La banca del papa, fra scandali e riforma

“Adista”
n. 32, 26 settembre 2015

Luca Kocci

«Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». Lo disse il cardinale africano John Onaiyekan, fra le perplessità di molti altri cardinali, durante le Congregazioni generali immediatamente precedenti al conclave che poi elesse Bergoglio al soglio pontificio. Qualche settimana dopo fu lo stesso papa Francesco ad intervenire durante un’omelia di una messa mattutina a Santa Marta a cui partecipavano anche alcuni dipendenti della banca vaticana: «Quando la Chiesa vuole vantarsi della sua quantità, moltiplica gli uffici e diventa burocratica, perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in un’organizzazione. Certo, ci sono quelli dello Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Bastarono queste due affermazioni perché molta stampa iniziasse a favoleggiare sulla imminente chiusura dello Ior (v. Adista Notizie n. 22/13). Adesso, dopo due anni di regno di papa Francesco, archiviate le favole messe in circolazione con troppa facilità e ingenuità, tutto risulta più chiaro. Lo Ior non può chiudere, perché è fondamentale per l’esistenza stessa dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede per mettere in sicurezza i bilanci del Vaticano. Sia perché è uno strumento necessario per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Ma da qualche anno è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una sorta di banca dei poveri, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger nella seconda parte del suo pontificato, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, sebbene la corsa sia appena avviata e le contraddizioni restino sul tavolo.

Altri due attori sono cambiati: è uscito di scena il card. Tarcisio Bertone (e molti italiani), potente segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior; e ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato e voluto da papa Francesco (v. Adista Notizie n. 9/14). Ma non si tratta, come una troppo semplicistica vulgata che ha identificato nel card. Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere automaticamente tutti gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli amici degli amici, allo Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si tenta di stoppare gli scandali più macroscopici – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma anche di fare soldi, possibilmente più e meglio del passato.

Francesco Peloso, che scrive di Vaticano e Chiesa per Vatican Insider e Internazionale, racconta con attenzione questa storia, senza facili scoop a buon mercato e senza indugiare troppo nel passato dello Ior (Marcinkus, Calvi, Sindona…), ma analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciano le vicende dello Ior con quando accaduto Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio (Francesco Peloso, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16).

In questa storia lo Ior, pur non essendo l’unico protagonista, è uno dei personaggi principali. Perché alla vigilia delle dimissioni di Ratzinger il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi (e molti documenti riguardavano proprio la banca del papa, l’allora presidente Gotti Tedeschi e più in generale i soldi del Vaticano) e la situazione dello Ior e del Vaticano (versante finanzia) era critica: il Dipartimento di Stato Usa – ricorda Peloso – aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale; Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) aveva bocciato il Vaticano (v. Adista Notizie n. 29/12); la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine gestiti da Deutsche Bank (v. Adista Notizie n. 2/13); la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro su due conti dello Ior presso due banche italiane (Credito artigiano e Banca del Fucino) e messo sotto indagine i massimi dirigenti della banca vaticana per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio (v. Adista Notizie n. 1/11).

È in questo contesto che arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e che in conclave si aggrega un “partito antiromano” – interessato alla riforma della Curia più che alla riforma della Chiesa, come in effetti le cronache vaticane stanno evidenziando – che trova in Bergoglio in proprio candidato in grado di sbaragliare gli avversari curiali (il brasiliano Scherer, che fra l’altro aveva un ruolo importante prorpio nello Ior) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola, lontano dalla Curia ma con un’immagine di uomo di potere fin dai tempi di Comunione e liberazione).

Bergoglio, lentamente – ma non troppo – interviene, consapevole che quello della riforma delle finanze e dello Ior è uno dei mandati ricevuti dal Conclave che lo ha eletto. E così fuori gli italiani dalle stanze del potere finanziario sostituiti dagli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e appartenenti o vicini all’Opus Dei sempre e comunque in prima fila); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: “un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per riuscire ad entrare nella white list degli Stati virtuosi (e di conseguenza uscire dalla black list dei Paesi a rischio); collaborazione con la magistratura italiana, come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava con maggior frequenza), tuttora sotto indagine (anche se l’accordo riguarda gli anni successivi al 2009: un modo per cominciare una nuova stagione di pulizia, mettendo però una “pietra tombale” sul passato).

L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, di tentare di liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», talvolta usato come «lavatrice» per operazioni sospette. Il percorso è cominciato, non si sa ancora come e dove finirà. «In che modo reagirà la Curia al suo ridimensionamento, alla riduzione di peso e di ruolo nel campo delle finanze?», si chiede Peloso. «Quali organizzazioni e quali personalità faranno sentire il loro peso sotto il profilo della gestione economica della Chiesa dei prossimi anni? E sarà possibile in tale ambito mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Perché il card. Pell, superministro vaticano dell’economia e uomo di fiducia di Bergoglio, ha il perfetto profilo del teocon anglosassone. Conservatore sotto il profilo politico-ecclesiale, ultraliberista in economia, il suo pensiero è ben espresso da un’intervista rilasciata all’agenzia statunitense Catholic News Service, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa sede, che gli ha conferito quindi una sorta di ufficialità: «Se bisogna aiutare i poveri, dobbiamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone possiamo svolgere». La stella polare è la parabola evangelica del buon samaritano, secondo l’interpretazione non di qualche teologo ma di Margaret Thatcher. «Ricordo il commento della Thatcher – spiega Pell –: se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

San Pietro non aveva una banca, e non ce l’aveva nemmeno la Chiesa delle origini, quella della prima comunità di Gerusalemme raccontata dagli Atti degli Apostoli, che condivideva i propri beni, profondamente diversa dalla Chiesa romana, elefantiaca e centralistica dei nostri tempi. La contraddizione dello Ior, allora, è la contraddizione della stessa struttura ecclesiastica e di come si è andata configurando ed organizzando nel tempo.

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