Mons. Romero, martire in odium iustitiae. Intervista a don Pierluigi Di Piazza

“Adista”
n. 27, 25 luglio 2015

Luca Kocci

«Ho sentito nel profondo dell’animo la sollecitazione a partecipare alla beatificazione di mons. Romero, vescovo martire ucciso sull’altare, mentre offriva il pane e il vino dell’Eucarestia, a San Salvador il 24 marzo 1980».

A parlare così è don Pierluigi Di Piazza, fondatore, nel 1992, e principale animatore del centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine). Con lui, benché siano trascorsi due mesi dalla cerimonia di beatificazione di Romero (v. Adista Notizie n. 21/15 e Adista Documenti n. 22/15), vogliamo ripercorrere quei momenti e approfondire i temi fondamentali legati alla vicenda del vescovo di San Salvador: la profezia e il martirio.

«Mons. Oscar Romero è stato ed è veramente un santo e un martire, uomo di Dio e del popolo», dice Di Piazza. «Padre Jon Sobrino, teologo della liberazione che ho avuto nuovamente l’onore di incontrare, inizia un suo libro su Romero prendendo spunto dall’affermazione di un contadino: “Monsignor Romero ha detto la verità. Ha difeso noi poveri. Per questo lo hanno ucciso”».

Don Pierluigi che ricordo serbi della celebrazione di beatificazione a San Salvador?

L’evento è stato preparato in modo centralizzato: cardinale, vescovi, 1.400 preti, 300 diaconi, si dice 300 forse 400mila persone sulla grande piazza e nelle vie adiacenti. Avrebbero espresso maggiormente la realtà le preghiere di un ragazzo e una ragazza, di un contadino, di una donna, a cominciare da una sorella, una suora fra quelle che hanno custodito con premura gli effetti personali di Romero nell’Hospitalito, il luogo dove è stato ucciso. Ma il popolo è stato ugualmente contento di questo evento come conferma universale della Chiesa cattolica della convinzione in loro presente fin dalla sua uccisione che il vescovo Romero è martire e per questo santo, perché la fede in Dio lo ha portato ad essere voce dei poveri, dei senza voce, a dire la verità e per questo ad essere ucciso.

Ti sembra che il popolo, rispetto alla gerarchia, abbia vissuto con maggiore partecipazione ed adesione la beatificazione?

La fede del popolo nei suoi vissuti ed espressioni è certo più viva di quella delle nostre comunità parrocchiali. L’atteggiamento della gerarchia è sullo stesso piano di quella italiana, e anche se ora tutti parlano bene di Romero e della sua beatificazione, sappiamo che non è stato sempre così e che molto vescovi lo ostacolarono.

Mons. Romero è stato dichiarato martire in odium fidei, “in odio alla fede”, al momento l’unica formula canonica prevista. Un’espressione che però sembra depotenziare il ruolo sociale e politico di Romero, delle sue denunce della violenza del regime militare. Come del resto è accaduto per altri cristiani, penso per esempio a padre Puglisi, anch’egli martire in odium fidei, quasi a voler ridimensionare il suo impegno di prete contro la mafia. Non sarebbe il caso di sottolineare, oltre o più che l’odium fidei, l’odium iustitiae e riconoscere pienamente il ruolo sociale di questi martiri?

Penso che la definizione martirio in odium fidei sia parziale e possa risultare fuorviante se mancano un approfondimento e un ampliamento di significato. Fra l’altro coloro che contrastarono Romero e poi decisero di ucciderlo si consideravano cristiani, difensori del cristianesimo nei confronti dei comunisti e dei ribelli, paladini della sicurezza nazionale, che significava la conservazione della situazione esistente di un’oligarchia ricca e privilegiata e di una moltitudine di poveri, di potenti che trovavano stretta alleanza con l’esercito, la polizia, la guardia nazionale, gli squadroni della morte e di tanta gente del popolo oppressa, colpita, uccisa, ferita, fatta sparire. Inoltre mons. Romero è stato contrastato anche dai vescovi, da quella parte del clero e dei cattolici che lo criticavano perché troppo politico, troppo di sinistra. Sono anch’io convinto che mons. Romero è stato ucciso perché profondamente credente nel Dio di Gesù, fedele alla sua Parola, ma per questo coinvolto nelle vicende del popolo, voce dei senza voce, coraggioso nel dire la verità, nel difendere, non solo nell’aiutare i poveri. Difendere infatti significa scoprire, evidenziare e denunciare gli oppressori, i carnefici, proprio a partire dal riconoscimento e dalla conoscenza delle vittime. Romero in nome di Dio e del popolo, indivisibili fra loro, si è totalmente coinvolto, si è impegnato al massimo per la dignità di ogni persona, per la giustizia, la cessazione della violenza, la pace. È stato ucciso in odio alla fede, che di per sé implica l’impegno per la giustizia, quindi insieme in odio alla giustizia. Mi pare quindi importante trovare un’altra espressione più rispondente alla realtà.

Forse non viene fatto anche per non sottolineare l’importanza di alcune correnti teologiche decisamente schierate dalla parte degli oppressi, come la teologia della liberazione… 

Sì, è vero, ancora non lo si fa perché c’è il timore di riconoscere l’impegno nella storia richiesto proprio dal Vangelo. Non si tratta di una collocazione ideologica, né partitica, ma del coinvolgimento diretto a cui conduce la sintonia con il Dio di Gesù di Nazareth. La politica autentica dovrebbe essere uno strumento nella laicità della storia.

Quale significato può avere per la Chiesa la beatificazione di Romero dopo anni di ostracismo, se non di vera e propria emarginazione?

La beatificazione di mons. Romero, per paradosso, può essere maggiormente significativa per coloro per i quali non era strettamente necessaria perché già lo sentivano santo per come ha vissuto nei tre anni da arcivescovo di San Salvador, per come è andato incontro alla morte convinto di risuscitare nel suo popolo, come realmente si percepisce presente e vivo come luce, forza, sostegno. Me lo hanno confermato in tanti.

Chi?

Per esempio il teologo della liberazione, p. Jon Sobrino, il teologo direttore del Centro “Mons. Romero”, Rodolfo Cardenal, e mons. Urioste, il quale, inizialmente, era fra i preti che alla nomina ad arcivescovo di Romero avevano dimostrato contrarietà, ma che si fece immediatamente coinvolgere da Romero standogli sempre accanto. Mons. Urioste mi ha detto di aver avvertito la beatificazione di Romero come l’affermazione della verità su di lui della Chiesa cattolica: ci sono state critiche e illazioni quando era in vita e dopo il suo martirio, e per questo lunghi e incomprensibili approfondimenti sulle sue parole e sulle sue azioni che hanno lasciato incredule moltitudini di persone. Ora, con un ritardo inconcepibile che già da molto tempo era diventato motivo di fastidio morale, si è affermato di fronte a tutta l’umanità.

Può dire qualcosa anche per la Chiesa di oggi e di domani?

Riconoscere Romero martire, riconoscere le donne, gli uomini del popolo fra cui preti, religiose e religiosi martiri, significa seguire la Chiesa del Vangelo che papa Francesco ci propone in modo così significativo, alternativa alla Chiesa del potere, del denaro, dei privilegi, dei tatticismi, la Chiesa povera e dei poveri, schierata, decisa, forte della fede, fedele nell’annuncio e coerente nella testimonianza, incarnata nelle periferie esistenziali, appassionata del Vangelo e quindi della verità, della giustizia e della pace. Romero è fra i martiri di un popolo martire. Ma è un segno non solo per la Chiesa del Salvador e dell’America Latina, ma per la Chiesa universale perché propone la strada della dedizione, fino al martirio, per affermare e difendere la dignità delle persone, per pretendere giustizia, verità, non violenza, pace.

Da più parti si chiede che dopo la beatificazione di Romero, papa Francesco “riabiliti” quei vivi che ancora oggi sono vittime dell’emarginazione e della condanna: da Küng a Gaillot, da Leonardo Boff al “nostro” Giovanni Franzoni. Che ne pensi?

Sarebbe un segno importante. Ma ritengo che non possiamo pretenderlo da papa Francesco e che se non avvenisse nei tempi auspicati, questo comporterebbe una critica nei suoi confronti.

Per quale motivo?

Penso che papa Francesco vada incoraggiato e sostenuto, perché il suo percorso di cambiamento della Chiesa è arduo e incontra evidenti difficoltà.

E comunque una “riabilitazione” di questi cristiani perseguitati dalla Chiesa sarebbe importante?

Sì, perché comunicherebbe il fatto che queste persone, donne e uomini, sono state e sono vere credenti, appassionate del Vangelo e coinvolte nell’incontro con tante persone, superando i muri della diffidenza, del pregiudizio, dell’esclusione, impegnati per la giustizia, la pace, l’accoglienza, la salvaguardia del Creato, per una Chiesa del Vangelo, umana come umanissimo è stato Gesù che ci ha comunicato con la sua piena umanità il suo essere presenza di Dio nella storia. E comporterebbe una richiesta di perdono: per non aver capito, per aver giudicato in base alle rigidità istituzionali, dottrinali e di schemi ritenuti immodificabili.

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