Archive for luglio 2015

Crisi dell’informazione religiosa: i dehoniani chiudono “Il Regno” e “Settimana”

29 luglio 2015

“Adista”
n. 28, 1 agosto 2015

Luca Kocci

Alla vigilia del suo sessantesimo compleanno chiude Il Regno, la storica rivista dei Sacerdoti del Sacro Cuore, meglio conosciuti come dehoniani, fondata nel 1956. E cessa le pubblicazioni anche un’altra importante testata, Settimana, che ha appena compiuto cinquanta anni di vita, essendo stata rilevata nel 1965 dai dehoniani, che la acquisirono dalle edizioni Presbiterium di Padova (allora si chiamava Settimana del clero).

Le motivazioni sono sostanzialmente di natura economica: il forte calo degli abbonati, scesi dai 12mila fino ai 7mila del 2014 e ulteriormente diminuiti a 5-6mila dopo la decisione di pubblicare dal 2015 il fascicolo del Regno Documenti – la rivista è composta da un fascicolo di Notizie e da uno di Documenti (come Adista) – solo nella versione online (ma alcuni dicono che in realtà i numeri degli abbonati sono un po’ inferiori); e di conseguenza i costi divenuti «insostenibili», come spiega p. Lorenzo Prezzi, direttore del Centro editoriale dehoniano di Bologna, interpellato da Vatican Insider. Da qui la decisione di chiudere, dal 31 dicembre 2015, le due riviste (insieme anche ad una terza, Musica e assemblea), comunicata con una nota del Centro editoriale e della Provincia italiana settentrionale dei Sacerdoti del Sacro Cuore diffusa lo scorso 16 luglio (anche se la deliberazione sarebbe precedente di qualche mese). «Una decisione sofferta e dolorosa che indebolisce la nostra presenza nella Chiesa italiana e nel dibattito civile. E tuttavia inevitabile, malgrado tutti gli sforzi di questi ultimi anni per evitarla», si legge nel comunicato. «Le ragioni dell’amara decisione risiedono nell’accumularsi di stratificazioni di crisi diverse: dal profondo mutamento del comparto dei media, che penalizza la comunicazione cartacea e modifica le forme della comunicazione, al restringersi del bacino di utenza del personale ecclesiale (preti, religiosi e religiose); dal peso della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni fino alla sempre più problematica distribuzione postale. Il peso dei deficit delle riviste obbliga alla decisione nel contesto del piano di ristrutturazione del Centro editoriale dehoniano». Che fra l’altro ha visto qualche anno fa la chiusura della tipografia – quindi riviste e libri vengono fatti stampare all’esterno – e di una serie di librerie, infine la recente fusione del settore distribuzione dei dehoniani, Pro Liber, con Messaggero Distribuzioni.

Una spiegazione confermata anche dal direttore, Gianfranco Brunelli, e dalla redazione del Regno in una comunicazione ai lettori pubblicata sul sito internet della rivista: «Questa decisione della proprietà, la Provincia dell’Italia settentrionale dei dehoniani, è sofferta ed è grave, ed è assunta a fronte di una crisi strutturale ed economica che in questi anni non ha risparmiato nessuno, neppure noi». Anche se, fra le righe, si coglie un certo disappunto nella decisione della Direzione del Centro editoriale dehoniano: «Chiudere questa nostra storia nel momento in cui il pontificato di papa Francesco rilancia in ogni punto della vita della Chiesa lo spirito e la forma del Concilio Vaticano II, di cui questa rivista è stata tra i protagonisti, ha persino qualcosa di paradossale oltre che di doloroso». Non ci sono sullo sfondo, come fu per esempio durante la scissione del 1971 (v. notizia successiva), divisioni interne di natura ecclesiologica, tuttavia la scelta dei dehoniani di chiudere le riviste “di punta” – soprattutto Il Regno ma anche Settimana – evidentemente non convince del tutto. Tanto che Brunelli auspica che la questione non sia archiviata del tutto e che si possano trovare forme diverse per continuare a mantenere in vita la testata, magari presso un altro editore – circola, come ipotesi, il nome del Mulino – che però dovrebbe rilevare la testata dai dehoniani. «Come direttore e come redazione – si legge ancora – ci auguriamo che questa storia possa proseguire in altro modo e in altra forma nella continuità di un servizio d’informazione religiosa che è stato in questi 60 anni libero, competente e fedele». Un’ipotesi a cui però p. Prezzi non sembra credere: quello di Brunelli «è un auspicio, ma purtroppo nulla di più». Ernesto Preziosi, già vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica, oggi deputato del Partito democratico, ha presentato un’interrogazione parlamentare «per conoscere se e quali iniziative il governo intenda assumere al fine di convocare un tavolo di confronto con gli editori con l’obiettivo di scongiurare la chiusura del Regno e di Settimana». E il movimento Noi Siamo Chiesa commenta: «Il Regno chiude. Incredibile che nella Chiesa italiana, in qualche modo, non si riesca a tenerlo aperto con lo spreco di risorse in tanta stampa e in tante iniziative inutili».

Proseguono ovviamente tutte le altre iniziative editoriali dei dehoniani (casa editrice e 12 riviste, la metà di taglio scientifico, curate da alcune Facoltà teologiche, quindi con costi decisamente inferiori). Anzi, precisa il comunicato del Centro dehoniano, la chiusura del Regno e di Settimana «può consentire il rafforzamento delle altre attività». Resta il fatto che, di fronte a problemi economici, e quindi alla necessità di recuperare risorse, la scelta della proprietà è stata di rinunciare proprio al principale strumento di informazione e riflessione della Congregazione e uno dei più seri ed autorevoli ancora rimasti in Italia. Una vicenda, quindi, paradigmatica dello stato e dell’attenzione per l’informazione in Italia, in particolare per l’informazione religiosa, anche, o soprattutto, da parte dell’istituzione e del mondo cattolico.

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La parabola del “Regno” nel racconto di un ex redattore. Intervista a Luigi Sandri

29 luglio 2015

“Adista”
n. 28, 1 agosto 2015

Luca Kocci

“Non fiori ma opere di bene” è il titolo dell’editoriale del giugno 1971 che segnò una vicenda importante nella vita del Regno ma anche nella storia dell’informazione religiosa in Italia. A causa di divergenze con l’autorità ecclesiastica – soprattutto per una diversa modalità di relazione con la gerarchia: non silente e obbediente, ma dialettica e autonoma – l’intera redazione del Regno venne “licenziata” e sostituita con una maggiormente allineata. «La morte di questo Regno, secondo noi, è stata decretata da una giuria nota per nome», si legge nell’editoriale del 1971: «Segreteria di Stato», «Conferenza episcopale italiana», «Curia bolognese», «Autorità dehoniane che, spaventate da una perdita di favori presso le gerarchie, decidevano di assumersi la responsabilità di queste decisioni». Senza trascurare che «il caso Regno si iscrive in un più ampio disegno di “normalizzazione” da tempo in atto nella Chiesa, e in ciò quella italiana come sempre dà l’esempio. Repressione di comunità e di preti che tentano di reincarnare il Vangelo (è la stagione dell’Isolotto e delle prime comunità cristiane di base, di Giulio Girardi e Giovanni Franzoni, ma anche di p. Turoldo e p. Balducci, guardati a vista dall’autorità ecclesiastica, n.d.r.), repressione di quegli strumenti di comunicazione che di simili tentativi e delle conseguenti repressioni sono indesiderati testimoni (…). Proprio perché il disegno era più vasto e perciò più grave, ci è parso che spazio di cedimento e di compromesso sui principi non ce ne dovesse essere», anche perché i dissensi non riguardavano tanto singole questioni specifiche, il fatto stesso che «esistesse una voce libera; fallibile, imprecisa, artigianale, ma libera».

Abbiamo approfondito la vicenda, ma anche lo stato dell’informazione religiosa e la crisi del Regno di oggi (v. notizia precedente), con uno dei protagonisti di quella stagione, Luigi Sandri, allora religioso dehoniano e redattore (“licenziato”) del Regno, poi fondatore di Com, corrispondente dell’Ansa da Mosca e da Tel Aviv, collaboratore di altri organi di informazione, saggista, autore fra l’altro del recente Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere, Il Margine, Trento 2013 (v. Adista Notizie n. 36/13).

Il Regno nasce nel 1956 e, nel giro di pochi anni, da house organ della Congregazione dei dehoniani diventa uno dei periodici di punta del mondo cattolico. Come avviene questa trasformazione?

«Il Concilio Vaticano II è l’evento decisivo che contribuì a spingere alcuni dehoniani, tra essi Valentino Comelli e Giuseppe Albiero, alla trasformazione del Regno da periodico di devozione ad una vera e propria rivista di informazione, con uno sguardo ampio sulla Chiesa romana a livello globale, sulle altre Chiese e religioni e, naturalmente, sulle questioni fondamentali del mondo e della società italiana in rapida trasformazione».

In questa trasformazione, anche la relazione con l’istituzione ecclesiastica si evolve e diventa dialettica…

«Il rapporto con l’istituzione era il nodo più delicato: “come” e “quanto” sostenere idee teologiche e prassi pastorali aperte, seppure talora in contrasto con le chiusure post-conciliari, volute dalla Curia romana, e che apparvero con crescente evidenza già nei secondi anni ‘60 del Novecento? Non si deve dimenticare che Il Regno usciva con l’imprimatur della Curia di Bologna. Finché alla guida della diocesi ci fu il card. Lercaro è filato tutto liscio. Poi con l’arrivo del card. Poma le cose cambiarono»

Possiamo ricordare qualche episodio?

«Nel luglio 1968 uscì l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI. Naturalmente demmo conto dei numerosi e contrapposti commenti, “pro” ma anche “contro”. Poi nel 1969 decidemmo di pubblicare l’enciclica insieme ai commenti di quasi un centinaio di Conferenze episcopali. Alla fine del libro, Humanae vitae e magistero episcopale, c’era un indice per temi che curai io stesso che, sui temi più caldi – contraccezione, amore, coscienza, libertà, magistero – riportava i punti salienti delle diverse dichiarazioni. Diventavano così evidenti contraddizioni sia tra alcuni episcopati e l’enciclica, sia tra episcopato ed episcopato. Per quel volume davamo per scontato l’imprimatur, dato che pubblicavamo testi ufficiali senza commento. Ma il card. Poma si irritò moltissimo: mi convocò e ci obbligò a cancellare l’imprimatur. Come fare, però, essendo ormai tutti i libri stampati? Non potevamo certo mandarli al macero. Con un timbro di colore blu tentammo di oscurare, copia per copia, la parola proibita che però… si intravvedeva!».

Poi ci fu la vicenda legata alla pubblicazione, non autorizzata, della Lex Ecclesiae fundamentalis, una sorta di “costituzione” della Chiesa cattolica

«Era un progetto a cui Paolo VI teneva moltissimo. In sostanza essa era pensata come la “Magna charta” alla quale avrebbero dovuto ispirarsi il Codice di Diritto canonico della Chiesa latina e il Codice dei canoni delle Chiese orientali. All’ipotesi montiniana era fortemente contrario il Centro di documentazione di Bologna (oggi Fondazione per le scienze religiose, n.d.r.): il massimo esponente del gruppo, il prof. Giuseppe Alberigo (storico della Chiesa e autore di una monumentale Storia del Concilio Vaticano II in più volumi edita dal Mulino, n.d.r.) notava, a ragione, che la Chiesa ha già una “legge fondamentale”: l’Evangelo. In tale contesto, riuscimmo ad avere il testo della Lex, che era segretissimo: nel luglio 1970 lo pubblicammo nel testo originale latino e con una traduzione italiana. Lo scoop, apprendemmo poi, ci attirò l’ira di settori della Curia romana, che giurarono di farcela pagare. Ma il passo che osammo ebbe almeno un merito: una volta conosciuto, il progetto della Lex provocò tali critiche nel mondo teologico e giuridico-canonico che, infine, portarono al naufragio dello stesso».

Fu questo l’evento scatenante della crisi del 1971, con il “licenziamento” dei redattori del Regno?

«Questo ma anche altro – dossier, studi, riflessioni, notizie, documenti tendenti a dare una interpretazione alta del Vaticano II – ci resero ogni giorno più invisi a larghi settori della Curia romana e dell’episcopato italiano, dove pure c’erano prelati che ci incoraggiavano. E scosse anche, dall’interno, la Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore (i dehoniani, n.d.r.) della provincia dell’Italia settentrionale, molti dei quali erano turbatissimi della “piega” che stava prendendo Il Regno: grande era il loro disagio per una rivista che, a loro giudizio, non faceva altro che “criticare Paolo VI”, così “tradendo” il fondatore, p. Dehon, sempre legatissimo al papato. La “fronda” spinse i superiori ad intervenire. All’epoca il direttore era un laico, Gabriele Gherardi; in redazione vi era un altro laico, Paolo Pombeni, e tre dehoniani: Enzo Franchini (della vecchia guardia, e con il quale il fossato, teologico e di mentalità, dal ’69 al ’71 era andato approfondendosi sempre più), Rufillo Passini e me; solo nell’ultimissimo scorcio arrivò anche Giulio Madona».

Cosa accadde nel giugno 1971?

«I superiori dehoniani decisero di azzerare la redazione, per proporne un’altra che, pur tra apparenti equilibrismi, la sconvolgeva. Io ero di fatto estromesso. Raccontammo ai lettori quello che stava accadendo nell’editoriale di un numero speciale del giugno 1971 (“Non fiori ma opere di bene”) e poi, caso unico nella storia dell’informazione religiosa, facemmo una sorta di “sciopero”, impedendo l’uscita dei numeri successivi della rivista. Ad agosto, ad Assisi, durante il convegno annuale della Pro Civitate Christiana, ci fu un appello a favore del “nostro” Regno che raccolse numerose adesioni. Giovanni Franzoni, abate di San Paolo, tentò una mediazione con i superiori dehoniani, ma essa fallì».

E così nacque un nuovo periodico, Com…

«In autunno la rivista riprese ad uscire con un’altra direzione e redazione; e tre di noi, Gherardi, Passini e me, insieme a persone provenienti da altre esperienze, e con il sostegno di molti cattolici, nel 1972 fondammo una nuova rivista, Com, sottratta all’autorità ecclesiastica. Poi nel 1974 essa si fuse con il settimanale valdese Nuovi Tempi e nacque Com Nuovi Tempi, che nel 1989 diverrà Confronti, tuttora esistente».

Al di là delle vicende specifiche, quale era il problema di fondo?

«Eravamo “insopportabili” perché quello che nella Chiesa non ci piaceva lo dicevamo e lo scrivevamo apertamente. Ma questo rendeva difficile il rapporto con l’istituzione e, soprattutto, con quanti ritenevano l’allineamento con la Curia romana la stella polare delle cose da scrivere o da non scrivere. Visto con il senno di poi, e considerando quanto sta accadendo oggi con papa Francesco, penso di poter dire che, nel nostro piccolo, allora facemmo un buon lavoro, anche in vista del futuro. Tacere, o piegare la schiena, non fa mai bene all’informazione. E anche alla Chiesa (romana, nel caso)».

Come hai reagito alla notizia della prossima chiusura del Regno?

«Non sapevo nulla della crisi economica del Centro editoriale dehoniano. E così, quando ho appreso la notizia della chiusura della rivista mi sono sentito male, come accade per un dramma in famiglia. Perciò – In spem contra spem – mi auguro davvero che Il Regno possa continuare a vivere».

Tasse alle paritarie, la Chiesa trema e contrattacca

26 luglio 2015

“il manifesto”
26 luglio 2015

Luca Kocci

Hanno avuto l’effetto di una bomba esplosa all’improvviso le sentenze della Corte di cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Imposta comunale sugli immobili (Ici) mai versata nel periodo 2004-2009 per un importo di 422mila euro.

Superato lo shock iniziale di una situazione che potrebbe riguardare quasi 9mila scuole cattoliche (su un totale di oltre 13mila paritarie) e una cifra di 1-2 miliardi di euro (a seconda che il recupero dell’Ici si limiti al 2010-2011 oppure comprenda anche il periodo 2004-2009, ma questo caso, essendo trascorsi 5 anni, vale solo per i contenziosi già avviati), la Conferenza episcopale italiana ha schierato l’artiglieria pesante, mons. Galantino, segretario generale della Cei (il secondo in grado, dopo il card. Bagnasco), che ha bollato la sentenza come «ideologica» e «pericolosa», perché limita «la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa».

Cosa c’entri il pagamento delle tasse con la «libertà di educazione» è argomentato dai massimi dirigenti delle scuole cattoliche. «Sono sentenze che lasciano interdetti, perché costringeranno le scuole paritarie, che hanno già dei bilanci in rosso, a chiudere», riducendo così la libertà di educazione, spiega a Radio Vaticana don Macrì, presidente della Federazione istituti attività educative (Fidae), tanto più che molti Comuni, «con i tagli che hanno subito, cercheranno in tutti i modi di rastrellare qualche soldo». E padre Ciccimarra, presidente dell’Associazione gestori istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica (Agidae): «Bisognerebbe chiudere tutte le scuole, perché altrimenti tra un po’ saremo oggetto di decreti ingiuntivi e di procedure fallimentari».

Di nuovo Galantino, che dà delle sentenze dei giudici della Cassazione – toghe rosse anche loro? – una lettura tutta politica: «Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia, perché ho la netta sensazione che si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia», prosegue il segretario della Cei, che brandisce i numeri: «A scegliere le scuole paritarie sono 1 milione e 300mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro (ogni anno, ndr), lo Stato risparmia 6 miliardi e mezzo». Un’affermazione lapalissiana: lo Stato risparmia, è vero, ma perché sono le famiglie a pagare il servizio con le rette annuali, se così non fosse, non risparmierebbe più. Su un punto Galantino ha ragione: la questione non riguarda solo le scuole cattoliche, ma tutte le scuole paritarie che l’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 62 del 2000 riconobbe come parte del sistema nazionale di istruzione, generando una serie di contraddizioni con la Costituzione e con normative particolari, come quella sull’Ici.

La storia Ici-Chiesa comincia più di 10 anni fa, con un’altra sentenza della Cassazione che, su ricorso del Comune di L’Aquila, condannò le suore zelatrici del Sacro cuore a pagare l’imposta perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse. Nel 2005 intervennero Berlusconi e Tremonti che stabilirono l’esenzione dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo Prodi corresse il tiro con un avverbio: l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché non avessero «esclusivamente» natura commerciale. Le situazioni limite furono sanate, ma i margini restavano ampi. I Radicali presentarono diversi ricorsi all’Europa, sostenendo che le esenzioni si configuravano come illegittimi aiuti di Stato, accolti sia da Bruxelles (che nel 2012 riconobbe la violazione, ma chiuse la questione perché era impossibile quantificare le somme dovute) sia dalla Corte di giustizia di Strasburgo, che lo scorso anno censurò la Commissione proprio perché non impose il pagamento delle cifre non versate.

Si vedrà ora cosa innescheranno le sentenze della Cassazione. Sempre che non intervenga di nuovo il governo a sanare tutto. «Penso che ci sia una riflessione da fare», ha dichiarato la ministra dell’Istruzione Giannini, convinta sostenitrice del sistema di istruzione pubblico-privato. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi, ciellino (e molte scuole paritarie sono targate Comunione e Liberazione), a Radio Vaticana è ancora più chiaro: «Queste scuole fanno un servizio di pubblica utilità. Certo sono gestite in maniera commerciale, ma come si fa a non mettere in pratica un’attività commerciale se bisogna pagare l’affitto, le utenze?». E anche il Parlamento – tranne Sel, M5S e qualche piddino a briglie sciolte – è critico verso i giudici del Palazzaccio e compatto perché si trovi presto una soluzione. Immarcescibile Salvini su Facebook: «Per fortuna che ci sono tante scuole private, anche religiose, che fanno quello che lo Stato non riesce a fare. Ma che la Chiesa si lamenti perché deve pagare l’Imu sugli immobili quando ogni giorno invita ad accogliere immigrati a casa degli italiani mi pare strano. Sacrifici per gli altri, esenzioni per loro».

La questione, comunque, riguarda il passato, ovvero Ici e forse Imu. Per il presente il discorso è chiuso: la Tasi – che ha sostituito le precedenti imposte – prevede l’esenzione totale per le scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 5.739 euro (scuole per l’infanzia), 6.634 euro (primarie), 6.836 euro (medie) e 6.914 euro (superiori). Cifre non propriamente da studenti poveri.

Mons. Romero, martire in odium iustitiae. Intervista a don Pierluigi Di Piazza

24 luglio 2015

“Adista”
n. 27, 25 luglio 2015

Luca Kocci

«Ho sentito nel profondo dell’animo la sollecitazione a partecipare alla beatificazione di mons. Romero, vescovo martire ucciso sull’altare, mentre offriva il pane e il vino dell’Eucarestia, a San Salvador il 24 marzo 1980».

A parlare così è don Pierluigi Di Piazza, fondatore, nel 1992, e principale animatore del centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine). Con lui, benché siano trascorsi due mesi dalla cerimonia di beatificazione di Romero (v. Adista Notizie n. 21/15 e Adista Documenti n. 22/15), vogliamo ripercorrere quei momenti e approfondire i temi fondamentali legati alla vicenda del vescovo di San Salvador: la profezia e il martirio.

«Mons. Oscar Romero è stato ed è veramente un santo e un martire, uomo di Dio e del popolo», dice Di Piazza. «Padre Jon Sobrino, teologo della liberazione che ho avuto nuovamente l’onore di incontrare, inizia un suo libro su Romero prendendo spunto dall’affermazione di un contadino: “Monsignor Romero ha detto la verità. Ha difeso noi poveri. Per questo lo hanno ucciso”».

Don Pierluigi che ricordo serbi della celebrazione di beatificazione a San Salvador?

L’evento è stato preparato in modo centralizzato: cardinale, vescovi, 1.400 preti, 300 diaconi, si dice 300 forse 400mila persone sulla grande piazza e nelle vie adiacenti. Avrebbero espresso maggiormente la realtà le preghiere di un ragazzo e una ragazza, di un contadino, di una donna, a cominciare da una sorella, una suora fra quelle che hanno custodito con premura gli effetti personali di Romero nell’Hospitalito, il luogo dove è stato ucciso. Ma il popolo è stato ugualmente contento di questo evento come conferma universale della Chiesa cattolica della convinzione in loro presente fin dalla sua uccisione che il vescovo Romero è martire e per questo santo, perché la fede in Dio lo ha portato ad essere voce dei poveri, dei senza voce, a dire la verità e per questo ad essere ucciso.

Ti sembra che il popolo, rispetto alla gerarchia, abbia vissuto con maggiore partecipazione ed adesione la beatificazione?

La fede del popolo nei suoi vissuti ed espressioni è certo più viva di quella delle nostre comunità parrocchiali. L’atteggiamento della gerarchia è sullo stesso piano di quella italiana, e anche se ora tutti parlano bene di Romero e della sua beatificazione, sappiamo che non è stato sempre così e che molto vescovi lo ostacolarono.

Mons. Romero è stato dichiarato martire in odium fidei, “in odio alla fede”, al momento l’unica formula canonica prevista. Un’espressione che però sembra depotenziare il ruolo sociale e politico di Romero, delle sue denunce della violenza del regime militare. Come del resto è accaduto per altri cristiani, penso per esempio a padre Puglisi, anch’egli martire in odium fidei, quasi a voler ridimensionare il suo impegno di prete contro la mafia. Non sarebbe il caso di sottolineare, oltre o più che l’odium fidei, l’odium iustitiae e riconoscere pienamente il ruolo sociale di questi martiri?

Penso che la definizione martirio in odium fidei sia parziale e possa risultare fuorviante se mancano un approfondimento e un ampliamento di significato. Fra l’altro coloro che contrastarono Romero e poi decisero di ucciderlo si consideravano cristiani, difensori del cristianesimo nei confronti dei comunisti e dei ribelli, paladini della sicurezza nazionale, che significava la conservazione della situazione esistente di un’oligarchia ricca e privilegiata e di una moltitudine di poveri, di potenti che trovavano stretta alleanza con l’esercito, la polizia, la guardia nazionale, gli squadroni della morte e di tanta gente del popolo oppressa, colpita, uccisa, ferita, fatta sparire. Inoltre mons. Romero è stato contrastato anche dai vescovi, da quella parte del clero e dei cattolici che lo criticavano perché troppo politico, troppo di sinistra. Sono anch’io convinto che mons. Romero è stato ucciso perché profondamente credente nel Dio di Gesù, fedele alla sua Parola, ma per questo coinvolto nelle vicende del popolo, voce dei senza voce, coraggioso nel dire la verità, nel difendere, non solo nell’aiutare i poveri. Difendere infatti significa scoprire, evidenziare e denunciare gli oppressori, i carnefici, proprio a partire dal riconoscimento e dalla conoscenza delle vittime. Romero in nome di Dio e del popolo, indivisibili fra loro, si è totalmente coinvolto, si è impegnato al massimo per la dignità di ogni persona, per la giustizia, la cessazione della violenza, la pace. È stato ucciso in odio alla fede, che di per sé implica l’impegno per la giustizia, quindi insieme in odio alla giustizia. Mi pare quindi importante trovare un’altra espressione più rispondente alla realtà.

Forse non viene fatto anche per non sottolineare l’importanza di alcune correnti teologiche decisamente schierate dalla parte degli oppressi, come la teologia della liberazione… 

Sì, è vero, ancora non lo si fa perché c’è il timore di riconoscere l’impegno nella storia richiesto proprio dal Vangelo. Non si tratta di una collocazione ideologica, né partitica, ma del coinvolgimento diretto a cui conduce la sintonia con il Dio di Gesù di Nazareth. La politica autentica dovrebbe essere uno strumento nella laicità della storia.

Quale significato può avere per la Chiesa la beatificazione di Romero dopo anni di ostracismo, se non di vera e propria emarginazione?

La beatificazione di mons. Romero, per paradosso, può essere maggiormente significativa per coloro per i quali non era strettamente necessaria perché già lo sentivano santo per come ha vissuto nei tre anni da arcivescovo di San Salvador, per come è andato incontro alla morte convinto di risuscitare nel suo popolo, come realmente si percepisce presente e vivo come luce, forza, sostegno. Me lo hanno confermato in tanti.

Chi?

Per esempio il teologo della liberazione, p. Jon Sobrino, il teologo direttore del Centro “Mons. Romero”, Rodolfo Cardenal, e mons. Urioste, il quale, inizialmente, era fra i preti che alla nomina ad arcivescovo di Romero avevano dimostrato contrarietà, ma che si fece immediatamente coinvolgere da Romero standogli sempre accanto. Mons. Urioste mi ha detto di aver avvertito la beatificazione di Romero come l’affermazione della verità su di lui della Chiesa cattolica: ci sono state critiche e illazioni quando era in vita e dopo il suo martirio, e per questo lunghi e incomprensibili approfondimenti sulle sue parole e sulle sue azioni che hanno lasciato incredule moltitudini di persone. Ora, con un ritardo inconcepibile che già da molto tempo era diventato motivo di fastidio morale, si è affermato di fronte a tutta l’umanità.

Può dire qualcosa anche per la Chiesa di oggi e di domani?

Riconoscere Romero martire, riconoscere le donne, gli uomini del popolo fra cui preti, religiose e religiosi martiri, significa seguire la Chiesa del Vangelo che papa Francesco ci propone in modo così significativo, alternativa alla Chiesa del potere, del denaro, dei privilegi, dei tatticismi, la Chiesa povera e dei poveri, schierata, decisa, forte della fede, fedele nell’annuncio e coerente nella testimonianza, incarnata nelle periferie esistenziali, appassionata del Vangelo e quindi della verità, della giustizia e della pace. Romero è fra i martiri di un popolo martire. Ma è un segno non solo per la Chiesa del Salvador e dell’America Latina, ma per la Chiesa universale perché propone la strada della dedizione, fino al martirio, per affermare e difendere la dignità delle persone, per pretendere giustizia, verità, non violenza, pace.

Da più parti si chiede che dopo la beatificazione di Romero, papa Francesco “riabiliti” quei vivi che ancora oggi sono vittime dell’emarginazione e della condanna: da Küng a Gaillot, da Leonardo Boff al “nostro” Giovanni Franzoni. Che ne pensi?

Sarebbe un segno importante. Ma ritengo che non possiamo pretenderlo da papa Francesco e che se non avvenisse nei tempi auspicati, questo comporterebbe una critica nei suoi confronti.

Per quale motivo?

Penso che papa Francesco vada incoraggiato e sostenuto, perché il suo percorso di cambiamento della Chiesa è arduo e incontra evidenti difficoltà.

E comunque una “riabilitazione” di questi cristiani perseguitati dalla Chiesa sarebbe importante?

Sì, perché comunicherebbe il fatto che queste persone, donne e uomini, sono state e sono vere credenti, appassionate del Vangelo e coinvolte nell’incontro con tante persone, superando i muri della diffidenza, del pregiudizio, dell’esclusione, impegnati per la giustizia, la pace, l’accoglienza, la salvaguardia del Creato, per una Chiesa del Vangelo, umana come umanissimo è stato Gesù che ci ha comunicato con la sua piena umanità il suo essere presenza di Dio nella storia. E comporterebbe una richiesta di perdono: per non aver capito, per aver giudicato in base alle rigidità istituzionali, dottrinali e di schemi ritenuti immodificabili.

Fascioleghisti all’attacco. Forza Nuova e Salvini contro il vescovo e il parroco pro immigrati

22 luglio 2015

“Adista”
22 luglio 2015

Luca Kocci

Sono sempre in prima fila per rivendicare le «radici cristiane dell’Europa» e inchiodare crocefissi nelle aule scolastiche, ma ai fascisti e ai leghisti – ormai sempre più una cosa sola: fascioleghisti – i vescovi e i preti che si schierano dalla parte degli immigrati proprio non piacciono.

Lo dimostrano due episodi accaduti negli ultimi giorni

Il primo, nella notte fra venerdì e sabato, ad Avezzano, popoloso Comune abruzzese in provincia dell’Aquila. Militanti neofascisti di Forza Nuova (movimento politico fondato da Roberto Fiore e Massimo Morsello, condannati negli anni ‘80 per associazione sovversiva e banda armata, quando gravitavano nella galassia dell’estrema destra extraparlamentare) affiggono a pochi metri dalla cattedrale uno striscione in cui è scritto: «Per il vescovo prima i clandestini, per Forza Nuova prima gli italiani». La colpa di mons. Pietro Santoro, vescovo di Avezzano, secondo i forzanovisti? Quella di predicare e di praticare in diocesi l’accoglienza verso gli immigrati. «Andiamo avanti con il Vangelo», la replica pacata di mons. Santoro (per un saggio del cattolicesimo in salsa nazionalista di Forza Nuova, basta leggere il punto n. 6 del manifesto programmatico del movimento: «Forza Nuova chiede il ritorno in vigore del Concordato del 1929 con cui lo Stato italiano riconosce alla Chiesa Romana il suo ruolo di guida spirituale del popolo e pone i giusti confini tra opera dello Stato e opera della Chiesa. Forza Nuova ritiene essenziale che la Fede che ha accompagnato il nostro popolo per duemila anni, venga custodita e trasmessa fedelmente alle future generazioni respingendo la cultura nichilista e laicista oggi imperante»).

Il secondo episodio comincia venerdì a Spoleto (Pg) e continua anche in queste ore sul web. Don Gianfranco Formenton, veneto di origine ma da anni a parroco a Sant’Angelo in Mercole, all’indomani della rivolta anti-immigrati di Quinto di Treviso – dove la popolazione, spalleggiata dal “governatore” leghista del Veneto Luca Zaia, ha respinto il trasferimento di un centinaio di profughi in un residence del Comune –, ha affisso un cartello sul portone della sua parrocchia in cui si legge: «In questa Chiesa è vietato l’ingresso ai razzisti…tornate a casa vostra!», e le parole di Gesù del Vangelo di Matteo «Ero straniero e non mi avete accolto… Lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno». La foto del cartello sul portone fa il giro del web, raccogliendo centinaia di commenti di diverso segno. Non può astenersi dal dire la sua Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, paladino dei presepi nelle scuole: «Don Gianfranco Formenton, parroco a Spoleto, attacca la Lega, parlando di razzismo, odio, squadrismo, Hitler e Mussolini» (sic!), scrive Salvini sul proprio profilo facebook. «“Vietato l’ingresso ai razzisti” si legge all’ingresso della “sua” chiesa. Forse il parroco preferisce gli affaristi alla Mafia Capitale? Preferisce gli scafisti, gli schiavisti, i terroristi? Povera Spoleto e povera Chiesa, se questo è un prete…». Sobria anche la replica di don Formenton, contattato da un giornale locale (Tuttoggi.info): «È è un invito delicato a tornare a casa, a riflettere che la Casa del Popolo di Dio non è il posto per chi rifiuta di accogliere i poveri, un monito, legittimo, doveroso, ricordare ai razzisti che questa non è la loro casa, ci si devono sentire stranieri in questa casa. Mi pare che Gesù sia stato più duro di me annunciandogli il fuoco eterno».

Ma più che il papa (qualche settimana fa attaccato dallo stesso Salvini sempre sul tema immigrazione), i vescovi o i preti che si schierano dalla parte degli immigrati, ai fascioleghisti non piace il Vangelo: va bene il cattolicesimo quando può essere brandito come religione civile contro islamici, omosessuali ed emarginati, ma non il Vangelo della fraternità e della giustizia.

Non esistono situazioni di peccato «irreversibili». Il teologo Dianich sui divorziati risposati

18 luglio 2015

“Adista”
n. 26, 18 luglio 2015

Luca Kocci

Possono esistere delle situazioni di peccato irreversibili per le quali il perdono sacramentale è di fatto impossibile? È questa la domanda fondamentale a cui i padri sinodali, nell’Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia in programma ad ottobre, dovranno rispondere, con particolare riferimento alla condizione dei divorziati risposati, la cui “colpa”, secondo l’attuale disciplina ecclesiastica, sembra appunto imperdonabile. Il teologo Severino Dianich affronta il nodo sul fascicolo di luglio di Vita pastorale, mensile per operatori pastorali edito dalle Edizioni San Paolo, aggiungendo un nuovo autorevole contributo di segno riformista e “aperturista” a quello di Civiltà Cattolica di poche settimane fa, con il colloquio fra p. Antonio Spadaro (direttore del quindicinale dei gesuiti) e il teologo domenicano p. Jean-Miguel Garrigues (v. Adista Notizie n. 22/15).

La domanda e il titolo stesso dell’articolo di Dianich («Situazioni irreversibili?») prendono spunto da alcune espressioni a proposito dei divorziati risposati contenute nell’Instrumentum laboris («irreversibilità della situazione», «convivenza irreversibile») che, in sede di presentazione del documento, avevano destato qualche perplessità fra i vaticanisti (v. Adista Notizie n. 24/15). E la risposta di Dianich è negativa: non esistono «situazioni irreversibili», il confessore deve poter concedere l’assoluzione.

Il punto di partenza, questo sì al momento «irreversibile», è l’attuale disciplina ecclesiastica. «Si parte dal principio, che nessuno mette in discussione, che per volontà del Signore il matrimonio è indissolubile», scrive Dianich. «Ma chi vive una relazione coniugale diversa è in una condizione costante di peccato. Dunque, chi persiste in una relazione coniugale diversa da quella del suo matrimonio non può essere assolto». Un «sillogismo» che però secondo Dianich non fa i conti con l’«enorme varietà delle situazioni concrete»: «C’è chi, senza alcuna ragione plausibile, ha tradito e abbandonato il coniuge per una nuova unione. C’è chi, invece, ha divorziato per non dover subire violenza o, magari, per difendere i bambini dal coniuge che ne stava abusando. C’è chi divorzia per realizzare una nuova unione, ma c’è anche chi è stato costretto a divorziare e perviene a una nuova unione senza che prima mai l’avesse desiderato». E «ci sono, infine, situazioni dalle quali chi si pente può uscire ma ci sono anche situazioni di fatto irreversibili, o perché si tratta di un’esperienza di vita prolungata ormai nel tempo, o perché si sono creati nuovi doveri ai quali non si può venir meno, senza commettere ancora peccato e produrre nuove sofferenze».

Ma la disciplina ecclesiastica vigente non prende in alcuna considerazione queste situazioni variegate e diversificate. Si limita a tagliare a metà la vita delle persone. «L’argomentazione che sostiene l’esclusione dalla comunione eucaristica dei divorziati risposati poggia sull’idea dello status peccati in cui essi vivono», scrive Dianich (ovvero lo “stato di peccato”, cioè quello di vivere una nuova relazione affettiva senza che la prima sia stata dichiarata nulla). «Di un actus peccati (“atto di peccato”) si può essere assolti se pentiti, da uno status peccati no, anche se si è pentiti, salvo che non se ne esca». Con il paradosso quindi, argomenta Dianich, che «chi ha ucciso la moglie, per esempio, e si risposa, se si pente e si confessa, potrà essere assolto, mentre non lo potrà chi non è disposto, o addirittura non può, abbandonare la nuova convivenza che sta vivendo nella fedeltà e nell’amore». Certo per i divorziati risposati c’è la tradizionale «via d’uscita» del «vivere come fratello e sorella», ma «ogni pastore e confessore sa bene quanto la proposta appaia ai fedeli plausibile solo nella mente dei teologi che, fra l’altro, in gran parte sono fedeli dotati della vocazione al celibato».

La questione di fondo è allora «se nella fede cristiana si possa pensare si diano situazioni di peccato che risultino di diritto o di fatto irreversibili. È possibile che, nella Chiesa, dei fedeli si sentano dire che dal loro status peccati essi non possono uscire se non assumendo un impegno che, data la loro esperienza, ritengono, pur volendo, non riusciranno ad adempiere? O che si sentano dire di dover rompere un patto che, comunque fosse, è consistito nell’impostazione di una convivenza che, anche questa, intendeva avere i caratteri propri della famiglia?». Un vicolo cieco da cui si può uscire – questa la conclusione e anche la proposta di Dianich – solo offrendo «una via di riconciliazione con Dio» da consegnare al «foro interno», perché la particolarità delle situazioni «sembrerebbe essere più pertinente al sacramento della confessione che a un’istanza di carattere puramente giuridico».

Non è in discussione l’indissolubilità del matrimonio, puntualizza Dianich, ma «solo la disciplina ecclesiastica» da adottare verso coloro che non sono riusciti a realizzarla. E che, «consapevoli degli errori e dei peccati commessi, desiderano riconciliarsi con Dio e vivere in pienezza la vita della Chiesa».

Il Vaticano ha i conti in utile. Dai media allo Ior, diocesi e musei

17 luglio 2015

“il manifesto”
17 luglio 2015

Luca Kocci

Il Vaticano chiude in attivo i conti del 2014 registrando complessivamente un saldo positivo di 38 milioni di euro.

I bilanci della Santa sede e del Governatorato della Città del Vaticano sono stati resi noti ieri dalla Segreteria per l’economia, il “superministero” economico voluto da papa Francesco che ha assorbito una serie di competenze fino ad ora distribuite in vari organismi, guidato da un uomo di fiducia di Bergoglio, il cardinale australiano George Pell, un conservatore che ha fra i suoi punti di riferimento Margaret Thatcher, come confessò egli stesso in un’intervista nella quale disse di ispirarsi all’interpretazione della parabola evangelica del buon samaritano della lady di ferro: «Se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

Come succede di solito, la Santa sede va in rosso e conta perdite per oltre 25 milioni (nel 2013 il bilancio segnò -24 milioni). Il Governatorato invece è in attivo per oltre 63 milioni (nel 2013 “solo” +33 milioni). Quindi considerando unitariamente i risultati dei due bilanci – che sono le due gambe di un unico corpo –, il Vaticano chiude il 2014 con un cospicuo attivo di 38 milioni di euro. Se a questa cifra poi venissero aggiunti anche i risultati positivi dello Ior (ente autonomo, con una contabilità separata), che nel 2014 ha fatto segnare un utile netto di 69 milioni, e i proventi dell’Obolo di san Pietro (le offerte al papa «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» da parte dei fedeli di tutto il mondo) – non si conoscono le somme raccolte nel 2014, ma nel 2013 furono 78 milioni di dollari (57 milioni di euro) – il risultato finale sarebbe ancora più roseo.

Separando i due bilanci, si registra che la Santa Sede, ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti gli organismi della Curia, l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede e i mezzi di comunicazione – ha chiuso il 2014 con un deficit di 25 milioni e 621mila euro. Il maggior capitolo di spesa è quello del personale, 2.880 dipendenti che sono costati oltre 126 milioni di euro. Le cifre non vengono comunicate, ma chiudono in rosso anche i mezzi di comunicazione (Osservatore Romano e Radio Vaticana), mentre sono in attivo il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti del papa (e dei papi dell’ultimo cinquantennio). Su questo fronte è in vista una riorganizzazione, anche per razionalizzare le spese: a fine giugno papa Francesco ha creato la Segreteria per la comunicazione, un nuovo dicastero che coordinerà tutti i media vaticani. Il deficit della Santa sede viene in parte ripianato da «favorevoli investimenti» (non precisati), dai contributi che arrivano dalle diocesi del mondo (21 milioni) e dallo Ior (50 milioni).

Affari ottimi, invece, per il Governatorato della Città del Vaticano, ovvero lo Stato vaticano. Il 2014 si è chiuso con un attivo di 63 milioni e 519mila euro. Gran parte delle entrate sono arrivate dai biglietti di ingresso staccati dai musei vaticani ma soprattutto da «investimenti favorevoli», anche in questo caso non specificati né in natura né in entità.

Bergoglio: «Con Tsipras verso una revisione giusta»

14 luglio 2015

“il manifesto”
14 luglio 2015

Luca Kocci

«Questa economia uccide». Lo ha ribadito papa Francesco durante la tradizionale conferenza stampa “volante” che ha tenuto ieri sull’aereo che lo ha riportato in Vaticano dopo il viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay.

È stata affrontata, fra le altre, la situazione della Grecia, sebbene sommariamente, anche perché sul volo Alitalia partito da Asunción alle 19 di domenica e atterrato ieri a Fiumicino alle 14 non si sapeva ancora dell’accordo di Bruxelles.

Il circuito mortale prestito-debito è senza via di uscita, «non finisce mai», ha detto Bergoglio durante la conferenza stampa trasmessa integralmente da Radio Vaticana. «I governanti greci che hanno portato avanti questa situazione di debito internazionale hanno una responsabilità», ha aggiunto papa Francesco, riferendosi agli esecutivi precedenti a quello di Tsipras. «Col nuovo governo si è andati verso una revisione un po’ giusta. Mi auguro che trovino una strada per risolvere il problema e anche una strada di sorveglianza perché altri Paesi non ricadano nello stesso problema, perché la strada del prestito e dei debiti non finisce mai». Un sistema «terribile», in cui «tutti i Paesi hanno debiti e vi sono alcuni che hanno comprato i debiti di altri. È un problema mondiale».

Un giornalista tedesco – guarda caso – “rimprovera” il papa di aver pronunciato tanti discorsi a favore dei poveri e parole severe nei confronti di ricchi e potenti, trascurando i ceti medi. Ecumenica, ma non troppo, la riposta di Bergoglio: «Il mondo è polarizzato fra ricchi e poveri, la classe media diviene più piccola, il numero dei poveri è grande. Parlo dei poveri perché è al cuore del Vangelo. Sulla classe media ho detto alcune parole en passant, approfondirò di più».

Confermato il sostegno ai movimenti popolari, con i quali, in Bolivia, c’è stato il secondo incontro internazionale, dopo quello di ottobre in Vaticano. «Sono movimenti che si organizzano non solo per protestare, ma per andare avanti e poter vivere – ha spiegato –. Non si sentono rappresentati dai sindacati, perché dicono che i sindacati non lottano per i diritti dei più poveri. La Chiesa non può essere indifferente, dialoga, non fa una opzione per la strada anarchica, anche perché i movimenti non sono anarchici».

Svelato poi, dallo stesso papa Francesco, il “giallo” sul crocifisso a forma di falce e martello (disegnato da padre Luis Espinal, gesuita spagnolo missionario in Bolivia, seguace della teologia della liberazione e fautore dell’analisi marxista della realtà – criticata da Bergoglio – rapito, torturato e ucciso dai paramilitari nel 1980) che gli ha donato il presidente boliviano Evo Morales e che secondo molti media Bergoglio avrebbe lasciato nel santuario della Madonna di Copacabana: «Per me non è stata un’offesa», ha detto il papa, il crocefisso «lo porto con me, viene con me».

Chiesa e politica: un nuovo inizio dopo l’era Ruini? Un saggio edito dalle Dehoniane

10 luglio 2015

“Adista”
n. 25, 11 luglio 2015

Luca Kocci

Cattolici e politica in Italia: è proprio vero che è cambiato tutto? È la domanda a cui tenta di rispondere Marco Marzano (docente di Sociologia dell’organizzazione all’università di Bergamo e autore di numerosi saggi sul mondo cattolico, v. Adista Notizie n. 27/12 e Adista Segni Nuovi n. 44/13) nel suo intervento pubblicato all’interno de I ponti di Babele. Cantieri, progetti e criticità nell’Italia delle religioni, volume a più voci curato da Paolo Naso e Brunetto Salvarani. Appena pubblicato dalle edizioni Dehoniane, è in continuità con i precedenti “rapporti” sulle religioni in Italia, coordinati dagli stessi autori ed editi dalla Emi (v. Adista Segni Nuovi n. 45/12), e che raccoglie, fra gli altri, i contributi di Enzo Pace (“Il nuovo pluralismo religioso italiano”), Alberto Melloni (“La novità di papa Francesco nella scena religiosa italiana”), Carmelina Chiara Canta (“Il ‘sogno’ delle donne che fanno teologia”), Stefano Allievi (“La presenza dell’Islam nello spazio pubblico italiano”), Maria Immacolata Macioti (“Pellegrinaggi in epoca post-moderna”).

La risposta di Marzano è ben lontana dall’evangelico «sì sì, no no». Non perché l’autore abbia attitudini o simpatie pilatesche, ma perché – come prova a spiegare nelle pagine del suo saggio – la situazione è complessa, e la riposta non può che essere articolata. «La Chiesa cattolica sembra essere entrata in una fase nuova, nella quale anche il rapporto con la politica italiana, tradizionalmente strettissimo, potrebbe essere profondamente ridefinito», scrive Marzano. «Tutto questo sul piano dei valori, quelli che un tempo erano “non negoziabili”. Sull’altro piano, nel quale il destino della Chiesa s’imbatte in quello dello Stato, quello dei benefici materiali, nessun cambiamento reale è davvero avvenuto, né sul piano simbolico né a maggior ragione su quello pratico. Soprattutto non è cambiata l’attitudine dei politici italiani a finanziare lautamente la Chiesa con denaro proveniente dalle casse dello Stato. Cosa succederebbe se la Chiesa venisse improvvisamente sul serio messa in condizione di essere “povera e per i poveri”? Come reagirebbero allora i vertici vaticani e dell’episcopato italiano? Attendiamo con curiosità e interesse quel momento. Se mai avremo l’occasione di vederlo».

Se queste sono le conclusioni, l’analisi di Marzano si sviluppa evidenziando tre “epoche” del rapporto fra Chiesa italiana e politica. Innanzitutto l’era della cosiddetta “prima Repubblica”, durante la quale «la forza di questo connubio si è manifestata essenzialmente nell’influenza, diretta o indiretta, che la Chiesa ha esercitato sul partito di ispirazione cristiana, la Dc». Quindi, sciolta la Democrazia Cristiana dopo Tangentopoli, la seconda fase, in cui la mediazione di un unico partito viene meno e subentra l’interventismo diretto di un protagonista su tutti, il card. Camillo Ruini, segretario e presidente della Conferenza episcopale italiana per un ventennio, il quale «ha difeso e promosso con grande efficacia gli interessi, soprattutto ma non solo materiali, della Chiesa nel sistema politico nazionale, stabilendo un legame diretto con la classe politica e facendo ricorso a tutto il repertorio tattico e strategico di un autentico leader politico: e cioè negoziando, minacciando, blandendo, in qualche caso, come in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, mobilitando direttamente la sua base per una prova di forza elettorale». Sebbene si trattasse della rielaborazione dell’andreottiana politica dei “due forni”, i favori di Ruini – e del suo successore alla presidenza, card. Angelo Bagnasco, perlomeno fino alla rottura definitiva con Silvio Berlusconi avvenuta solo nel 2011, quando il Cavaliere era ormai irrimediabilmente delegittimato da tutti gli scandali “boccacceschi” che lo vedevano come attore principale, anzi «utilizzatore finale», come ebbe a dire uno dei suoi avvocati – andavano soprattutto al centro-destra, ancorato ai “principi non negoziabili” di vita, famiglia e scuola cattolica.

Siamo ora alla terza fase, ovvero l’era di papa Bergoglio, che – rileva Marzano – sta rappresentando «un elemento di discontinuità rispetto ad alcuni degli indirizzi precedenti, e ciò ha avuto ripercussioni significative anche sul rapporto della Chiesa con la politica italiana». Quanto profonde? Questo è ancora da vedere. Perché accanto ad elementi di novità e di discontinuità (un minore interventismo sulla politica italiana, la messa in secondo piano dei “principi non negoziabili”, la martellante denuncia della corruzione della politica, l’opposizione più blanda della Cei ad una eventuale legge sulle unioni civili eterosessuali) vi sono anche significativi «segni di continuità»: l’opposizione frontale a qualsiasi riconoscimento pubblico delle unione omosessuali, l’attenzione sempre vigile al mantenimento dei «privilegi economici della Chiesa» (dall’otto per mille alle varie esenzioni fiscali) e al finanziamento delle scuole cattoliche; e, aggiungiamo noi, la nuova crociata contro la cosiddetta “teoria del gender” (v. Adista n. 23/15), che sembra aver sostituito la battaglia in difesa dei «principi non negoziabili». Insomma, conclude Marzano, il percorso sembra avviato ma siamo ancora a metà del guado: manca ancora «la pistola fumante, il casus belli, che ci permetta di affermare con sicurezza che le cose sono cambiate davvero, che è iniziata sul serio una stagione inedita e promettente di completa separazione tra la Chiesa e lo Stato».

La voce dei cattolici “irregolari” nell’ultimo libro di Aldo Maria Valli

4 luglio 2015

“Adista”
n. 24, 4 luglio 2015

Luca Kocci

Ci sono Gianfranco e Raffaella, divorziati risposati, che hanno scelto di non accostarsi ai sacramenti, «rispettando i divieti imposti dalla dottrina della Chiesa». Ci sono Ezio ed Elena, anche loro divorziati risposati, che cambiano chiesa ogni domenica dopo essersi accorti che nella parrocchia del loro quartiere erano «motivo di scandalo». E c’è Fabio, sposato in Scozia con Luciano, che si accosta all’eucaristia «ogni volta che posso, ma mi manca lo spezzare del pane in una comunità che vive, cresce, si aiuta e condivide la vita».

Sono gli «irregolari credenti» (anche se all’udienza generale di mercoledì 24 giugno papa Francesco ha detto che la parola «irregolari» non gli piace, nei documenti della Chiesa vengono chiamati così) «si rivolgono al Sinodo» dei vescovi sulla famiglia (v. notizie precedente), come spiega il sottotitolo del bel libro di Aldo Maria Valli, vaticanista del Tg1, che raccoglie 20 storie di divorziati, divorziati riposati, coppie omosessuali, più le testimonianze di due parroci che si confrontano con questi temi e soprattutto con queste persone in cerca di accompagnamento e di risposte (Chiesa ascoltaci! Gli “irregolari” credenti si rivolgono al Sinodo, Ancora, Roma 2015, pp. 158, euro 15, acquistabile presso Adista: tel. 06/6868692; e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: http://www.adista.it).

Storie di vita che raccontano le vicende di coppie che si sono imbattute in difficoltà e fallimenti ma che hanno saputo e voluto cominciare un’altra storia. O di persone dello stesso sesso che, nonostante l’indifferenza, la diffidenza o l’emarginazione subita dalla propria comunità, vivono da cristiani la loro relazione. «Ciò che le accomuna – scrive Valli –, oltre alla situazione di “irregolarità” rispetto alle norme fissate dalla Chiesa, è la fede. Una fede, ci viene da dire, appassionata».

«A volte abbiamo la sensazione che il magistero assimili la condizione del risposato a quella di chi è affetto da una malattia terribile e invalidante, addirittura slegata, nel caso del coniuge “innocente”, dalle colpe personali. Una sorta di peccato originale che ritorna dopo il battesimo e infetta tutto il futuro», spiegano Gianfranco e Raffaella. «Dopo che ci è capitato di aver fatto una promessa sbagliata alla persona sbagliata, davvero non possiamo farci più nulla?», si chiedono, anche perché, al momento, è proprio così, dal momento che «se si ha la sfortuna di non ricadere in nessuno dei casi tassativi di nullità, rimangono solo due possibilità: ricostituire una famiglia e rinunciare all’eucaristia o essere ammessi all’eucaristia rinunciando a ricostituire una famiglia». Ed è «davvero difficile leggere in tutto questo la misericordia di Dio».

Ma non tutti gli “irregolari” la pensano così. Simona e Federico, divorziati risposati: «Noi pensiamo che cambiare la dottrina del matrimonio, nel senso di ammettere ai sacramenti i divorziati riposati, non si tradurrebbe in un atto di maggiore misericordia, ma in uno svilimento del matrimonio cattolico», per questo dal Sinodo «ci aspettiamo una sempre maggiore attenzione per le perone ferite ma non un venir meno del patrimonio di fede e di valori espresso dalla dottrina cattolica». «Alla Chiesa chiediamo di comportarsi come una madre amorevole che accoglie i suoi figli, non come una madre arcigna che li punisce», perché «una madre deve certamente rimarcare l’errore commesso dal figlio, ma non può ricordargli ogni momento che ha sbagliato, dice invece Elio, divorziato e risposato con Helga. «La mia speranza è che la Chiesa cattolica possa seguire un giorno la prassi della Chiesa ortodossa, così che, dopo un cammino penitenziale, la coppia possa avere le nozze benedette».

Guardano alla prossima assemblea del Sinodo con speranza Andrea e Dario, coppia omosessuale, sposati in Canada, con tre figli: «Speriamo in una in una comunità ecclesiale che sappia prendersi cura delle persone omosessuali che sentono ardere dentro di sé il desiderio di una vita affettiva di coppia e che sappia includere le coppie omosessuali, abbracciarle e guidarle, affrancandosi dalle battaglie ideologiche, forte della consapevolezza che l’Amore di Cristo è per tutti e per tutti è fonte di vita in abbondanza».

Tante storie che compongono un mosaico di quello che è realmente la comunità cristiana, fatta di donne e uomini innervati dalla fede e immersi nella storia. Tutti parlano ai vescovi, che ad ottobre si riuniranno per l’assemblea ordinaria del Sinodo sulla famiglia, e a papa Francesco, che alla fine dovrà decidere. Chiedono di essere ascoltati e accolti, perché «essere tollerati non ci basta», dicono Liliana e Paolo, divorziati risposati anche loro. In attesa, con speranza. Sarà così?