Archive for agosto 2015

Diocesi di Padova sul “gender”: superare allarmismi e barricate ideologiche

31 agosto 2015

“Adista”
n. 29, 5 settembre 2015

Luca Kocci

Il gender non è il demonio, ma una questione che «ci interpella». Per cui più che innalzare «barricate ideologiche», bisogna prima conoscerla e comprenderla, perché «non può essere ridotta all’ideologia del gender», anzi contiene «alcune istanze che meritano di essere seriamente considerate». L’utile precisazione, soprattutto in tempo di “guerre ideologiche” – al Meeting ciellino di Rimini sono state sospese tutte le iniziative su questo tema dopo le sparate del domenicano p. Giorgio Maria Carbone secondo cui «le coppie gay sono più a rischio di infarti e suicidi» –, arriva dall’Ufficio per la pastorale della scuola della diocesi di Padova che, lo scorso 18 agosto, ha emanato una specifica Nota sulla questione gender, anche per rispondere – si legge – alle «numerose interpellanze da parte di genitori, insegnanti di religione, docenti di altre discipline, parroci e, persino, dirigenti scolastici in ordine alla cosidetta “questione del gender”, sollecitati da allarmanti messaggi giunti attraverso i social network, scaturiti da incontri organizzati anche a livello parrocchiale nella nostra diocesi e nei territori circostanti».

«La “questione del gender” è alquanto complessa», spiega la Nota della diocesi di Padova – dove, fra l’altro, è stato appena nominato il nuovo vescovo, mons. Claudio Cipolla, vicario episcopale per la pastorale della diocesi di Mantova e parroco di Sant’Antonio di Porto Mantovano, che si insedierà il prossimo 18 ottobre – che non intende assecondare facili semplificazioni. «In essa – prosegue – vengono ricondotte varie teorie frutto dell’elaborazione di diverse correnti di pensiero. Non è dunque corretto esprimersi su di essa senza prima averla conosciuta nella sua totalità, così da poter discernere quanto risponde alla visione antropologica cristiana e quanto invece ad essa si oppone». E proprio per poter approfondire correttamente il tema, la stessa diocesi patavina rimanda ad una serie di testi (fra cui il volume di Aristide Fumagalli, La questione gender, una sfida antropologica, Queriniana, 2015; il fascicolo di gennaio-aprile 2015 della rivista Studia Patavina, con il dossier “Educare alla differenza di genere nella scuola italiana”; e il n. 1/2015 del Regno con l’approfondimento “Dire la differenza senza ideologie”) e soprattutto promuove, per il prossimo 12 ottobre una giornata di studio sul tema “La questione gender ci interpella”. Ammonendo contestualmente tutti coloro che, in diocesi, «hanno in animo» di organizzare iniziative sul tema gender a confrontarsi preventivamente con il vescovo, anche per non «creare inutili, se non nocivi, allarmismi». A cominciare dalla “leggenda” – smentita dalla stessa Nota – che la legge sulla “buona scuola” «introdurrebbe surrettiziamente nel sistema scolastico italiano i principi fondativi della “teoria del gender”, rendendo obbligatorie, peraltro anche nelle scuole paritarie, l’adozione di testi e la diffusione di metodi educativi ad essa ispirati».

«Per affrontare correttamente queste tematiche – prosegue la Nota –, superando posizioni preconcette e barricate ideologiche, è indispensabile anzitutto un’educazione delle coscienze e un’apertura dell’intelligenza alla comprensione della realtà, attraverso una corretta informazione e formazione culturale, così da poterci anche confrontare con chi propugna modelli interpretativi dell’umano diversi da quelli che il Vangelo propone. La questione del gender – conclude la Nota – non può essere ridotta all’ideologia gender: la prima porta in sé alcune istanze che meritano di essere seriamente considerate».

Insomma una Nota cauta e pacata, che invita non alla demonizzazione ma all’approfondimento, anche per cogliere gli elementi positivi che esistono della «questione del gender», e che risulta assai diversa dalle parole di fuoco che, negli ultimi tempi, sono state pronunciate da papa Francesco (la teoria del gender è uno «sbaglio della mente umana», un tentativo di «colonizzazione ideologica» [http://www.adista.it/articolo/55152], ha detto Bergoglio a marzo, durante la sua visita pastorale a Napoli) e, a più riprese, dal card. Angelo Bagnasco: «Il gender si nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione – ha detto il presidente della Cei nella prolusione al Consiglio permanennte dei vescovi di marzo (v. Adista Notizie n. 13/15) – ma in realtà pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un “transumano” [http://www.adista.it/articolo/54901] in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità».

Corsi e ricorsi dei rapporti tra clan e Chiesa

22 agosto 2015

“il manifesto”
22 agosto 2015

Luca Kocci

Il funerale in stile “Padrino” di Vittorio Casamonica celebrato l’altro ieri nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Cinecittà mostra – al di là della superficialità con cui è stato gestito la situazione dall’ingenuo parroco – mostra quanto le relazioni fra Chiesa e mafie siano state e siano ancora intrecciate. Una storia che comincia da lontano, e lontano da Roma, già nell’800, quando i livelli erano contigui e sovrapposti. Fino al 1963, quando a Ciaculli c’è la prima grande strage di mafia, e la Chiesa comincia a porsi il problema, anche perché a Palermo il pastore valdese Panascia aveva preso una posizione pubblica netta, mentre il cardinale Ruffini minimizzava. Per arrivare alla prima svolta bisogna aspettare il 1993, con l’anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi e l’omicidio di don Puglisi (e, l’anno successivo, di don Diana, a Casal di Principe).

Da allora la riflessione si sviluppa e le iniziative antimafia si moltiplicano, fino alla «scomunica» ai mafiosi pronunciata da papa Francesco. Ma la consapevolezza non è unanime in tutta la Chiesa, così come l’impegno è a macchia di leopardo: accanto a preti e gruppi in prima linea, continuano ad esserci silenzi, omissioni, collusioni, feste patronali e processioni religiose guidate dai boss che in questo modo consolidano potere e prestigio, con la benedizione ecclesiastica (a giorni la Conferenza episcopale calabra pubblicherà le proprie linee guida sulle processioni proprio per evitare infiltrazioni).

Il funerale del proprio famigliare organizzato dai Casamonica – benché Roma sia una realtà sociale diversa – si colloca in questo contesto. «Tra i messaggi più persuasivi che le organizzazioni mafiose lanciano per raccogliere consensi c’è l’ostentazione dell’impunità e da questo punto è stato un capolavoro di promozione dell’immagine pubblica del defunto e dei suoi eredi immediati», spiega Augusto Cavadi, autore fra l’altro del saggio Il Dio dei mafiosi (Edizioni San Paolo). «In una società ancora imperfettamente secolarizzata, l’impunità terrestre, per quanto rilevante, non è esaustiva. Allora con gli elicotteri e la carovana dei fuoristrada sbatto in faccia la mia superiorità rispetto ai poteri civili, ma con la ritualità religiosa tolgo ogni eventuale dubbio sulla mia impunità post mortem. La volontà del padrino è legge incontrastata in cielo come in terra».

«Credo di aver fatto solo il mio dovere. Sono un prete, non un poliziotto e nemmeno un giudice», scrive sul sito internet della parrocchia don Manieri, che ha celebrato il funerale. «Se un signore mi chiede di celebrare il funerale di un suo congiunto lo celebro, non è scritto da nessuna parte che debba indagare su chi è, personalmente non conoscevo il nome del boss dei Casamonica per me poteva essere il più lontano dei parenti». Il vescovo del settore est di Roma (dove si trova la parrocchia), mons. Marciante, dichiara a Radio Vaticana di non essere stato informato – del resto anche il parroco ha ammesso di non aver avvisato nessuno –, spiega che «il funerale non si poteva proibire», ma aggiunge che «se avessimo saputo che dietro questo funerale c’era questo spettacolo avremmo suggerito di celebrare le esequie in un modo più discreto».

Ed è quello che è già avvenuto in altre situazioni e in contesti più difficili rispetto a Roma, perlomeno sotto l’aspetto del controllo del territorio da parte delle organizzazioni mafiose. Nel 2007, per esempio, l’allora vescovo di Piazza Armerina, mons. Pennisi, non vietò il funerale al boss gelese Emmanuello, ma negò l’uso della chiesa principale e celebrò le esequie in forma strettamente privata nella cappella del cimitero. Il vescovo di Acireale, mons. Raspanti, invece nel 2013, ha emanato un decreto che proibisce in tutta la diocesi i funerali religiosi ai condannati per mafia. Un passaggio decisivo secondo Alessandra Dino, sociologa palermitana, autrice di numerosi saggi sul rapporto fra Chiesa e mafia, fra cui La mafia devota (Laterza): «Non si può più dire non sapevo o non avevo capito, c’è una dimensione pubblica che la Chiesa non può ignorare».

Lega anti vescovi: «Censurata preghiera dell’Alpino»

19 agosto 2015

“il manifesto”
19 agosto 2015

Luca Kocci

Quello dei leghisti contro i vescovi sembra essere uno dei tormentoni dell’estate.

Prima gli attacchi del presidente del Veneto Zaia contro mons. Gardin (Treviso) e mons. Pizziolo (Vittorio Veneto) che avevano condannato le proteste di Quinto di Treviso contro il trasferimento di un centinaio di profughi. Poi i rimproveri di Salvini al segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Galantino, colpevole di aver criticato i politici «piazzisti da quattro soldi che pur di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse» contro gli immigrati (e per ribadire il concetto, lo stesso Salvini, al raduno leghista di ferragosto a Ponte di Legno, ha puntualizzato: «I vescovi non rompano le palle ai sindaci»). Adesso gli strali dei leghisti colpiscono un frate, e di nuovo il vescovo di Vittorio Veneto, che avrebbe censurato la Preghiera dell’Alpino.

Il 15 di agosto, sul passo di San Boldo (fra Belluno e Treviso), viene celebrata una messa per la festa degli alpini di Tovena (Tv), al termine della quale, da tradizione, si legge la Preghiera dell’Alpino, risalente a prima della II guerra mondiale che, fra l’altro, recita: «Rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana». Il celebrante, un frate servita, prima di cominciare, chiede ai presidenti delle sezioni degli Alpini di sostituire le parole «armi» con «animi» e «contro» con «di fronte». Una modifica soft, per alleggerire il contenuto guerrafondaio della preghiera, composta del resto in epoca fascista e bellica. E una modifica in linea con quella approvata negli anni ’80 dagli stessi Alpini che sostituirono l’intera frase con «Rendici forti a difesa della nostra Patria e della nostra Bandiera», riservando la lettura della versione originaria alle celebrazioni in cui fossero presenti solo gli alpini (che al San Boldo erano un terzo dei partecipanti). «O si legge la preghiera originale o niente», replicano i capi sezione che, prima della fine della messa, invitano gli Alpini ad uscire dalla chiesa e a radunarsi nel prato per leggere la preghiera originale.

Immancabile due giorni dopo il post su Facebook di Salvini il quale però, per la smania di attaccare il vescovo, stravolge i fatti, che così vengono ripresi da diversi organi di stampa: «Vietata la Preghiera dell’Alpino a Messa! Pazzesco. La Diocesi di Vittorio Veneto ha proibito la lettura. Sono sempre più sconcertato da certi vescovi. W gli Alpini». Non è tenera nemmeno la sezione locale degli alpini: «È amaro constatare che proprio all’interno della comunità cristiana possano crescere muri, che finiscono per incidere nella serenità di rapporti, usando pretestuosamente il Vangelo della pace come una clava per rompere armonie consolidate».

Ieri la nota di mons. Pizziolo che smentisce la censura («non ho emanato nessuna indicazione sul fatto di leggere o non leggere o come leggere la preghiera degli Alpini»), conferma il rifiuto dei capi sezione a sostituire le due parole come proposto dal celebrante e annuncia: «Sarò costretto ad intervenire per trovare, in dialogo con gli Alpini, una posizione che eviti il ripetersi di questi fatti».

Famiglia Cristiana, quella smentita telefonata

14 agosto 2015

“il manifesto”
14 agosto 2015

Luca Kocci

Cosa ha detto di così grave il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, da costringere la direzione di Famiglia Cristiana ad arrampicarsi sui vetri e a scrivere un comunicato che non smentisce una parola dell’intervista del numero due dei vescovi ma che tenta goffamente di smorzare i toni, facendo ricadere – assai poco “educatamente” – la responsabilità sul cronista? Ha criticato Renzi: «Il governo è del tutto assente sul tema immigrazione».

Ovvio che la “smentita” sia uscita dalla redazione del settimanale dei Paolini, ma sia stata ispirata da Palazzo Chigi, con l’intermediazione della Cei.

Ricostruendo la vicenda, tutto risulta chiaro.

Alle 13.30 dell’altro ieri sul sito internet di Famiglia Cristiana compare l’intervista a Galantino – rilanciata anche via twitter dallo stesso settimanale, segno dell’importanza che le si attribuiva – firmata da Alberto Bobbio, giornalista di grande esperienza, da 30 anni a Famiglia Cristiana. Il segretario della Cei, con il suo abituale linguaggio diretto e franco, ribadisce quello che aveva dichiarato due giorni prima a Radio Vaticana, quando, senza fare nomi – ma erano intuibili: Salvini e Grillo –, aveva parlato di «piazzisti da quattro soldi che pur di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse». «I piazzisti sono molti – puntualizza a Famiglia Cristiana –, piazzisti di fanfaronate da osteria, chiacchiere da bar che rilanciate dai media rischiano di provocare conflitti».

Fin qui nulla di nuovo. Poi però aggiunge il punto dolente sul governo «assente»: «Non basta salvare i migranti in mare per mettere a posto la coscienza nazionale. Potremmo imparare dalla Germania e copiare le sue leggi. Invece abbiamo sempre scritto leggi che in buona sostanza respingono gli immigrati e non prevedono integrazione positiva. Prima la Turco-Napolitano e adesso la Bossi-Fini. Le pratiche per la richiesta di asilo sono lunghissime, un calvario la richiesta di permesso di soggiorno. Parcheggiamo gli immigrati qui e là in Italia. Se invece ci fosse almeno uno straccio di permesso di soggiorno provvisorio potrebbero lavorare e la gente non li vedrebbe più bighellonare in giro e non direbbe che mangiano a spese degli italiani già in crisi. Ma nessuno spiega che è la legge che impone la non integrazione».

L’intervista gira sui social, i siti dei quotidiani la rilanciano, la agenzie riportano decine di reazioni, il semprepresente Salvini domanda – ma è una domanda retorica – su Facebook: «Chiedo a voi, amici cattolici: questo Galantino ha rotto le scatole?».

Governo e Partito democratico stranamente tacciono. Ma solo perché stanno per calare l’asso di briscola. Al Tg1 delle 20 compare la vicesegretaria Serracchiani che sintetizza l’irritazione di premier e partito: «A tutti quelli che dispensano soluzioni, a chi dà giudizi ingenerosi, a chi la fa facile, rispondiamo che questo governo sta affrontando con razionalità una soluzione difficile e lo sta facendo molto meglio che in altre parti».

Pochi minuti dopo l’intervista viene rimossa dal sito di Famiglia Cristiana (ma si può ancora leggerla integralmente in copia cache) e compare un comunicato della direzione del settimanale: «Precisiamo, dopo aver parlato con lo stesso mons. Galantino, che le dichiarazioni a lui attribuite sono state riportate in modo esagerato nei toni all’interno di un colloquio confidenziale con il nostro giornalista. Sua Eccellenza è stato strumentalizzato in quanto l’intervista doveva vertere solo sul progetto della Chiesa italiana per consentire a 1.400 ragazzi iracheni profughi di tornare sui banchi di scuola». La nota fa acqua da tutte le parti: l’intervista per essere pubblicata aveva ricevuto il placet del direttore ed è davvero poco credibile che, dopo le frasi di Galantino del giorno prima sui «piazzisti da quattro soldi», si parlasse solo del progetto per i ragazzi iracheni. Alle 20.42 l’atto finale: l’ufficio stampa della Cei inoltra il comunicato di Famiglia Cristiana a tutti i giornalisti.

La “catena di comando” è chiara: il premier si irrita, chiama la Cei perché suggerisca a Famiglia Cristiana di smentire (e al governo non mancano gli “argomenti” per farsi ascoltare dai vescovi), il settimanale obbedisce, smorza, ma ovviamente non può negare quello che Galantino ha realmente detto.

Chi tocca il governo non muore, ma finisce smentito, anzi «strumentalizzato».

«Chi respinge i migranti ignora il Vangelo e nega la democrazia». Intervista a mons. Gian Carlo Perego (Migrantes)

14 agosto 2015

“Adista”
14 agosto 2015

Luca Kocci

«Penso che noi italiani dovremmo un poco di più imparare a distinguere il percepire dal reale. Cosa intendo dire? Noi qui sentiamo dire e sentiamo parlare di “insopportabilità” del numero di richiedenti asilo: guardate, questo, secondo me, è un atteggiamento che viene, in questi giorni, purtroppo alimentato da questi quattro “piazzisti” da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!». Così mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, lo scorso 10 agosto, in un’intervista alla Radio Vaticana al termine del suo viaggio in Giordania («la Giordania ha una popolazione che è di circa 6 milioni, 6 milioni e mezzo, ma sapete che lì ci sono due milioni e mezzo di profughi che vengono accolti?»), ha liquidato – senza fare nomi – i vari Matteo Salvini, Luca Zaia e Beppe Grillo che, anche negli ultimi giorni, hanno invocato misure draconiane contro gli immigrati che arrivano in Italia attraverso il Mediterraneo.

Il 12 agosto ha poi aggiunto a Famiglia Cristiana (che però in serata ha rimosso l’intervista dal sito internet e ha cercato di smorzare, senza tuttavia smentire: «Le dichiarazioni attribuite a mons. Galantino sono state riportate in modo esagerato nei toni all’interno di un colloquio confidenziale con il nostro giornalista»): il governo «è del tutto assente sul tema immigrazione», «non basta salvare i migranti in mare per mettere a posto la coscienza nazionale», le nostre leggi – «prima la Turco-Napolitano e adesso la Bossi-Fini» – di fatto «respingono gli immigrati e non prevedono integrazione positiva. Rispedendo al mittente – a Salvini e a Zaia – le accuse rivolte alla Chiesa di guadagnare con gli immigrati: si tratta, ha detto Galantino, «una banalità spaventosa», «ci sono vescovi che ospitano immigrati a casa propria e non si sono mai riempiti le tasche di soldi, anzi. Lo fanno anche Salvini, Zaia e Grillo?» E ribadendo: «I piazzisti sono molti, piazzisti di fanfaronate da osteria, chiacchiere da bar che rilanciate dai media rischiano di provocare conflitti».

«Non sono sorpreso dalle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici», spiega ad Adista mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Cei che si occupa di migrazioni. «Del resto già in altre occasioni alcuni esponenti della Lega Nord avevano evidenziato un vuoto assoluto di proposta politica e un’incapacità di formulare proposte concrete per fare fronte ad uno dei drammi del nostro tempo. Le parole di mons. Galantino cercano solo di contrastare qualunquismo e vuoto politico».

Insomma si tratta di piazzisti da quattro soldi…

«Ognuno colora come meglio crede le proprie espressioni e il proprio sdegno di fronte ad affermazioni insensate, pericolose per la vita delle persone e irrispettose di un diritto, che è il diritto di asilo. In ogni caso mons. Galantino non ha fatto altro che ribadire quello che sostiene anche il magistero sociale della Chiesa dalla Populorum progessio in poi : tutelare un richiedente asilo, che non può essere etichettato come clandestino prima di averlo incontrato e ascoltato, e tutelare la vita delle persone, perché respingere in mare significa uccidere. Del resto già nel 2011 l’Italia fu condannata dal Tribunale dei diritti umani dell’Europa quando furono respinti alcuni migranti che poi trovarono la morte in mare».

Salvini chiede di portare gli immigrati in Vaticano. Zaia dice che se la Chiesa interviene lo fa perché guadagna sui migranti. Come risponde?

«Noi facciamo il nostro dovere accogliere e di sostenere migranti, rifugiati, richiedenti asilo e persone in povertà. È un dovere che ci viene dal Vangelo: “Ho avuto fame – dice Gesù – e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito”, dice Gesù. Ma c’è dell’altro…».

Cosa?

«Sulla questione immigrazione, la politica sta evidenziando gravi carenze e inadempienze, per cui spesso la Chiesa, con le proprie strutture, si trova a fare opera di supplenza di uno Stato assente, che non ha saputo organizzare un piano di accoglienza, di assistenza e di asilo richiesto dagli accordi di Dublino. Sono le Prefetture che ci chiamano, ci chiedono di accogliere le persone e ci pregano di fare quello che non stanno facendo Stato, Regioni e Comuni. E anche le risorse che arrivano non vanno alla Chiesa ma sono per gli operatori, alcuni dei quali hanno trovato lavoro anche in seguito a questa situazione. Il direttore della Caritas di Bergamo, per fare un unico esempio, mi ha detto di aver assunto 70 persone impegnate nei servizi di accoglienza».

Cosa rimprovera alla politica?

«Stato centrale, Regioni e Comuni non sono capaci di collaborare per organizzare e gestire l’accoglienza. Inoltre dal 2011 ad oggi ancora non c’è stata quella pianificazione richiesta di alcuni luoghi dove tutelare il diritto di asilo. Si tratta oggi di 85mila persone che, spalmate su 8mila Comuni, non avrebbero l’impatto drammatico che si vuole far credere».

Nel mondo politico, oltre ai negligenti, ci sono anche i seminatori di odio…

«Alcuni politici e alcune forze politiche non fanno nulla perché hanno paura di perdere consenso, oppure alzano la voce e sfruttano le paure delle persone per raggranellare un po’ di voti. E questo è davvero vergognoso»

Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha accusato la Chiesa di parlare ma di non agire, perché, per esempio, potrebbe ospitare i migranti nei conventi vuoti…

«Prima di tutto vorrei dire al presidente del Veneto che non può scaricare su altri quelli che sono compiti istituzionali propri. Quindi deve innanzitutto fare il proprio dovere, che oggi mi pare molto debole. Ripeto: oggi sta facendo supplenza alle mancanze di Stato, Regioni e Comuni, e in diversi territori, seminari e conventi sono stati aperti ai migranti, molte comunità religiose stanno adeguando alcune strutture per l’accoglienza. Poi ovviamente si può fare di più e meglio: ogni comunità, per esempio, dovrebbe riuscire a creare al proprio interno uno spazio e un luogo di accoglienza, e non limitarsi solo a fare catechesi».

La Lega Nord difende il crocefisso nelle scuole e chiede di respingere i migranti. Non le pare una contraddizione?

«Non metto in dubbio la fede dei singoli. Esprimo però il mio giudizio su alcune idee che fanno a pugni non solo con il Vangelo, ma con l’idea stessa di democrazia. Il diritto di asilo nasce con la democrazia, negarlo significa cadere in una sorta di medioevo della democrazia».

Non le sembra che in passato ci sia stata grande indulgenza da parte della Chiesa nei confronti di alcune forze politiche, come per esempio la Lega, che potevano essere utili alleati per altre battaglie su temi cari ai vescovi?

«Bisogna distinguere il magistero dalla politica. Noi oggi, di fronte al dramma dell’immigrazione, chiediamo di governare questo fenomeno, nel rispetto della dignità della persona e del diritto di asilo. Allo stesso modo, sul tema della famiglia, chiediamo la tutela della famiglia fondata sul matrimonio. E questo indipendentemente da collateralismi con una o un’altra forza politica».

La Chiesa fa politica?

«Se fare politica significa interessarsi della città, della dignità di ogni persona, della giustizia sociale allora in questo momento la Chiesa sta facendo politica, indipendentemente da qualsiasi formazione partitica. E mi rendo conto che questo può dare fastidio a chi ha idee diverse».

Quello dell’immigrazione è un problema non solo italiano ma europeo…

«E va affrontato anche a livello europeo. Rimettendo in discussione la chiusura di Mare nostrum che ha provocato il 30% di morti in più. Ridefinendo gli accordi di Dublino così da permettere una libera circolazione dei migranti in tutta Europa. E prevedendo una reale condivisione dell’accoglienza da parte di un’Europa di 500 milioni di abitanti che non può trovarsi in ginocchio per 200mila persone che arrivano dal Mediterraneo. Occorre una nuova politica europea sul tema delle migrazioni. Diversamente la chiusura e il ritorno dei nazionalismi non faranno altro che provocare un effetto domino che riporterà l’Europa indietro di 50 anni».

Monsignor Perego: «Stiamo supplendo alle carenze della politica»

13 agosto 2015

“il manifesto”
13 agosto 2015

Luca Kocci

«Sulla questione immigrazione, la politica sta evidenziando gravi carenze e inadempienze, per cui spesso la Chiesa, con le proprie strutture, si trova a fare opera di supplenza di uno Stato assente. A questo poi va aggiunto che ci sono alcuni politici e alcune forze politiche che non fanno nulla perché hanno paura di perdere consenso, oppure alzano la voce e sfruttano le paure delle persone per raggranellare un po’ di voti. E questo è davvero vergognoso».

L’analisi di mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes (l’organismo pastorale della Cei che si occupa di migrazioni), sebbene pacata nei toni, è netta. E netto è anche il suo giudizio sulle polemiche fra il segretario generale della Cei, mons. Galantino, e alcune forze politiche, la Lega Nord su tutte. «Non sono sorpreso – dice mons. Perego –, del resto già in altre occasioni alcuni esponenti della Lega Nord avevano evidenziato un vuoto assoluto di proposta politica e un’incapacità di formulare proposte concrete per fare fronte ad uno dei drammi del nostro tempo. Le parole di mons. Galantino cercano solo di contrastare qualunquismo e vuoto politico».

Insomma sono piazzisti da quattro soldi…

«Ognuno colora come meglio crede le proprie espressioni e il proprio sdegno di fronte ad affermazioni insensate, pericolose per la vita delle persone e irrispettose di un diritto, che è il diritto di asilo. In ogni caso mons. Galantino non ha fatto altro che ribadire quello che sostiene anche il magistero sociale della Chiesa: tutelare un richiedente asilo, che non può essere etichettato come clandestino prima di averlo incontrato e ascoltato, e tutelare la vita delle persone, perché respingere in mare significa uccidere».

Salvini chiede di portare gli immigrati in Vaticano. Zaia dice che se la Chiesa interviene lo fa perché guadagna sui migranti. Come risponde?

«Noi facciamo il nostro dovere accogliere e di sostenere migranti, rifugiati, richiedenti asilo e persone in povertà. È un dovere che ci viene dal Vangelo. Ma in questo momento molte nostre strutture stanno supplendo alle gravi carenze della politica, di tutta la politica, che non ha saputo organizzare un piano di accoglienza, di assistenza e di asilo richiesto dagli accordi di Dublino. Sono le Prefetture che ci chiamano, ci chiedono di accogliere le persone e ci pregano di fare quello che non stanno facendo Stato, Regioni e Comuni».

Cosa rimprovera alla politica?

«Stato centrale, Regioni e Comuni non sono capaci di collaborare per organizzare e gestire l’accoglienza. Inoltre dal 2011 ad oggi ancora non c’è stata quella pianificazione richiesta di alcuni luoghi dove tutelare il diritto di asilo. Si tratta oggi di 85mila persone che, spalmate su 8mila Comuni, non avrebbero l’impatto drammatico che si vuole far credere».

La Lega Nord difende il crocefisso nelle scuole e chiede di respingere i migranti. Non le pare una contraddizione?

«Non metto in dubbio la fede dei singoli. Esprimo però il mio giudizio su alcune idee che fanno a pugni non solo con il Vangelo, ma con l’idea stessa di democrazia. Il diritto di asilo nasce con la democrazia, negarlo significa cadere in una sorta di medioevo della democrazia».

Non le sembra che in passato ci sia stata grande indulgenza da parte della Chiesa nei confronti di alcune forze politiche, come per esempio la Lega, che potevano essere utili alleati per altre battaglie su temi cari ai vescovi?

«Bisogna distinguere il magistero dalla politica. Noi oggi, di fronte al dramma dell’immigrazione, chiediamo di governare questo fenomeno, nel rispetto della dignità della persona e del diritto di asilo. Allo stesso modo, sul tema della famiglia, chiediamo la tutela della famiglia fondata sul matrimonio. E questo indipendentemente da collateralismi con una o un’altra forza politica».

La Chiesa fa politica?

Se fare politica significa interessarsi della città, della dignità di ogni persona, della giustizia sociale allora in questo momento la Chiesa sta facendo politica, indipendentemente da qualsiasi formazione partitica. E mi rendo conto che questo può dare fastidio a chi ha idee diverse».

Quello dell’immigrazione è un problema non solo italiano ma europeo…

«E va affrontato anche a livello europeo. Rimettendo in discussione la chiusura di Mare nostrum che ha provocato il 30% di morti in più. Ridefinendo gli accordi di Dublino così da permettere una libera circolazione dei migranti in tutta Europa. E prevedendo una reale condivisione dell’accoglienza da parte di un’Europa di 500 milioni di abitanti che non può trovarsi in ginocchio per 200mila persone che arrivano dal Mediterraneo. Occorre una nuova politica europea sul tema delle migrazioni. Diversamente la chiusura e il ritorno dei nazionalismi non faranno altro che provocare un effetto domino che riporterà l’Europa indietro di 50 anni».

L’attacco del papa al cuore dell’Europa

8 agosto 2015

“il manifesto”
8 agosto 2015

Luca Kocci

Respingere in mare i migranti è come fare la «guerra», è «violenza», è «uccidere».

Quando ieri mattina, ricevendo in udienza in Vaticano 1.500 giovani del Movimento eucaristico giovanile (legato ai gesuiti), papa Francesco, rispondendo a braccio alla domanda di un partecipante all’incontro, ha pronunciato queste parole, non parlava del Mediterraneo. Parlava dei Rohingja, una popolazione musulmana in fuga dal Myanmar e respinta da diversi Paesi del sud-est asiatico. Ma quel passaggio del discorso del papa può valere anche per le stragi di questi giorni nel Canale di Sicilia e per i 2mila morti che, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ci sono stati nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno ad oggi.

«Pensiamo a quei fratelli nostri dei Rohingja, sono stati cacciati via da un Paese, da un altro e da un altro, e vanno per mare», ha detto Bergoglio. «Quando arrivano in un porto o su una spiaggia, danno loro un po’ d’acqua, un po’ da mangiare e li cacciano via sul mare. Questo è un conflitto non risolto, e questa è guerra, questo si chiama violenza, si chiama uccidere».

Il contesto del discorso era quello delle tensioni e dei conflitti personali e sociali. Inevitabili, perché una società senza conflitti sarebbe «un cimitero», invece – ha detto il papa – «quando c’è vita, c’è tensione e c’è conflitto». Ma tensioni e conflitti vanno affrontati con il «dialogo» e «con il rispetto dell’identità di ciascuno», ha proseguito Francesco. «Se io ho un conflitto con te e ti uccido, è finito il conflitto, ma quella non è la strada. Se tante identità, siano culturali o religiose, vivono insieme in un Paese, ci potrebbero essere conflitti, ma con il rispetto dell’identità dell’altro e con il dialogo si risolvono». Un atteggiamento che secondo il pontefice riguarda anche i credenti: i musulmani («in Medio Oriente stiamo vedendo che tanta gente non è rispettata, le minoranze religiose, i cristiani non sono rispettati, tante volte sono uccisi, perseguitati, perché non si rispetta la loro identità») e i cattolici, che nella storia più volte hanno detto «questo non è cattolico, non crede in Gesù Cristo. Rispettalo, cerca che cosa buona ha, cerca nella loro religione, nella loro cultura, i valori che ha. Così i conflitti si risolvono: con il rispetto dell’identità altrui».

Il fatto che il discorso di papa Francesco avesse anche una valenza mediterranea, europea ed italiana è dimostrato dalla reazione scomposta di Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, che sulla sua pagina Facebook si è affrettato a dire: «Respingere i clandestini un crimine? No, un dovere. Sbaglio?». E ad Affaritaliani.it ha precisato: «Con tutto il dovuto rispetto per papa Francesco, respingere i clandestini non è un crimine ma, anzi, un dovere di qualunque buon amministratore, cattolico o no». Seguito a ruota da Tony Iwobi, responsabile del dipartimento sicurezza e immigrazione della Lega: «Mi chiedo se il Regno Unito, l’Australia, Malta, la Spagna e molti altri Paesi che respingono i clandestini siano, secondo il principio cattolico, nazioni razziste. Non credo proprio». Uno scontro che va avanti da diversi giorni quello fra la Lega e papa Francesco, anzi fra Lega e Chiesa cattolica sul tema immigrazione. Anche se su altre questioni, per esempio la crociata contro le unioni omosessuali, la Chiesa diventa alleata dei leghisti, “cattolici” per opportunismo e a corrente alternata.

Papa Francesco incassa invece il sostegno delle altre religioni presenti in Italia, i valdesi – con il moderatore della Tavola valdese, Bernardini – e i musulmani, con Piccardo, dell’Unione delle comunità islamiche in Italia: «L’Europa si dice cristiana e riconosce unanimemente il valore della personalità del papa, eppure non si comporta di conseguenza». E del Centro italiano rifugiati: «Il papa ha detto parole molto importanti definendo atto di guerra il respingimento di popoli in fuga dal proprio Paese e in cerca di rifugio altrove», ha detto il portavoce del Cir, Christopher Hein. «Il respingimento è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma vediamo che in Europa invece di accettare e accogliere si erigono muri».

Catto-fascio-leghisti alla ribalta

6 agosto 2015

“il manifesto”
6 agosto 2015

Luca Kocci

Inchiodano i crocefissi sulle pareti delle aule scolastiche perché sono un segno della «nostra civiltà», ma aggrediscono papa, vescovi e preti quando si schierano dalla parte degli immigrati. Rivendicano le «radici cristiane» dell’Europa, ma se qualche cristiano afferma che la “fortezza Europa” deve abbattere i muri di protezione e di separazione lo marchiano come complice degli scafisti e amico dei terroristi.

È il cattolicesimo dei fascio-leghisti, sempre più compenetrati gli uni negli altri dopo la “svolta nazionale” di Salvini, a cui si sono prontamente accodati nostalgici del ventennio e residuati in camicia nera sedotti dalla possibilità di superare la barriera dello zero virgola delle loro fiacche prestazioni elettorali. Ma anche dei perbenisti borghesi che iscrivono i figli nella scuola cattolica e poi sbraitano se il vescovo decide di ospitare un gruppo di profughi vicino all’istituto frequentato dai loro rampolli.

Un cattolicesimo svuotato del Vangelo, trasformato in religione civile di un’Italia «Dio, Patria e famiglia», in piena sintonia con quel pezzo di Chiesa gerarchica, conservatrice e maschilista che ha opportunisticamente lasciato fare, quando non benedetto. Poche battaglie, strumentalmente selezionate: sì alla «famiglia naturale»; sì al crocefisso e al presepe in ogni aula; sì al finanziamento pubblico delle scuole paritarie; no agli immigrati, soprattutto se islamici, quindi no alle moschee; no agli omosessuali che rivendicano i propri diritti; no alla «ideologia del gender», senza sforzarsi di capire davvero di cosa si tratta.

Alcuni episodi delle ultime settimane rivelano la contraddizione di una religione senza fede, brandita come una clava dai fascio-leghisti e da quella «vecchia piccola borghesia» – cantava Claudio Lolli – «contenta se un ladro muore o se si arresta una puttana, se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana».

Il primo nell’ex Veneto bianco, area Marca trevigiana. A metà luglio, alcuni abitanti di Quinto di Treviso, spalleggiati dal leghista presidente della Regione Luca Zaia, protestano con veemenza e respingono il trasferimento di un centinaio di profughi in un condominio. Pochi giorni fa due vescovi, mons. Gardin (Treviso) e mons. Pizziolo (Vittorio Veneto), scrivono una lettera aperta, per condannare la rivolta: siamo cristiani «nella maniera che ci è richiesta dal Vangelo o secondo un cristianesimo   accomodante   che   ci siamo   rimodellati   sulle   nostre ideologie o sulle nostre chiusure?», chiedono i due vescovi, «sconcertati di fronte alla deformazione di un cristianesimo professato a gran voce, e magari “difeso” con decisione nelle sue tradizioni e nei suoi simboli, ma svuotato dell’attenzione ai poveri, agli ultimi». Non si scompone Zaia: «I vescovi, che rispetto in quanto cattolico, io li capisco perché il Vangelo predica la solidarietà, ma i veneti hanno capito che molti di questi che noi aiutiamo come profughi non sono affatto in difficoltà. I vescovi hanno dato tutto quello che potevano dare? I seminari sono tutti pieni di immigrati e di profughi? Non mi risulta. Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Pochi giorni prima il capo di Zaia, Matteo Salvini, segretario della Lega Nord e paladino dei presepi nelle scuole, dopo aver criticato il papa sempre sul tema immigrati, se l’era presa con don Formenton, un prete veneto da anni trapiantato in Umbria, che all’indomani della protesta anti-immigrati di Quinto (e di Roma, con i fascisti di Casa Pound ad alzare le barricate contro il trasferimento di un gruppo di rifugiati in un centro di accoglienza), aveva affisso sul portone della sua parrocchia a Sant’Angelo in Mercole (Spoleto), un cartello: «In questa Chiesa è vietato l’ingresso ai razzisti, tornate a casa vostra!», e le parole di Gesù del Vangelo di Matteo «Ero straniero e non mi avete accolto… Lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno». Salvini commenta su Facebook: «Don Gianfranco Formenton attacca la Lega, parlando di razzismo, odio, squadrismo, Hitler e Mussolini “Vietato l’ingresso ai razzisti” si legge all’ingresso della “sua” chiesa. Forse il parroco preferisce gli affaristi alla Mafia Capitale? Preferisce gli scafisti, gli schiavisti, i terroristi? Povera Spoleto e povera Chiesa, se questo è un prete…».

Dalla Lega a Forza Nuova. A fine luglio alcuni militanti del movimento politico fondato da Roberto Fiore e Massimo Morsello affiggono di fronte alla cattedrale di Avezzano (Aq) un manifesto contro il vescovo, mons. Santoro, reo di una pastorale di accoglienza verso i migranti: «Per il vescovo prima i clandestini, per Forza Nuova prima gli italiani». Forza Nuova non è nuova ad iniziative di questo tipo: l’anno scorso striscioni con la scritta «No fiabe gay. Proteggiamo i nostri bambini» vennero issati davanti alle librerie Paoline di Treviso, Trieste e Verona perché negli scaffali erano i vendita alcuni libri contro la violenza di genere e l’omofobia. E qualche anno prima i neofascisti si erano arrabbiati con un altro prete, don Armando Zappolini, che nella sua parrocchia a Perignano (Pisa) accanto al presepe aveva piazzato un cartello a sostegno della legge per la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia: «Gesù, bambino nato in Italia nella notte fra il 24 e il 25 dicembre da genitori palestinesi senza documenti di soggiorno, non potrà diventare cittadino italiano». Eppure Forza Nuova è movimento che rivendica la propria cattolicità: il 20 giugno era in piazza a Roma, insieme ai neocatecumenali e ad altri gruppi cattolici, “per la famiglia e contro il gender”; e l’8 agosto i forzanovisti calabresi concluderanno il proprio Campo d’azione – durante il quale è prevista la proiezione di Sodom. La rivoluzione antropologica in atto, documentario a cura dell’associazione cattolica Pro Vita – a Belmonte Calabro (Cs) con il rito del “presente” a Michele Bianchi (gerarca fascista calabrese morto nel 1930) al termine di una messa officiata da don Giulio Tam, prete lefevriano – quindi fuori dalla Chiesa cattolica – espulso anche dalla Fraternità San Pio X, che dice del proprio look: «la mia tonaca è una camicia nera taglia XXL».

Il terzo episodio a Crema, dove il vescovo, mons. Cantoni, su richiesta della Prefettura, decide di accogliere in un ex convento di suore una ventina di giovani profughi extracomunitari. Ma non aveva considerato, il vescovo, che accanto al convento c’è una scuola cattolica, e che i cattolicissimi genitori dei bambini si sarebbero ribellati: proteste in Municipio e in Curia, raccolta di firme, minacce di ritirare dalla scuola i propri figli al grido «gli immigrati dove ci sono i nostri figli non li vogliamo». Il vescovo fa dietrofront, ma bacchetta le «reazioni sconsiderate e irrazionali», dettate dal «demone della paura dell’altro, del diverso da noi, dello straniero» e «dal nostro perbenismo fondato sul pensare solo a noi stessi o ai nostri figli».

Si può chiedere alla Chiesa, se davvero è lontana da questo cattolicesimo antievangelico, di impiegare la stessa energia e la stessa determinazione usata in altre situazioni e contro altri “nemici” per isolare questi “buoni cattolici”?