Ferrara: un prete apre all’accoglienza degli immigrati. Il vescovo lo sconfessa

“Adista”
n. 17, 9 maggio 2015

Luca Kocci

Il prete di frontiera invita all’accoglienza degli immigrati, il vescovo lo sconfessa. Succede a Ferrara, nei giorni in cui il dibattito sulla questione immigrazione è più vivo che mai. Protagonisti don Domenico Bedin, impegnato nell’associazionismo sociale e direttore dell’ufficio Migrantes della diocesi; e il vescovo mons. Luigi Negri, ciellino.

«Siamo in un momento cruciale della storia. In questi momenti bisogna schierarsi. Io mi schiero per l’accoglienza dei fratelli che sbarcano fortunosamente sulle nostre coste o sono ripescati», scrive don Bedin sul quotidiano La Nuova Ferrara (24 aprile). Discorso pragmatico più che “buonista” quello del prete ferrarese: «In un territorio economicamente fragile è opportuno continuare ad accogliere? Sono 400 e se diventassero 1000? Ritengo che sia forse la più grande opportunità che ci poteva succedere», scrive Bedin. «Siamo vecchi e con una denatalità spaventosa, le nostre imprese non si rigenerano perché mancano i giovani, le case sono vuote o spessissimo con una persona anziana sola. Per salvare la vitalità dei nostri paesi dobbiamo avere il coraggio e l’ intelligenza di accogliere e trasformare il bisogno dei nostri fratelli migranti in opportunità anche per noi. Ma deve cambiare l’atteggiamento. Se i gruppi di migranti (età media 20/25 anni) restano in una specie di limbo, quasi nascosti o tollerati, guardati da lontano o soltanto mantenuti fino al giorno del rilascio dei documenti… e poi ciao ognuno per la sua strada. Se l’accoglienza diventa proposta esigente e selettiva di impegno per recuperare distanze culturali o impostare nuove capacità professionali, linguistiche, operative. In un anno (tanto dura l’attesa dei documenti) si riesce a capire quale futuro ognuna di queste persone può avere tra noi. Quanti di questi ragazzi può riprendere o iniziare gli studi oppure una professione utile alla nostra economia! Nel frattempo avviene quella selezione naturale circa la buona volontà e l’onestà che potrebbe far parte della valutazione del riconoscimento del permesso di soggiorno». Un percorso inclusivo che però secondo don Bedin dovrebbe superare resistenze interne non trascurabili: «Questo – scrive ancora – prevede una lungimiranza e un’apertura culturale e del cuore da parte nostra che purtroppo non appartiene a quei Comuni o parrocchie che fanno di tutto per non avere immigrati nel loro territorio e che se costretti fanno ostruzione. Non si rendono conto che stanno scomparendo proprio perché non vogliono vivere più». Ma che potrebbe contare anche su significative risorse: «Altri – aggiunge – per fortuna la pensano diversamente, e allora organizziamoci spingendoci oltre le regole della normale amministrazione e diamo speranza a questa nostra terra che si prepara ad essere sempre più colorata. Lo sarà anche senza di noi… ma allora staremo in panchina. Lo dicevo all’inizio bisogna scegliere».

Immediato non solo l’altolà, ma anche la censura del vescovo, che peraltro non era stato chiamato in causa: «L’arcivescovo Luigi Negri e la Diocesi di Ferrara-Comacchio – si legge in una nota della Curia diocesana – sottolineano con forza che non hanno alcuna parte nelle dichiarazioni rilasciate sulla stampa locale da don Domenico Bedin, riguardo alle possibili politiche migratorie sul territorio ferrarese, poiché non sono di loro specifica competenza. Precisano altresì che non intendono rispondere di alcuna dichiarazione rilasciata fuori o all’insaputa dell’Ufficio stampa diocesano. L’arcivescovo e la Diocesi inoltre, in perfetta coerenza con quanto realizzato finora, ribadiscono la loro piena disponibilità ad una proficua collaborazione con le autorità competenti per tutte le necessità sociali, incluse le politiche migratorie».

Non replica don Bedin: «Mi pare di aver espresso concetti molto laici, che non coinvolgono assolutamente l’autorità ecclesiastica». E chiude la polemica innescata dal vescovo: «Ho espresso un’opinione personale e sociale, che da quanto mi risulta non è diversa da quella della Chiesa».

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