“il manifesto”
19 agosto 2015
Luca Kocci
Quello dei leghisti contro i vescovi sembra essere uno dei tormentoni dell’estate.
Prima gli attacchi del presidente del Veneto Zaia contro mons. Gardin (Treviso) e mons. Pizziolo (Vittorio Veneto) che avevano condannato le proteste di Quinto di Treviso contro il trasferimento di un centinaio di profughi. Poi i rimproveri di Salvini al segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Galantino, colpevole di aver criticato i politici «piazzisti da quattro soldi che pur di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse» contro gli immigrati (e per ribadire il concetto, lo stesso Salvini, al raduno leghista di ferragosto a Ponte di Legno, ha puntualizzato: «I vescovi non rompano le palle ai sindaci»). Adesso gli strali dei leghisti colpiscono un frate, e di nuovo il vescovo di Vittorio Veneto, che avrebbe censurato la Preghiera dell’Alpino.
Il 15 di agosto, sul passo di San Boldo (fra Belluno e Treviso), viene celebrata una messa per la festa degli alpini di Tovena (Tv), al termine della quale, da tradizione, si legge la Preghiera dell’Alpino, risalente a prima della II guerra mondiale che, fra l’altro, recita: «Rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana». Il celebrante, un frate servita, prima di cominciare, chiede ai presidenti delle sezioni degli Alpini di sostituire le parole «armi» con «animi» e «contro» con «di fronte». Una modifica soft, per alleggerire il contenuto guerrafondaio della preghiera, composta del resto in epoca fascista e bellica. E una modifica in linea con quella approvata negli anni ’80 dagli stessi Alpini che sostituirono l’intera frase con «Rendici forti a difesa della nostra Patria e della nostra Bandiera», riservando la lettura della versione originaria alle celebrazioni in cui fossero presenti solo gli alpini (che al San Boldo erano un terzo dei partecipanti). «O si legge la preghiera originale o niente», replicano i capi sezione che, prima della fine della messa, invitano gli Alpini ad uscire dalla chiesa e a radunarsi nel prato per leggere la preghiera originale.
Immancabile due giorni dopo il post su Facebook di Salvini il quale però, per la smania di attaccare il vescovo, stravolge i fatti, che così vengono ripresi da diversi organi di stampa: «Vietata la Preghiera dell’Alpino a Messa! Pazzesco. La Diocesi di Vittorio Veneto ha proibito la lettura. Sono sempre più sconcertato da certi vescovi. W gli Alpini». Non è tenera nemmeno la sezione locale degli alpini: «È amaro constatare che proprio all’interno della comunità cristiana possano crescere muri, che finiscono per incidere nella serenità di rapporti, usando pretestuosamente il Vangelo della pace come una clava per rompere armonie consolidate».
Ieri la nota di mons. Pizziolo che smentisce la censura («non ho emanato nessuna indicazione sul fatto di leggere o non leggere o come leggere la preghiera degli Alpini»), conferma il rifiuto dei capi sezione a sostituire le due parole come proposto dal celebrante e annuncia: «Sarò costretto ad intervenire per trovare, in dialogo con gli Alpini, una posizione che eviti il ripetersi di questi fatti».