La pace sia con Sarajevo

“il manifesto”
6 giugno 2015

Luca Kocci

È un viaggio breve ma con un programma fitto e dai contenuti densi quello che compie oggi papa Francesco a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina.

Venti anni fa, nel novembre 1995, fu stipulato l’Accordo di Dayton che pose formalmente fine alla guerra che da tre anni (1992-1995) insanguinava la Bosnia (e del più ampio conflitto balcanico vanno sempre ricordate le responsabilità del Vaticano che fu tra i primi a riconoscere la secessione e l’indipendenza della Croazia dalla Jugoslavia). Ma pochi giorni dopo la visita del papa ricorrerà anche il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, l’11 luglio 1995, quando migliaia di musulmani bosniaci (8mila i morti ufficiali, forse più di 10mila quelli reali) furono massacrate delle truppe serbo-bosniache a Srebrenica, che si trovava sotto la tutela delle Nazioni Unite. E cento anni fa, anzi 101, il 28 giugno 1914, l’attentato di Sarajevo in cui vennero uccisi Francesco Ferdinando – erede al trono dell’Impero austroungarico – e sua moglie Sofia diede il via alla prima guerra mondiale.

Anche per tutti questi motivi la pace è il tema portante del viaggio di Francesco in Bosnia, il cui motto è, non a caso, “la pace sia con voi”. Tanto più che quella che venne firmata a Dayton è una pace di carta più che sostanziale, come ha spiegato mons. Vukšić, vescovo ordinario militare e vicepresidente della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina. «La pace che c’è oggi in Bosnia ed Erzgovina è una pace ingiusta – ha dichiarato il presule ai microfoni di Radio Vaticana –. Grazie a Dio non c’è più la guerra, non si spara più, non ci sono vittime. Ma la situazione giuridica che si è determinata non garantisce a tutti i cittadini la possibilità di accedere ai beni sociali in modo uguale». E come hanno riferito direttamente a papa Francesco tutti i vescovi della Bosnia-Erzegovina, durante la visita ad limina a marzo scorso (l’incontro che almeno ogni cinque anni i vescovi di tutto il mondo hanno in Vaticano con il papa per informarlo sulla situazione della loro regione): «Le conseguenze della guerra sono ancora molto vive, soprattutto perché molte persone hanno perso figli, mariti, familiari e quello che avevano costruito in una vita è andato distrutto. Le ferite sono ancora aperte».

La pace, quindi, è il primo punto dell’agenda di Francesco, come del resto ha illustrato egli stesso nel video-messaggio in preparazione al viaggio registrato qualche giorno fa e diffuso dai canali televisivi in tutta la Bosnia Erzegovina: «Vengo tra voi – ha detto Bergoglio – soprattutto per incoraggiare la convivenza pacifica nel vostro Paese».

Il dialogo interreligioso e il sostegno alla minoranza cattolica sono gli altri due temi dell’agenda del papa che, nella giornata che trascorrerà a Sarajevo, incontrerà il presidente della Repubblica di turno (il serbo Mladen Ivanic), celebrerà una messa nello stadio Koševo, pranzerà con i vescovi, incontrerà preti, religiosi e religiose, parteciperà ad un incontro ecumenico ed interreligioso e concluderà con un meeting con i giovani. Sarajevo è infatti la città divisa di un Paese separato in tre gruppi etnico-religiosi: i bosniaci musulmani (40-45%), i serbi ortodossi (30-35%) e i croati cattolici (10-15%) – questi ultimi dimezzati dagli anni ’90 ad oggi, passando da 800mila a 400mila –, senza contare le altre minoranze, a cominciare dai rom. Una realtà multietnica e multiculturale, dove per esempio “famiglie miste” e matrimoni misti” sono in gran numero, ma dove i conflitti sono ancora vivi, anche perché non si è mai realizzato un vero processo di riconciliazione fondato sulla giustizia. E dove la crisi economica morde più che altrove, tanto che c’è un alto tasso di emigrazione per disoccupazione. Per questo, ha detto ancora papa Francesco nel video-messaggio trasmesso in Bosnia Erzegovina, «vengo tra voi per confermare nella fede i fedeli cattolici e per sostenere il dialogo ecumenico ed interreligioso».

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: