Mons. Perego: garantire la libera circolazione delle persone in tutta Europa

“Adista” n. 30
12 settembre 2015

Luca Kocci

«Sulla questione immigrazione, prima di ogni altra azione politica, c’è una cosa molto semplice da fare immediatamente: garantire la libera circolazione delle persone in Europa». È quello che pensa mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana che si occupa di migrazioni, intervenuto lo scorso 29 agosto nella giornata conclusiva della XXII edizione della Internazional summer school on religions, organizzata a San Gimignano e a Tavarnelle Val di Pesa dal Centro internazionale di studi sul religioso contemporaneo, diretto da Arnaldo Nesti, sul tema “Il senso del vivere oltre le nuove solitudini”, all’interno della quale si è svolta anche una sessione speciale sull’Armenia, a 100 anni dal genacidio del 1915 («un evento storico che produce ancora effetti politici», ha spiegato l’ambasciatore armeno in Italia, Sarkis Ghazaryan), curata da Maria Immacolata Macioti.

«L’Europa è nata grazie alle migrazioni, che hanno permesso incontri, scambi e percorsi di integrazione, ma adesso sembra averlo dimenticato perché sempre più Paesi europei hanno innalzato e stanno innalzando muri per fermare i migranti». I quali, ricorda Perego, sono «migranti forzati», scappano da «guerre, povertà e soprattutto distruzioni ambientali, perché spesso ci limitiamo a considerare gli 8 milioni di persone in fuga dai conflitti in corso, ma non pensiamo ai 22 milioni che emigrano perché la loro terra è stata venduta alle multinazionali oppure resa inabitabile dall’inquinamento e dalla mancanza di acqua potabile». Qual è stata la riposta dell’Europa a questa situazione? La costruzione di muri e, nel Mediterraneo, la chiusura dell’operazione Mare nostrum da parte dell’Italia («che forse pensava potesse essere trasformata in un’azione europea») e l’avvio dell’operazione Triton («il “topolino” partorito dall’Europa»), che – mons. Perego riporta i dati – ha fatto aumentare del 50 per cento i morti in mare: erano stati 1.600 nel 2014, sono già 2.500 fino ad oggi, e il 2015 non è ancora finito.

C’è poi la situazione particolare dell’Italia che, a dispetto delle sparate di Matteo Salvini (l’ultima della serie: sistemare gli immigrati nelle piattaforme abbandonate in mezzo al mare, «una delle affermazioni più ridicole che ho sentito negli ultimi tempi», commenta Perego), la crisi economica degli ultimi anni ha trasformato da Paese di immigrazione in Paese di emigrazione: nel 2014 – snocciola i numeri il direttore della Fondazione Migrantes – a fronte di 33mila nuovi immigrati, 94mila italiani hanno lasciato il nostro Paese. «E infatti all’estero – aggiunge – sono ricomparsi slogan e pregiudizi molto simili a quelli degli anni ’50 e ‘60».

Eppure l’Italia e l’Europa si dimostrano totalmente inadeguate, «incapaci a leggere quello che sta succedendo, mettono in atto azioni politiche sbagliate che non sono in grado di fermare l’olocausto dei migranti»

Che fare allora? «Bisogna tornare allora al punto di partenza dell’Europa: il riconoscimento e la libera circolazione delle persone», spiega mons. Perego che illustra il suo piano in quattro punti. «Innanzitutto superare il regolamento di Dublino e garantire la protezione internazionale. Poi accompagnare noi, e non i trafficanti, i migranti, perché non possiamo essere presenti nei Paesi del sud solo con le nostre multinazionali e con le nostre armi, ma non con la cooperazione. Tutelare queste persone, a partire dai più fragili, come per esempio i minori non accompagnati. Infine rendere le persone libere di circolare in Europa, così da consentire i ricongiungimenti e offrire nuove opportunità. Diversamente assisteremo solo alla costruzione di nuovi muri, esterni e dentro di noi».

La conclusione dell’intervento è affidata alle parole di Cejka Stoika, rom deportata bambina prima a Birkenau, poi a Ravensbrück e infine a Bergen Belsen, pronunciate l’11 giugno 2012, in occasione dell’udienza di papa Benedetto XVI agli zingari d’Europa (e mons. Perego anticipa che ad ottobre se ne terrà un altro, con oltre 4mila rom, 50 anni dopo il primo incontro di un pontefice, Paolo VI, con i rom, a Pomezia, il 26 settembre 1965): «Se il mondo non cambia adesso, se il mondo non apre porte e finestre, se non costruisce la pace, la pace vera, affinché i miei pronipoti abbiano una chance a vivere in questo mondo, allora non so spiegarmi il perché sono sopravissuta ad Auschwitz, Bergen-Belsen e Ravensbrück».

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