Nel tempio dei valdesi. «Francesco e non altri»

“Il manifesto”
21 giugno 2015

Luca Kocci

La prima volta di un pontefice cattolico in un tempio valdese da quando i valdesi, la più antica “minoranza” cristiana del nostro Paese, sono presenti in Italia, ovvero 800 anni.

Succederà domani, nel tempio di corso Vittorio Emanuele II a Torino. «Un luogo significativo, costruito nel 1853, cinque anni dopo il riconoscimento dei diritti civili e politici ai valdesi da parte di Carlo Alberto, in una città che sarebbe diventata la prima capitale del nuovo Stato unitario», spiega il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Unica comunità cristiana perseguitata in due momenti diversi della storia – la prima nel XII-XIII secolo quando il mercante lionese Pietro Valdo fondò una comunità povera ed evangelica che si contrapponeva nei fatti alla ricca e potente Chiesa romana, la seconda nel ‘500 quando aderirono alla Riforma protestante –, oggi i valdesi costituiscono la principale Chiesa cristiana non cattolica in Italia, con circa 30mila fedeli. «La visita del papa rappresenta il riconoscimento del cammino ecumenico degli ultimi decenni – aggiunge Bernardini –. Si chiude, dopo secoli, la stagione del pregiudizio, del conflitto, della condanna per essere cristiani in un modo alternativo. La visita di domani è il frutto di quello che c’è stato ma è anche impulso per il cammino ancora da fare».

Avete invitato voi papa Francesco. Lo avevate fatto anche con Wojtyla e Ratzinger?

«No, abbiamo scelto di invitare questo papa e non altri, sebbene dal Concilio Vaticano II in poi ci siano stati molti incontri ecumenici, in Vaticano o in “campo neutro”».

Wojtyla e Ratzinger hanno avuto un ruolo fondamentale – il primo perché papa, il secondo perché prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – nella pubblicazione, nel 2000, della Dichiarazione Dominus Iesus in cui si afferma con nettezza la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. È cambiato qualcosa?

«Oggi il clima mi sembra diverso, e infatti l’invito segna una fraternità nuova. Papa Francesco ci ha messo molto del suo, a cominciare dalla scelta del nome, ispirato a Francesco d’Assisi, che ha molte affinità con Pietro Valdo, a partire dalla scelta per i poveri. Inoltre lo stile di papa Francesco è diretto e franco, si mostra interessato al contributo di altri cristiani e alla loro responsabilità sociale».

È l’inizio di una nuova stagione ecumenica?

«Ce lo auguriamo. Alle nostre spalle c’è un cammino ecumenico iniziato ben prima di Francesco, ma pensiamo ad ulteriori possibilità di sviluppo positivo e di ascolto reciproco anche su questioni controverse».

Quali?

«Ne parleremo domani».

Oltre la fede in Gesù Cristo, cosa unisce maggiormente cattolici e valdesi?

«Una consonanza di idee e una fattiva collaborazione per esempio sul tema dell’accoglienza dei migranti, dei profughi, dei richiedenti asilo. A Lampedusa, a Pozzallo e in altre aree, le nostre Chiese, con le proprie strutture di servizio, lavorano insieme. E questo è ecumenismo diretto e dal basso. Ma ci troviamo in sintonia anche sulla pace, sulle azioni a sostegno delle fasce sociali più deboli, sulla difesa dell’ambiente: abbiamo apprezzato molto l’enciclica Laudato si’».

Su altri temi invece le distanze sono grandi…

«Su famiglia – anzi famiglie –, omosessualità, ruolo delle donne nella Chiesa, fine-vita le nostre posizioni sono lontane. Ma la base cattolica mi sembra più avanzata della gerarchia»

La Chiesa valdese è decisamente più aperta. È a favore del testamento biologico, benedice le unioni omosessuali, l’ultima solo pochi giorni fa a Roma…

«Su questo tema il nostro Sinodo, che si svolge ogni anno ad agosto, ha elaborato un indirizzo comune, senza però imporre nulla, né divieti né obblighi, ma consentendo alle singole Chiese locali di agire come meglio credono. Le dichiarazioni di principio, le imposizioni dall’alto non servono a nulla se la base non matura le scelte. Solo così si realizzano cambiamenti reali. È un percorso coerente con la nostra storia democratica, potrebbe diventare un modello anche per altri».

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