Archive for giugno 2015

Medjugorje, l’indagine vaticana finisce in giallo

27 giugno 2015

“il manifesto”
27 giugno 2015

Luca Kocci

Mistero Medjugorje. Non solo per le presunte apparizioni della Madonna che si manifesterebbe ininterrottamente dal 1981 a sei “veggenti” – a tre di loro ogni giorno alla stessa ora in qualsiasi luogo si trovino, affermano gli stessi –, ma anche perché la Santa sede non ha ancora deciso se la Madonna appare realmente o no.

In queste ore le indiscrezioni si rincorrono: il Vaticano ha detto che non si tratta di «rivelazioni soprannaturali», sostengono alcuni; no, non c’è stata nessuna decisione, replicano altri. E il giallo si infittisce.

La prima apparizione è datata 24 giugno 1981, quando 6 adolescenti raccontarono che su un’altura del piccolo paese bosniaco di Medjugorje era apparsa loro la Madonna. La notizia cominciò a girare, e le folle ad accorrere, sfidando i divieti del governo comunista di Belgrado e le perplessità della Conferenza episcopale jugoslava («sulla base di quanto finora si è potuto investigare – dichiararono nel 1991 i vescovi –, non si può affermare che abbiamo a che fare con apparizioni e rivelazioni soprannaturali»), ma contando sul sostegno dei francescani (e dei nazionalisti croati) alla ricerca di consensi per riconquistare e consolidare posizioni. La fama di Medjugorje varcò i Balcani e si diffuse in mezza Europa, soprattutto in Italia – da dove ogni anno partono migliaia di devoti, per un giro di affari milionario –, alimentata anche dalle potenti antenne di Radio Maria che fanno rimbalzare i messaggi quotidiani della Madonna dalle Alpi a Lampedusa. Ma i dubbi rimasero, tanto che nel 2010 papa Ratzinger istituì una Commissione di inchiesta, presieduta dal card. Ruini, che nel 2014 concluse i lavori, e la cui relazione è ora all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, come confermato anche da papa Francesco – che pare perplesso sulle apparizioni – tornando da Sarajevo, poche settimane fa.

Un esame che, secondo le indiscrezioni riportate dal Giornale, si sarebbe concluso il 24 giugno con una bocciatura: a Medjugorje non c’è nessuna «rivelazione soprannaturale», i fedeli possono continuare i pellegrinaggi per andare a pregare, senza però incontrare i “veggenti”. Ma Vatican Insider, portale di informazione vaticana della Stampa, smentisce, citando «autorevoli fonti vaticane»: non c’è stata nessuna riunione, quindi non è stata presa nessuna decisione, se ne riparlerà in autunno.

Tranquillizza tutti una delle veggenti, Vicka Ivankovic: «Attendo con serenità la posizione del papa, la Madonna mi ha detto di non preoccuparmi».

Expo: nutrire il pianeta o le multinazionali? Intervista a p. Alex Zanotelli

26 giugno 2015

“Adista”
n. 23, 27 giugno 2015

Luca Kocci

“Expo: nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali?” è il titolo del convegno che si svolge a Milano il 26-27 giugno, con la partecipazione, fra gli altri, del vescovo di Aysén (Cile) mons. Luis Infanti de la Mora, di p. Alex Zanotelli e Maurizio Landini. «Intendiamo far capire alle persone che quelli che dicono “No all’Expo” non sono quelli che rompono le vetrine, come è successo durante la manifestazione del 1° maggio a Milano, ma che invece abbiamo delle ragioni precise che vogliamo esporre e argomentare», spiega ad Adista p. Zanotelli, che al convegno parlerà in particolare dell’acqua come bene comune, insieme a mons. Infanti, che nella Patagonia cilena è in conflitto con l’Enel per difendere l’acqua pubblica (v. Adista Documenti n. 7 e 43/13).

P. Alex da anni si parla di fame nel mondo, ma il problema è ancora tutto là. Lo si è mai affrontato seriamente?

Il problema non è accidentale ma strutturale, perché il sistema è fatto apposta perché pochi abbiano tutto: nel mondo l’1% più ricco possiede più del 99%, le 92 persone più ricche del pianeta possiedono quanto 3 miliardi e mezzo di poveri. Questo significa che il problema è strutturale. E il sistema non ha mai preso misure serie per affrontarlo. Fa filantropia, ma non si mette in discussione. Anzi la filantropia è funzionale al mantenimento del sistema stesso.

Papa Francesco, nella Evangelii gaudium, ha parlato dell’«inequità» come della «radice dei mali sociali». Ha denunciato il fallimento della teoria del «gocciolamento» o della «ricaduta favorevole», in base alla quale i poveri dovrebbero raccogliere – e farsi bastare – «le briciole che cadono dalla tavola dei ricchi». E prima ancora dell’enciclica Laudato si’ in cui riprende questi temi (v. tra le notizie precedenti), durante il videomessaggio in occasione dell’inaugurazione di Expo, ha parlato di «paradosso dell’abbondanza»…

Esattamente. Al mondo c’è un miliardo di persone che tira la cinghia e un miliardo di persone malato di obesità. Questo è il “paradosso dell’abbondanza”. Ripeto: non si tratta di una contingenza, ma dell’essenza stessa del sistema economico capitalistico che governa il mondo. Il problema è strutturale. E riguarda anche le speculazioni sul cibo. Faccio un esempio. Le multinazionali hanno la proprietà dei brevetti delle sementi. E così i contadini, per poter coltivare, devono acquistare le sementi dalle multinazionali. Questo è il principale problema degli Ogm, più ancora che i rischi per la salute. I contadini per poter mangiare devono chiedere il permesso alle multinazionali.

Quelle stesse multinazionali che sono presenti ad Expo ed hanno collaborato alla redazione della Carta di Milano, nei confronti della quale lei e molti altri siete stati critici (v. Adista Segni Nuovi n. 21/15)… 

Infatti. La Carta di Milano critica gli sprechi, e suggerisce anche “buone pratiche” su questo aspetto, ma non mette minimamente in discussione il sistema. Del resto l’hanno scritta le multinazionali e i governi, ovvero gli organizzatori del sistema. E quando mai multinazionali e governi hanno fatto qualcosa per mettere in discussione il sistema?

Il Vaticano partecipa ad Expo con un proprio padiglione, che comunque, a differenza degli altri, denuncia il “paradosso dell’abbondanza”. Al centro, per esempio, c’è un grande tavolo interattivo che rappresenta il Nord del mondo, che ha beni in abbondanza, e dall’altra parte invece c’è una grande massa di poveri che deve accontentarsi soltanto di briciole. Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e commissario generale della Santa Sede per Expo, ha spiegato che «la presenza della Santa Sede vuole essere quasi come una sorta di spina nel fianco di questa grande platea economico-commerciale». Cosa ne pensa?

È vero che in questo modo si possono introdurre ad Expo discorsi di segno diverso, ma un padiglione in cui si parla di fame nel mondo e che è costato tre milioni di euro mi sembra una contraddizione. Rischia inoltre di essere una sorta di foglia di fico funzionale al sistema. Anzi la benedizione del sistema. Mi sarebbe sembrato più profetico non partecipare.

L’impegno e il ruolo della Chiesa sono cambiati nei corso degli anni?

Con il Concilio Vaticano II e soprattutto con la Populorum progressio di Paolo VI la Chiesa ha fatto dei passi avanti, iniziando a guardare soprattutto alle cause della povertà. Lo stesso papa Wojtyla ha parlato di «strutture di peccato», poi però non è stato capace di cogliere la novità della Teologia della Liberazione – che è il Vangelo tradotto in chiave sociale – anzi l’ha soffocata. Con Francesco mi sembra che si sia cambiata direzione, ma ora le affermazioni di principio devono diventare, soprattutto da parte delle Chiese ricche del Nord del mondo, comportamenti e azioni concrete sul piano sociale, economico e politico. Molte Chiese invece sono ancora ferme all’assistenzialismo. Inoltre, per poter essere credibile, la Chiesa deve diventare davvero povera e fidarsi di Dio più che delle strutture. Credo che oggi la Chiesa, se segue papa Francesco quando parla di “inequità” e si converte, può avere un ruolo importante nel denunciare il sistema. In caso contrario continua ad essere funzionale al sistema.

Il Sinodo virtuale dei mass media

25 giugno 2015

“il manifesto”
25 giugno 2015

Luca Kocci

Si fatica a comprendere le ragioni per cui la maggior parte dei media italiani ha accolto con entusiasmo l’Instrumentum laboris (la “traccia di lavoro”) per la fase finale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, in programma ad ottobre, presentato martedì in Vaticano. «Il Sinodo apre a gay, risposati e conviventi», «Le aperture chieste dal Papa sui fedeli risposati e i gay nel testo che prepara il Sinodo», «Comunione ai divorziati e accoglienza dei gay, il Sinodo prepara la rivoluzione di ottobre», titolavano ieri i principali quotidiani (laici).

Ma tranne il nodo dei divorziati risposati, su cui il dibattito è realmente aperto, sul resto, a cominciare dalle coppie omosessuali, la chiusura appare netta. L’unica spiegazione di una accoglienza così favorevole del documento è da rintracciare allora nell’esaltazione aprioristica di papa Francesco, a cui quasi tutti i media si sono allineati, talvolta facendo dire o fare al papa anche quello che il papa non dice o non fa. Senza con questo voler negare la nuova aria che circola nella Chiesa cattolica dal 13 marzo 2013.

Tuttavia, in questo caso, gli applausi a scena aperta sembrano fuori luogo. Sia perché papa Francesco non c’entra nulla con l’Instrumentum laboris, redatto dalla Segreteria generale del Sinodo sulla base dei risultati della discussione della prima assemblea di ottobre 2014 e delle risposte dei cattolici di tutto il mondo ad un questionario sulla famiglia (ma, si dice: il papa ha contribuito indirettamente, chiedendo queste innovazioni). Sia perché, leggendo il documento, aperture proprio non se ne vedono.

L’analisi conferma che fra magistero e credenti le distanze sono enormi. «Solo una minoranza vive, sostiene e propone l’insegnamento della Chiesa cattolica sul matrimonio e la famiglia», si legge nell’Instrumentum. «I matrimoni, religiosi e non, diminuiscono», separazioni e divorzi sono «in crescita», la «società dei consumi ha separato sessualità e procreazione».

Le cause? La «esasperata cultura individualistica del possesso e del godimento»; un certo «femminismo che ritiene la maternità un pretesto per lo sfruttamento della donna e un ostacolo alla sua piena realizzazione»; «le teorie secondo le quali l’identità personale e l’intimità affettiva devono affermarsi in una dimensione radicalmente svincolata dalla diversità biologica fra maschio e femmina» (la cosiddetta “teoria del gender”); i tentativi di riconoscere ad «una coppia istituita indipendentemente dalla differenza sessuale la stessa titolarità della relazione matrimoniale» (i matrimoni gay); ma anche guerre, migrazioni, «politiche economiche sconsiderate», politiche sociali poco attente alla famiglia, la crisi economica che genera «salari insufficienti, disoccupazione, insicurezza economica, mancanza di un lavoro dignitoso e di sicurezza sul posto di lavoro, traffico di persone e schiavitù».

La famiglia, afferma il documento, resta «il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale», e come tale va annunciata dalla Chiesa: matrimonio «naturale» fra un uomo e una donna, «indissolubile» e «procreativo».

Si dice di voler partire «dalle situazioni concrete delle famiglie di oggi», ma l’impressione è che tutto, o quasi, vada ricondotto al magistero. Convivenze e matrimoni civili vanno orientati verso il matrimonio religioso. Ogni persona, «indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza» – e ci mancherebbe altro! -, ma ci sono solo i singoli, le coppie omosessuali non esistono, anche perché, dice il Catechismo, gli atti omosessuali sono «gravi depravazioni», «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale». E infatti niente figli per coppie gay e single (l’adozione e l’educazione di un figlio «deve basarsi sulla differenza sessuale, così come la procreazione»). Confermata, ovviamente, la condanna per aborto (si sostiene con forza l’obiezione di coscienza), eutanasia («evitando l’accanimento terapeutico) e testamento biologico.

Sulla contraccezione il documento è ambiguo. È ribadita «la ricchezza di sapienza» dell’Humanae Vitae» (l’enciclica di Paolo VI che, fra l’altro, condanna la contraccezione), ma c’è un richiamo al «ruolo della coscienza» – quando «la norma morale viene avvertita come un peso insopportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona» – che apre la strada ad interpretazioni diverse. Poi la situazione dei divorziati risposati e l’accesso ai sacramenti, da cui attualmente sono esclusi. La via maestra è lo «snellimento delle procedure» per l’annullamento (una soluzione che consentirebbe di aprire le porte salvando la dottrina), ma si dice anche che «vanno ripensate le forme di esclusione attualmente praticate» e «si propone di riflettere sull’opportunità di farle cadere», tenendo presente il principio di «gradualità».

Ad ottobre i vescovi discuteranno, poi il papa deciderà, perché i Sinodi sono organi solo consultivi. E si capirà dovrà andrà davvero la Chiesa di Francesco.

Verso il Sinodo. Presentato l’Instrumentum laboris. Molte conferme, qualche apertura, tanta incertezza

24 giugno 2015

“Adista”
23 giugno 2015

Luca Kocci

Se all’assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia in programma per il prossimo ottobre ci sarà qualche apertura, probabilmente questa riguarderà solo la situazione dei divorziati risposati ed eventualmente la loro ammissione, da valutare caso per caso, ai sacramenti. Ma su tutte altre “questioni sensibili” (convivenze, unioni civili, coppie omosessuali, contraccezione) le possibilità di un qualche aggiornamento del magistero sembrano piuttosto remote, dal momento che i segnali in questa direzione non si trovano nemmeno nell’Instrumentum laboris, presentato questa mattina in Vaticano dal card. Lorenzo Baldisseri (segretario generale del Sinodo), dal card. Péter Erdő (arcivescovo di Esztergom-Budapest, relatore generale dell’assemblea ordinaria del Sinodo) e da mons. Bruno Forte (arcivescovo di Chieti-Vasto, segretario speciale dell’assemblea ordinaria del Sinodo).

Naturalmente tutto resta aperto. L’Instrumentum laboris è la “traccia di lavoro”, non la conclusione del Sinodo. Tuttavia alcune questioni sembrano, apparentemente, già ben definite, quindi pare realisticamente difficile che possa riaprirsi la discussione, sebbene il documento, in alcuni punti, risulti ambiguo, se non contraddittorio. Caratteristiche attese quest’ultime, perché l’Instrumentum laboris è il frutto e la sintesi delle risposte al questionario preparatorio da parte dei fedeli di tutto il mondo (sono arrivate 99 risposte da parte di Sinodi delle Chiese orientali cattoliche, Conferenze episcopali, Dicasteri della Curia romana e Congregazioni religiose, più 359 direttamente da parrocchie, associazioni ecclesiali, gruppi spontanei di fedeli e singoli credenti, precisa Baldisseri), i quali evidentemente non la pensano allo stesso modo. E anche perché, come del resto era già emerso durante l’assemblea straordinaria di ottobre 2014, ad essere divisi sono gli stessi vescovi.

La situazione: il magistero da una parte, i fedeli dall’altra

La prima parte dell’Instrumentum laboris – che è composto dalla Relazione finale del Sinodo di ottobre 2014 e da una serie di nuovi paragrafi elaborati e aggiunti dopo il nuovo questionario – è la fotografia della situazione esistente, in cui magistero sulla famiglia e comportamenti dei fedeli sono nettamente distanti. «Solo una minoranza vive, sostiene e propone l’insegnamento della Chiesa cattolica sul matrimonio e la famiglia, riconoscendo in esso la bontà del progetto creativo di Dio – si legge nel documento –. I matrimoni, religiosi e non, diminuiscono ed il numero delle separazioni e dei divorzi è in crescita». Si segnala «la paura dei giovani ad assumere impegni definitivi, come quello di costituire una famiglia. Più in generale, si riscontra il diffondersi di un individualismo estremo che mette al centro la soddisfazione di desideri che non portano alla piena realizzazione della persona. Lo sviluppo della società dei consumi ha separato sessualità e procreazione. Anche questa è una della cause della crescente denatalità. In alcuni contesti essa è connessa alla povertà o all’impossibilità di accudire la prole; in altri alla difficoltà di volersi assumere delle responsabilità e alla percezione che i figli potrebbero limitare la libera espansione di sé».

Le cause: contraddizioni culturali e sociali

Le cause di questa situazione, secondo il documento, sono di natura sia culturale («contraddizioni culturali») che sociale («contraddizioni sociali»).

La famiglia «continua ad essere immaginata come il porto sicuro degli affetti più intimi e gratificanti, ma le tensioni indotte da una esasperata cultura individualistica del possesso e del godimento generano al suo interno dinamiche di insofferenza e di aggressività a volte ingovernabili», si legge nell’Instrumentum laboris. Per esempio, «una certa visione del femminismo, che ritiene la maternità un pretesto per lo sfruttamento della donna e un ostacolo alla sua piena realizzazione»; «la crescente tendenza a concepire la generazione di un figlio come uno strumento per l’affermazione di sé, da ottenere con qualsiasi mezzo»; «le teorie secondo le quali l’identità personale e l’intimità affettiva devono affermarsi in una dimensione radicalmente svincolata dalla diversità biologica fra maschio e femmina», ovvero quella che la Chiesa cattolica chiama “teoria del gender”; i tentativi di voler riconoscere ad «una coppia istituita indipendentemente dalla differenza sessuale la stessa titolarità della relazione matrimoniale intrinsecamente legata ai ruoli paterno e materno, definiti a partire dalla biologia della generazione», quindi il riconoscimento dei matrimoni gay.

Ma a minare la famiglia vi sono anche cause di natura socio-politica e socio-economica: guerre, «azzeramento delle risorse», «processi migratori», «politiche economiche sconsiderate», politiche sociali poco attente alla famiglia («accresciuti oneri del mantenimento dei figli», «aggravamento dei compiti sussidiari della cura sociale dei malati e degli anziani») e, ovviamente, la crisi economica generale, cioè «una congiuntura economica sfavorevole, di natura assai ambigua, e il crescente fenomeno dell’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi e della distrazione di risorse che dovrebbero essere destinate al progetto familiare» che genera, fra l’altro, «salari insufficienti, disoccupazione, insicurezza economica, mancanza di un lavoro dignitoso e di sicurezza sul posto di lavoro, traffico di persone umane e schiavitù».

Famiglia: fragile e forte

Pur in questa situazione di enorme «fragilità», la famiglia mantiene intatta la propria «forza»: resta «il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale» e il progetto di Dio per gli essere umani, dal momento che «l’uomo e la donna come coppia sono immagine di Dio». Proprio per questo, afferma l’Instrumentum laboris, va sostenuta, anche rispetto a quelle situazioni particolari, di cui la famiglia si fa carico: la presenza di persone anziane e malate (talvolta in fase terminale) e di persone disabili, la «vedovanza».

Un’attenzione particolare viene dedicata dal documento al «ruolo delle donne», contraddicendo parzialmente l’iniziale attacco al «femminismo», identificato fra le cause della crisi. «Nei Paesi occidentali – si legge – l’emancipazione femminile richiede un ripensamento dei compiti dei coniugi nella loro reciprocità e nella comune responsabilità verso la vita familiare. Nei Paesi in via di sviluppo, allo sfruttamento e alla violenza esercitati sul corpo delle donne e alla fatica imposta loro anche durante la gravidanza, spesso si aggiungono aborti e sterilizzazioni forzate, nonché le conseguenze estremamente negative di pratiche collegate con la procreazione (ad esempio, affitto dell’utero o mercato dei gameti embrionali). Nei Paesi avanzati, il desiderio del figlio “ad ogni costo” non ha portato a relazioni familiari più felici e solide, ma in molti casi ha aggravato di fatto la diseguaglianza fra donne e uomini. La sterilità della donna rappresenta, secondo i pregiudizi presenti in diverse culture, una condizione socialmente discriminante». La Chiesa potrebbe svolgere una funzione positiva, perché «può contribuire al riconoscimento del ruolo determinante delle donne» con «una maggiore valorizzazione della loro responsabilità nella Chiesa: il loro intervento nei processi decisionali; la loro partecipazione, non solo formale, al governo di alcune istituzioni; il loro coinvolgimento nella formazione dei ministri ordinati». Tuttavia non si capisce, a questo punto, come mai il cammino della Chiesa in questa direzione sia piuttosto rallentato, se non fermo.

Matrimonio naturale, indissolubile e procreativo

L’annuncio e la pastorale della Chiesa per la famiglia devono pertanto muoversi lungo i binari tradizionali: matrimonio «naturale» fra un uomo e una donna, «indissolubile» e «procreativo». Aggiornando il linguaggio perché sia «in grado di raggiungere tutti» (e l’Instrumentum laboris insiste molto sulla formazione dei preti, dei religiosi e delle famiglie stesse, che vanno maggiormente coinvolte e responsabilizzate nei compiti pastorali, anche per contrastare quei «progetti formativi imposti dall’autorità pubblica che presentano contenuti in contrasto con la visione propriamente umana e cristiana», nei confronti dei quali va «affermato con decisione il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli educatori»). E partendo «dalle situazioni concrete delle famiglie di oggi», perché sia un annuncio «che dia speranza e che non schiacci».

Una unica famiglia

L’impressione che si ricava dall’Instrumentum laboris è però che la «pluralità delle situazioni concrete» di cui «gli agenti pastorali dovranno tener conto» vadano ricondotte all’unità già codificata dal magistero.

Convivenze e matrimoni civili, soprattutto se non motivati da «pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale», vanno orientati verso il matrimonio religioso («innestare un cammino di crescita aperto alla possibilità del matrimonio sacramentale», «attraverso la dinamica pastorale delle relazioni personali è possibile dare concretezza ad una sana pedagogia che, animata dalla grazia e in modo rispettoso, favorisca l’apertura graduale delle menti e dei cuori alla pienezza del piano di Dio»).

Le coppie omosessuali, come del resto già avvenuto nella Relazione finale dell’assemblea sinodale di ottobre 2014 (piuttosto arretrata rispetto alla Relatio post disceptationem di metà assemblea), semplicemente non esistono: «Si ribadisce – si legge – che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società. Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone». Nessun cenno alle coppie omosessuali: esistono nella società, non per la Chiesa. Ovviamente l’adozione e l’educazione di un figlio «deve basarsi sulla differenza sessuale, così come la procreazione». Niente adozione per coppie gay, quindi, ma nemmeno per i single.

E ovviamente viene ribadita la condanna per aborto (anzi si sostiene con forza l’obiezione di coscienza) ed eutanasia. «La Chiesa anzitutto afferma il carattere sacro e inviolabile della vita umana e si impegna concretamente a favore di essa. Grazie alle sue istituzioni, offre consulenza alle gestanti, sostiene le ragazze-madri, assiste i bambini abbandonati, è vicina a coloro che hanno sofferto l’aborto. A coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza. Allo stesso modo, la Chiesa non solo sente l’urgenza di affermare il diritto alla morte naturale, evitando l’accanimento terapeutico e l’eutanasia, ma si prende anche cura degli anziani, protegge le persone con disabilità, assiste i malati terminali, conforta i morenti».

Ambiguità e spiragli: contraccezione e divorziati risposati

Sebbene sia ribadita «la ricchezza di sapienza contenuta nella Humanae Vitae» (l’enciclica di Paolo VI che condannava la contraccezione artificiale), sul tema della contraccezione l’Instrumentum laboris sceglie una formulazione piuttosto ambigua che però non chiude definitivamente il discorso, indicando «due poli da coniugare costantemente. Da una parte, il ruolo della coscienza intesa come voce di Dio che risuona nel cuore umano educato ad ascoltarla; dall’altra, l’indicazione morale oggettiva, che impedisce di considerare la generatività una realtà su cui decidere arbitrariamente, prescindendo dal disegno divino sulla procreazione umana. Quando prevale il riferimento al polo soggettivo, si rischiano facilmente scelte egoistiche; nell’altro caso, la norma morale viene avvertita come un peso insopportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona. La coniugazione dei due aspetti, vissuta con l’accompagnamento di una guida spirituale competente, potrà aiutare i coniugi a fare scelte pienamente umanizzanti e conformi alla volontà del Signore».

Così come sulla situazione dei divorziati risposati, il documento lascia aperte una serie di strade, alcune in contraddizione fra loro, tutte comunque con un tasso di ambiguità che forse verrà sciolto solo durante l’assemblea di ottobre prossimo. «Si richiede da molte parti che l’attenzione e l’accompagnamento nei confronti dei divorziati risposati civilmente si orientino verso una sempre maggiore loro integrazione nella vita della comunità cristiana, tenendo conto della diversità delle situazioni di partenza», si legge nell’Instrumentum laboris. «Vanno ripensate le forme di esclusione attualmente praticate nel campo liturgico-pastorale» – quindi, fra le altre cose, l’esclusione dai sacramenti –, e «si propone di riflettere sulla opportunità di far cadere queste esclusioni», tenendo sempre presente il principio di «gradualità». La via maestra resta quello dello «snellimento delle procedure» per «il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale». Ma vi sono anche altre strade. «C’è un comune accordo – si legge – sulla ipotesi di un itinerario di riconciliazione o via penitenziale, sotto l’autorità del vescovo, per i fedeli divorziati risposati civilmente, che si trovano in situazione di convivenza irreversibile […] Si suggerisce un percorso di presa di coscienza del fallimento e delle ferite da esso prodotte, con pentimento, verifica dell’eventuale nullità del matrimonio, impegno alla comunione spirituale e decisione di vivere in continenza. Altri, per via penitenziale intendono un processo di chiarificazione e di nuovo orientamento, dopo il fallimento vissuto, accompagnato da un presbitero a ciò deputato. Questo processo dovrebbe condurre l’interessato a un giudizio onesto sulla propria condizione, in cui anche lo stesso presbitero possa maturare una sua valutazione per poter far uso della potestà di legare e di sciogliere in modo adeguato alla situazione». La prassi delle Chiese ortodosse – benedire una seconda unione dopo un periodo di penitenza – viene richiamata, senza però esprimere alcun giudizio.

«L’integrazione piena dei divorziati risposati è la meta», spiega mons. Bruno Forte durante la conferenza stampa. «In alcune situazioni si potrà arrivare alla comunione? Su questo il Sinodo dovrà rispondere».

Francesco chiede perdono ai valdesi

23 giugno 2015

“il manifesto”
23 giugno 2015

Luca Kocci

Ci sono voluti più di 800 anni, ma alla fine un pontefice romano ha chiesto «perdono» ai valdesi per le scomuniche, le persecuzioni e le violenze operate dei cattolici nei loro confronti.

«Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!». Le parole sono state pronunciate ieri mattina da papa Francesco, all’interno del tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II, a Torino, al termine della visita di due giorni nel capoluogo piemontese.

«La sua richiesta di perdono ci ha profondamente toccati e l’abbiamo accolta con gioia – la reazione del pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese (organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi) –. Naturalmente non si può cambiare il passato, ma ci sono parole che a un certo punto bisogna dire, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire la parola giusta».

Insomma benché arrivata con grande ritardo (per Galileo ci vollero “appena” 350 anni), la richiesta di perdono di papa Francesco per le gravi colpe della Chiesa cattolica nei confronti dei valdesi ha una valenza storica. Perché è il riconoscimento di errori storici e violenze compiute non da singoli uomini di fede, ma dalla stessa istituzione ecclesiastica: la prima cacciata dalla diocesi di Lione, nel 1177, dove il mercante Pietro Valdo, spogliatosi dei suoi beni, aveva cominciato a vivere e a predicare una Chiesa povera e dei poveri e a diffondere il Vangelo tradotto in volgare, infrangendo il monopolio clericale dell’annuncio della Parola; la scomunica dei valdesi da parte di papa Lucio III, nel 1184; poi, lungo tutto il medioevo, le persecuzioni, i tribunali dell’Inquisizione, i roghi, con la benedizione dei papi; infine le nuove persecuzioni, in età moderna, quando i valdesi aderirono alla Riforma protestante.

«Entrando in questo tempio – ha detto Bernardini accogliendo il papa –, lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana. Qual era il peccato dei valdesi? Quello di essere un movimento di evangelizzazione popolare svolto da laici, mediante una predicazione itinerante tratta dalla Bibbia, letta e spiegata nella lingua del popolo». Ciò che, ha aggiunto Bernardini, vogliono essere i valdesi ancora oggi: una «comunità di fede cristiana» che annuncia il Vangelo «nella libertà».

«L’inizio di una nuova stagione ecumenica», aveva auspicato Bernardini, intervistato domenica dal manifesto. In parte è così, anche se le differenze restano. Differenze di natura teologica ed ecclesiologica. «Il Concilio Vaticano II ha parlato delle Chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”», ha ricordato Bernardini, chiedendo: «Non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione, una Chiesa a metà?». Resta sullo sfondo la Dichiarazione Dominus Iesus – firmata dal card. Ratzinger, con Wojtyla papa, nel 2000 – che afferma la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. E differenze su «importanti questioni antropologiche ed etiche», ha segnalato papa Francesco: dal fine-vita (i valdesi sono a favore del testamento biologico) alle unioni omosessuali, che vengono benedette con una certa frequenza in molte chiese valdesi.

Ma ci sono anche molti punti in comune, su questioni religiose – la pubblicazione di una traduzione «interconfessionale» della Bibbia, le intese per la celebrazione dei matrimoni “misti” – e sociali, a cominciare dal lavoro comune, soprattutto in Sicilia, nell’accoglienza dei migranti che, ha denunciato Bernardini, «la fortezza Europa respinge».

«L’unità non significa uniformità, i fratelli sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro», ha detto il papa, augurandosi comunque che il «movimento ecumenico» vada avanti, perché «l’unità si fa in cammino». Magari, ha aggiunto Bernardini, con qualche traguardo raggiunto entro il 2017, a « 500 anni dalla Riforma protestante».

Nei due giorni a Torino di papa Francesco non c’è stato solo l’incontro con i valdesi. Domenica la visita alla Sindone – che, nonostante le evidenze storiche, continua ad essere venerata dai cattolici e dai papi (come ben spiegato dallo storico Andrea Nicolotti sul manifesto di sabato) –, la messa in piazza, l’incontro con i salesiani, con i disabili del Cottolengo, con i giovani (a cui ha raccomandato di essere «casti» e ha ricordato anche le vittime dimenticate della Shoah: «rom» e «omosessuali») e con «il mondo del lavoro», “ecumenicamente” rappresentato da un’operaia, un agricoltore e un imprenditore, che hanno salutato Francesco. «Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana – ha detto Bergoglio –, per la sua dignità, per la sua cittadinanza, per l’inclusione sociale. Torino è storicamente un polo di attrazione lavorativa, ma oggi risente fortemente della crisi: il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari. Il lavoro è fondamentale», e «questo richiede un modello economico che non sia organizzato in funzione del capitale e della produzione ma piuttosto in funzione del bene comune». In prima fila, ad applaudire queste parole, anche l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (Fca), Sergio Marchionne.

Il papa in visita ai valdesi. Inizio di «una nuova stagione ecumenica». Intervista al moderatore della Tavola valdese

21 giugno 2015

Adista
21 giugno 2015

Luca Kocci
«Diremo insieme una preghiera in comune, la versione ecumenica del Padre nostro, come fanno i cristiani quando si incontrano. Ci ascolteremo, ci scambieremo dei doni, e canteremo insieme. Sarà un incontro all’insegna della sobrietà e della fraternità ecumenica che negli ultimi due anni abbiamo visto crescere e rafforzarsi. Sobrietà e fraternità, del resto, sono tipiche della tradizione valdese ma anche dello stile di questo papa, che con il suo gesto conferma l’avvio di una nuova stagione ecumenica».

Così il pastore Eugenio Bernardini, da tre anni moderatore della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, presenta l’incontro e la visita che domani, lunedì 22 giugno, papa Francesco farà al tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II a Torino, durante la sua due giorni nel capoluogo piemontese, cominciata oggi, domenica 21, con la preghiera davanti alla Sindone e la messa in piazza insieme al vescovo della città, mons. Cesare Nosiglia. «Un luogo particolarmente significativo – spiega Bernardini –, perché si tratta di un tempio costruito nel 1853, cinque anni dopo il primo riconoscimento dei diritti civili e politici ai valdesi da parte di Carlo Alberto, in una città che sarebbe diventata la prima capitale del nuovo Stato unitario».

Sarà la “prima volta” di un pontefice cattolico in una chiesa valdese da quando i valdesi, la più antica minoranza cristiana del nostro Paese, sono presenti in Italia, ovvero 800 anni. Unica comunità cristiana perseguitata in due momenti diversi della storia – la prima nel XII-XIII secolo quando il mercante lionese Pietro Valdo fondò una comunità povera ed evangelica che si contrapponeva nei fatti alla ricca e potente Chiesa romana, la seconda nel ‘500 quando aderirono alla Riforma protestante –, oggi i valdesi costituiscono la principale Chiesa cristiana non cattolica in Italia, con circa 30mila fedeli. «La visita del papa rappresenta il riconoscimento del cammino ecumenico degli ultimi decenni, che ha prodotto diversi risultati – aggiunge Bernardini –. Possiamo dire che si chiude, dopo secoli, la stagione del pregiudizio, del conflitto, della condanna per essere cristiani in un modo alternativo. La visita di domani è il frutto di quello che c’è stato ma è anche impulso per il cammino ancora da fare».

Ad accogliere il papa, alle 9 di lunedì, in rappresentanza della comunità locale, sarà il presidente del Concistoro, Sergio Velluto. Seguiranno i saluti del pastore della chiesa Paolo Ribet e del moderador della Mesa Valdense di Uruguay e Argentina, Oscar Oudri. Prima dello scambio dei doni ci saranno rispettivamente gli interventi del moderatore e del papa. E sono attesi numerosi rappresentanti dell’evangelismo italiano, tra cui la presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia Alessandra Trotta, il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, pastore Massimo Aquilante, il decano della Facoltà valdese di teologia di Roma, pastore Fulvio Ferrario, il teologo Paolo Ricca, e tanti altri.

Pastore Bernardini, l’incontro di domani segnerà davvero l’inizio di una nuova stagione ecumenica?

«Ce lo auguriamo. E anche se alle nostre spalle c’è un cammino ecumenico di decenni, iniziato quindi ben prima di Francesco, pensiamo ad ulteriori possibilità di sviluppo positivo e di ascolto reciproco anche su questioni controverse di cui sicuramente domani parleremo. Con il nostro gesto vogliamo dimostrare che la diversità non è solo conflittuale, ma che è capace di vivere in comunione. Tanti credenti camminano già adesso insieme sulla pace, sulla giustizia, sulla responsabilità verso il creato. Questo incontro vuole essere l’occasione per un rinnovato impegno».

Siete stati voi ad invitare papa Francesco. Avevate invitato anche Wojtyla e Ratzinger?

«No, abbiamo scelto di invitare questo papa e non altri, sebbene dal Concilio Vaticano II in poi ci siano stati molti incontri ecumenici, ma sempre in Vaticano o in “campo neutro”».

Wojtyla e Ratzinger hanno avuto un ruolo fondamentale – il primo perché papa, il secondo perché prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – nell’elaborazione e approvazione, nel 2000, della Dichiarazione Dominus Iesus in cui si afferma con nettezza la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. È cambiato qualcosa?

«Oggi il clima mi sembra diverso, e infatti l’invito è per segnare una fraternità nuova. Papa Francesco ci ha messo molto del suo, a cominciare dalla scelta del nome, ispirato a Francesco d’Assisi, che ha molte affinità con Pietro Valdo, a partire dalla scelta per i poveri. Inoltre lo stile di papa Francesco è diretto e franco, mi sembra molto interessato al contributo di altri cristiani e alla responsabilità sociale».

Oltre la fede in Gesù Cristo, cosa unisce maggiormente cattolici e valdesi?

«Sicuramente una consonanza di idee e una fattiva per esempio sul tema dell’accoglienza dei migranti, dei profughi, dei richiedenti asilo. A Lampedusa, a Pozzallo e in altre aree, le nostre Chiese, con le proprie strutture di servizio, come la Caritas per i cattolici e le nostre opere di solidarietà, collaborano e lavorano insieme. E questo è ecumenismo diretto e dal basso. Ma ci troviamo in sintonia anche sulla pace, sulla lotta alla fame nel mondo, sulle azioni a sostegno delle fasce sociali più deboli, sulla difesa dell’ambiente: abbiamo apprezzato molto l’enciclica Laudato si’».

Infatti sull’enciclica la pastora Letizia Tomassone, da anni impegnata sul fronte della salvaguardia del Creato (e autrice del recente volume pubblicato dalla Claudiana Crisi ambientale ed etica. Un nuovo clima di giustizia), ha detto che il testo «andrà riletto e studiato con calma, tuttavia già si vede che questa enciclica potrà avere un forte peso sulla cultura del nostro tempo e, speriamo, sulle scelte economiche e industriali che gli Stati si trovano a dover fronteggiare di fronte alla crisi climatica e ambientale del pianeta. Speriamo anche che apra a un nuovo e forte impegno nel dialogo ecumenico». Su altri temi invece le distanze fra cattolici e valdesi sono enormi…

«È vero. Su famiglia – anzi famiglie –, omosessualità, ruolo delle donne nella Chiesa, questioni del fine-vita le nostre posizioni sono molto lontane. Anche se la base cattolica mi sembra più avanzata della gerarchia»

La Chiesa valdese è decisamente più aperta. È a favore del testamento biologico, benedice le unioni omosessuali, l’ultima solo pochi giorni fa al tempio valdese di piazza Cavour a Roma…

«Su questo tema il nostro Sinodo, che si svolge ogni anno ad agosto, ha elaborato un indirizzo comune, ma ha scelto di non imporre nulla dall’alto, né divieti né obblighi, ma di consentire alle singole Chiese locali di agire come meglio credono, con i loro tempi. Le dichiarazioni di principio o le imposizioni dall’alto non servono a nulla se la base non matura le scelte. Solo così si realizzano i cambiamenti reali. È un percorso coerente con la nostra storia democratica, potrebbe diventare un modello anche per altri».

Nel tempio dei valdesi. «Francesco e non altri»

21 giugno 2015

“Il manifesto”
21 giugno 2015

Luca Kocci

La prima volta di un pontefice cattolico in un tempio valdese da quando i valdesi, la più antica “minoranza” cristiana del nostro Paese, sono presenti in Italia, ovvero 800 anni.

Succederà domani, nel tempio di corso Vittorio Emanuele II a Torino. «Un luogo significativo, costruito nel 1853, cinque anni dopo il riconoscimento dei diritti civili e politici ai valdesi da parte di Carlo Alberto, in una città che sarebbe diventata la prima capitale del nuovo Stato unitario», spiega il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Unica comunità cristiana perseguitata in due momenti diversi della storia – la prima nel XII-XIII secolo quando il mercante lionese Pietro Valdo fondò una comunità povera ed evangelica che si contrapponeva nei fatti alla ricca e potente Chiesa romana, la seconda nel ‘500 quando aderirono alla Riforma protestante –, oggi i valdesi costituiscono la principale Chiesa cristiana non cattolica in Italia, con circa 30mila fedeli. «La visita del papa rappresenta il riconoscimento del cammino ecumenico degli ultimi decenni – aggiunge Bernardini –. Si chiude, dopo secoli, la stagione del pregiudizio, del conflitto, della condanna per essere cristiani in un modo alternativo. La visita di domani è il frutto di quello che c’è stato ma è anche impulso per il cammino ancora da fare».

Avete invitato voi papa Francesco. Lo avevate fatto anche con Wojtyla e Ratzinger?

«No, abbiamo scelto di invitare questo papa e non altri, sebbene dal Concilio Vaticano II in poi ci siano stati molti incontri ecumenici, in Vaticano o in “campo neutro”».

Wojtyla e Ratzinger hanno avuto un ruolo fondamentale – il primo perché papa, il secondo perché prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – nella pubblicazione, nel 2000, della Dichiarazione Dominus Iesus in cui si afferma con nettezza la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. È cambiato qualcosa?

«Oggi il clima mi sembra diverso, e infatti l’invito segna una fraternità nuova. Papa Francesco ci ha messo molto del suo, a cominciare dalla scelta del nome, ispirato a Francesco d’Assisi, che ha molte affinità con Pietro Valdo, a partire dalla scelta per i poveri. Inoltre lo stile di papa Francesco è diretto e franco, si mostra interessato al contributo di altri cristiani e alla loro responsabilità sociale».

È l’inizio di una nuova stagione ecumenica?

«Ce lo auguriamo. Alle nostre spalle c’è un cammino ecumenico iniziato ben prima di Francesco, ma pensiamo ad ulteriori possibilità di sviluppo positivo e di ascolto reciproco anche su questioni controverse».

Quali?

«Ne parleremo domani».

Oltre la fede in Gesù Cristo, cosa unisce maggiormente cattolici e valdesi?

«Una consonanza di idee e una fattiva collaborazione per esempio sul tema dell’accoglienza dei migranti, dei profughi, dei richiedenti asilo. A Lampedusa, a Pozzallo e in altre aree, le nostre Chiese, con le proprie strutture di servizio, lavorano insieme. E questo è ecumenismo diretto e dal basso. Ma ci troviamo in sintonia anche sulla pace, sulle azioni a sostegno delle fasce sociali più deboli, sulla difesa dell’ambiente: abbiamo apprezzato molto l’enciclica Laudato si’».

Su altri temi invece le distanze sono grandi…

«Su famiglia – anzi famiglie –, omosessualità, ruolo delle donne nella Chiesa, fine-vita le nostre posizioni sono lontane. Ma la base cattolica mi sembra più avanzata della gerarchia»

La Chiesa valdese è decisamente più aperta. È a favore del testamento biologico, benedice le unioni omosessuali, l’ultima solo pochi giorni fa a Roma…

«Su questo tema il nostro Sinodo, che si svolge ogni anno ad agosto, ha elaborato un indirizzo comune, senza però imporre nulla, né divieti né obblighi, ma consentendo alle singole Chiese locali di agire come meglio credono. Le dichiarazioni di principio, le imposizioni dall’alto non servono a nulla se la base non matura le scelte. Solo così si realizzano cambiamenti reali. È un percorso coerente con la nostra storia democratica, potrebbe diventare un modello anche per altri».

Il Vicariato di Roma precetta gli insegnanti di religione: tutti in piazza contro il gender

20 giugno 2015

20 giugno 2015

Luca Kocci

Per la manifestazione contro le unioni omosessuali e la “teoria del gender”, la diocesi di Roma – ovvero la diocesi del papa – ha chiamato alle armi tutti gli insegnanti di religione cattolica delle scuole pubbliche romane.

«Carissimo/a, desidero comunicarle che sabato 20 giugno è stata organizzato un corteo da piazza della Repubblica a piazza san Giovanni per contestare il disegno di legge Cirinnà (su matrimonio e adozioni di coppie omosessuali) e il disegno di legge Fedeli (che, nonostante l’apparenza di doverosa tutela delle “pari opportunità”, mira ad introdurre organicamente nelle scuole l’educazione sessuale secondo la gender theory)», si legge nella lettera – resa nota dall’agenzia Adista – inviata il 5 giugno a tutti i docenti di religione nelle scuole pubbliche della capitale da don Filippo Morlacchi, direttore dell’ufficio diocesano per la pastorale scolastica. «Il Vicariato di Roma – prosegue la lettera – non è tra i promotori ufficiali dell’iniziativa, ma la appoggia, conoscendo bene il significato dei disegni di legge ricordati: perciò, anche a nome del cardinale Vicario, vi esorto a partecipare a questa mobilitazione, quantomeno per esprimere che i temi sensibili dell’educazione non possono essere imposti dall’alto. È giusto che il coinvolgimento pubblico degli insegnanti non si limiti a contestare scelte di natura amministrativa o economica, come recentemente è accaduto (le proteste contro la “buona scuola” di Renzi, n.d.r.) ma si manifesti anche quando si tratta di temi squisitamente educativi, certamente non meno importanti».

L’uso degli insegnanti di religione – pagati dallo Stato ma scelti dalla Curia – per contrastare le iniziative legislative sgradite alla Chiesa cattolica non è nuovo. A novembre fu l’ufficio per la pastorale scolastica della Diocesi di Milano (retta dal card. Scola) a chiedere ai docenti di religione di segnalare alla Curia le scuole in cui venivano organizzati progetti educativi tesi «a delegittimare la differenza sessuale affermando un’idea di libertà che abilita a scegliere indifferentemente il proprio genere e il proprio orientamento sessuale». Pochi giorni dopo arrivò la richiesta di «scusa» da parte della Curia milanese, che però scaricò la responsabilità su un anonimo «collaboratore» del servizio insegnamento religione cattolica reo di aver inviato una comunicazione «formulata in modo inappropriato». Succederà anche a Roma?

Se impoverisce il mondo non è più progresso

19 giugno 2015

“il manifesto”
19 giugno 2015

Luca Kocci

È stata presentata ieri in Vaticano Laudato si’, l’enciclica ecologica di papa Francesco «sulla cura della casa comune», annunciata da tempo e anticipata dall’Espresso che lunedì scorso, violando l’embargo, ha pubblicato una bozza, come prevedibile, uguale all’originale.

Titolata in italiano – anzi in volgare umbro del XIII secolo, visto che si tratta di un verso del Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi – invece del tradizionale latino, l’enciclica è ampia, ma la tesi è compatta.

Il rapido sviluppo industriale e tecnico degli ultimi due secoli – dalla prima rivoluzione industriale – ha assegnato un enorme «potere» agli esseri umani, presto trasformato in «dominio», «saccheggio» delle risorse e «sfruttamento» della Terra, dei popoli e delle persone. L’economia e la finanza – non enti astratti, ma capitalisti, banche e multinazionali – hanno preso il sopravvento sulla politica, e la «massimizzazione del profitto» è diventato il valore dominante e il motore del sistema. Questo processo ha generato una grave «crisi ecologica», che è anche crisi «sociale» ed «umana», di cui l’ambiente e miliardi di esseri umani impoveriti sono vittime sacrificali, necessarie al mantenimento del sistema e al benessere di pochi. Ci vogliono, allora, una «resistenza» allo sfruttamento e all’oppressione strutturali e una «conversione ecologica», che per realizzarsi hanno bisogno di una «rivoluzione culturale» capace di sovvertire il «paradigma tecnocratico» che comanda «sull’economia e sulla politica». Come? Lungo due vie: un mutamento delle azioni politiche e finanziarie, auspicando una «autorità politica mondiale» attenta al bene comune (che sembra un’idea piuttosto velleitaria, anche perché lo stesso Bergoglio, nell’enciclica, elenca i fallimenti dei vertici internazionali per il clima e lo sviluppo sostenibile); e, dal basso, nuovi stili di vita («sobrietà», buone pratiche, consumo critico) e azioni politiche (campagne in difesa dei beni comuni, boicottaggio) per stimolare o costringere imprese e istituzioni a cambiare rotta. Il messaggio è rivolto «a ogni persona che abita questo pianeta». I cristiani, convinti che la Terra sia dono di Dio, devono essere «coerenti con la propria fede» e non contraddirla «con le loro azioni».

L’analisi della situazione è dettagliata, talvolta ripetitiva, sono inseriti elementi della dottrina apparentemente fuori tema, dalla condanna dell’aborto («non è compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto») alla rivendicazione della «mascolinità» e «femminilità» di ogni essere umano contro la pretesa di «cancellare la differenza sessuale». «Sorella» Terra «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla».

E i «sintomi di malattia» sono ovunque, «nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi»: inquinamento che provoca «milioni di morti», urbanizzazione e cementificazione selvaggia, «perdita di biodiversità», rifiuti che trasformano la Terra «in un immenso deposito di immondizia», «riscaldamento globale», riduzione di «risorse essenziali come l’acqua potabile», spesso privatizzata e «trasformata in merce». Una distruzione ambientale che ha conseguenze sulle persone: «È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali».

Le cause sono tutte umane, riconducibili ad una: la «massimizzazione del profitto», difesa dalle oligarchie con «nuove guerre mascherate con nobili rivendicazioni» e con una «concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui». Invece è il contrario, perché ad esempio «il salvataggio delle banche» è stato fatto pagare «alla popolazione», senza «riformare l’intero sistema», anzi riaffermando «un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi».

Chi dice questo viene accusato di voler «fermare irrazionalmente il progresso e lo sviluppo umano», ma non è così, scrive Francesco. Si tratta piuttosto di dare vita a «un’altra modalità di progresso e di sviluppo» – uno «sviluppo sostenibile», una «decrescita in alcune parti del mondo» –, «che potrà offrire altri benefici economici a medio termine». Una soluzione radicale: «Non basta conciliare in una via di mezzo la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro», la stessa «crescita sostenibile diventa spesso un diversivo» e una «giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine». Bisogna «ridefinire il progresso», perché «uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso».

Salvini: «Non abbiamo bisogno del perdono del papa»

18 giugno 2015

“il manifesto”
18 giugno 2015

Luca Kocci

Papa Francesco non lo aveva nominato, ma Matteo Salvini evidentemente si è sentito chiamato in causa se ha avuto la necessità di rispondere per le rime dai microfoni di Radio Padania.

«Preghiamo per tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità», ha detto ieri mattina Bergoglio in piazza San Pietro, al termine dell’udienza del mercoledì, ricordando che sabato prossimo sarà la Giornata mondiale del rifugiato. «Incoraggio l’opera di quanti portano loro un aiuto – ha proseguito il papa – e auspico che la comunità internazionale agisca in maniera concorde ed efficace per prevenire le cause delle migrazioni forzate. E vi invito tutti a chiedere perdono per le persone e le istituzioni che chiudono la porta a questa gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita».

«Quanti rifugiati ci sono in Vaticano?», ha chiesto poco dopo Salvini da Radio Padania. «Il problema è che i rifugiati sono solo un quarto di quelli che arrivano. Noi non abbiamo bisogno di essere perdonati, pecchiamo come tutti ma ci sentiamo buoni e generosi più di altri pseudo-cattolici che dicono che c’è posto per tutti. Sono curioso di vedere se a Torino domenica e lunedì il papa vedrà solo dei profughi o incontrerà anche qualche sfrattato torinese. Non credo», dice il segretario della Lega, sbagliando però, perché il programma della visita prevede, domenica, proprio il pranzo con alcuni senza fissa dimora. «Peccato mi piaceva tanto all’inizio, adesso boh?», la conclusione interlocutoria di Salvini. Calderoli, con il suo stile, prova a mettere pace fra i due: «Papa Francesco venga a trovarci o invii qualcuno domenica a Pontida per ascoltare la voce del popolo».

Excusatio non petita, accusatio manifesta (scusa non richiesta, accusa manifesta) avrebbe detto un uomo del Medioevo. Non Salvini ovviamente che, vista la poca dimestichezza con la grammatica italiana («sono clandestini, il migrante è un gerundio», ha spiegato pochi giorni alla trasmissione televisiva Virus), probabilmente ne avrà ancor meno con il latino. Ma soprattutto perché quella del segretario della Lega non è una richiesta di scusa, ma una rivendicazione.

Del resto che Bergoglio non fosse di suo gradimento, Salvini lo aveva intuito immediatamente: «Lunga vita e proficua missione al papa argentino, ma da milanese mi tengo ben stretto il cardinal Scola!», aveva twittato subito dopo l’elezione del papa. Se non gradisce il papa – scelta più che legittima – Salvini apprezza però il cattolicesimo trasformato e usato come religione civile: dalle battaglie leghiste per l’affermazione delle «radici cristiane dell’Europa», alle crociate per il crocefisso e il presepe nelle scuole. Così come accoglie a braccia aperte personalità, associazioni e movimenti del cattolicesimo integralista che sempre più spesso – per esempio a Roma lo scorso 28 febbraio – partecipano alle manifestazioni della Lega inneggiando a “Dio, Patria e Famiglia”.

Comunque Salvini non è da solo. Oltreoceano Jeb Bush, candidato cattolico repubblicano alla presidenza Usa, a proposito dei passaggi sui cambiamenti climatici presenti nell’enciclica Laudato si’ che uscirà ufficialmente oggi – in particolare si parla dei migranti a causa del degrado ambientale, non riconosciuti come rifugiati dalle convenzioni internazionali –, dice: «Il papa eviti di parlare di clima, non mi faccio dettare l’agenda».