Una turbofinanza senza scandali

“il manifesto”
3 settembre 2015

Luca Kocci

Due volte, negli ultimi tempi, si è favoleggiato sulla chiusura dello Ior, la banca del Vaticano. La prima nei giorni del pre-conclave che elesse papa Bergoglio, quando il cardinale africano Onaiyekan disse: «Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». La seconda poco dopo, quando lo stesso Francesco, in un’omelia a Santa Marta, affermò: «Poi c’è lo Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Ora, dopo due anni di pontificato, anche il papa sa che lo Ior è necessario per la sopravvivenza dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede. Sia perché è uno strumento fondamentale per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che, in tempi di capitalismo globale, si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Tuttavia è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una “banca dei poveri”, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, ma la corsa è appena avviata e le contraddizioni restano tutte sul tavolo.

Sono cambiati anche i personaggi: è uscito di scena il card. Bertone (e gli italiani, da sempre di casa nella banca vaticana), segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione di vigilanza sullo Ior; ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato da papa Francesco. Ma non si tratta, come vorrebbe la vulgata che ha identificato in Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli “amici degli amici”, ad uno Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si evitano gli scandali – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma si continuano a fare soldi.

Il vaticanista Francesco Peloso (La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16) racconta questa storia, analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciando le vicende dello Ior con quello che è successo Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio, un “terremoto” in cui lo Ior è stato uno degli attori principali.

Mentre il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi, il Dipartimento di Stato Usa aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale, Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) lo teneva fuori dalla white list, la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine, la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro dello Ior depositati in due banche italiane e messo sotto indagine i massimi dirigenti per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio. In questo clima arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e in conclave si aggrega un “partito antiromano” che trova in Bergoglio il candidato che sbaraglia gli avversari curiali (il brasiliano Scherer) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola).

Papa Francesco inizia ad intervenire: escono gli italiani e arrivano gli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e Opus Dei sempre ben piazzati); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: «Un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per entrare nella white list degli Stati virtuosi; collaborazione con la magistratura italiana (anche se solo per gli anni successivi al 2009, mettendo però una “pietra tombale” sul passato), come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava di solito), da poco scarcerato ma ancora indagato per riciclaggio. L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», spesso usato come «lavatrice» per operazioni sospette.

«Sarà possibile – si chiede Peloso – mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Certo, tutto è possibile, ma la contraddizione pare insanabile.

Per questo san Pietro non aveva una banca, e la Chiesa non era istituzione ma semplice comunità di credenti.

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