La parabola del “Regno” nel racconto di un ex redattore. Intervista a Luigi Sandri

“Adista”
n. 28, 1 agosto 2015

Luca Kocci

“Non fiori ma opere di bene” è il titolo dell’editoriale del giugno 1971 che segnò una vicenda importante nella vita del Regno ma anche nella storia dell’informazione religiosa in Italia. A causa di divergenze con l’autorità ecclesiastica – soprattutto per una diversa modalità di relazione con la gerarchia: non silente e obbediente, ma dialettica e autonoma – l’intera redazione del Regno venne “licenziata” e sostituita con una maggiormente allineata. «La morte di questo Regno, secondo noi, è stata decretata da una giuria nota per nome», si legge nell’editoriale del 1971: «Segreteria di Stato», «Conferenza episcopale italiana», «Curia bolognese», «Autorità dehoniane che, spaventate da una perdita di favori presso le gerarchie, decidevano di assumersi la responsabilità di queste decisioni». Senza trascurare che «il caso Regno si iscrive in un più ampio disegno di “normalizzazione” da tempo in atto nella Chiesa, e in ciò quella italiana come sempre dà l’esempio. Repressione di comunità e di preti che tentano di reincarnare il Vangelo (è la stagione dell’Isolotto e delle prime comunità cristiane di base, di Giulio Girardi e Giovanni Franzoni, ma anche di p. Turoldo e p. Balducci, guardati a vista dall’autorità ecclesiastica, n.d.r.), repressione di quegli strumenti di comunicazione che di simili tentativi e delle conseguenti repressioni sono indesiderati testimoni (…). Proprio perché il disegno era più vasto e perciò più grave, ci è parso che spazio di cedimento e di compromesso sui principi non ce ne dovesse essere», anche perché i dissensi non riguardavano tanto singole questioni specifiche, il fatto stesso che «esistesse una voce libera; fallibile, imprecisa, artigianale, ma libera».

Abbiamo approfondito la vicenda, ma anche lo stato dell’informazione religiosa e la crisi del Regno di oggi (v. notizia precedente), con uno dei protagonisti di quella stagione, Luigi Sandri, allora religioso dehoniano e redattore (“licenziato”) del Regno, poi fondatore di Com, corrispondente dell’Ansa da Mosca e da Tel Aviv, collaboratore di altri organi di informazione, saggista, autore fra l’altro del recente Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere, Il Margine, Trento 2013 (v. Adista Notizie n. 36/13).

Il Regno nasce nel 1956 e, nel giro di pochi anni, da house organ della Congregazione dei dehoniani diventa uno dei periodici di punta del mondo cattolico. Come avviene questa trasformazione?

«Il Concilio Vaticano II è l’evento decisivo che contribuì a spingere alcuni dehoniani, tra essi Valentino Comelli e Giuseppe Albiero, alla trasformazione del Regno da periodico di devozione ad una vera e propria rivista di informazione, con uno sguardo ampio sulla Chiesa romana a livello globale, sulle altre Chiese e religioni e, naturalmente, sulle questioni fondamentali del mondo e della società italiana in rapida trasformazione».

In questa trasformazione, anche la relazione con l’istituzione ecclesiastica si evolve e diventa dialettica…

«Il rapporto con l’istituzione era il nodo più delicato: “come” e “quanto” sostenere idee teologiche e prassi pastorali aperte, seppure talora in contrasto con le chiusure post-conciliari, volute dalla Curia romana, e che apparvero con crescente evidenza già nei secondi anni ‘60 del Novecento? Non si deve dimenticare che Il Regno usciva con l’imprimatur della Curia di Bologna. Finché alla guida della diocesi ci fu il card. Lercaro è filato tutto liscio. Poi con l’arrivo del card. Poma le cose cambiarono»

Possiamo ricordare qualche episodio?

«Nel luglio 1968 uscì l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI. Naturalmente demmo conto dei numerosi e contrapposti commenti, “pro” ma anche “contro”. Poi nel 1969 decidemmo di pubblicare l’enciclica insieme ai commenti di quasi un centinaio di Conferenze episcopali. Alla fine del libro, Humanae vitae e magistero episcopale, c’era un indice per temi che curai io stesso che, sui temi più caldi – contraccezione, amore, coscienza, libertà, magistero – riportava i punti salienti delle diverse dichiarazioni. Diventavano così evidenti contraddizioni sia tra alcuni episcopati e l’enciclica, sia tra episcopato ed episcopato. Per quel volume davamo per scontato l’imprimatur, dato che pubblicavamo testi ufficiali senza commento. Ma il card. Poma si irritò moltissimo: mi convocò e ci obbligò a cancellare l’imprimatur. Come fare, però, essendo ormai tutti i libri stampati? Non potevamo certo mandarli al macero. Con un timbro di colore blu tentammo di oscurare, copia per copia, la parola proibita che però… si intravvedeva!».

Poi ci fu la vicenda legata alla pubblicazione, non autorizzata, della Lex Ecclesiae fundamentalis, una sorta di “costituzione” della Chiesa cattolica

«Era un progetto a cui Paolo VI teneva moltissimo. In sostanza essa era pensata come la “Magna charta” alla quale avrebbero dovuto ispirarsi il Codice di Diritto canonico della Chiesa latina e il Codice dei canoni delle Chiese orientali. All’ipotesi montiniana era fortemente contrario il Centro di documentazione di Bologna (oggi Fondazione per le scienze religiose, n.d.r.): il massimo esponente del gruppo, il prof. Giuseppe Alberigo (storico della Chiesa e autore di una monumentale Storia del Concilio Vaticano II in più volumi edita dal Mulino, n.d.r.) notava, a ragione, che la Chiesa ha già una “legge fondamentale”: l’Evangelo. In tale contesto, riuscimmo ad avere il testo della Lex, che era segretissimo: nel luglio 1970 lo pubblicammo nel testo originale latino e con una traduzione italiana. Lo scoop, apprendemmo poi, ci attirò l’ira di settori della Curia romana, che giurarono di farcela pagare. Ma il passo che osammo ebbe almeno un merito: una volta conosciuto, il progetto della Lex provocò tali critiche nel mondo teologico e giuridico-canonico che, infine, portarono al naufragio dello stesso».

Fu questo l’evento scatenante della crisi del 1971, con il “licenziamento” dei redattori del Regno?

«Questo ma anche altro – dossier, studi, riflessioni, notizie, documenti tendenti a dare una interpretazione alta del Vaticano II – ci resero ogni giorno più invisi a larghi settori della Curia romana e dell’episcopato italiano, dove pure c’erano prelati che ci incoraggiavano. E scosse anche, dall’interno, la Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore (i dehoniani, n.d.r.) della provincia dell’Italia settentrionale, molti dei quali erano turbatissimi della “piega” che stava prendendo Il Regno: grande era il loro disagio per una rivista che, a loro giudizio, non faceva altro che “criticare Paolo VI”, così “tradendo” il fondatore, p. Dehon, sempre legatissimo al papato. La “fronda” spinse i superiori ad intervenire. All’epoca il direttore era un laico, Gabriele Gherardi; in redazione vi era un altro laico, Paolo Pombeni, e tre dehoniani: Enzo Franchini (della vecchia guardia, e con il quale il fossato, teologico e di mentalità, dal ’69 al ’71 era andato approfondendosi sempre più), Rufillo Passini e me; solo nell’ultimissimo scorcio arrivò anche Giulio Madona».

Cosa accadde nel giugno 1971?

«I superiori dehoniani decisero di azzerare la redazione, per proporne un’altra che, pur tra apparenti equilibrismi, la sconvolgeva. Io ero di fatto estromesso. Raccontammo ai lettori quello che stava accadendo nell’editoriale di un numero speciale del giugno 1971 (“Non fiori ma opere di bene”) e poi, caso unico nella storia dell’informazione religiosa, facemmo una sorta di “sciopero”, impedendo l’uscita dei numeri successivi della rivista. Ad agosto, ad Assisi, durante il convegno annuale della Pro Civitate Christiana, ci fu un appello a favore del “nostro” Regno che raccolse numerose adesioni. Giovanni Franzoni, abate di San Paolo, tentò una mediazione con i superiori dehoniani, ma essa fallì».

E così nacque un nuovo periodico, Com…

«In autunno la rivista riprese ad uscire con un’altra direzione e redazione; e tre di noi, Gherardi, Passini e me, insieme a persone provenienti da altre esperienze, e con il sostegno di molti cattolici, nel 1972 fondammo una nuova rivista, Com, sottratta all’autorità ecclesiastica. Poi nel 1974 essa si fuse con il settimanale valdese Nuovi Tempi e nacque Com Nuovi Tempi, che nel 1989 diverrà Confronti, tuttora esistente».

Al di là delle vicende specifiche, quale era il problema di fondo?

«Eravamo “insopportabili” perché quello che nella Chiesa non ci piaceva lo dicevamo e lo scrivevamo apertamente. Ma questo rendeva difficile il rapporto con l’istituzione e, soprattutto, con quanti ritenevano l’allineamento con la Curia romana la stella polare delle cose da scrivere o da non scrivere. Visto con il senno di poi, e considerando quanto sta accadendo oggi con papa Francesco, penso di poter dire che, nel nostro piccolo, allora facemmo un buon lavoro, anche in vista del futuro. Tacere, o piegare la schiena, non fa mai bene all’informazione. E anche alla Chiesa (romana, nel caso)».

Come hai reagito alla notizia della prossima chiusura del Regno?

«Non sapevo nulla della crisi economica del Centro editoriale dehoniano. E così, quando ho appreso la notizia della chiusura della rivista mi sono sentito male, come accade per un dramma in famiglia. Perciò – In spem contra spem – mi auguro davvero che Il Regno possa continuare a vivere».

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