Francesco invoca l’amnistia

“il manifesto”
2 settembre 2015

Luca Kocci

Non si tratta di una formale richiesta alle autorità civili di un’amnistia per i detenuti, ma con la lettera che ieri papa Francesco ha indirizzato a mons. Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione e organizzatore del Giubileo dedicato alla misericordia che si aprirà l’8 dicembre, il tema del carcere viene riportato al centro dell’attenzione, e la parola «amnistia» viene messa nero su bianco anche da Bergoglio, il quale fino ad ora, pur essendo intervenuto molte volte sulla condizione dei detenuti, non l’aveva mai pronunciata.

«Il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società», si legge nella lettera del papa che, quando parla delle modalità con cui è possibile lucrare l’indulgenza giubilare, equipara le cappelle carcerarie alle basiliche patriarcali e le porte delle celle alle “porte sante”. «Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà».

Quello della «liberazione dei prigionieri» era uno dei temi centrali dell’anno giubilare secondo il popolo ebraico: veniva celebrato ogni 50 anni e aveva il significato di ristabilire la giustizia sociale fra gli abitanti di Israele, soprattutto gli oppressi e gli emarginati. Poi quando la Chiesa cattolica si appropriò della tradizione ebraica – il primo Giubileo fu proclamato da papa Bonifacio VIII nel 1300 –, il suo significato mutò, diventando uno strumento per affermare la supremazia del potere religioso su quello politico e del papato sui sovrani laici. Bergoglio quindi, dopo aver cancellato l’ergastolo dal codice penale vaticano e fissato per il 6 novembre 2016 il Giubileo dei carcerati, rilancia uno dei temi originari dell’anno giubilare (ma anche papa Wojtyla, nel 2000, lo celebrò nel penitenziario romano di Regina Coeli, chiedendo «un segno di clemenza, attraverso una riduzione della pena», che però non arrivò). Esulta Marco Pannella («evviva papa Francesco»), plaudono Franco Corleone, coordinatore dei garanti dei detenuti («un nuovo segnale alla politica») e Patrizio Gonnella, presidente di Antigone («ricordando come ogni Giubileo sia sempre stato accompagnato da un provvedimento di amnistia, il papa ha il coraggio di riportare al centro la questione della giustizia penale e dell’ingiustizia di un sistema che incarcera troppe persone la cui più grande responsabilità è l’essere poveri, stranieri, tossicodipendenti, malati psichici»). Si vedrà come risponderà il Parlamento. Anche se il portavoce vaticano, padre Lombardi, puntualizza: «Non è un appello di carattere giuridico, se il papa volesse chiedere l’amnistia lo farebbe con altre modalità».

Nella lettera a Fisichella si parla anche di aborto. Non viene ridimensionata l’entità del peccato, che resta «gravissimo», ma si attribuisce a tutti i preti la facoltà di concedere l’assoluzione, riservata solo al vescovo o ad un suo delegato, talvolta in un periodo dell’anno, come la Quaresima. «Penso a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto. Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa», si legge nella lettera. «Anche per questo motivo ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono».

C’è poi un’apertura agli ultratradizionalisti lefebvriani della Fraternità San Pio X, con cui sono in corso da anni – soprattutto durante il pontificato di Ratzinger – tentativi di riavvicinamento, ma che restano separati da Roma, a causa della mancata accettazione dei risultati del Concilio Vaticano II. «Confido che nel prossimo futuro si possano trovare le soluzioni per recuperare la piena comunione con i sacerdoti e i superiori della Fraternità», scrive papa Francesco. E intanto stabilisce che tutti i fedeli che durante l’anno giubilare «si accosteranno per celebrare il Sacramento della Riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati» (che invece ora non ha valore). È il preambolo ad una prossima piena riammissione dei lefebvriani nella Chiesa cattolica?

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