Verso il sinodo: da «Civiltà Cattolica» una proposta per tenere insieme dottrina e misericordia

“Adista”
n. 22, 20 giugno 2015

Luca Kocci

Introdurre una «legge di gradualità» che non sconfini «in una morale soggettivistica» ma che permetta «che la giustizia si accompagni a una applicazione più equa e che la fermezza sui princìpi vada di pari passo con la misericordia per le persone nel loro cammino individuale».

Potrebbe essere questa la “soluzione” ai nodi più aggrovigliati in discussione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia – accesso ai sacramenti per i divorziati, convivenza, coppie omosessuali – che hanno spaccato in due episcopato e comunità cristiana: conservatori, timorosi che la dottrina tradizionale possa essere sovvertita, e progressisti, sostenitori di un deciso cambio di direzione che aggiorni il magistero. Una sintesi che consentirebbe di superare l’impasse fra «tutto o niente» e che salvi «dottrina» e «misericordia», anzi che interpreti la dottrina con le lenti della misericordia.

L’ipotesi viene avanzata in una sede autorevole: il fascicolo n. 3959 (del 13 giugno 2015) di Civiltà Cattolica, quindicinale dei gesuiti le cui bozze, prima della pubblicazione, passano al vaglio della Segreteria di Stato. E da uno «scrittore» – così si chiamano i redattori del quindicinale – di punta, perché la proposta è avanzata dal domenicano p. Jean-Miguel Garrigues (attualmente docente di teologia patristica e dogmatica all’Institut Supérieur Thomas d’Aquin, allo Studio domenicano di Tolosa e al Seminario di Ars) in un lungo colloquio («“Chiesa di puri» o «nassa composita”?») con il direttore di Civiltà Cattolica, p. Antonio Spadaro, uno degli uomini più vicini a papa Francesco. Si tratta insomma non di un contributo fra i tanti al dibattito presinodale, ma di un parere autorizzato ai massimi livelli (e infatti, non a caso, il vaticanista Sandro Magister, capofila dell’opposizione “da destra” a Francesco, in pochissimi giorni ha pubblicato tre ampi post sul suo blog per smontare la tesi di p. Garrigues).

Il «Gps divino»

L’immagine plastica con cui p. Garrigues sintetizza la sua proposta è quella del «Gps divino» (il Gps è il sistema di posizionamento e navigazione satellitare, quello che usano i “navigatori” da automobile o gli smartphone di ultima generazione, n.d.r.), che consente di arrivare comunque alla meta finale (quindi la dottrina è salva) anche seguendo strade diverse da quelle dirette, o canoniche (ecco la misericorda, a seconda dei casi). «Che cosa fa il Gps quando deviamo dall’itinerario indicato per raggiungere l’indirizzo cercato?», spiega p. Garrigues. «Non ci chiede di tornare al punto di partenza per riprendere il primo itinerario che ci ha indicato. Ci propone direttamente un itinerario alternativo a partire dalla situazione in cui ci troviamo. Ecco: analogamente, ogni volta che deviamo a causa del nostro peccato, Dio non ci chiede di tornare al nostro punto di partenza, perché la conversione biblica del cuore, la metanoia, non è un ritorno (epistrophē) platonico all’inizio. Dio ci riorienta verso Lui stesso tracciando un nuovo percorso verso di Lui. Notiamo che, come gli indirizzi non cambiano nel Gps, così i fini morali non cambiano nel governo divino. Quello che cambia, e quanto!, è il percorso di ogni persona nel suo libero cammino verso la moralizzazione teologale, e infine verso Dio».

Applicando la similitudine del Gps ai temi controversi in discussione al Sinodo, soprattutto l’accesso ai sacramenti per i divorziati riposati, il ragionamento si fa chiaro. «Perdere la comprensione dei fondamenti della coppia e della famiglia significherebbe voler procedere senza bussola, governati soltanto da una compassione affettiva condannata a cadere in un sentimentalismo irreali sta – spiega il domenicano –. Per esempio, è una verità insuperabile che tutti i cristiani vivono sotto la legge del Cristo e che a tutti vada applicata l’indissolubilità del matrimonio. Non c’è dunque “gradualità della legge”, una finalità morale che varierebbe a seconda delle situazioni del soggetto. Tuttavia non significa negare o relativizzare questa verità il fatto di chiedere a coloro che non riescono a seguire questo comandamento del Cristo di non aggiungere al peccato di infedeltà quello di ingiustizia». Quindi «ecco dove si colloca la “legge di gradualità”, che invita le persone che, di fatto, non sono capaci di rompere di colpo con un peccato e uscire progressivamente dal male cominciando a fare la parte di bene, ancora insufficiente ma reale, di cui sono capaci». Infatti, aggiunge p. Garrigues, «gli uomini possono camminare verso la salvezza del Cristo compiendo una parte non trascurabile di bene morale in una unione imperfettamente matrimoniale. Se le persone non si santificano mediante queste unioni di fatto, possono comunque farlo in queste unioni per tutto ciò che in esse dispone alla carità attraverso l’aiuto reciproco e l’amicizia. Tutti coloro che hanno frequentato divorziati che si sono risposati civilmente e coppie omosessuali hanno potuto spesso constatare questa disposizione talvolta eroica, per esempio in caso di prove fisiche o morali. In che cosa il negare tutto questo renderà più forti le nostre certezze e la nostra testimonianza alla verità?».

Rigidità dottrinale contraria al sensus fidei

«La rigidità dottrinale e il rigorismo morale possono portare anche i teologi a posizioni estremiste, che sfidano il sensus fidei dei fedeli e perfino il semplice buon senso», spiega il domenicano, che presenta poi due casi concreti. «Penso ad una coppia della quale un componente è stato precedentemente sposato, coppia che ha bambini e ha una vita cristiana effettiva e riconosciuta. Immaginiamo che la persona già sposata abbia sottoposto il precedente matrimonio a un tribunale ecclesiastico che ha deciso per l’impossibilità di pronunciare la nullità in mancanza di prove sufficienti, mentre loro stessi sono convinti del contrario senza avere i mezzi per provarlo. Sulla base delle testimonianze della loro buona fede, della loro vita cristiana e del loro attaccamento sincero alla Chiesa e al sacramento del matrimonio,

in particolare da parte di un padre spirituale esperto, il vescovo diocesano potrebbe ammetterli con discrezione alla Penitenza e all’Eucaristia senza pronunciare una nullità di matrimonio. Egli estenderebbe così a questi casi una deroga puntuale a titolo della buona fede che la Chiesa già dà alle coppie di divorziati che si impegnano a vivere nella continenza». E poi il caso in cui, «dopo il divorzio e il matrimonio civile, i congiunti divorziati hanno vissuto una conversione a una vita cristiana effettiva, di cui può essere testimone tra gli altri il padre spirituale. Essi credono comunque che il loro matrimonio sacramentale sia stato veramente tale e, se potessero, cercherebbero di riparare la loro rottura perché vivono un pentimento sincero: ma hanno dei bambini, e d’altronde non hanno la forza di vivere nella continenza. Che cosa fare in questo caso? Si deve esigere da loro una continenza che sarebbe temeraria senza un carisma particolare dello Spirito? Si tratta di domande su cui si dovrà riflettere».

Non «Chiesa di puri» ma «nassa composita di giusti e peccatori»

P. Garrigues, con la sua proposta, non indica ovviamente una “rivoluzione copernicana” ma una soluzione fedele «a una vecchia tradizione romana di misericordia ecclesiale verso i peccatori», secondo la quale la Chiesa non è una comunità di «puri» ma, citando sant’Agostino, una «“nassa (rete, n.d.r.) composita” di giusti e peccatori». «La visione di Francesco è quella di una Chiesa per tutti, perché Cristo è morto davvero per tutti gli uomini, senza eccezioni, non per alcuni. La Chiesa non è quindi un club selettivo e chiuso: né quello di un ambiente sociale cattolico per tradizione, e nemmeno quello di persone capaci di virtuoso eroismo». È tracciato lo stretto sentiero per trovare, al Sinodo, «l’articolazione tra la verità dei fondamentali della fede e la misericordia pastorale per le persone». Un sentiero che pare però scivoloso e, soprattutto, non esente da contraddizioni che inevitabilmente verranno evidenziate.

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