Non esistono situazioni di peccato «irreversibili». Il teologo Dianich sui divorziati risposati

“Adista”
n. 26, 18 luglio 2015

Luca Kocci

Possono esistere delle situazioni di peccato irreversibili per le quali il perdono sacramentale è di fatto impossibile? È questa la domanda fondamentale a cui i padri sinodali, nell’Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia in programma ad ottobre, dovranno rispondere, con particolare riferimento alla condizione dei divorziati risposati, la cui “colpa”, secondo l’attuale disciplina ecclesiastica, sembra appunto imperdonabile. Il teologo Severino Dianich affronta il nodo sul fascicolo di luglio di Vita pastorale, mensile per operatori pastorali edito dalle Edizioni San Paolo, aggiungendo un nuovo autorevole contributo di segno riformista e “aperturista” a quello di Civiltà Cattolica di poche settimane fa, con il colloquio fra p. Antonio Spadaro (direttore del quindicinale dei gesuiti) e il teologo domenicano p. Jean-Miguel Garrigues (v. Adista Notizie n. 22/15).

La domanda e il titolo stesso dell’articolo di Dianich («Situazioni irreversibili?») prendono spunto da alcune espressioni a proposito dei divorziati risposati contenute nell’Instrumentum laboris («irreversibilità della situazione», «convivenza irreversibile») che, in sede di presentazione del documento, avevano destato qualche perplessità fra i vaticanisti (v. Adista Notizie n. 24/15). E la risposta di Dianich è negativa: non esistono «situazioni irreversibili», il confessore deve poter concedere l’assoluzione.

Il punto di partenza, questo sì al momento «irreversibile», è l’attuale disciplina ecclesiastica. «Si parte dal principio, che nessuno mette in discussione, che per volontà del Signore il matrimonio è indissolubile», scrive Dianich. «Ma chi vive una relazione coniugale diversa è in una condizione costante di peccato. Dunque, chi persiste in una relazione coniugale diversa da quella del suo matrimonio non può essere assolto». Un «sillogismo» che però secondo Dianich non fa i conti con l’«enorme varietà delle situazioni concrete»: «C’è chi, senza alcuna ragione plausibile, ha tradito e abbandonato il coniuge per una nuova unione. C’è chi, invece, ha divorziato per non dover subire violenza o, magari, per difendere i bambini dal coniuge che ne stava abusando. C’è chi divorzia per realizzare una nuova unione, ma c’è anche chi è stato costretto a divorziare e perviene a una nuova unione senza che prima mai l’avesse desiderato». E «ci sono, infine, situazioni dalle quali chi si pente può uscire ma ci sono anche situazioni di fatto irreversibili, o perché si tratta di un’esperienza di vita prolungata ormai nel tempo, o perché si sono creati nuovi doveri ai quali non si può venir meno, senza commettere ancora peccato e produrre nuove sofferenze».

Ma la disciplina ecclesiastica vigente non prende in alcuna considerazione queste situazioni variegate e diversificate. Si limita a tagliare a metà la vita delle persone. «L’argomentazione che sostiene l’esclusione dalla comunione eucaristica dei divorziati risposati poggia sull’idea dello status peccati in cui essi vivono», scrive Dianich (ovvero lo “stato di peccato”, cioè quello di vivere una nuova relazione affettiva senza che la prima sia stata dichiarata nulla). «Di un actus peccati (“atto di peccato”) si può essere assolti se pentiti, da uno status peccati no, anche se si è pentiti, salvo che non se ne esca». Con il paradosso quindi, argomenta Dianich, che «chi ha ucciso la moglie, per esempio, e si risposa, se si pente e si confessa, potrà essere assolto, mentre non lo potrà chi non è disposto, o addirittura non può, abbandonare la nuova convivenza che sta vivendo nella fedeltà e nell’amore». Certo per i divorziati risposati c’è la tradizionale «via d’uscita» del «vivere come fratello e sorella», ma «ogni pastore e confessore sa bene quanto la proposta appaia ai fedeli plausibile solo nella mente dei teologi che, fra l’altro, in gran parte sono fedeli dotati della vocazione al celibato».

La questione di fondo è allora «se nella fede cristiana si possa pensare si diano situazioni di peccato che risultino di diritto o di fatto irreversibili. È possibile che, nella Chiesa, dei fedeli si sentano dire che dal loro status peccati essi non possono uscire se non assumendo un impegno che, data la loro esperienza, ritengono, pur volendo, non riusciranno ad adempiere? O che si sentano dire di dover rompere un patto che, comunque fosse, è consistito nell’impostazione di una convivenza che, anche questa, intendeva avere i caratteri propri della famiglia?». Un vicolo cieco da cui si può uscire – questa la conclusione e anche la proposta di Dianich – solo offrendo «una via di riconciliazione con Dio» da consegnare al «foro interno», perché la particolarità delle situazioni «sembrerebbe essere più pertinente al sacramento della confessione che a un’istanza di carattere puramente giuridico».

Non è in discussione l’indissolubilità del matrimonio, puntualizza Dianich, ma «solo la disciplina ecclesiastica» da adottare verso coloro che non sono riusciti a realizzarla. E che, «consapevoli degli errori e dei peccati commessi, desiderano riconciliarsi con Dio e vivere in pienezza la vita della Chiesa».

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