Archive for settembre 2015

Il papa contro Parigi: «No ai bombardamenti in Siria»

29 settembre 2015

“il manifesto”
29 settembre 2015

Luca Kocci

«God bless America», «Dio benedica l’America», è il messaggio con cui papa Francesco ha salutato il vicepresidente Usa Joe Biden alla partenza da New York e quello che ha rilanciato ieri mattina con un tweet appena atterrato a Ciampino. Ma in aereo, durante il lungo viag­gio di ritorno, ha avuto parole più fic­canti. Le prime in par­ti­co­lare, con­tro i bom­bar­da­menti in Siria, devono aver avuto un’eco molto forte soprat­tutto alle orec­chie di Hol­lande e dei fran­cesi, che pro­prio nel fine set­ti­mana hanno ini­ziato i raid. «Non cono­sco bene la situa­zione poli­tica e non la giu­dico – ha pre­messo il Papa –. Ho sen­tito dire che la Rus­sia era in una posi­zione e gli Usa ancora non erano ben chiari. Ma quando sento la parola “bom­bar­da­mento”, penso a morte, a san­gue. Ripeto quello che ho detto al Con­gresso Usa e all’Assemblea Onu: evi­tare que­ste cose, evi­tare i bom­bar­da­menti». Più chiaro di così.

Che il viaggio americano sia stato positivo lo conferma lo stesso Francesco nella tradizionale conferenza stampa “volante” sull’aereo che lo riportava a Roma. «Mi ha sorpreso il calore della gente», ha detto riferendosi in particolare alla permanenza negli Usa, «è andato tutto bene, nessuna cosa brutta». Del resto Bergoglio è stato molto abile a muoversi sul filo, affrontando temi caldi – armi, pena di morte, povertà, migrazioni, ambiente – ma «in modo da non fornire munizioni né ai conservatori né ai progressisti degli Stati Uniti per le loro guerre politiche», spiega al New York Times Stephen Schenck, direttore dell’Istitute for policy research and catholic studies alla Catholic university of America.

E se i fendenti a destra sono stati più numerosi di quelli a sinistra – ma sempre piuttosto morbidi –, la conclusione del viaggio è stata a Philadelphia, per l’Incontro mondiale delle famiglie. «Le nostre famiglie sono sono il luogo in cui la fede diventa vita e la vita cresce nella fede», ha detto Bergoglio durante la messa finale, evitando di calcare la mano sulle questioni care ai movimenti pro-life più agguerriti, ma invitando comunque tutti «a partecipare alla profezia dell’alleanza tra un uomo e una donna, che genera vita e rivela Dio».

Una sorta di preambolo all’assemblea del Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si aprirà il 4 ottobre con una serie di questioni divisive all’ordine del giorno, dai divorziati risposati alle coppie omosessuali. Sull’aereo il papa è stato più netto, rispondendo ad una domanda sul recente Motu proprio che ha semplificato le procedure per la dichiarazione di nullità dei matrimoni: «Questo documento – ha puntualizzato – facilita i processi nei tempi, ma non è un divorzio, perché il matrimonio è indissolubile, e questo la Chiesa non lo può cambiare, è dottrina. O non è stato matrimonio, e questa è nullità, ma se è esistito allora è indissolubile». Si tratta semmai, aggiunge, di dire no prima, di non acconsentire ad un matrimonio cattolico se non vi sono le condizioni. E sulla comunione ai divorziati risposati taglia corto: «Questa non è la soluzione». Sembra uno stop a tutte le ipotesi aperturiste avanzate da alcuni settori dell’episcopato e del mondo cattolico riformatore, che oltre all’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati hanno sollecitato anche la possibilità di seconde nozze, in linea con la tradizione della Chiesa del primo millennio e delle Chiese orientali. Si vedrà in che direzione andrà il dibattito sinodale.

Questione pedofilia. A Philadelphia Bergoglio ha incontrato cinque vittime di abusi (due donne e tre uomini) anche da parte di preti: «Mi dispiace profondamente che alcuni vescovi abbiano mancato nella loro responsabilità di proteggere i bambini» e «in alcuni casi siano stati i vescovi stessi a commettere gli abusi – ha detto il papa –. Vi prometto che seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci. Clero e vescovi saranno chiamati a rendere conto se hanno abusato di bambini o non sono stati capaci di proteggerli». E ai vescovi: «I crimini e i peccati di abuso sessuale di minori non possono essere tenuti nascosti». Parole ribadite durante la conferenza stampa in aereo: «Non si deve coprire, sono colpevoli anche coloro che hanno coperto gli abusi, anche alcuni vescovi».

L’occasione per passare dalle parole ai fatti si presenta immediatamente. È riesploso in questi giorni – grazie ad alcune inchieste della Bbc e di repubblica.it – il caso del seminario di Mirfield, in Inghilterra, dove negli anni ‘60 e ’70 vennero commessi abusi su 12 ragazzi di 11-15 anni da parte di alcuni religiosi comboniani, che in questi giorni eleggeranno il loro superiore generale. Una delle vittime, oggi 59enne, Mark Murray, è riuscito ad incontrare l’unico religioso ancora vivente, nella casa dei comboniani a Verona, protetto da una sorta di cordone sanitario dispiegato attorno a lui. «Papa Francesco intervenga», chiedono “i 12 di Mirfiled”.

Annunci

La banca del papa, fra scandali e riforma

27 settembre 2015

“Adista”
n. 32, 26 settembre 2015

Luca Kocci

«Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». Lo disse il cardinale africano John Onaiyekan, fra le perplessità di molti altri cardinali, durante le Congregazioni generali immediatamente precedenti al conclave che poi elesse Bergoglio al soglio pontificio. Qualche settimana dopo fu lo stesso papa Francesco ad intervenire durante un’omelia di una messa mattutina a Santa Marta a cui partecipavano anche alcuni dipendenti della banca vaticana: «Quando la Chiesa vuole vantarsi della sua quantità, moltiplica gli uffici e diventa burocratica, perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in un’organizzazione. Certo, ci sono quelli dello Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Bastarono queste due affermazioni perché molta stampa iniziasse a favoleggiare sulla imminente chiusura dello Ior (v. Adista Notizie n. 22/13). Adesso, dopo due anni di regno di papa Francesco, archiviate le favole messe in circolazione con troppa facilità e ingenuità, tutto risulta più chiaro. Lo Ior non può chiudere, perché è fondamentale per l’esistenza stessa dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede per mettere in sicurezza i bilanci del Vaticano. Sia perché è uno strumento necessario per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Ma da qualche anno è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una sorta di banca dei poveri, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger nella seconda parte del suo pontificato, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, sebbene la corsa sia appena avviata e le contraddizioni restino sul tavolo.

Altri due attori sono cambiati: è uscito di scena il card. Tarcisio Bertone (e molti italiani), potente segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior; e ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato e voluto da papa Francesco (v. Adista Notizie n. 9/14). Ma non si tratta, come una troppo semplicistica vulgata che ha identificato nel card. Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere automaticamente tutti gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli amici degli amici, allo Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si tenta di stoppare gli scandali più macroscopici – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma anche di fare soldi, possibilmente più e meglio del passato.

Francesco Peloso, che scrive di Vaticano e Chiesa per Vatican Insider e Internazionale, racconta con attenzione questa storia, senza facili scoop a buon mercato e senza indugiare troppo nel passato dello Ior (Marcinkus, Calvi, Sindona…), ma analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciano le vicende dello Ior con quando accaduto Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio (Francesco Peloso, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16).

In questa storia lo Ior, pur non essendo l’unico protagonista, è uno dei personaggi principali. Perché alla vigilia delle dimissioni di Ratzinger il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi (e molti documenti riguardavano proprio la banca del papa, l’allora presidente Gotti Tedeschi e più in generale i soldi del Vaticano) e la situazione dello Ior e del Vaticano (versante finanzia) era critica: il Dipartimento di Stato Usa – ricorda Peloso – aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale; Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) aveva bocciato il Vaticano (v. Adista Notizie n. 29/12); la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine gestiti da Deutsche Bank (v. Adista Notizie n. 2/13); la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro su due conti dello Ior presso due banche italiane (Credito artigiano e Banca del Fucino) e messo sotto indagine i massimi dirigenti della banca vaticana per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio (v. Adista Notizie n. 1/11).

È in questo contesto che arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e che in conclave si aggrega un “partito antiromano” – interessato alla riforma della Curia più che alla riforma della Chiesa, come in effetti le cronache vaticane stanno evidenziando – che trova in Bergoglio in proprio candidato in grado di sbaragliare gli avversari curiali (il brasiliano Scherer, che fra l’altro aveva un ruolo importante prorpio nello Ior) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola, lontano dalla Curia ma con un’immagine di uomo di potere fin dai tempi di Comunione e liberazione).

Bergoglio, lentamente – ma non troppo – interviene, consapevole che quello della riforma delle finanze e dello Ior è uno dei mandati ricevuti dal Conclave che lo ha eletto. E così fuori gli italiani dalle stanze del potere finanziario sostituiti dagli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e appartenenti o vicini all’Opus Dei sempre e comunque in prima fila); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: “un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per riuscire ad entrare nella white list degli Stati virtuosi (e di conseguenza uscire dalla black list dei Paesi a rischio); collaborazione con la magistratura italiana, come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava con maggior frequenza), tuttora sotto indagine (anche se l’accordo riguarda gli anni successivi al 2009: un modo per cominciare una nuova stagione di pulizia, mettendo però una “pietra tombale” sul passato).

L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, di tentare di liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», talvolta usato come «lavatrice» per operazioni sospette. Il percorso è cominciato, non si sa ancora come e dove finirà. «In che modo reagirà la Curia al suo ridimensionamento, alla riduzione di peso e di ruolo nel campo delle finanze?», si chiede Peloso. «Quali organizzazioni e quali personalità faranno sentire il loro peso sotto il profilo della gestione economica della Chiesa dei prossimi anni? E sarà possibile in tale ambito mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Perché il card. Pell, superministro vaticano dell’economia e uomo di fiducia di Bergoglio, ha il perfetto profilo del teocon anglosassone. Conservatore sotto il profilo politico-ecclesiale, ultraliberista in economia, il suo pensiero è ben espresso da un’intervista rilasciata all’agenzia statunitense Catholic News Service, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa sede, che gli ha conferito quindi una sorta di ufficialità: «Se bisogna aiutare i poveri, dobbiamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone possiamo svolgere». La stella polare è la parabola evangelica del buon samaritano, secondo l’interpretazione non di qualche teologo ma di Margaret Thatcher. «Ricordo il commento della Thatcher – spiega Pell –: se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

San Pietro non aveva una banca, e non ce l’aveva nemmeno la Chiesa delle origini, quella della prima comunità di Gerusalemme raccontata dagli Atti degli Apostoli, che condivideva i propri beni, profondamente diversa dalla Chiesa romana, elefantiaca e centralistica dei nostri tempi. La contraddizione dello Ior, allora, è la contraddizione della stessa struttura ecclesiastica e di come si è andata configurando ed organizzando nel tempo.

Dehoniani “senza cuore”: chiudono “Il Regno” e licenziano nove dipendenti. Lavoratori in sciopero

24 settembre 2015

“Adista”
n. 32, 26 settembre 2015

Luca Kocci

Sciopero dei dipendenti e manifestazione sotto la sede della Provincia Dehoniana dell’Italia settentrionale, a Bologna, dopo la decisione del Centro editoriale dehoniano (Ced) di chiudere, il prossimo 31 dicembre, tre riviste del gruppo – Il Regno, Settimana e Musica e assemblea – e di licenziare nove lavoratori.

Le organizzazioni sindacali, lo scorso 15 settembre, hanno proclamato quattro ore di sciopero – caso abbastanza raro nel mondo dell’editoria cattolica italiana – a cui hanno aderito quasi tutti i lavoratori del Ced, che poi si sono ritrovati in strada, per un presidio davanti al quartier generale della Congregazione dei sacerdoti del Sacro cuore di Gesù (appunto i Dehoniani) dell’Italia del nord. Al termine della manifestazione c’è stato un breve incontro con i rappresentanti della proprietà, «utile perché abbiamo potuto esplicitare la nostra posizione direttamente ai vertici del Ced, ma che al momento non ha prodotto alcuna apertura», spiega ad Adista Daniela Sala, redattrice del Regno e componente della Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu).

La posta in gioco è molto alta: il posto di lavoro per nove dipendenti del Ced, fra cui i quattro redattori del Regno (compreso il direttore, Gianfranco Brunelli) più altri cinque lavoratori ancora da identificare all’interno dei comparti delle attività editoriali dei Dehoniani, il più importante dei quali è costituito dalle Edb (Edizioni dehoniane Bologna). Nei loro confronti il Ced intende avviare le procedure che porteranno al licenziamento, dal momento che, finora, ha bocciato tutte le proposte avanzate dai lavoratori e dai sindacati per salvaguardare l’occupazione. Considerando che il Ced conta in tutto 30 dipendenti, licenziarne nove vorrebbe dire una riduzione del 30%.

La vicenda apparentemente comincia nello scorso mese di luglio, quando i Dehoniani annunciano la chiusura delle tre riviste per motivi economici (anche se la scelta della proprietà di rinunciare a questi importanti strumenti di informazione e riflessione – in particolare Il Regno – sembra travalicare le mere ragioni di bilancio, v. Adista Notizie n. 28/15). In realtà si parlava di difficoltà economiche almeno da un anno e mezzo, dal dicembre 2013, ma la questione viene affrontata formalmente – insieme ai rappresentanti dei lavoratori e alle organizzazioni sindacali – solo nell’ottobre 2014. Nel febbraio 2015 (anno con cui, frattanto, si decide di chiudere il fascicolo cartaceo del Regno Documenti per trasferirlo interamente online, operazione che fa perdere di colpo un migliaio di abbonati) viene sottoscritto un contratto di solidarietà, con l’intento di risanare il bilancio e salvaguardare l’occupazione, che prevede la riduzione dell’orario di lavoro e del salario del 10% per tutti i dipendenti. Sembra tutto risolto, ma a luglio – anche se la decisione sarebbe stata presa qualche mese prima – arriva l’annuncio della chiusura delle riviste e dei licenziamenti.

Una “doccia fredda”, dal momento che il contratto di solidarietà – accettato dall’azienda – era stato firmato appena 4-5 mesi prima, ed è difficile pensare che in così poco tempo la situazione sia precipitata al punto da rendere necessaria la scure di ben nove licenziamenti. «Avremmo potuto prendere decisioni più robuste fin dal primo momento, invece di scelte apparentemente più morbide che però ci hanno portato a questo punto. L’impressione è che si sia perso del tempo prezioso», aggiunge Daniela Sala.

Qualche settimana fa le organizzazioni sindacali e la Rsu hanno proposto un nuovo «percorso di risanamento», utilizzando gli ammortizzatori sociali previsti dalla legge (cassa integrazione guadagni straordinaria) e prevedendo un piano di prepensionamenti nel biennio 2016-2017. Ma, spiegano i sindacati, «l’azienda ha rifiutato tale percorso, dichiarando che non intende escludere la cassa integrazione a zero ore, ovvero vuole identificare i lavoratori che saranno condannati al licenziamento, per cui quindi non è disponibile a predisporre percorsi di ricollocazione a fronte delle attività scomparse o ridotte». Chiusura totale, quindi: respinte tutte le proposte dei lavoratori ed esclusa anche la possibilità di ricollocare i giornalisti del Regno negli altri settori editoriali dei Dehoniani (operazione peraltro non particolarmente difficile, trattandosi di giornalisti da ricollocare in un’azienda editoriale, tanto che i religiosi lavoratori saranno tutti ricollocati nelle attività del Ced). Unica soluzione il licenziamento, che pare essere una sorta di principio non negoziabile.

Inevitabile, pertanto, la decisione di scioperare il 15 settembre. «La scelta aziendale di comunicare la chiusura delle maggiori riviste storiche del Centro viene ritenuta controproducente, sia rispetto alla missione del Ced, sia rispetto all’immagine che ha da sempre trainato anche gli altri ambiti editoriali dell’azienda», si legge nel comunicato sindacale che annunciava lo sciopero. «Il Ced viene a caricarsi di costi e debiti anche di società collegate (i cui lavoratori peraltro ne hanno già pagato e stanno pagando il costo), senza che sia stato possibile affrontare organicamente e unitariamente questa situazione (ci si riferisce a Proliber, settore distribuzione dei dehoniani, frutto della fusione con Messaggero Distribuzioni, in grave crisi da molti mesi, ndr); soprattutto e prima di tutto [i lavoratori] esprimono il più profondo sconcerto nel prendere atto che il rifiuto opposto dall’azienda alle loro proposte colpisce un delicatissimo profilo etico; ritengono che tutti debbano farsi carico di uno sforzo di risanamento equo e condiviso, e quindi considerano immorale individuare come capro espiatorio solo alcuni lavoratori».

Lo sciopero è riuscito – l’adesione è stata quasi totale – ma i risultati ancora non si vedono. Il Ced ha ribadito la totale «indisponibilità a ricercare una soluzione alternativa» ai nove licenziamenti, informa la Rsu. «I lavoratori hanno ribadito che tale posizione è assolutamente inaccettabile e proseguiranno la mobilitazione e le azioni di lotta, anzitutto con la proclamazione di un ulteriore sciopero, le cui modalità verranno diffuse nei prossimi giorni». Insomma la lotta continua.

La Americhe di Francesco

19 settembre 2015

“il manifesto”
19 settembre 2015

Luca Kocci

Quello che comincia oggi è il viaggio più importante di papa Francesco dall’inizio del pontificato. Per i Paesi che visiterà, Cuba e Stati Uniti. Per i politici che incontrerà, Raul, Fidel Castro e Obama. Per i discorsi che terrà, al Congresso Usa e all’Onu. Per il momento storico in cui avviene, dal punto di vista sia politico – riavvicinamento fra Usa e Cuba, favorito anche dalla mediazione vaticana, elezioni presidenziali statunitensi, conflitto in Siria, migranti –, sia ecclesiale, con la fase finale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia (4-25 ottobre) – da cui si capirà realmente in che direzione andrà la Chiesa di Francesco –, preceduta dall’incontro mondiale delle famiglie, a Philadelphia, dove Bergoglio interverrà, anticipando i temi sinodali e, forse, dando qualche indicazione che potrebbe condizionare il dibattito.

Per tutte queste ragioni la visita si presenta fitta di appuntamenti e densa di significati. Dal Vaticano, Guzmán Carríquiry, numero due della Pontificia commissione per l’America latina, precisa che il viaggio del papa non è di natura «politica» ma «pastorale e missionario». Una sottolineatura ovvia – quale pontefice presenterebbe i suoi viaggi come missioni politiche –, come però è altrettanto ovvio che la trasferta americana di Bergoglio avrà inevitabilmente ricadute politiche, soprattutto se Francesco affronterà temi caldi, dal bloqueo statunitense contro Cuba ancora in vigore, alle questioni ambientali e del riscaldamento globale, denunciate nell’enciclica Laudato si’, fortemente criticata dalla destra repubblicana Usa («il papa eviti di parlare di clima, non mi faccio dettare l’agenda», dichiarò Jeb Bush, candidato cattolico repubblicano alla presidenza, appena uscì l’enciclica).

La prima tappa del viaggio è Cuba. Francesco – terzo pontefice che visita l’isola caraibica dopo Giovanni Paolo II (1988) e Benedetto XVI (2012) – arriverà a L’Avana questo pomeriggio. Domani messa a Plaza de la Revolución e incontro con Raul Castro. Il programma ufficiale ancora non lo specifica, ma quasi sicuramente il papa vedrà pure Fidel. Anche perché il giorno dopo lascerà la capitale e si trasferirà prima a Holguín e poi a Santiago. Si ipotizzava un incontro con alcuni rappresentanti delle Farc – a L’Avana sono in corso i negoziati di pace con il governo colombiano – e la visita ad una prigione. Ma padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, ha smentito entrambe le possibilità (ci sarà la visita ad un penitenziario di Philadelphia). Sul fronte carcere c’è però da segnalare che il governo cubano, anche in seguito ad un appello dell’arcivescovo dell’Avana Ortega (pronunciato subito dopo le parole di Bergoglio sull’amnistia per il prossimo Giubileo), ha concesso un indulto per 3.522 detenuti (escludendo i reati gravi, fra cui i delitti contro la sicurezza dello Stato), incassando l’apprezzamento del papa e, ovviamente di Ortega, gran tessitore dei rapporti fra Chiesa e governo e per questo fortemente criticato dai dissidenti.

Poi Francesco partirà per gli Usa, atterrando a Washington nel pomeriggio del 22 settembre. Il giorno successivo tre eventi importanti: il colloquio con Obama, l’incontro con i vescovi Usa – fra i quali c’è una significativa fronda contro Francesco – e la canonizzazione di p. Junipero Serra, francescano spagnolo (beatificato da papa Wojtyla nel 1988), “evangelizzatore” della California conquistata dalla Spagna (nel ‘700), colpevole delle peggiori nefandezze nei confronti degli indigeni (conversioni forzate, violenze, riduzione in schiavitù). Una canonizzazione fortemente criticata dalle tribù californiane, che però Bergoglio ha scelto di celebrare.

Quindi due incontri politici: al Congresso Usa (24 settembre, la prima volta di un papa), dove pronuncerà un «ampio discorso in inglese» – ha anticipato p. Lombardi – e all’Onu (25 settembre), per un «discorso impegnativo in spagnolo». Si dà per scontato che Bergoglio dica parole forti e assesti qualche bacchettata, soprattutto agli Usa. Ma non è detto che accada. Più volte Francesco, quando si è trovato di fronte ai suoi interlocutori diretti, è stato piuttosto “timido”, riservandosi le critiche più forti a distanza.

La conclusione della visita sarà tutta ecclesiale, con la fase finale dell’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia (26 e 27 settembre). I gruppi pro-life e la destra repubblicana già scaldano i motori. E difficilmente resteranno delusi.

Fuori la ‘ndrangheta dai riti sacri. Gli orientamenti pastorali dei vescovi calabri

18 settembre 2015

“Adista”
n. 31, 19 settembre 2015

Luca Kocci

Il funerale stile “padrino” di Vittorio Casamonica celebrato lo scorso 20 agosto nella parrocchia romana di San Giovanni Bosco al Tuscolano non si sarebbe potuto svolgere se la diocesi di Roma avesse adottato un documento come quello della Conferenza episcopale calabra (Cec), presentato ufficialmente il 4 settembre (ma approvato il 30 giugno) dal neo presidente dei vescovi calabresi, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Catanzaro (e postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, v. Adista Notizie nn. 27/12 e 19/13).

Pietà popolare e Vangelo

Si tratta degli Orientamenti pastorali Per una Nuova Evangelizzazione della pietà popolare, che si affiancano e completano la Nota pastorale sulla ‘ndrangheta Testimoniare la verità del Vangelo emanata dalla Cec il 25 dicembre 2014, la quale definì la mafia «struttura di peccato» (v. Adista Notizie n. 2/15). Un testo ampio (43 paragrafi per 53 pagine) che, pur valorizzando tutte quelle espressioni della «pietà popolare» («in essa – si legge – noi vediamo splendere il genio del nostro popolo, la sua sensibilità, la sua storia, il suo modo proprio di vivere la terra, gli affetti, le tradizioni, le feste, la gioia e il dolore»), mette in guardia da possibili distorsioni antievangeliche della stessa e, per prevenire questi rischi, offre delle indicazioni precise a tutte le diocesi: no a mafiosi scelti come padrini e madrine di battesimo e cresima oppure come testimoni di nozze; sì ai funerali per gli ‘ndranghetisti, purché siano sobri e senza rilevanza pubblica; feste patronali e processioni religiose senza le cosche e senza “inchini” delle statue di fronte alle abitazioni dei boss.

«La pietà popolare», si legge negli Orientamenti, «va incanalata e illuminata dal Vangelo di Cristo e dalla vivente Tradizione della Chiesa, soprattutto tenuta al riparo da eventuali usi impropri e illeciti, o addirittura immorali e peccaminosi». Come fare? Con una «permanente azione formativa e catechetica, nonché un’attenta vigilanza, onde evitare ambiguità fuorvianti e compromessi, misurando sempre le forme esteriori e storiche con il metro della Parola di Dio e dell’insegnamento ecclesiale».

Padrini e madrine: no ai mafiosi

Quindi le indicazioni operative, a cui i vescovi diocesani sono invitati ad attenersi (ed alcuni, già mesi fa, hanno diramato delle linee guida interne per prevenire le infiltrazioni, come il vescovi di Oppido Mamertina-Palmi e quello di Mileto-Nicotera-Tropea, v. Adista Notizie n. 12/15). A cominciare dai sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo e Cresima.

«Il padrino e la madrina nel Battesimo e nella Cresima devono avere i requisiti canonici per ricoprire tale ruolo, che è liturgico, ma soprattutto ecclesiale», si legge. Devono quindi essere «persone credenti e praticanti che, pur nelle fatiche e nelle vicende della vita, s’impegnano a vivere nella fede della Chiesa e nella morale illuminata dal Vangelo di Cristo». Fin qui nulla di nuovo. Poi però arrivano le precisazioni “antimafia”: « Di conseguenza, a persone condannate dal competente organo giudiziario dello Stato con sentenza definitiva per reati di ‘ndrangheta e simili, o che risultino affiliate, o comunque contigue, ad associazioni ‘ndranghetiste e, con il loro operato o connivenza, siano strumenti per la loro affermazione sul territorio, non va perciò rilasciato dalle autorità ecclesiastiche il permesso di fungere da padrino o madrina nelle celebrazioni dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana».

Sì ai funerali, ma sobri

I funerali non vanno negati, nemmeno agli ‘ndranghetisti: «Dinanzi al mistero della morte, la Chiesa non assume alcun atteggiamento di giudizio ma, come è nella sua missione, affida nella preghiera ogni defunto alla misericordia di Dio, giudice giusto e misericordioso». Ma, precisano gli Orientamenti, le esequie «non sono la celebrazione della vita del defunto, ma il suo affidamento alla misericordia del Padre celeste. Pertanto, anche nel caso di persone condannate per reati di mafia, se non c’è stato un loro precedente espresso rifiuto della celebrazione religiosa, la Chiesa concede anche ad essi il conforto delle esequie religiose, ma in forma semplice, senza segni di pomposità, di fiori, canti, musiche e commemorazioni». Insomma funerale sì, ma niente bara su carrozze trainate da cavalli, lancio di petali di rose dall’elicottero o striscioni inneggianti al defunto affissi sul portale della chiesa.

Fuori la ‘ndrangheta da feste e processioni

Quindi il capitolo «feste e processioni», quello più dettagliato, anche perché sono le situazioni in cui le infiltrazioni sono state più evidenti e i boss hanno spesso infiltrato per affermare maggiormente il proprio prestigio e, di conseguenza, il proprio potere (v. Adista Notizie nn. 64/10, 65/11 e 31/14).

Programmi e membri dei comitati feste – che esistono quasi in ogni parrocchia – devono essere preventivamente autorizzati dal vescovo. E in ogni caso possono far parte dei comitati «esclusivamente fedeli del territorio parrocchiale, stimati per l’ordinaria e riconosciuta condotta di vita di fede, sempre attivi nella collaborazione pastorale (e non soltanto in coincidenza con la festa), mentre devono restarne

del tutto esclusi i soggetti con problemi penali, civili, tributari e amministrativi e che siano stati dichiarati colpevoli da sentenze passate in giudicato». A queste persone, puntualizzano gli Orientamenti, «si vieti la partecipazione attiva alle feste religiose popolari della Comunità, soprattutto nella fase della programmazione e della gestione economica», affinché processioni e feste «non diventino mai appannaggio delle famiglie ‘ndranghetiste del luogo, che mirerebbero soltanto a favorire la loro esteriore rispettabilità o, ancor peggio, i loro interessi economici e di potere».

Regole analoghe per le processioni, al fine di «prevenire infiltrazioni dei mafiosi o di persone ad esse contingue». In particolare, elencano gli Orientamenti: una apposita commissione diocesana esamini «preventivamente» i programmi, che il parroco dovrà presentare «almeno un mese prima» della processione, così come «l’itinerario e le soste delle statue e dei simulacri», che vanno comunicati anche alle Forze dell’Ordine; i portatori delle statue devono essere «fedeli che vivono con assiduità la vita della parrocchia», «non sono ammesse persone aderenti ad Associazioni condannate dalla Chiesa, o che siano

sotto processo per associazione mafiosa, o che siano incorse in condanna definitiva per mafia, senza prima aver dato chiari segni pubblici di pentimento e di ravvedimento»; le statue portate in processione « non devono mai “guardare” case, persone, edifici, ad eccezione di ospedali e case di cura con degenti parrocchiani», né «è lecito sottoporre le statue (o i simulacri) allo spettacolo di danze o movimenti coreografici, anche se questi fossero di antica tradizione, né è lecito accompagnare le immagini con fuochi d’artificio, o con qualsiasi altra manifestazione chiassosa di folklore»; infine «è tassativamente proibita la raccolta di offerte in denaro e in altri beni materiali, né vanno appesi alla statue banconote o oggetti preziosi».

Una pastorale antimafia

Oltre alla «evangelizzazione della pietà popolare», gli Orientamenti della Cec lasciano ai vescovi anche altre indicazioni di pastorale sociale: consolidare la formazione (per il clero e per i laici) sui temi della giustizia, della legalità, della corruzione, della ‘ndrangheta, dell’omertà, della mafiosità, «della contiguità eventuale dell’istituzione ecclesiastica e di ecclesiastici ai mondi illegali», dell’impegno civico, della custodia del creato; costituire uno «sportello di advocacy» per aiutare chi intende denunciare «violazioni dei diritti, illegalità, soprusi ed estorsioni»; organizzare un «servizio di sostegno alle vittime della mafia e della criminalità» («va assolutamente colmata – si legge – la sensazione di vuoto, di isolamento dei loro familiari e degli imprenditori sotto attacco estorsivo e/o minacce dei mafiosi»); promuovere «forme di consumo critico e solidale nei confronti degli imprenditori e commercianti che hanno denunciato il racket e si rifiutano di pagare il pizzo»; valutare la possibilità di farsi carico di un bene confiscato alla ‘ndrangheta, dove poter costituire un oratorio o un centro di aggregazione giovanile.

Infine le omelie: sia chiaramente annunciato «che ogni organizzazione mafiosa è il rovescio di un’autentica esistenza credente e l’antitesi a una comunità cristiana ed ecclesiale. Si faccia osservare ai fedeli che, seppur colorata di religiosità o di moralismo, la prassi mafiosa è sempre atea ed antievangelica»

Il papa e l’Imu. Se chiedere di pagare le imposte è una “rivoluzione”

16 settembre 2015

“il manifesto”
16 settembre 2015

Luca Kocci

Le dichiarazioni di papa Francesco sul pagamento dell’Imu da parte della Chiesa rilasciate l’altro ieri all’ emittente cattolica portoghese Rádio Renascença – rilanciate dalla Radio Vaticana e dall’Osservatore Romano – sono state presentate come dirompenti dalla maggior parte dei media: «Svolta sull’Imu» hanno titolato i più tiepidi, «Rivoluzione» i più accaniti.

Eppure, se lette con animo equilibrato, le affermazioni del pontefice appaiono ovvie. «Alcune congregazioni dicono: “No, ora che il convento è vuoto, facciamo un hotel, un albergo, e possiamo ricevere gente, così ci manteniamo e ci guadagniamo” – ha detto Bergoglio alla cronista che lo intervistava –. Ebbene, se vuoi fare questo, paga le tasse», «se lavora come hotel, che paghi le tasse, come qualsiasi altra persona. Sennò l’attività non è molto sana».

Anche gli enti ecclesiastici, se svolgono attività commerciali, devono pagare le tasse, ha detto in sostanza Bergoglio. Un elementare principio di rispetto della legalità, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di ribadire (benché qualche anno fa, un ex premier, Berlusconi, durante una conferenza stampa ufficiale, affermò di sentirsi «moralmente autorizzato ad evadere le tasse» ritenute troppo alte).

Ma se la dichiarazione di papa Francesco ha fatto così rumore ed ha spiazzato parte del mondo cattolico – il direttore del quotidiano della Cei Avvenire, Marco Tarquinio, si è affrettato a precisare al Corriere della Sera: «Le parole del papa non erano rivolte all’Italia», «parlava ai portoghesi» – è perché è tutt’altro che scontata. Come del resto dimostrano le riposte che pochi giorni fa il consigliere comunale radicale, nonché presidente di Radicali italiani, Riccardo Magi ha ottenuto dal Dipartimento risorse economiche del Comune di Roma: solo nella Capitale, su un campione di 299 strutture (di cui 246 di proprietà di enti ecclesiastici), quasi due terzi non ha mai pagato o ha pagato irregolarmente le imposte locali – soprattutto Ici e Imu, ma anche Tasi e Tari –, per un’evasione fiscale di oltre 19 milioni di euro. O come hanno dimostrato le recenti sentenze della Corte di Cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Ici mai versata nel periodo 2004-2009, per un importo di 422mila euro. E come dimostrano soprattutto tutti i meccanismi (sempre bocciati dall’Europa, anche in questo caso dopo le denunce dei Radicali) elaborati dai governi che si sono succeduti dal 2005 ad oggi – Berlusconi: esenzione totale; Prodi: esenzione per gli immobili che non avevano «esclusivamente» natura commerciale; Monti: pagamento solo sulla superficie impiegata per attività commerciali – per esentare dal pagamento di Ici e Imu gli immobili di proprietà ecclesiastica (e delle organizzazioni no profit).

Se le cose stanno così, allora, le parole di papa Francesco hanno un evidente di valore di richiamo per gli enti ecclesiastici. A cominciare dagli immobili di proprietà del Vaticano – sui quali Bergoglio potrebbe intervenire subito –, anche loro piuttosto disinvolti nel pagamento di alcune imposte, ma subito pronti ad accogliere esenzioni (dai contrassegni per la Ztl all’acqua).

C’è poi un altro aspetto che rende l’affermazione di papa Francesco parzialmente contraddittoria con quanto egli stesso aveva detto tempo fa. Nel settembre 2013, in visita al Centro Astalli (centro di accoglienza ed assistenza per rifugiati e richiedenti asilo, gestito dai gesuiti), aveva richiamato i religiosi: «I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati». Ora invece pare rettificare: vanno bene i conventi diventati alberghi, purché paghino le tasse.

Mons. Perego: garantire la libera circolazione delle persone in tutta Europa

12 settembre 2015

“Adista” n. 30
12 settembre 2015

Luca Kocci

«Sulla questione immigrazione, prima di ogni altra azione politica, c’è una cosa molto semplice da fare immediatamente: garantire la libera circolazione delle persone in Europa». È quello che pensa mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana che si occupa di migrazioni, intervenuto lo scorso 29 agosto nella giornata conclusiva della XXII edizione della Internazional summer school on religions, organizzata a San Gimignano e a Tavarnelle Val di Pesa dal Centro internazionale di studi sul religioso contemporaneo, diretto da Arnaldo Nesti, sul tema “Il senso del vivere oltre le nuove solitudini”, all’interno della quale si è svolta anche una sessione speciale sull’Armenia, a 100 anni dal genacidio del 1915 («un evento storico che produce ancora effetti politici», ha spiegato l’ambasciatore armeno in Italia, Sarkis Ghazaryan), curata da Maria Immacolata Macioti.

«L’Europa è nata grazie alle migrazioni, che hanno permesso incontri, scambi e percorsi di integrazione, ma adesso sembra averlo dimenticato perché sempre più Paesi europei hanno innalzato e stanno innalzando muri per fermare i migranti». I quali, ricorda Perego, sono «migranti forzati», scappano da «guerre, povertà e soprattutto distruzioni ambientali, perché spesso ci limitiamo a considerare gli 8 milioni di persone in fuga dai conflitti in corso, ma non pensiamo ai 22 milioni che emigrano perché la loro terra è stata venduta alle multinazionali oppure resa inabitabile dall’inquinamento e dalla mancanza di acqua potabile». Qual è stata la riposta dell’Europa a questa situazione? La costruzione di muri e, nel Mediterraneo, la chiusura dell’operazione Mare nostrum da parte dell’Italia («che forse pensava potesse essere trasformata in un’azione europea») e l’avvio dell’operazione Triton («il “topolino” partorito dall’Europa»), che – mons. Perego riporta i dati – ha fatto aumentare del 50 per cento i morti in mare: erano stati 1.600 nel 2014, sono già 2.500 fino ad oggi, e il 2015 non è ancora finito.

C’è poi la situazione particolare dell’Italia che, a dispetto delle sparate di Matteo Salvini (l’ultima della serie: sistemare gli immigrati nelle piattaforme abbandonate in mezzo al mare, «una delle affermazioni più ridicole che ho sentito negli ultimi tempi», commenta Perego), la crisi economica degli ultimi anni ha trasformato da Paese di immigrazione in Paese di emigrazione: nel 2014 – snocciola i numeri il direttore della Fondazione Migrantes – a fronte di 33mila nuovi immigrati, 94mila italiani hanno lasciato il nostro Paese. «E infatti all’estero – aggiunge – sono ricomparsi slogan e pregiudizi molto simili a quelli degli anni ’50 e ‘60».

Eppure l’Italia e l’Europa si dimostrano totalmente inadeguate, «incapaci a leggere quello che sta succedendo, mettono in atto azioni politiche sbagliate che non sono in grado di fermare l’olocausto dei migranti»

Che fare allora? «Bisogna tornare allora al punto di partenza dell’Europa: il riconoscimento e la libera circolazione delle persone», spiega mons. Perego che illustra il suo piano in quattro punti. «Innanzitutto superare il regolamento di Dublino e garantire la protezione internazionale. Poi accompagnare noi, e non i trafficanti, i migranti, perché non possiamo essere presenti nei Paesi del sud solo con le nostre multinazionali e con le nostre armi, ma non con la cooperazione. Tutelare queste persone, a partire dai più fragili, come per esempio i minori non accompagnati. Infine rendere le persone libere di circolare in Europa, così da consentire i ricongiungimenti e offrire nuove opportunità. Diversamente assisteremo solo alla costruzione di nuovi muri, esterni e dentro di noi».

La conclusione dell’intervento è affidata alle parole di Cejka Stoika, rom deportata bambina prima a Birkenau, poi a Ravensbrück e infine a Bergen Belsen, pronunciate l’11 giugno 2012, in occasione dell’udienza di papa Benedetto XVI agli zingari d’Europa (e mons. Perego anticipa che ad ottobre se ne terrà un altro, con oltre 4mila rom, 50 anni dopo il primo incontro di un pontefice, Paolo VI, con i rom, a Pomezia, il 26 settembre 1965): «Se il mondo non cambia adesso, se il mondo non apre porte e finestre, se non costruisce la pace, la pace vera, affinché i miei pronipoti abbiano una chance a vivere in questo mondo, allora non so spiegarmi il perché sono sopravissuta ad Auschwitz, Bergen-Belsen e Ravensbrück».

Matrimoni cattolici, arriva il “divorzio breve”

9 settembre 2015

“il manifesto”
9 settembre 2015

Luca Kocci

Arriva il “processo breve” nelle cause canoniche per la «dichiarazione di nullità» dei matrimoni. Lo ha stabilito papa Francesco con due lettere motu proprio – una sorta di decreto speciale “di propria iniziativa” –, una per la Chiesa cattolica romana e una per le Chiese orientali, datate 15 agosto ma rese note ieri. Dall’8 dicembre, quando la riforma entrerà in vigore – la stessa data dell’inizio del Giubileo –, per le coppie sposate con rito religioso sarà più facile, e presumibilmente meno costoso, chiedere ed ottenere che il proprio matrimonio sia dichiarato nullo, qualora il giudice ecclesiastico ne riscontri le condizioni.

Una riforma, spiega Francesco, stimolata dal gran numero di coppie divorziate che, «pur desiderando provvedere alla propria coscienza, troppo spesso sono distolti dalle strutture giuridiche della Chiesa». Una spiegazione che si comprende alla luce della normativa vigente: i divorziati non possono contrarre un nuovo matrimonio religioso e, se sono risposati civilmente o vivono una nuova relazione, non possono accedere ai sacramenti. A meno che il loro primo matrimonio non sia dichiarato nullo da un tribunale ecclesiastico. Ma le nuove regole non minano l’indissolubilità del matrimonio: le disposizioni, puntualizza il papa, non favoriscono «la nullità dei matrimoni ma la celerità dei processi». Sull’argomento interviene anche il card. Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi: si tratta di un processo che conduce «a vedere se un matrimonio è nullo e poi, in caso positivo, a dichiararne la nullità», e «nullità è diversa da annullamento». Potrebbero sembrare cavilli, ma sono precisazioni importanti, anche perché fra un mese si aprirà l’assemblea conclusiva del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, e il tema dei divorziati riposati sarà al centro del dibattito, e dello scontro, fra conservatori e innovatori.

I punti chiave della riforma: per decretare la nullità non ci sarà più bisogno della doppia sentenza conforme – una procedura che allunga i tempi e fa lievitare le spese legali –, ma ne basterà una (contro cui si potrà comunque fare appello); il vescovo diocesano potrà dichiarare la nullità di un matrimonio, diventando quindi egli stesso giudice, o nominando un proprio delegato; si accorceranno i tempi processuali, potranno durare da pochi mesi ad un anno, anche meno se la richiesta di nullità è di entrambi i coniugi o di uno solo con il consenso dell’altro; la «gratuità delle procedure», fatta salva – si specifica – «la giusta e dignitosa retribuzione degli operatori dei tribunali» (quindi non saranno gratis, ma i costi dovrebbero essere abbattuti).

La riforma – sollecitata anche al termine della prima fase del Sinodo dei vescovi, ad ottobre 2014, con 143 voti a favore e 35 contrari – può essere letta in due modi opposti. Da un lato il papa ha anticipato le decisioni del Sinodo, fra l’altro accogliendo una delle richieste provenienti dai settori conservatori dell’episcopato, per i quali la semplificazione delle procedure di nullità è un modo per aprire ai divorziati senza modificare di una virgola la dottrina e la disciplina sul matrimonio. Ma è anche vero che così Francesco ha cancellato dall’ordine dei lavori il tema della nullità, in modo che al Sinodo i vescovi non si accapiglino su tale questione ma discutano di altro, come la possibilità di accesso ai sacramenti per i divorziati riposati o di seconde nozze, come chiedono gli innovatori. Per capire in quale direzione andrà la Chiesa di Francesco bisognerà quindi attendere il Sinodo.

Parrocchie aperte, ancora poche risposte

8 settembre 2015

“il manifesto”
8 settembre 2015

Luca Kocci

Bisognerà attendere qualche settimana per capire se l’appello di papa Francesco, durante l’Angelus di domenica scorsa a San Pietro, alle parrocchie e agli istituti religiosi affinché accolgano i migranti («ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia di profughi, incominciando dalla mia diocesi di Roma») avrà effetti concreti o cadrà nel vuoto e coinvolgerà solo una minoranza delle comunità cattoliche, quelle che già da anni lavorano con i migranti.

Dipenderà innanzitutto dai vescovi, che Bergoglio ha richiamato in prima persona («Mi rivolgo ai miei fratelli vescovi d’Europa, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello»), e dalla loro volontà di stimolare e aiutare i parroci. La maggior parte tace, almeno per ora, ma qualcuno ha già risposto: il vescovo di Avezzano (Aq), Santoro – questa estate attaccato dai neofascisti di Forza Nuova che affissero di fronte alla cattedrale lo striscione «Per il vescovo prima i clandestini, per Forza Nuova prima gli italiani». –, ha annunciato che ospiterà a casa sua una famiglia di profughi; il vescovo di Cagliari, Miglio, ha cominciato ad organizzare l’accoglienza insieme alla Caritas sulla base della disponibilità ricevuta dalle parrocchie; e la Cei ha fatto sapere che se ne parlerà al prossimo Consiglio episcopale, il 30 settembre, per «individuare modalità e indicazioni da offrire a ogni diocesi». In Europa, i vescovi francesi hanno diffuso una nota in cui si dice che «questo appello ci stimola e ci invita a continuare e ad incrementare le nostre azioni nei confronti dei rifugiati». Altri invece hanno già fatto sapere che non se ne parla proprio, come il cardinale Erdö, arcivescovo di Budapest e primate di Ungheria, il quale – in grande sintonia con il premier Orbán – ha spiegato che la Chiesa ungherese non può rispondere all’appello del papa perché dare ospitalità a migranti irregolari in transito è «illegale». «La Chiesa, parte di essa, può avere resistenze: sappiamo che scardinare il “comodismo” attuale, mettere in discussione la Chiesa benestante, che di questa condizione ha fatto un sistema di vita, è rischioso», dice al Mattino mons. Nogaro, vescovo emerito di Caserta, da sempre in prima linea per i diritti degli immigrati.

Poi ci sono i parroci. Molti sono stati “spiazzati” dall’appello del papa. Altri, pur facendo presenti le difficoltà pratiche – l’allestimento degli spazi – e amministrative, si dicono pronti. «Questo appello è un incoraggiamento per noi e sarà efficace anche per superare le perplessità di qualche parrocchiano», spiega don Ben Ambarus, prete romeno da sempre in servizio a Roma, parroco dei Ss. Elisabetta e Zaccaria a Prima Porta, la prima parrocchia visitata da papa Francesco. «Inoltre – aggiunge – se tutti si attiveranno, questo sarà il miglior antidoto ai luoghi comuni e agli slogan razzisti, perché i migranti incontreranno delle persone, racconteranno le loro storie e tanti pregiudizi svaniranno». Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera: «È un invito alla concretezza che va accolto, non è più sufficiente organizzare corsi di italiano e partite di calcio». Don Tommaso Scicchitano, parroco a Donnici, periferia di Cosenza, che ha subito rilanciato su Facebook l’appello («papa Francesco ha chiesto ad ogni parrocchia di accogliere una famiglia di profughi. Che facciamo? Gli diciamo di no?»): «Mi consulterò con il vescovo, sentirò la Prefettura, poi la prossima settimana convocherò un’assemblea in parrocchia per organizzarci». Don Andrea Bigalli, parroco a Sant’Andrea in Percussina (Fi): «Sono parole in linea con il Vangelo, non si può fare diversamente. Poi però bisognerà anche fermare la guerra, il traffico di armi e le mafie che gestiscono il traffico dei migranti».

Con 130mila parrocchie in Europa, 27mila in Italia, migliaia di istituti religiosi e conventi, più tutti gli immobili riconducibili direttamente al Vaticano (ben di più delle due parrocchie dentro le Mura leonine che si sono già attivate), se tutte le comunità rispondessero positivamente, il problema ospitalità sarebbe risolto. Molti di questi spazi, però, sono già stati riconvertiti in alberghi e bed & breakfast. Tanto che il prefetto di Roma Gabrielli, nello scorso maggio, a margine di una riunione per trovare qualche centinaio di posti per i migranti arrivati in città, raccontò che furono proprio diversi istituti religiosi a dire no «perché vedono nel Giubileo maggiori possibilità di business». Chissà se adesso il papa avrà più successo.

Una turbofinanza senza scandali

3 settembre 2015

“il manifesto”
3 settembre 2015

Luca Kocci

Due volte, negli ultimi tempi, si è favoleggiato sulla chiusura dello Ior, la banca del Vaticano. La prima nei giorni del pre-conclave che elesse papa Bergoglio, quando il cardinale africano Onaiyekan disse: «Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». La seconda poco dopo, quando lo stesso Francesco, in un’omelia a Santa Marta, affermò: «Poi c’è lo Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Ora, dopo due anni di pontificato, anche il papa sa che lo Ior è necessario per la sopravvivenza dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede. Sia perché è uno strumento fondamentale per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che, in tempi di capitalismo globale, si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Tuttavia è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una “banca dei poveri”, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, ma la corsa è appena avviata e le contraddizioni restano tutte sul tavolo.

Sono cambiati anche i personaggi: è uscito di scena il card. Bertone (e gli italiani, da sempre di casa nella banca vaticana), segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione di vigilanza sullo Ior; ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato da papa Francesco. Ma non si tratta, come vorrebbe la vulgata che ha identificato in Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli “amici degli amici”, ad uno Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si evitano gli scandali – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma si continuano a fare soldi.

Il vaticanista Francesco Peloso (La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16) racconta questa storia, analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciando le vicende dello Ior con quello che è successo Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio, un “terremoto” in cui lo Ior è stato uno degli attori principali.

Mentre il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi, il Dipartimento di Stato Usa aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale, Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) lo teneva fuori dalla white list, la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine, la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro dello Ior depositati in due banche italiane e messo sotto indagine i massimi dirigenti per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio. In questo clima arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e in conclave si aggrega un “partito antiromano” che trova in Bergoglio il candidato che sbaraglia gli avversari curiali (il brasiliano Scherer) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola).

Papa Francesco inizia ad intervenire: escono gli italiani e arrivano gli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e Opus Dei sempre ben piazzati); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: «Un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per entrare nella white list degli Stati virtuosi; collaborazione con la magistratura italiana (anche se solo per gli anni successivi al 2009, mettendo però una “pietra tombale” sul passato), come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava di solito), da poco scarcerato ma ancora indagato per riciclaggio. L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», spesso usato come «lavatrice» per operazioni sospette.

«Sarà possibile – si chiede Peloso – mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Certo, tutto è possibile, ma la contraddizione pare insanabile.

Per questo san Pietro non aveva una banca, e la Chiesa non era istituzione ma semplice comunità di credenti.