Tasse alle paritarie, la Chiesa trema e contrattacca

“il manifesto”
26 luglio 2015

Luca Kocci

Hanno avuto l’effetto di una bomba esplosa all’improvviso le sentenze della Corte di cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Imposta comunale sugli immobili (Ici) mai versata nel periodo 2004-2009 per un importo di 422mila euro.

Superato lo shock iniziale di una situazione che potrebbe riguardare quasi 9mila scuole cattoliche (su un totale di oltre 13mila paritarie) e una cifra di 1-2 miliardi di euro (a seconda che il recupero dell’Ici si limiti al 2010-2011 oppure comprenda anche il periodo 2004-2009, ma questo caso, essendo trascorsi 5 anni, vale solo per i contenziosi già avviati), la Conferenza episcopale italiana ha schierato l’artiglieria pesante, mons. Galantino, segretario generale della Cei (il secondo in grado, dopo il card. Bagnasco), che ha bollato la sentenza come «ideologica» e «pericolosa», perché limita «la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa».

Cosa c’entri il pagamento delle tasse con la «libertà di educazione» è argomentato dai massimi dirigenti delle scuole cattoliche. «Sono sentenze che lasciano interdetti, perché costringeranno le scuole paritarie, che hanno già dei bilanci in rosso, a chiudere», riducendo così la libertà di educazione, spiega a Radio Vaticana don Macrì, presidente della Federazione istituti attività educative (Fidae), tanto più che molti Comuni, «con i tagli che hanno subito, cercheranno in tutti i modi di rastrellare qualche soldo». E padre Ciccimarra, presidente dell’Associazione gestori istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica (Agidae): «Bisognerebbe chiudere tutte le scuole, perché altrimenti tra un po’ saremo oggetto di decreti ingiuntivi e di procedure fallimentari».

Di nuovo Galantino, che dà delle sentenze dei giudici della Cassazione – toghe rosse anche loro? – una lettura tutta politica: «Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia, perché ho la netta sensazione che si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia», prosegue il segretario della Cei, che brandisce i numeri: «A scegliere le scuole paritarie sono 1 milione e 300mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro (ogni anno, ndr), lo Stato risparmia 6 miliardi e mezzo». Un’affermazione lapalissiana: lo Stato risparmia, è vero, ma perché sono le famiglie a pagare il servizio con le rette annuali, se così non fosse, non risparmierebbe più. Su un punto Galantino ha ragione: la questione non riguarda solo le scuole cattoliche, ma tutte le scuole paritarie che l’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 62 del 2000 riconobbe come parte del sistema nazionale di istruzione, generando una serie di contraddizioni con la Costituzione e con normative particolari, come quella sull’Ici.

La storia Ici-Chiesa comincia più di 10 anni fa, con un’altra sentenza della Cassazione che, su ricorso del Comune di L’Aquila, condannò le suore zelatrici del Sacro cuore a pagare l’imposta perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse. Nel 2005 intervennero Berlusconi e Tremonti che stabilirono l’esenzione dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo Prodi corresse il tiro con un avverbio: l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché non avessero «esclusivamente» natura commerciale. Le situazioni limite furono sanate, ma i margini restavano ampi. I Radicali presentarono diversi ricorsi all’Europa, sostenendo che le esenzioni si configuravano come illegittimi aiuti di Stato, accolti sia da Bruxelles (che nel 2012 riconobbe la violazione, ma chiuse la questione perché era impossibile quantificare le somme dovute) sia dalla Corte di giustizia di Strasburgo, che lo scorso anno censurò la Commissione proprio perché non impose il pagamento delle cifre non versate.

Si vedrà ora cosa innescheranno le sentenze della Cassazione. Sempre che non intervenga di nuovo il governo a sanare tutto. «Penso che ci sia una riflessione da fare», ha dichiarato la ministra dell’Istruzione Giannini, convinta sostenitrice del sistema di istruzione pubblico-privato. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi, ciellino (e molte scuole paritarie sono targate Comunione e Liberazione), a Radio Vaticana è ancora più chiaro: «Queste scuole fanno un servizio di pubblica utilità. Certo sono gestite in maniera commerciale, ma come si fa a non mettere in pratica un’attività commerciale se bisogna pagare l’affitto, le utenze?». E anche il Parlamento – tranne Sel, M5S e qualche piddino a briglie sciolte – è critico verso i giudici del Palazzaccio e compatto perché si trovi presto una soluzione. Immarcescibile Salvini su Facebook: «Per fortuna che ci sono tante scuole private, anche religiose, che fanno quello che lo Stato non riesce a fare. Ma che la Chiesa si lamenti perché deve pagare l’Imu sugli immobili quando ogni giorno invita ad accogliere immigrati a casa degli italiani mi pare strano. Sacrifici per gli altri, esenzioni per loro».

La questione, comunque, riguarda il passato, ovvero Ici e forse Imu. Per il presente il discorso è chiuso: la Tasi – che ha sostituito le precedenti imposte – prevede l’esenzione totale per le scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 5.739 euro (scuole per l’infanzia), 6.634 euro (primarie), 6.836 euro (medie) e 6.914 euro (superiori). Cifre non propriamente da studenti poveri.

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