispensabile baluardo di solidarietà e scuola di valori, che va aiutata a svolgere la sua insostituibile funzione sociale», ha detto il papa). E forte sottolineatura delle «eccellenti relazioni tra la Santa sede e l’Italia», per Mattarella frutto della «storica peculiarità oltre che della contingenza territoriale»; per il papa esito dei «Patti lateranensi» che garantiscono «reciproca sovranità e indipendenza e al tempo stesso il mutuo orientamento alla fattiva collaborazione, sulla base di valori condivisi e in vista del bene comune», purché «non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza» e si riconosca «il suo ruolo significativo nella costruzione della società». Le due sponde del Tevere sembrano quanto mai vicine.

Papa Francesco, fra nuovo annuncio di Dio e riforma della Chiesa

12 aprile 2015

“Adista”
n. 14, 11 aprile 2015

Luca Kocci

Il pontificato di Francesco, fra novità dell’annuncio di Dio e tentativo di riforma della Chiesa, con alcune contraddizioni non ancora risolte. Se ne è parlato lo scorso 27 marzo nel salone della Comunità cristiana di Base di San Paolo, a Roma, con Raniero La Valle, Giovanni Franzoni e Luigi Sandri.

Per La Valle quello di Francesco appare come un «pontificato di svolta», dopo «un lungo inverno durato cinquant’anni», ovvero dalla conclusione del Concilio Vaticano II ad oggi. Ma il tema centrale di Francesco non è tanto la riforma della Chiesa – anche se La Valle vede comunque uno spostamento dell’asse da una Chiesa «verticistica», anche con un ridimensionamento del ruolo “sacrale” del papato, ad una Chiesa «di popolo» grazie a tanti gesti e atti di Bergoglio – quanto il «nuovo annuncio di Dio». E «se viene proposto un “altro” Dio, allora si può andare ben oltre il riformismo, ci può essere la rivoluzione», è la tesi di La Valle, documentata, argomentata e sognata anche nel suo nuovo libro appena uscito per Ponte alle Grazie (Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 206, euro 14; acquistabile presso Adista: tel. 06.6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: www.adista.it).

«La modernità è nata e si è sviluppata in opposizione alla Chiesa», spiega La Valle. «La Chiesa si è opposta alla scienza, con la condanna di Galileo; ha combattuto la democrazia, teorizzando l’egemonia del potere spirituale sul diritto laico; ha negato la libertà, affermando la superiorità della Verità, di cui essa stessa si riteneva depositaria». Qual è stata la soluzione scelta per superare il problema di una Chiesa che opprime? «Fare come se Dio non ci fosse (Etsi deus non daretur), la formula coniata dal filosofo olandese Ugo Grozio, posta a fondamento del diritto naturale. Una soluzione – spiega La Valle – accettata anche dalla Chiesa, perché tanto la Chiesa si era messa al posto di Dio». Fino al Concilio Vaticano II, quando con Giovanni XXIII la Chiesa si è riconciliata con il mondo moderno. «Oggi però la questione ecclesiologica non è più sufficiente, il tema è Dio: si è fatto come se Dio non ci fosse poiché quello che è stato proposto per secoli era un Dio sbagliato». Per questo motivo, sostiene La Valle, «Francesco ha riaperto il discorso di Dio, con un nuovo annuncio». Da qui bisogna ripartire, prima di qualsiasi riforma.

Quale Dio annuncia Francesco? Innanzitutto un «Dio misericordioso», come testimonia anche la scelta di indire un Giubileo della misericordia. Un Dio «nonviolento», un Dio «libero e umano», che non vuole giudicare o «molestare le coscienze» (e «misericordioso», «libero e umano», «Padre universale», «nonviolento», «iconoclasta» sono gli attributi di Dio con cui La Valle titola alcuni capitoli del suo libro). «Quello che forse Francesco ha capito è che a questo punto della storia non basta la riforma della Chiesa per rinnovare la faccia della Terra, ci vuole un nuovo annuncio di Dio. E se passa questa immagine di Dio – trae le conseguenze La Valle – allora anche altre cose possono cambiare, nella Chiesa e nel mondo».

Rovescia i termini della questione Luigi Sandri il quale, pur sottolineando «l’effetto trascinamento» che potrebbero avere gesti e comportamenti di Francesco – per esempio sul tema della povertà, a partire dalle scelte quotidiane di Bergoglio: indossare le scarpe nere deformate e una dozzinale croce di ferro invece che una d’oro –, interpreta quello di Francesco come un pontificato «drammatico». Perché, spiega Sandri, contiene una «contraddizione irrisolta»: l’intenzione, più volte dichiarata, di «voler aggiornare la pastorale senza modificare la dottrina». E questo, aggiunge Sandri, è impossibile. I temi oggetto del Sinodo dei vescovi sulla famiglia – che ad ottobre 2015 si concluderà con l’Assemblea ordinaria – sono un’ottima cartina di tornasole per cogliere il dilemma: non è possibile, argomenta Sandri, consentire l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati oppure includere le coppie omosessuali senza intervenire anche sulla dottrina. Una contraddizione che, secondo Sandri, potrà essere risolta solo se Francesco avrà il coraggio di dire: ci siamo sbagliati. «Ecco il gesto forte del Giubileo della misericordia: la Chiesa faccia mea culpa dei pesi e delle colpe addossate alle persone, perché senza questo pubblico riconoscimento sarà difficile andare avanti. E questo – Sandri si aggancia e rilancia la tesi di La Valle – sarebbe davvero un nuovo annuncio di Dio». Ma il terreno è scivoloso, perché dire oggi «ci siamo sbagliati», significa affermare che ci si potrà sbagliare anche domani, quindi mettere in discussione il magistero tout court. «Per questo, di fronte a tale scelta, il pontificato di Francesco è drammatico», spiega Sandri, che però ipotizza la “via di uscita”: la convocazione di un nuovo Concilio ecumenico che affronti i nodi e sbrogli la matassa, senza lasciarla solo nella mani di Francesco.

È morto mons. Giuseppe Pasini, uno dei “padri” della Caritas italiana

12 aprile 2015

“Adista”
n. 13, 4 aprile 2015

Luca Kocci

È morto lo scorso 21 marzo all’età di 82 anni, dopo una lunga e faticosa malattia, mons. Giuseppe Pasini, direttore nazionale della Caritas italiana dal 1986 al 1996. Per una singolare coincidenza, Pasini è morto lo stesso giorno di mons. Giovanni Nervo, fondatore e suo predecessore alla guida della Caritas, deceduto il 21 marzo di due anni fa (v. Adista Notizie n. 13/13). Con Pasini e Nervo – e, a livello locale, anche con mons. Luigi Di Liegro, direttore della Caritas di Roma, morto nel 1997 (v. Adista Documenti n. 74/97) – sono così scomparsi tutti gli “inventori” della Caritas e coloro che le hanno dato quella fisionomia di organismo pastorale non meramente assistenziale e caritatevole ma anche “politico”, nel senso più alto del termine, ovvero impegnato sul fronte della solidarietà, della profezia e della giustizia, con la denuncia delle cause più profonde della povertà. E se Nervo è stato il “padre” della Caritas, Pasini è stato il direttore che ne ha animato lo sviluppo a livello diocesano e parrocchiale.

Nato a Piove di Sacco (Pd) il 26 dicembre 1932, Pasini viene ordinato prete nel 1956 ed inizia a lavorare come coadiutore nella parrocchia di San Daniele a Padova, insegnando contemporaneamente religione cattolica all’Istituto Calvi. Dal settembre 1963 al settembre 1967 è animatore pastorale nella nascente zona industriale di Padova (che conta 300 aziende ed oltre 7mila operai) mentre insegna Dottrina sociale della Chiesa alla Scuola superiore di servizio sociale di Padova, fondata del 1951 da mons. Nervo, con cui intrattiene un’amicizia e una collaborazione che durerà tutta la vita. Nel 1967, e fino al 1971, è a Roma come vice assistente nazionale delle Acli (assistente nazionale è mons. Cesare Pagani), negli anni della “svolta socialista” delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, durante le presidenze di Livio Labor (1961-1969) e di Emilio Gabaglio (1969-1973), poi sconfessata da Paolo VI e ridimensionata dallo stesso Gabaglio.

Nel 1972 – frattanto si era laureato anche in Scienze politiche all’Università “La Sapienza” di Roma – mons. Nervo lo vuole accanto a sé nei primi passi che sta muovendo la neonata Caritas italiana: Nervo ne è il direttore e Pasini il responsabile del settore “Studi, formazione e documentazione” che guiderà fino al 1986, anno in cui prenderà il posto di Nervo alla direzione della Caritas (v. Adista Notizie n. 25/86) fino al 1996, per due quinquenni consecutivi. Sono questi gli anni in cui la Caritas si consolida e si dà una forte connotazione educativa e sociale – anche a livello internazionale – coniugando solidarietà e giustizia, promozione umana e denuncia delle ingiustizie e delle cause della povertà, interloquendo dialetticamente, spesso anche con severi richiami, con una politica cieca e sorda ai bisogni degli emarginati. Un ruolo profetico che, terminata la direzione Pasini, verrà progressivamente ridimensionato dagli interventi del card. Camillo Ruini, in qualità di presidente della Conferenza episcopale italiana, il quale – senza più gli “ostacoli” posti da personalità forti come appunto quella di Pasini (che tentò invano di liquidare già alla scadenza del primo mandato, nel 1991, v. Adista Notizie nn. 76, 83 e 87/90) e Di Liegro – ridisegnerà una Caritas impegnata quasi esclusivamente sul fronte assistenziale e totalmente succube alla Cei (v. Adista Notizie n. 27/98).

Lasciata la Caritas, nel 1997 mons. Pasini segue ancora le orme di Nervo, prendendo il suo posto alla presidenza della Fondazione “Emanuela Zancan” di Padova, un centro di studio, ricerca e formazione nel settore delle politiche sociali e dei servizi sociali e sanitari che i due – Nervo e Pasini –, insieme ad altri docenti della Scuola superiore di servizio sociale, avevano fondato nel 1964 e che Pasini guiderà fino alla morte.

«Ringraziamo il Signore per il dono di un testimone di fede limpido e coerente fino all’ultimo giorno come don Giuseppe Pasini, apostolo di una carità aperta a tutti ma preferenziale verso i poveri, sempre impegnata a promuovere la giustizia e a liberare i poveri dalla dipendenza altrui», il commento della Caritas italiana alla notizia della morte di mons. Pasini. E Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli: «Un grande testimone ed artefice di giustizia e di carità a cui la Chiesa e la società italiana devono molto. Raccogliere l’eredità ed onorare mons. Pasini significa continuare l’impegno nella lotta alle povertà e per la riduzione delle disuguaglianze per una società dove tutti possano sentirsi fratelli e nessuno escluso».