Archive for maggio 2015

Assemblea Cei: il papa parla, i vescovi fanno orecchie da mercante

28 maggio 2015

“Adista”
n. 20, 30 maggio 2015

Luca Kocci

Come già aveva fatto lo scorso anno (v. Adista Notizie n. 20/14), papa Francesco ha aperto i lavori della 68a Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (18–21 maggio) e ha rivolto ai vescovi un discorso breve ma denso, incentrato sul tema della «sensibilità ecclesiale», da declinare sia all’esterno, nell’impegno della Chiesa verso la società, sia all’interno della comunità ecclesiale. Non bisogna «essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi», ha detto Bergoglio ai vescovi, invitandoli anche a difendere il popolo di Dio «dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana». Un concetto, quello delle «colonizzazioni ideologiche», che Francesco aveva già espresso nei mesi scorsi: a Napoli, a marzo, aveva usato la stessa espressione per identificare la cosiddetta «teoria del gender», definita uno «sbaglio della mente umana». E a Manila, a gennaio, aveva parlato di «ideologie colonizzatrici» che «cercano di distruggere la famiglia», intendendo unioni di fatto, contraccezione, coppie omosessuali.

Sul “fronte interno” Francesco ha invitato i vescovi a condurre scelte pastorali e ad elaborare documenti in cui non prevalga «l’aspetto teoretico-dottrinale astratto, quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro popolo o al nostro Paese, ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti». Bisogna fare «lo sforzo di tradurli in proposte concrete e comprensibili». Quindi un richiamo ad una iniezione di «collegialità» – fra vescovi, preti, centro e periferia –, che sembra sempre più debole, «sia nella determinazione dei piani pastorali, sia nella condivisione degli impegni programmatici economico-finanziari». Deficit di collegialità e di condivisione che evidentemente si ripercuote anche sui laici, ai quali vanno vanno lasciate «responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo». I laici, aggiunge, non hanno bisogno di un «vescovo-pilota», di un «monsignore-pilota», né di alcun «input clericale», ma solo di un «vescovo pastore». Così come è diffusa la tendenza a non dare spazio al dissenso: «Si organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le solite voci, narcotizza le comunità, omologando scelte, opinioni e persone» (chissà se Bergoglio stava pensando al convegno nazionale della Chiesa italiana in programma per novembre…).

La trasparenza non è di casa

Durante l’Assemblea sono anche stati eletti i quattro delegati che rappresenteranno la Chiesa italiana al Sinodo sulla famiglia di ottobre. Si tratta del card. Angelo Bagnasco, dell’arcivescovo di Milano card. Angelo Scola, del vescovo di Novara (nonché nuovo vice presidente Cei) mons. Franco Giulio Brambilla e dell’arcivescovo di Parma mons. Enrico Solmi. Manca ancora il placet di Francesco, che però è una formalità. Ma a parte i nomi dei delegati, sulle risposte dei fedeli italiani al questionario per il Sinodo non si saprà nulla: «La Segreteria generale del Sinodo ha disposto di non rendere pubbliche le risposte – ha spiegato Bagnasco durante la conferenza stampa finale – e noi ci atteremo a questa indicazione». Hanno sbagliato quindi – resta sottinteso – quelle Conferenze episcopali che hanno reso pubbliche le risposte dei fedeli, come per esempio la Svizzera, la Germania o il Lussemburgo. La trasparenza e il pubblico dibattito alla Cei restano ancora una chimera.

Oltre ai delegati al Sinodo, l’Assemblea ha effettuato altre nomine importanti, a cominciare da quelle dei presidenti delle 12 Commissioni episcopali – ovvero i “ministri” della Cei –, che resteranno in carica per un quinquiennio. Fra gli altri, si segnalano mons. Luciano Monari (vescovo di Brescia) alla commissione per la dottrina delle fede; mons. Claudio Maniago (Castellaneta, in passato accusato di aver coperto alcuni casi di pedofilia a Firenze, sebbene la magistratura non abbia mai aperto alcun procedimento giudiziario nei suoi confronti, v. Adista Notizie n. 30/14) alla commissione per la liturgia; il card. Francesco Montenegro (Agrigento) alla commissione per la carità e quindi anche alla presidenza della Caritas italiana; mons. Bruno Forte (Chieti) alla commissione ecumenismo e dialogo; mons. Mariano Crociata (Latina) alla commissione scuola e università; il ciellino mons. Filippo Santoro (Taranto) alla commisione problemi sociali e lavoro; mons. Antonino Raspanti (Acireale) alla commissione cultura; e mons. Guerino Di Tora (vescovo ausiliare di Roma) alla commissione per le migrazioni e di conseguenza alla presidenza della Fondazione Migrantes.

L’agenda politica dettata da Bagnasco

La prolusione di Bagnasco è stata invece tutta politica: una sorta di “agenda” che ha elencato, fra i punti principali, la richiesta del “buono scuola” da spendere negli istituti paritari e una serie di no: all’insegnamento della parità di genere, al disegno di legge sulle unioni civili in discussione in Parlamento, al divorzio breve (ormai legge). E ha fatto cenno all’emergenza occupazione (nonostante «i segnali di ripresa», la disoccupazione è «ancora amplissima») e alla «tragedia» dei migranti («l’Europa sembra aver dato un colpo», ma è ancora «flebile»).

Sulla scuola, al centro del dibattito di queste settimane, Bagnasco auspica che vengano trovate «sintesi in tempi ragionevoli, magari distinguendo temi ed obiettivi». Ovvero, ha chiarito nella conferenza stampa finale, «scorporare dal testo della riforma l’assunzione dei precari», come peraltro chiede l’opposizione, così da poter discutere senza il ricatto di far saltare 100mila posti di lavoro qualora la “buona scuola” non venisse approvata. E invita il premier a procedere con calma: «Non dobbiamo farci prendere dalla fretta per arrivare velocemente a concludere. Un tempo più disteso, senza l’acqua alla gola, consente di riflettere e di dialogare per ottenere risultati migliori». Ma i punti che gli stanno più a cuore sono altri: soldi e «gender». «Diciamo no ad una scuola dell’indottrinamento, della “colonizzazione ideologica”», attacca il presidente della Cei. «Diciamo sì alla scuola libera, libera non perché sganciata dal sistema scolastico nazionale, ma perché scelta dai genitori, primi e insostituibili educatori dei loro figli. Sarebbe il tempo di attuare quanto previsto dalla legge 62/2000», ovvero la legge Berlinguer, che ha messo sullo stesso piano le scuole statali e quelle paritarie. A tal proposito Bagnasco sollecita l’istituzione del «buono scuola», che le famiglie possono «utilizzare nella scuola prescelta», cioè in una scuola paritaria (cattolica). E mostra grande preoccupazione per la possibilità – prevista da un emendamento al ddl sulla “buona scuola” di Renzi – dell’insegnamento della «parità di genere in tutti gli istituti». Non sarebbe altro, prosegue, che «l’ennesimo esempio di quella che papa Francesco ha definito “colonizzazione ideologica”». Perché sarebbe una parità di genere col trucco: «Educare al rispetto di tutti, alla non discriminazione e al superamento di ogni forma di bullismo e di omofobia, è doveroso», spiega Bagnasco. «Ma l’educazione alla parità di genere, oggi sempre più spesso invocata, mira in realtà ad introdurre nelle scuole quella teoria in base alla quale la femminilità e la mascolinità non sarebbero determinate fondamentalmente dal sesso, ma dalla cultura».

Passando dalla scuola alla famiglia, messa sotto attacco dal ddl sulle unioni civili che il Parlamento sta discutendo, Bagnasco cita il discorso che Francesco ha tenuto lo scorso anno ai vescovi del Messico: «La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita». E in questa direzione andrebbe il ddl sulle unioni civili che, fra l’altro, «conferma la configurazione delle unioni civili omosessuali in senso paramatrimoniale», aprendo anche all’adozione dei bambini, «che per ora si limita all’eventuale figlio del partner», ma che poi secondo il presidente della Cei «sarà estesa senza l’iniziale limitazione», così come «sarà legittimato il ricorso al cosiddetto “utero in affitto”, che sfrutta indegnamente le condizioni di bisogno della donna e riduce il bambino a mero oggetto di compravendita».

Infine il divorzio breve. «Si puntava sul “divorzio lampo” e su questo si ritornerà non appena i venti saranno propizi», dice Bagnasco. «Ma sopprimere un tempo più disteso per la riflessione, specialmente in presenza di figli, è proprio un bene? Si favorisce la felicità delle persone o si incentiva la fretta?». Domande, ovviamente, retoriche.

Annunci

Otto per mille: un po’ meno clero, un po’ più carità

28 maggio 2015

“Adista”
n. 20, 30 maggio 2015

Luca Kocci

Cala l’8 per mille per la Chiesa cattolica. E dopo diversi anni scende, sebbene di poco, sotto il miliardo di euro. Non accadeva dal 2009, quando furono incassati 968 milioni.

Quest’anno alla Chiesa cattolica sono stati assegnati 995 milioni, 60 in meno del 2014, quando invece venne raggiunta quota 1 miliardo e 55 milioni. I motivi dell’emorragia sono tre, come ha spiegato il card. Angelo Bagnasco durante la conferenza stampa conclusiva dell’Assemblea generale della Cei: la diminuzione complessiva dell’Ire (ex Irpef), che quindi riduce l’incasso, essendo calcolato in percentuale; un conguaglio negativo di oltre 17 milioni di euro (soldi che erano stati assegnati in più nel 2014 e che ora sono stati recuperati dallo Stato); e soprattutto il calo di firme a favore della Chiesa cattolica, scese di oltre 2 punti, dall’82,28% del 2014 all’80,22% di quest’anno. Ricordando sempre – come i lettori di Adista ben sanno – che non si tratta di una percentuale assoluta (l’80% di tutti i contribuenti), ma relativa solo a coloro che scelgono una destinazione dell’8 per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è circa il 35% dei contribuenti a destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

Non c’era ancora “l’effetto papa Francesco”: i soldi del 2015 si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012, e Bergoglio venne eletto al soglio pontificio nel marzo 2013 (quindi è presumibile che il prossimo anno le cifre torneranno a salire, se la popolarità di Francesco influirà anche sui portafogli dei contribuenti). C’era invece l’effetto Vatileaks, che esplose proprio in quel periodo.

Durante l’Assemblea generale della Cei, i vescovi hanno approvato la ripartizione dei fondi assegnati che sostanzialmente corrisponde alla tendenza degli ultimi anni, sebbene vi sia una inversione di tendenza piccola ma significativa: il 40% ad «esigenze di culto e pastorale», il 33% al sostentamento del clero (lo scorso anno era il 37%) e una percentuale minore, il 27%, ad interventi caritativi (nel 2014 era il 23%), che però sono i protagonisti quasi assoluti delle campagne promozionali.

In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 403 milioni (30 in meno dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 160 per l’edilizia di culto (-20 milioni rispetto al 2014), 32 milioni per la catechesi (10 in meno del 2014), 13 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 42 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Per il sostentamento del clero sono stati riservati 327 milioni di euro, 50 in meno dello scorso anno. E agli interventi caritativi sono stati destinati 265 milioni di euro, 20 milioni in più del 2014, così suddivisi: 140 milioni alle diocesi (+10 milioni), 85 per «Terzo mondo» e 40 per «esigenze di rilievo nazionale» (+10 milioni). L’effetto papa Francesco – dallo stile sobrio alle parole sui poveri – può aver condizionato i vescovi ad una diversa ripartizione dei fondi: non c’è stata una inversione ad U (i tre quarti dei fondi vengono comunque usati per culto e pastorale), ma la spending review non ha tagliato il “sociale” bensì il culto e il “personale”.

La linea del Vaticano: «I matrimoni gay sono una sconfitta per l’umanità»

27 maggio 2015

“il manifesto”
27 maggio 2015

Luca Kocci

Il risultato del referendum irlandese di sabato scorso che ha approvato il matrimonio gay «è una sconfitta per l’umanità». Il severo giudizio – una bocciatura senza prova di appello – è arrivato ieri pomeriggio da parte del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, a margine di una conferenza internazionale della Fondazione Centesimus Annus al Palazzo della Cancelleria a Roma.

«Non possiamo parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani, ma di una sconfitta dell’umanità», ha spiegato Parolin, aggiungendo di essere «rimasto molto triste per il risultato». Il segretario di Stato ha fornito anche l’interpretazione “autentica” dell’articolo, all’indomani del referendum, dell’Osservatore Romano in cui, dando conto del dibattito che si era aperto fra le gerarchie ecclesiastiche (irlandesi e non solo), si parlava di «sfida da raccogliere per tutta la Chiesa». La «sfida», per Parolin, non è la supina accettazione del risultato, ma l’evangelizzazione: «Come ha detto l’arcivescovo di Dublino, mons. Diarmuid Martin, la Chiesa deve tenere conto di questa realtà, ma deve farlo nel senso che deve rafforzare tutto il suo impegno e tutto il suo sforzo per evangelizzare anche la nostra cultura», ha precisato il segretario di Stato. «La famiglia rimane al centro e dobbiamo fare di tutto per difenderla, tutelarla e promuoverla, perché ogni futuro dell’umanità e della Chiesa, anche di fronte agli avvenimenti di questi giorni (ovvero il voto irlandese, n.d.r.), dipende dalla famiglia». «Colpirla – ha concluso – sarebbe come togliere la base dell’edificio del futuro».

Quello di Parolin non è un contributo fra i tanti, ma un intervento che ha un grande peso e che in un certo senso detta la linea. Scelto come segretario di Stato da Bergoglio – al posto di Bertone – il cardinale è uno dei prelati di Curia più vicini a Francesco, autorevole interprete del pensiero del papa. E del resto il pontefice, eccezion fatta per la ormai “storica” frase pronunciata sull’aereo di ritorno dalla Giornata mondiale della Gioventù di Rio nell’estate 2013 («Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?»), non ha mai mostrato segnali di particolare apertura sul tema delle unioni omosessuali. Anzi ha più volte ribadito i concetti della dottrina cattolica, mettendo in guardia – l’ultima volta aprendo l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana lo scorso 18 maggio – dalle «colonizzazioni ideologiche che tolgono l’identità e la dignità umana». E a Manila, a gennaio, aveva ammonito: «La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo», intendendo unioni di fatto ed unioni omosessuali.

La questione verrà affrontata ad ottobre, in occasione dell’assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La segreteria generale si è riunita proprio in questi giorni, e nelle prossime settimane verrà pubblicata la traccia di lavoro (Instrumentum laboris). Ma anche su questo fronte le premesse non sembrano andare in direzione di rivoluzioni copernicane. Dopo le prime aperture nel corso dell’assemblea straordinaria del Sinodo di ottobre 2014 («senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali, si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner», si leggeva nella relazione intermedia), la relazione finale della stessa assemblea ha confermato la linea tradizionale: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». E da qui si ripartirà.

Prima guerra mondiale, la verità fa ancora paura

26 maggio 2015

“il manifesto”
26 maggio 2015

Valerio Gigante*, Luca Kocci*, Sergio Tanzarella*

Il 24 maggio il presidente Mattarella è salito sul Monte san Michele in occasione dei 100 anni della folle decisione dei governanti italiani di mandare a morire 650.000 soldati. Alla stampa è stato distribuito il suo discorso: parole lontane dalla retorica ufficiale e dal clima delle celebrazioni, parole serie e gravi che richiamano all’impegno per la ricerca storica.

Tuttavia dalla versione ufficiale (letta dal presidente e pubblicata sul sito web del Quirinale: http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&key=7793) sono misteriosamente scomparse due frasi (leggibili invece sulla cronaca di Repubblica.it: http://www.repubblica.it/cronaca/2015/05/24/news/grande_guerra_mattarella_a_monte_san_michele-115152802/). In esse il presidente invitava ad «approfondire» e a prestare attenzione: «alla giustizia sommaria» e «alla decisione del governo italiano di non spedire aiuti e alimenti ai nostri soldati prigionieri nei campi nemici per non incoraggiare le diserzioni».
Due fatti storici che evidentemente qualche consulente della Presidenza ha vergognosamente pensato di cancellare, perché richiamavano il clima di terrore voluto dal generale Cadorna (esecuzioni senza processo o con processi farsa, decimazioni repressive o punitive) e la scelta di abbandonare i soldati fatti prigionieri, perché ritenuti disertori e codardi, causando di fatto la morte di 100.000 di essi. Peccato per questa omissione che rende meno comprensibili le belle parole con cui prosegue il presidente: «Non dobbiamo avere paura della verità. Senza la verità, senza la ricerca storica, la memoria sarebbe destinata a impallidire. E le celebrazioni rischierebbero di diventare un vano esercizio retorico».

*autori del volume La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale, Dissensi, Viareggio 2015

1915-2015: raccontare la storia, per contrastare chi continua a celebrare l’orrore e ripetere la “grande menzogna”

24 maggio 2015

Introduzione a Valerio Gigante – Luca Kocci – Sergio Tanzarella, La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale, Dissensi, Viareggio 2015 (http://www.dissensi.it/content/la-grande-menzogna-di-valerio-gigante-sergio-tanzarella-e-luca-kocci.html)

Valerio Gigante – Luca Kocci – Sergio Tanzarella

Sono trascorsi 100 anni dall’inizio della I guerra mondiale, tutti i protagonisti di quegli anni – vittime e carnefici – sono morti, ma non è morta né la retorica, né la mistificazione, né la menzogna che pretende di ricordare e celebrare, oggi come allora, la catastrofe di quegli anni. Celebrazioni che ancora tacciono sulle colpe di politici come Antonio Salandra e Sidney Sonnino che vollero quella guerra e di generali spietati come Luigi Cadorna, Luigi Capello e Antonio Cantore responsabili, con molti alti ufficiali, di aver mandato a morire centinaia di migliaia di soldati in inutili assalti.

L’attivismo celebrativo si era già messo all’opera nel 2012 con la mostra, al Vittoriano, “Verso la Grande Guerra”. Un evento che aveva avuto, incredibilmente, come “consulente storico” Bruno Vespa e che aveva consentito all’allora sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio e presidente del Comitato per la commemorazione, nonché cavaliere dell’ordine pontificio di San Gregorio Magno e molto altro ancora, Paolo Peluffo, di affermare che «la Grande Guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti” gli italiani». Una tesi stantia che cerca, così, di riabilitare e giustificare quel massacro, durato anni, collegandolo al completamento dell’unità nazionale. E che la linea sia questa lo dimostra quanto ribadisce il Comitato per il centenario della I guerra mondiale: «Quello della Grande Guerra è un anniversario particolarmente importante per la costruzione della nostra identità europea».

Ecco dunque la mistificazione al lavoro: orgoglio e unità nazionale, identità europea, sacrificio eroico di vite umane. Ancora dopo un secolo in Italia non conosciamo se non approssimativamente il numero dei soldati morti, di quelli feriti, dei civili deceduti direttamente e indirettamente e di coloro che in seguito agli stenti della guerra furono più esposti all’epidemia della “spagnola”. Così si impone la spiegazione della guerra con un disegno superiore e alto – Italia ed Europa – e rispetto ad esso si continua a tacere della morte di oltre 650.000 soldati italiani, di 500.000 feriti gravi, di 600.000 prigionieri abbandonati dall’Italia – senza aiuti e assistenza – perché considerati disertori e codardi, di errori strategici pacchiani, di 40.000 soldati impazziti, di un indebitamento che si è estinto solo negli anni ’80, di una truffa colossale sulle spese di guerra con imputati generali, politici, industriali – tra cui i grandi gruppi Ansaldo e Ilva – tutti rimasti impuniti. Quella guerra fu soltanto una catastrofe nazionale totale che ancora viene presentata ed edulcorata con la patriottarde parole di “eroico sacrificio”, riproponendo così dopo un secolo la mistica di guerra della propaganda.

La stessa propaganda che oggi si ostina ad ignorare i risultati di centinaia di ricerche storiche, scientificamente ispirate, che restituiscono a quella guerra, attraverso uno studio delle fonti, l’orrore che essa è stata. Tutti i progressi tecnologici dell’epoca (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum, sommergibili) furono messi a servizio di un’ideologia di morte su larghissima scala in grado di produrre sui corpi e sulle menti devastazioni mai viste e permanenti. Non sapevano infatti descriverle né i medici nelle autopsie davanti a brandelli di carne, né gli psichiatri davanti a nevrosi e follie mai prima viste. A questo si aggiunge lo squallore di un Comando supremo che organizzava su larga scala casini per soli militari dove la violenza sul nemico si trasferiva alla violenza sulla donna. Si afferma da subito un clima di terrore tra le truppe costrette, in una guerra di cui nulla sapevano, ad assalti continui ed inutili ad inespugnabili trincee, decimazioni di massa, plotoni di esecuzione per le minime infrazioni, seguendo una linea di  comando che partiva dall’autore di tutti gli ordini più efferati: il generale Cadorna. A suo servizio, presso lo Stato maggiore, vi era il capitano medico, frate francescano, Agostino Gemelli, il cui impegno, di psicologo militare, fu tutto rivolto a creare le condizioni perché i soldati annullassero totalmente qualsiasi senso critico e si assoggettassero ad obbedire agli ordini, quali essi fossero, senza pensare, utilizzando anche l’universo religioso, posto a servizio della causa della guerra sempre compresa come opera salvatrice divina.

Leggere gli scritti di Gemelli di quegli anni, le sentenze dei plotoni di esecuzione, le lettere dei soldati scampate alla censura, le lettere anonime indirizzate al re “soldato” Vittorio Emanuele e i canti di protesta potrebbero servire a rendere questo anniversario occasione di costruzione di una memoria nazionale fondata non sull’ipocrisia, la mistificazione, la baggianata del tricolore elemento di coesione nazionale, ma sul riconoscimento che 5 milioni di italiani furono sottoposti ad una prova inutile, onerosissima e per molti di loro mortale. Altro quindi da quanto, per esempio, il ministero dell’Istruzione prepara per i nostri studenti in quelle che definisce le «celebrazioni relative alla I guerra mondiale» grazie ad un storia da trattare – secondo le parole della sua direttrice generale, Carmela Palumbo – in modo «nuovo e fresco». L’orrore non andrebbe mai celebrato, ma riconosciuto, ricordato e condannato.

Per tutte queste ragioni le pagine che seguono, concepite secondo un disegno unitario, ma organizzate per maggiore comodità di lettura in microsaggi autonomi su vari aspetti trascurati o rimossi dalla grande informazione e dalla pubblicistica storica di consumo, vogliono raccontare in modo rigoroso, ma con un approccio divulgativo, quell’orrore, spesso conosciuto solo dagli specialisti, dai ricercatori e dagli studiosi, mettendo a disposizione di un pubblico ampio di lettori fatti, dati, circostanze, che spesso gli stessi manuali scolastici di storia trascurano od occultano, per demistificare la narrazione celebrativa della I guerra mondiale e creare una solida coscienza critica del perché fu orrore quella guerra, come e più di altre guerre. E suscitare ugualmente orrore nei confronti della “grande menzogna” attraverso la quale ancora oggi molti vorrebbero continuare a ricordarla, nonostante devastazioni, lutti, torture, prigionie, ruberie, deportazioni.

Come scriveva James Hillman: «La memoria ufficiale è corta. Le prove delle atrocità marciscono negli archivi istituzionali, eppure la memoria della inumanità della guerra non sbiadisce con il tempo. Aleggia con i suoi fantasmi. È possibile se ppellire mai completamente i morti?». (James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano 2005, p. 76)

*************************************************

Rassegna stampa:

QUOTIDIANI

LA REPUBBLICA – Gianluca Modolo
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/12/la-grande-guerra-senza-retorica42.html?ref=search

IL CORRIERE DELLA SERA – Antonio Carioti
http://lettura.corriere.it/il-militarismo-che-non-ce/

IL MANIFESTO – Alessandro Santagata
http://ilmanifesto.info/le-trincee-iniziali-del-totalitarismo/
(http://materialismostorico.blogspot.it/2015/06/contro-la-retorica-celebrativa-del.html)

IL GIORNALE – Alberto Guy
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/grande-menzogna-sulla-grande-guerra-1175734.html

IL FOGLIO
http://www.ilfoglio.it/libri/2015/06/27/la-fogliata-del-sabato___1-v-130191-rubriche_c310.htm

LIBERO
http://www.pressreader.com/italy/libero/20150527/281998966054449/TextView

IL GARANTISTA – Alberto Piscitelli

 

PERIODICI

MICROMEGA – Giovanni Avena
http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-la-retorica-lorrore-della-grande-guerra/

ADISTA – Redazione
http://www.adista.it/articolo/55050

ITALIALAICA – Marcello Vigli
http://www.italialaica.it/news/articoli/54138
(“scaffale”: http://www.italialaica.it/ e http://www.italialaica.it/scaffale)

MOSAICO DI PACE – Giancarla Codrignani
http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/41998.html

NOI DONNE – Giancarla Codrignani
http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=05305

CONFRONTI – David Gabrielli
http://www.confronti.net/confronti/?wysija-page=1&controller=email&action=view&email_id=129&wysijap=subscriptions

A-RIVISTA ANARCHICA – Daniele Barbieri
http://www.arivista.org/?nr=402&pag=93.htm#2

NIGRIZIA – Redazione
http://www.nigrizia.it/notizia/la-grande-menzogna

AZIONE NONVIOLENTA – Redazione
http://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-settembre-ottobre-2015-anno-52-n-611/

IL BECCO – Roberto Capizzi
http://www.ilbecco.it/cultura-2/storia/item/2466-la-grande-menzogna.html

ARENGARIO – Tania Marinoni
http://arengario.net/libr/libr131.html

L’INCONTRO – Bruno Segre

 

INTERVISTE

RAINEWS – Pierluigi Mele intervista gli autori
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/La-grande-menzogna-della-prima-guerra-mondiale-intervista-agli-autori-del-libro-ed5a17a5-6539-4f05-a29f-847aca73809e.html
(all’interno dello speciale prima guerra mondiale
http://www.rainews.it/dl/rainews/speciali/24-maggio-1915-cento-anni-fa-Italia-nella-I-guerra-mondiale-centenario-grande-guerra-d5d2794b-e4c6-42a0-88b6-d92511565881.html)

LA VOCE DI VENEZIA – Alice Bianco intervista Valerio Gigante e Luca Kocci
http://www.lavocedivenezia.it/la-grande-menzogna-tutto-quello-che-non-vi-hanno-mai-raccontato-sulla-i-guerra-mondiale-di-gigante-kocci-tanzarella/

LA FIERA DELL’EST – Jacopo Ventura intervista gli autori
http://www.fieradellest.it/la-grande-menzogna-quello-che-la-storia-non-racconta/

 

SITI WEB

LA BOTTEGA DEL BARBIERI – Daniele Barbieri
http://www.labottegadelbarbieri.org/mormoro-il-piave-bugie-lunghe-100-anni-2/

TUTTOSTORIA – Redazione
http://www.tuttostoria.net/storia-approfondimenti.aspx?code=2612

LANKELOT – Luca Menichetti
http://www.lankelot.eu/letteratura/gigante-valerio-kocci-luca-tanzarella-sergio-la-grande-menzogna.html

PRESSENZA – Francesco Cecchini
http://www.pressenza.com/it/2015/11/la-grande-menzogna-racconta-la-verita-sulla-grande-guerra/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+pressenza%2FcBtX+%28Notizie+di+Pressenza+IPA+in+italiano%29

FACCIAMO SINISTRA – Francesco Cecchini
http://facciamosinistra.blogspot.it/2015/11/4-novembre-1918-termina-il-grande.html

UTOPIA ROSSA – Antonio Marchi
http://utopiarossa.blogspot.it/2016/01/la-grande-menzogna-v-gigante-l-kocci-e.html

IL DIALOGO – Alvaro Alberti
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/storia/Analisi_1447587399.htm

LINEE FUTURE – Alvaro Alberti
http://www.lineefuture.it/la-grande-menzogna-un-libro-sulla-prima-guerra-mondiale/

CONVENZIONALI – Gabriele Ottaviani
https://convenzionali.wordpress.com/2015/06/10/la-grande-menzogna/

GABRIELLAGIUDICI.IT – Gabriella Giudici
http://gabriellagiudici.it/emilio-lussu-un-anno-sullaltipiano/

DINAMOPRESS – Wu Ming 1
http://www.dinamopress.it/news/daesh-le-nostre-citta-la-guerra-dei-centanni-conversazione-tra-wu-ming-1-valerio-renzi-e-giuliano-santoro

 

TRASMISSIONI RADIOFONICHE

RADIO24 – Letture
http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/letture-da-radio24/trasmissione-maggio-2015-063256-gSLAB7NuBB

RADIAZIONE – Daniele Barbieri
http://www.radiazione.info/2015/05/mormoro-il-piave-bugie-lunghe-100-anni/

 

INTERVISTE RADIOFONICHE

RADIO RADICALE – Maurizio Bolognetti intervista Sergio Tanzarella
https://www.radioradicale.it/scheda/488095/il-libro-la-grande-menzognatutto-quello-che-non-via-hanno-mai-raccontato-sulla-prima

IL POSTO DELLE PAROLE – Livio Partiti intervista Luca Kocci
http://ilpostodelleparole.typepad.com/blog/2015/05/luca-kocci.html

CIAO RADIO – Intervista a Sergio Tanzarella
http://www.wmbookblog.com/la-grande-menzogna-intervista-a-sergio-tanzarella/

 

ESTRATTI

LETTERATITUDINE – Massimo Maugeri
https://letteratitudinenews.wordpress.com/2015/05/21/la-grande-menzogna/

APPUNTI – Redazione
http://www.grusol.it/informazioni/18-10-15.PDF

INUTILESTRAGE – Maurizio Mazzetto
http://www.inutilestrage.it/il-fascismo-si-appropria-della-guerra-l-kocci/

http://www.inutilestrage.it/renato-serra-alla-guerra-v-gigante/

http://www.inutilestrage.it/canto-la-tradotta-che-parte-da-novara-v-gigante/

http://www.inutilestrage.it/canto-cadorna-v-gigante/

Irlanda. Un implicito scisma tra gerarchia e credenti

24 maggio 2015

“il manifesto”
24 maggio 2015

Luca Kocci

La gerarchia ecclesiastica cattolica irlandese è la grande sconfitta del referendum che ha approvato il matrimonio gay.

Da mesi i vescovi erano scesi in campo per il No. La campagna elettorale della Conferenza episcopale d’Irlanda era cominciata a dicembre, con una nota pastorale, diffusa in tutte le parrocchie, in cui si affermava che «ridefinire la natura del matrimonio significa distruggere la struttura portante della società». A marzo poi l’Assemblea dei vescovi ha pubblicato un nuovo documento rivolto ai cattolici: «Il matrimonio è importante, rifletti prima di cambiarlo».

Nelle ultime settimane gli appelli si sono moltiplicati, fino alla domenica prima del voto, quando i vescovi hanno scritto personalmente e direttamente ai fedeli. «È la natura che ci dice che le unioni tra persone dello stesso sesso sono oggettivamente diverse dall’unione complementare tra un uomo e una donna», ha detto mons. Eamon Martin, presidente della Conferenza episcopale irlandese. E per mons. Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, «modificare la definizione tradizionale del matrimonio quale unione tra un uomo e una donna rappresenta una rottura con la storia umana e con la natura stessa di questa istituzione».

Eppure, visti i risultati del referendum, dichiarazioni e appelli non sono serviti a nulla. Segno evidente che la Chiesa irlandese ha perso gran parte della sua influenza sulla società – anche a causa dei numerosi scandali, dalle “Case Magdalene” ai tanti casi di pedofilia del clero, che hanno minato la propria credibilità – e che c’è una frattura sempre più grande fra dottrina, episcopato e fedeli, i quali rivendicano la propria fede religiosa ma, in nome della libertà di coscienza, disattendono alle prescrizioni ecclesiastiche, soprattutto in materia di etica sessuale, tanto che i giovani cattolici e la Chiesa di base si sono schierati e hanno votato massicciamente Sì.

Situazione che si verifica non solo in Irlanda ma un po’ dappertutto, come è emerso dal dibattito, ancora in corso, in vista dell’ultima fase del Sinodo sulla famiglia (ad ottobre), nel quale si evidenzia uno “scisma non dichiarato” fra gerarchia e credenti: c’è grande difficoltà ad «accettare integralmente» l’insegnamento della Chiesa su «controllo delle nascite, divorzio e nuove nozze, omosessualità, convivenza, relazioni prematrimoniali, fecondazione in vitro», ammettono i vescovi.

Del risultato non sarà contento papa Francesco, che più volte ha parlato di «ideologie colonizzatrici» che «cercano di distruggere la famiglia», intendendo unioni di fatto e coppie omosessuali. Né il cardinal Bagnasco che giovedì scorso, al termine dell’Assemblea della Cei, ha detto che una vittoria del Sì in Irlanda «non avrebbe fatto bene alla famiglia e a tutta la società». Ancora più netti i gruppi cattolici tradizionalisti. «Cari irlandesi, non illudetevi: le unioni gay rimangono eticamente contro l’uomo», commenta il voto l’Unione cristiani cattolici razionali. E ieri e oggi veglie in 100 piazze italiane delle Sentinelle in piedi «per esprimere dissenso verso provvedimenti legislativi che annientano la nostra società distruggendo la famiglia». L’obiettivo però non è l’Irlanda, ma il ddl sulle unioni civili in discussione in Italia.

Lanciano: vescovo in piazza contro le trivelle nell’Adriatico

22 maggio 2015

“Adista”
n. 19, 23 maggio 2015

Luca Kocci

L’arcidiocesi di Lanciano-Ortona scende in piazza, il 23 maggio, contro le trivelle petrolifere che devastano il mare e l’ambiente. Lo annuncia in una nota don Carmine Miccoli, responsabile diocesano della Pastorale sociale.

Già in passato «la Chiesa locale ha espresso la sua viva preoccupazione riguardo al riproporsi di progetti di sfruttamento petrolifero previsti in vaste aree dei nostri territori e delle nostre coste», in particolare i progetti “Ombrina Mare 2” ed “Elsa 2”, entrambi al largo della Costa dei Trabocchi, scrive don Miccoli. Ad ottobre furono infatti tutti i vescovi della Conferenza episcopale di Abruzzo e Molise a prendere la parola contro i programmi di sfruttamento petrolifero del mare Adriatico e di vaste aree dell’entroterra (v. Adista Notizie n. 38/14), portati avanti da alcune multinazionali britanniche, i quali, dopo essere stati congelati per la dura opposizione delle popolazioni locali, hanno poi ricevuto il via libera grazie al decreto “Sblocca Italia” del governo Renzi (v. Adista Segni Nuovi n. 33/14, Adista Notizie n. 35/14 e Adista Documenti n. 36/14).

Ora – anche in vista della manifestazione nazionale del 23 maggio – l’arcidiocesi di Lanciano, città che ospiterà l’iniziativa, rilancia la mobilitazione, «raccogliendo l’accorato appello di tante persone, donne e uomini che hanno a cuore la salvaguardia del Creato di cui siamo stati costituiti custodi». Spiega il responsabile diocesano della Pastorale sociale: «A coloro che si stanno impegnando per il bene comune e per la salvaguardia del Creato, del presente e del futuro dell’Abruzzo, dell’Adriatico e di tutte le nostre terre, credenti e non credenti, esprimo, tramite il mio ufficio, la vicinanza della Chiesa e dei suoi pastori. Saremo insieme a coloro che parteciperanno a quest’evento, espressione di democrazia reale e di amore responsabile per i luoghi di cui siamo custodi, augurandoci di essere esempio vivo di come contrastare non solo un’economia che uccide la vita e il futuro, ma anche di una politica che ha smarrito il suo interesse per il bene comune e per la costruzione di un ordine sociale fondato sulla giustizia e la pace». Risuonano le parole che papa Francesco ha rivolto alle Chiese di Abruzzo e Molise nella sua visita del 5 luglio 2014: «Custodire la terra, perché dia frutto senza essere sfruttata. Questa è una delle più grandi sfide della nostra epoca: convertirci ad uno sviluppo che sappia rispettare il Creato».

«Auspico che al più presto la politica tutta, dal Parlamento nazionale fino ai Consigli comunali – conclude don Miccoli –, realizzi la necessaria svolta per rimettere la difesa della vita umana e dell’ambiente al centro del proprio agire, perché coloro che hanno a cuore il bene comune s’impegnino a difendere questa meravigliosa terra che è la Costa Teatina, con tutti gli uomini, le donne e gli esseri viventi che vi abitano. A tutti chiedo di impegnarsi per fermare ogni progetto, non solo petrolifero, di sfruttamento selvaggio dell’ambiente naturale. Tale compito si impone soprattutto a coloro che, dicendosi credenti, hanno il dovere di tutelare ad ogni costo il valore della vita, la dignità della persona in tutte le sue dimensioni, la promozione della giustizia e della pace, la solidarietà e la difesa dei più poveri, perché partecipino in maniera consapevole e solidale alla costruzione di un mondo sempre più somigliante al “sogno di Dio” per le sue creature».

Un sinodo permanente dei discepoli. La proposta di “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”

22 maggio 2015

“Adista”
n. 19, 23 maggio 2015

Luca Kocci

Dare vita ad un «sinodo permanente dei discepoli» per continuare a confrontarsi, a camminare insieme e a sollecitare la Chiesa. È questa la conclusione, e il nuovo inizio – facendo propria una proposta di Franco Barbero, della Comunità di base di Pinerolo emersa durante il dibattito –, dell’assemblea nazionale di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, rete di un centinaio di gruppi ecclesiali, riviste (fra cui Adista), associazioni e comunità giunta al suo quarto appuntamento nazionale dopo l’incontro fondativo all’auditorium del Collegio “Massimo” nel 2012 a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II (v. Adista Notizie nn. 19 e 34/12) e le assemblee del 2013 (dedicata alla Pacem in terris, v. Adista Notizie nn. 5, 15 e 16/13) e del 2014 (dedicata alla Lumen Gentium, v. Adista Notizie n. 20/14).

Quello dello scorso 9 maggio all’auditorium dell’Agesci sarebbe dovuto essere l’atto finale di un percorso che culminerà con l’assemblea internazionale “Council50. Verso una Chiesa, ispirata dal Vangelo, per il mondo” in occasione del 50° anniversario della conclusione del Vaticano II (dal 20 al 22 novembre 2015, informazioni e documenti su www.council50.org). Invece, grazie anche all’ampia partecipazione (almeno 200 persone) e al ricco dibattito non ingessato da relazioni programmate ma lasciato libero di fluire, l’assemblea diventa permanente e si trasforma in «sinodo di discepoli», secondo l’espressione coniata da Raniero La Valle, che ha anche aperto i lavori con un ampio intervento sulla Gaudium et Spes.

Gioia e speranza, misericordia e lotta

«Quando abbiamo cominciato i nostri incontri per celebrare i 50 anni dal Concilio e abbiamo previsto di giungere a parlare della Gaudium et Spes, abbiamo corso un grosso rischio. Perché se nel frattempo non fosse successo niente, se non fosse arrivato papa Francesco, oggi avremmo rischiato di fare dell’archeologia», ha detto La Valle. «Avremmo parlato di un documento ormai obsoleto, che non era piaciuto neanche allora ai migliori protagonisti del Concilio, per una sua certa dipendenza mondana, per un suo ottimismo della volontà che sembrava non fondato ed ingenuo, per un suo evangelismo debole e per la mancanza di un’intelligenza messianica; un documento che aveva condannato la guerra totale ma non aveva messo al bando l’atomica, che aveva accondisceso alla deterrenza e relegato in una nota a piè di pagina la Pacem in terris, che si era accorto dell’amore umano tra i coniugi ma poi aveva lasciato al papa di decidere come dovessero farlo. E mentre il nostro movimento aveva preso il nome della Chiesa dei poveri, i poveri nella Chiesa oggi starebbero ancora nelle catacombe, come dalle catacombe era uscito il “patto” dei vescovi più conciliari sulla povertà della Chiesa, e non si riunirebbero invece in Vaticano nell’aula del “vecchio Sinodo” (il riferimento è all’incontro del papa con i movimenti popolari il 28 ottobre 2014, v. Adista Notizie n. 39/14 e Adista Documenti n. 40/14, ndr), non si farebbero il bagno e la barba sotto il colonnato di san Pietro, non andrebbero al concerto ai primi posti nell’aula Paolo VI e non sarebbero invitati a visitare la cappella Sistina, dato che anch’essi hanno diritto non solo al pane ma anche alla bellezza. E se ancora fossimo nel deserto in cui eravamo tre anni fa, il Concilio stesso sarebbe oggi dilaniato tra le diverse ermeneutiche, sarebbe rimosso come un “non-evento”, sarebbe esorcizzato perché, come aveva detto Paolo VI, attraverso le sue fessure il fumo di Satana era penetrato nel tempio di Dio, e infine sarebbe sostituito dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, che secondo il cardinale Levada e Benedetto XVI doveva essere assunto come la vera ricezione del Concilio nell’anno della fede 2012».

«Tutto questo abbiamo rischiato di vivere oggi», ha proseguito La Valle, «abbiamo rischiato di riunirci come carbonari di una Chiesa che non c’è, di ricordare un Concilio ormai “digerito”, per usare un’espressione di Benedetto XVI, avremmo rischiato di rievocare una Chiesa che aveva parlato di gioia e speranza, senza avere però oggi né gioia né speranza. Ed ecco invece che quello che poteva essere un sopralluogo archeologico diventa un affacciarsi sul futuro, e noi oggi non siamo un’assemblea di nostalgici, ma siamo dei viandanti che con maggiore lena possono riprendere il cammino». Il merito di questa inversione di marcia secondo La Valle è di papa Francesco, il cui pontificato «non è un fungo spuntato nella Chiesa ma non è altro che il Concilio che riprende e cammina». Perché, come voleva Giovanni XXIII, Francesco rilancia il tema del «nuovo annuncio di Dio» e presenta al mondo il vero «volto di Dio» che è «il volto della misericordia» (il tema è ampiamente argomentato da La Valle nel suo nuovo libro: Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste, pp. 206, euro 14, acquistabile presso Adista: tel. 06.6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: www.adista.it).

Ristabilito quindi, grazie a papa Francesco, «il nesso tra il Concilio e la Chiesa di oggi», La Valle ha spiegato «cosa può dirci la Gaudium et Spes. Innanzitutto «la gioia di poter tornare a credere» – e «gioia» è la prima parola chiave della Gaudium et Spes, non a caso ripresa nel documento programmatico del pontificato di Bergoglio, Evangelii gaudium –, perché quella Costituzione pastorale ha sancito «la riconciliazione della Chiesa con la modernità», dopo un scontro cominciato con il processo a Galileo: una lunga stagione durante la quale «le Chiese avevano cercato di mettere il mondo sotto il sequestro del sacro, e il mondo aveva reagito mettendo Dio tra parentesi e facendo a meno di lui». Poi arrivò il Concilio e la Gaudium et Spes, ma – ha proseguito La Valle – secondo Benedetto XVI «aveva fallito proprio nella questione cruciale del Concilio: il rapporto della Chiesa con il mondo moderno». Papa Francesco invece ha ripreso e rilanciato questo cammino di riconciliazione, grazie anche al suo «nuovo annuncio di Dio», e quindi oggi la Chiesa «può dare nuove ragioni di speranza in un tempo di disperazione». Speranza che «non è solo l’attesa che qualcosa accada ma è anche la lotta per farla accadere», come ha esortato i movimenti popolari ricevuti in Vaticano il 28 ottobre 2014, incitandoli «a continuare la lotta: “sigan con su lucha”, una lotta che non si arrende a un’economia che uccide, al denaro che governa e alla società dell’esclusione e degli scarti, e che deve continuare finché tutti abbiano un lavoro, la terra, la casa». E se ci sono «gioia» e «speranza» (la seconda parola della Gaudium et Spes), scompaiono, secondo La Valle, le altre due parole chiave della Gaudium et Spes, ovvero luctus e angor, «lutto e angoscia che devastano la terra».

Il cammino evangelico degli inaffidabili

Il cammino accidentato e la difficile ricezione della Gaudium et Spes è stato ripercorso dal gesuita p. Felice Scalia: «Scomoda per i politici che da tempo avevano escluso l’etica, figurarsi la fede, dal loro orizzonte. Scomoda per la Chiesa gerarchica che si vedeva privata del suo presunto potere di gestire in proprio il dialogo coi potenti del mondo. Scomoda per il clero che vedeva ampliato oltre il culto il suo compito pastorale. Scomoda per i semplici fedeli che vedevano cadere nelle loro mani una responsabilità fino ad allora demandata ai partiti ed ai governi di cosiddetta ispirazione cristiana».Il risultato, ha spiegato, non fu una sintesi, ma tre diverse linee pastorali: «La piena accettazione e pratica della Gaudium et Spes, che portò a vere inversioni di tendenza ed a decisioni coraggiose, che hanno comportato anche emarginazione, diffidenza, martirio; un sotterraneo ed a volte esplicito rifiuto, con ampie connivenze anche in alte gerarchie, durato almeno due pontificati, ed una conseguente pastorale anticonciliare fatta di interpretazioni e citazioni che svuotavano il senso stesso dell’evento; la realistica percezione della necessità di un cammino pastorale di accompagnamento, per una lenta, paziente educazione a percepire la fede come una prospettiva che cambia la vita, e il messaggio di amore, la “buona notizia” del Regno, come elemento che struttura la storia e indirizza il vivere civile». E quest’ultima, ha spiegato il gesuita, è stata la scelta di tanti preti semplici e di base, come egli stesso: «Nessun pericolo di “martirio”, ma la qualifica di “inaffidabile” per quanti non seguivano la linea ufficiale del momento. Dichiarato io stesso “inaffidabile”, ma in fondo innocuo, ho avuto l’occasione di essere amico personale e sostenitore di molti “inaffidabili” che sono stati e sono seme nascosto, lievito di speranza, per il mondo e per il ritorno della Chiesa al nudo Vangelo. Forse contiene molta verità l’antico detto di Ernst Bloch, secondo cui una religione vale per gli “eretici” che produce».

Con il clima che si faceva sempre più soffocante (e mentre «prendevano quota e si affermavano movimenti come Comunione e Liberazione, Opus Dei, Legionari di Cristo, Araldi del Vangelo, movimenti carismatici, neocatecumenali, spiritualistici, che restituivano nelle mani di Cesare tutto ciò che aveva attinenza con la concretezza della vita, scippando così diritti inalienabili all’essere umano di ogni angolo della Terra»), ha proseguito Scalia, «non restava che adattarsi o auto-emarginarsi». Oppure impegnarsi a «liberare fedeli, preti e religiosi dalla paura di censure indebite facendo notare che ogni apertura conciliare era voluta dallo Spirito Santo e dalla stessa Chiesa. Bisognava aiutare a trovare il gusto di riappropriarsi della Scrittura, dei documenti conciliari, della carica “salvifica ed eversiva” della liturgia, soprattutto del diritto e dovere di ascoltare le “urla” della gente oppressa, attraverso riflessioni comunitarie, approfondimenti. Bisognava incitare i battezzati, chierici e laici, ad uscire dai giochi di potere e di facili promozioni ecclesiastiche, bisognava spingere a ritrovare il gusto della “libertà dei figli di Dio” e della parresia». Che sono, secondo Scalia, le linee conciliari riprese da papa Francesco. E che bisogna ora sforzarsi di seguire e accompagnare.

Tra misericordia e lotta, per quale Chiesa?

Continuare a camminare insieme lungo il percorso tracciato dal Concilio senza limitarsi a delegare a papa Francesco è stato anche l’invito del domenicano p. Alberto Bruno Simoni: «Possiamo anche contentarci di avere un papa che lotta per una “Chiesa in uscita”, ma attenti a non farlo diventare il simbolo isolato di un progetto sempre in cantiere». Ricercando l’unità fra le “due Chiese” che da decenni «convivono senza comunicare fra loro», la «Chiesa dei praticanti» e quella dei «credenti», «la Chiesa della fede» e quella dei «devoti». Perché, ha detto Simoni, «non basta una coesistenza di fatto tra queste due realtà di Chiesa per ottenere una apertura al mondo convergente o una “Chiesa in uscita”, ma è necessario trovare una risoluzione di principio, un metodo che legittimi e faccia evolvere le differenze nell’unità della fede; non basta avallare un pluralismo di fatto sotto l’ombra della appartenenza istituzionale, è necessario riattivare il confronto aperto in linea di diritto, secondo l’adagio “distinguere per unire”. È necessario ridare vita alla dialettica che il Concilio ci ha insegnato, non solo tra base e vertice ma all’interno della stessa base, là dove il Popolo di Dio si muove». «La diversità maturata, espressa, praticata in questi 50 anni da parte di molti – è la provocazione di Simoni – deve acquistare un suo spessore teologico e una collocazione pastorale veramente dialettica, attraverso speranza e lotta! Non importa se solo come “piccolo resto” o come il più piccolo dei semi: a quando un “cristianesimo non religioso” che regga il confronto con la cristianità storica costituita? È qui la sfida aperta lanciata dalla Gaudium et Spes».

Fra Vaticano III e sinodo dei discepoli

Continuare a camminare, quindi. Aspettando e spingendo per un Concilio Vaticano III, come ha sostenuto Luigi Sandri («perché il Concilio Vaticano II non consente di risolvere una serie di problemi aperti, dal ruolo della donna nella Chiesa alle persone e alle coppie omosessuali: sono ottimista sul futuro della Chiesa, ma bisogna aprire alcune porte, e può farlo solo un nuovo Concilio»). E intanto costituendosi in «sinodo permanente dei discepoli», secondo la proposta di Barbero. Il quale tuttavia si augura che «la Chiesa della misericordia di papa Francesco trascini con sé una svolta dottrinaria, perché sarebbe tragica una pastorale inclusiva con una dottrina dogmatica».

«Speriamo insieme a lei che lo Spirito che animò il Concilio ci animi tutti negli impegni del momento attuale nella Chiesa e nel mondo», si legge nel messaggio conclusivo dell’assemblea inviato in Vaticano a papa Francesco. «Preghiamo che la misericordia del Padre nei nostri cuori ci orienti di fronte a problemi come le guerre, la pace, le donne, la famiglia, la giustizia, i bisogni dei poveri, l’ecumenismo cristiano, il dialogo con le altre religioni».

Sinodo: una svolta evangelica. L’auspicio di “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”

22 maggio 2015

“Adista”
n. 19, 23 maggio 2015

Luca Kocci

Alcuni fra i temi più controversi in discussione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si concluderà ad ottobre – contraccezione, divorziati risposati, omosessuali – sono stati al centro del dibattito durante l’incontro nazionale della rete “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” dello scorso 9 maggio (v. notizia precedente).

Il matrimonio non è una gabbia

Della questione dei divorziati risposati e del loro accesso ai sacramenti – ad oggi negato – ha parlato don Giovanni Cereti, preoccupato di come, in questi mesi, la «parte più conservatrice, che si oppone ai cambiamenti, abbia alzato il livello dello scontro, quasi minacciando uno scisma. Tutti i cristiani sono d’accordo nel riconoscere che la volontà di Dio è un matrimonio indissolubile», ha spiegato Cereti, «purtroppo però vi sono dei fallimenti e molti non riescono a realizzare il progetto che si erano proposti». Allora che fare? «La soluzione attuale nella Chiesa cattolica è quella della dichiarazione di nullità del matrimonio attraverso i tribunali ecclesiastici. È la soluzione della Chiesa latina del secondo millennio. Ma nei primi secoli la Chiesa sottoponeva alla penitenza i responsabili dei peccati più gravi, fra cui quello di adulterio, ma dopo un anno o più di penitenza assolveva e riammetteva alla pienezza della vita ecclesiale e all’eucaristia. Questo è il sistema più antico e più tradizionale che il papa e molti nella Chiesa vorrebbero reintrodurre», mentre i conservatori si oppongono. Una soluzione, ha spiegato Cereti, «pienamente conforme alla grande tradizione seguita nella Chiesa antica, sostanzialmente conservata in altre Chiese storiche e soprattutto testimoniata dal canone 8 di Nicea», che offre quindi una «soluzione dottrinale» e giustifica una «una nuova comprensione del matrimonio più conforme a una retta comprensione del Vangelo». Perché, ha aggiunto, «il matrimonio sacramento non è una gabbia dalla quale, una volta entrati, non si può uscire, ma è affidato alla responsabilità degli sposi che ne sono i ministri: sino a che essi si amano e confermano il loro consenso, nessuno al mondo può sciogliere il loro matrimonio, ma una volta che il segno è corrotto, cioè quando la volontà degli sposi di essere marito e moglie non esiste più, scompare la presenza reale e viene distrutto il vincolo coniugale, venendo così meno anche la grazia del sacramento».

Questa è la strada, secondo don Cereti, ma non è detto che tale soluzione venga accettata, «visto l’atteggiamento duro di grande parte dell’ala più conservatrice dell’episcopato». L’annuncio del Giubileo della misericordia, forse, potrebbe piegare le resistenze, rinforzando la convinzione che «anche se siamo tutti peccatori e anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e nel suo amore vuole abbracciare e accogliere tutti i suoi figli nella grande casa che ha preparato per loro».
Gay: i credenti sono più avanti dell’Istituzione

Il tema delle persone omosessuali è stato illustrato da Andrea Rubera, presidente di Nuova proposta (gruppo romano di cristiani omosessuali), sposato all’estero con Dario De Gregorio (il loro matrimonio è stato uno di quelli trascritti nei registri comunali dal sindaco di Roma Ignazio Marino e poi cancellato dal prefetto, v. Adista Notizie n. 38/14) e padre di tre figli. Rubera è contento per la «rivoluzione semantica» di papa Francesco («per la prima volta un pontefice ha pronunciato pubblicamente la parola “gay”, nominare le cose significa ammettere che esistono»), ma ritiene che non sia «ancora sufficiente per infondere nelle persone omosessuali e transessuali quella gioia e speranza che sono il motore della vita che nel Vangelo ci è stata promessa “in abbondanza”, e consentire loro di emanciparsi da quella condizione, a volte catacombale, di “attesa”, di promuovere la propria esistenza come contributo alla crescita dell’intera comunità dei fedeli».

I problemi esplodono soprattutto quando due persone gay sentono di amarsi e costituiscono una coppia, ha spiegato Rubera. «Nei contesti comunitari cattolici si fa finta che non esista la coppia omosessuale. Anche perché sulla base del Catechismo della Chiesa cattolica, una persona omosessuale può sentirsi parte integrante della comunità solo se accetta di vivere una vita senza affettività, negando a se stessa quell’anelito all’espressione del proprio amore che è talmente innato e spontaneo da non poter essere negletto o ignorato, a pena di pesanti conseguenze sulla propria serenità». Tanto più se ci sono dei bambini: «La genitorialità delle persone omosessuali viene trattata come una sciagura imminente che va evitata assolutamente. E in questa lotta ideologica, in cui nessun colpo viene risparmiato, ci sono i bambini di queste famiglie, che esistono oggi, ora, e non sono su un’astronave a cui va impedito l’atterraggio sul nostro pianeta. Bambini che sono nati per un progetto di amore di due persone e che, senza questo progetto d’amore, non sarebbero qui tra noi. Bambini che dovrebbero trovare nelle comunità di fede un territorio dove sentirsi accolti, amati, come ogni altro bambino, dove trovare linfa di sostentamento, conferma delle loro certezze, a cominciare dall’amore di Dio e della loro famiglia».

Che fare allora? «Come riattivare la speranza?», chiede Rubera. Nuova proposta ha formulato le proprie speranze e le ha trasmesse alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi: «Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia integralmente accogliere ed amare le persone omosessuali», si legge nel documento del gruppo. «Speriamo in un profondo rinnovamento degli orientamenti pastorali nei confronti degli affetti delle persone omosessuali affinché si comprenda quanto di buono essi esprimano e quanto il loro amore possa essere esempio di solidità e generosità per tutti. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia prendersi cura delle persone omosessuali che sentono ardere dentro di sé il desiderio di una vita affettiva di coppia e che sappia includere le coppie omosessuali, abbracciarle e guidarle, affrancandosi dalle battaglie ideologiche, forte della consapevolezza che l’Amore di Cristo è per tutti e per tutti è fonte di vita in abbondanza. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia riconoscere le drammatiche storie di omofobia quotidiana e che prenda una netta posizione per proteggere le vittime e per creare nelle diocesi e nelle parrocchie un ambiente rispettoso e inclusivo, in modo che progressivamente l’omofobia sia finalmente sconfitta».

Cosa succederà al Sinodo? Rubera è ottimista: «Sono fiducioso perché sono convinto che la base del popolo di Dio in cammino è molto più pronta dell’Istituzione all’accoglienza».

Bagnasco sulla “Buona scuola”: Matteo stai sereno, sulle assunzioni legge ad hoc

22 maggio 2015

“il manifesto”
22 maggio 2015

Luca Kocci

Matteo stai sereno. Sulla riforma della scuola non c’è bisogno di correre, «non dobbiamo farci prendere dalla fretta per arrivare velocemente a concludere. Un tempo più disteso, senza l’acqua alla gola, consente di riflettere e di dialogare per ottenere risultati migliori». Il cardinal Bagnasco chiude l’Assemblea generale della Cei e, rispondendo ad una nostra domanda durante la conferenza stampa finale, invita il governo a togliere il piede dall’acceleratore sulla riforma della scuola, duramente contestata da sindacati, insegnanti e studenti. E fa propria una delle richieste più insistenti dell’opposizione, finora sempre rigettata dal premier e dalla ministra Giannini: l’inserimento del provvedimento sull’assunzione dei precari in un decreto legge ad hoc, così da poter discutere della riforma senza il ricatto di far saltare 100mila posti di lavoro qualora la “buona scuola” non venisse approvata. Occorre trovare «sintesi in tempi ragionevoli, magari distinguendo temi ed obiettivi», aveva detto Bagnasco martedì scorso, durante la prolusione dell’Assemblea. E ieri ha esplicitato: «Se poi ci sono delle urgenze, come nel caso dell’assunzione dei precari, nulla vieta di scorporarle dal resto della riforma sulla scuola».

Sono stati resi noti anche i nuovi dati relativi all’otto per mille, che evidenziano un calo significativo per la Chiesa cattolica. Dopo diversi anni l’incasso scende sotto quota un miliardo. Non accadeva dal 2009, quando furono incamerati 968 milioni. Quest’anno alla Chiesa cattolica sono stati assegnati 995 milioni, 60 in meno del 2014, quando invece venne raggiunta quota 1 miliardo e 55 milioni.

I motivi dell’emorragia sono tre: la diminuzione complessiva dell’Ire (ex Irpef), che quindi riduce l’incasso; un conguaglio negativo di 17 milioni di euro (soldi che erano stati assegnati in più nel 2014 e che ora sono stati recuperati dallo Stato); e soprattutto il calo di firme a favore della Chiesa cattolica, scese di oltre 2 punti, dall’82,28% all’80,22%. Ricordando sempre che non si tratta di una percentuale assoluta – l’80% di tutti i contribuenti –, ma relativa a coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è circa il 35% dei contribuenti a destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

Non c’era ancora l’effetto papa Francesco: i soldi del 2015 si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi del 2012, e Bergoglio venne eletto al soglio pontificio nel marzo 2013 (quindi è presumibile che il prossimo anno le cifre torneranno a salire). C’era invece l’effetto vatileaks, che esplose proprio in quel periodo. Nella ripartizione dei fondi – approvata dall’Assemblea della Cei – c’è qualche piccola variazione ma si conferma la tendenza degli ultimi anni: buona parte dei fondi (73%) è utilizzata per “esigenze di culto e pastorale” (403 milioni, il 40% del totale, 30 milioni in meno rispetto al 2014) e “sostentamento del clero” (327 milioni, il 33%, 50 milioni in meno rispetto allo scorso anno); una percentuale minore – anche se la martellante campagna pubblicitaria sembra reclamizzare l’opposto – per gli “interventi caritativi” (265 milioni, il 27%, 20 milioni in più rispetto al 2014). Insomma la spending review non ha colpito il “sociale” ma il culto e il “personale”.