Archive for ottobre 2015

Un sindaco mai amato. E le campane suonano a festa

31 ottobre 2015

“il manifesto”
31 ottobre 2015

Luca Kocci

Fra coloro che esultano per la caduta del sindaco di Roma Ignazio Marino, un posto in prima fila spetta al card. Bagnasco. «Roma ha bisogno di un’amministrazione, di guide, che la città merita moltissimo, tanto più in questo momento in cui il Giubileo è alle porte. Ci auguriamo che Roma possa procedere a testa alta e con grande efficienza», ha dichiarato ieri il presidente della Cei a Radio Vaticana, appena lo scioglimento del Consiglio comunale è apparso sicuro. E ha rincarato L’Osservatore Romano: la vicenda ha assunto «i contorni di una farsa», «al di là di ogni altra valutazione resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende».

È noto il “tempismo” delle gerarchie ecclesiastiche che, forse fedeli alla massima maoista di «bastonare il cane che annega», affondano il colpo di grazia ad un uomo di governo solo quando è politicamente morto, quindi inservibile. È accaduto così anche con Berlusconi, “scomunicato” dallo stesso Bagnasco solo nel settembre 2011 («comportamenti non solo contrari al pubblico decoro, ma intrinsecamente tristi e vacui», «stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica»), quando gli scandali sessuali dell’ex premier avevano ormai fatto il giro del mondo.

Nel caso dell’ex sindaco, però, le gerarchie cattoliche – soprattutto italiane – bruciano i tempi, cominciando ad attaccare Marino ben prima che salga al Campidoglio. Il chirurgo ha infatti un pessimo curriculum, soprattutto in tema di «principi non negoziabili» che, benché ridimensionati – ma non cancellati – da papa Francesco, per la Cei e per molti vescovi costituiscono tuttora una sorta di stella polare.

Il “peccato originale” di Marino è un dialogo con il card. Martini (“Così è la vita”) pubblicato dall’Espresso del 2006 in cui vennero affrontati, con grande apertura, tutti i temi etici su cui i vescovi avevano innalzato le barricate: fine vita, accanimento terapeutico e testamento biologico; fecondazione assistita (dopo la “vittoria” referendaria del card. Ruini contro la legge 40); aborto e inizio vita; ricerca sulle cellule staminali embrionali e, in generale, confini e limiti della scienza; adozioni per i single; uso del profilattico per la prevenzione dell’Aids. Un dialogo dai contenuti dirompenti (diventato poi un libro, Credere e conoscere, Einaudi, curato da Alessandra Cattoi, fedelissima di Marino in Campidoglio) che mise in grande imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche: il disappunto era forte, ma era difficile attaccare frontalmente un cardinale come Martini.

Diverso invece il discorso nei confronti di Marino, che da quel momento finisce sul “libro nero” dei vescovi, come del resto altri “cattolici adulti”. Anche perché negli anni successivi, da senatore del Pd, continua ad intervenire: sostiene le scelte di Piergiorgio Welby e di Beppino Englaro, promuove una legge per il testamento biologico, afferma che la 194 non è un tabù.

Quando si candida come sindaco di Roma, nei sacri palazzi la febbrilazione sale. I media cattolici fanno di tutto per sbarrare la strada al chirurgo che però viene eletto, e subito diffidato da Avvenire ad «aprire campi di battaglia sulle questioni che investono valori primari». Come succede nell’ottobre 2014, quando il sindaco trascrive nei registri comunali i matrimoni celebrati all’estero da 16 coppie omosessuali. «Scelta ideologica, che certifica un affronto istituzionale senza precedenti», tuona il Vicariato di Roma.

Gli ultimi giorni di Marino sono un calvario. Prima il caso del “non invito” a Philadelphia in occasione del viaggio negli Usa di papa Francesco, il quale, in maniera piuttosto irrituale, risponde alla domanda di un cronista: «Io non ho invitato il sindaco Marino a Philadelphia, chiaro?». Poi le rivelazioni di mons. Paglia – presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia ma soprattutto storica guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio –, “rubate” dalla trasmissione radiofonica La zanzara: «Marino si è imbucato, nessuno lo ha invitato, il papa era furibondo» (e pochi giorni dopo di nuovo la Comunità di Sant’Egidio – che a Roma, anche a livello politico, ha sempre giocato un ruolo importante – sbugiarda il sindaco, smentendo che suoi esponenti abbiano partecipato ad una cena registrata dai famosi scontrini). Da ultimo è il card. Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, ad invocare una «nuova classe dirigente».

Uscito di scena il sindaco, sarà evitato un incontro imbarazzante: domani, infatti, il papa celebrerà una messa al cimitero Verano, dove era atteso anche Marino, il quale però, essendo decaduto, non ci sarà. E il 5 novembre, a San Giovanni in Laterano, verrà presentata la Lettera aperta alla città di Roma redatta dal Consiglio pastorale diocesano, presieduto da Vallini. Conterrà l’invito a «ripartire dalle molte risorse religiose e civili presenti a Roma» per scegliere chi governerà la capitale. L’inizio della campagna elettorale.

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Concluso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Parola d’ordine: «Discernimento»

26 ottobre 2015

“Adista”
n. 38, 7 novembre 2015

Luca Kocci

«Discernimento» è la parola chiave del Sinodo dei vescovi sulla famiglia che, dopo due anni di cammino e di dibattito dentro e fuori le aule vaticane, si è concluso lo scorso 25 ottobre con una messa solenne a San Pietro presieduta da papa Francesco.

Dai 270 padri sinodali non è arrivata nessuna proposta netta sui temi spinosi dei divorziati risposati (in particolare per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti) e delle coppie conviventi o sposate solo civilmente – più chiare invece, in senso negativo, quelle su coppie omosessuali e contraccezione –, ma una sorta di delega ai vescovi diocesani e ai preti a valutare e a decidere caso per caso.

Si tratta del fallimento del Sinodo e della sconfitta dei riformisti? No, perché la porta, su alcuni aspetti, resta accostata. È allora la sconfitta dei conservatori e la vittoria degli innovatori? Nemmeno, perché su diverse questioni non c’è stato alcun passo avanti e perché, in generale, più che di vere e proprie aperture si tratta di “non chiusure”.

Il risultato raggiunto si configura come una mediazione tra posizioni piuttosto distanti (fortemente ispirata dal circolo minore in lingua tedesca, v. Adista Notizie n. 37/15) che, dal punto di vista tattico, può essere interpretato come un successo del fronte innovatore, il quale però non è riuscito a far passare le proprie posizioni di fronte ad un blocco conservatore agguerrito e compatto. Infatti se i paragrafi più controversi della Relazione finale – come quelli sui divorziati risposati – non avessero ottenuto il quorum dei 2/3 (come era accaduto al termine dell’assemblea straordinaria di ottobre 2014, v. Adista Notizie n. 38/14), la partita sarebbe stata chiusa, perché il papa difficilmente avrebbe poi agito in senso opposto, pur avendo il potere di farlo dal momento che il Sinodo è un organismo solo consultivo. In questo modo, invece, Francesco ha il semaforo verde per procedere, se vuole, per esempio con un’Esortazione postsinodale da lanciare durante il Giubileo della misericordia.

Papa Francesco: misericordia, non condanne

E qualcosa il papa l’ha già detta, nel discorso conclusivo della sera del 24 ottobre, subito dopo la votazione sulla Relazione finale. Ha ribadito la dottrina tradizionale sul matrimonio, «tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità». Ma ha anche pronunciato alcune parole che potrebbero assumere una sorta di bussola per il «discernimento» affidato ai vescovi e ai preti. «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri», ha detto Bergoglio. «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio», «i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo». E ancora: abbiamo «spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite». La strada potrebbe essere quella del «decentramento», più volte invocato da Francesco: «Aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – ha detto il papa –, abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato».

Divorziati risposati: approvazione all’ultimo voto

La relazione finale, i cui 94 paragrafi hanno tutti ottenuto il quorum dei due terzi dei 265 partecipanti al voto (ovvero 177) – ma su alcuni punti solo per un soffio –, conferma i principi cattolici sul matrimonio «naturale» ed «indissolubile». Ed evidenzia i fattori di crisi del matrimonio e della famiglia: cause culturali e antropologiche («esasperata cultura individualistica», «femminismo», «ideologia del gender»), ma anche economico-sociali («povertà», «migrazioni forzate», «conflitti», «sistema economico che produce diverse forme di esclusione sociale», a cominciare dalla mancanza di lavoro).

Quindi passa in rassegna alcuni punti particolarmente dibattuti e divisivi, a partire dalla questione dei divorziati risposati. I tre paragrafi ad essa dedicati sono quelli che hanno ottenuto il numero più basso di consensi (e uno dei tre è passato solo per un voto in più rispetto al quorum). L’ammissione all’eucaristia non è menzionata – come invece viene fatto per i divorziati non risposati (paragrafo 83, approvato con 248 sì e 12 no) – ma nemmeno negata. La via da seguire è quella del «discernimento» caso per caso – distinguendo le responsabilità di ciascuno – affidata alla responsabilità dei vescovi, dei preti e, solo in minima parte, alla coscienza dei singoli.

«I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo», si legge nel paragrafo 84, approvato con 187 sì (72 no). «La loro partecipazione – si legge ancora – può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo». Il paragrafo 85 è quello che ha ottenuto meno consensi di tutti: 178 sì e 80 no. Il punto di partenza è la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido». Pertanto è «compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno». Quindi, prosegue il paragrafo, «il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla “imputabilità soggettiva” (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi». Infine nel paragrafo 86 (190 sì, 64 no) si fa riferimento al «foro interno»: è lì che si formula «un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere».

Coppie conviventi: da orientare verso il matrimonio

Sul tema delle coppie conviventi e sposate solo civilmente, la Relazione finale è interlocutoria. Non le approva ovviamente e tende ad indirizzarle verso il matrimonio cattolico, ma nemmeno le condanna severamente (e non a caso sono i due paragrafi che, dopo i divorziati risposati, ottengono meno consensi, comunque superiori a 200): anche qui la parola d’ordine è «discernimento».

«La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza – si legge –, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti. In molte circostanze, la decisione di vivere insieme è segno di una relazione che vuole realmente orientarsi ad una prospettiva di stabilità. Questa volontà, che si traduce in un legame duraturo, affidabile e aperto alla vita può considerarsi un impegno su cui innestare un cammino verso il sacramento nuziale, scoperto come il disegno di Dio sulla propria vita.

Contraccezione e coppie omosessuali: chiusura totale

Il criterio del «discernimento» non vale invece per le coppie omosessuali e la contraccezione

Su quest’ultimo punto viene ribadito quanto prescritto dalla Humanae Vitae di Paolo VI: la contraccezione artificiale non è ammessa, l’unica lecita resta quella basata «sui ritmi naturali di fecondità».

Sulle coppie omosessuali la chiusura è assoluta, come indicato al paragrafo 76 della Relazione, che ha incassato 221 sì e 37 no. «Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare “ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4). Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (Ibidem). Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso». Sono le posizioni espresse anni fa dalla Congregazione per la dottrina della fede, quando era guidata dal card. Ratzinger.

L’equilibrismo dei padri sinodali

25 ottobre 2015

“il manifesto”
25 ottobre 2015

Luca Kocci

Dopo due anni di dibattito dentro e fuori le stanze vaticane, la parola chiave uscita dal Sinodo dei vescovi sulla famiglia è «discernimento». Dai padri sinodali che ieri sera hanno votato i 94 paragrafi della Relazione finale, quindi, non è arrivata nessuna proposta netta sui temi spinosi dei divorziati risposati e delle coppie conviventi – più chiare invece, in senso negativo, quelle su coppie omosessuali e contraccezione –, ma una sorta di delega ai vescovi diocesani e ai preti a valutare caso per caso.

È il fallimento del Sinodo e la sconfitta dei riformisti? No, perché la porta, su alcuni aspetti, resta accostata e affidata alle Chiese locali. È allora la sconfitta dei conservatori e la vittoria degli innovatori? No, perché su alcune questioni non c’è stato alcun passo avanti e perché più che di vere e proprie aperture si tratta di “non chiusure”.

In ogni caso l’ultima parola spetterà al papa, perché il Sinodo è un organismo solo consultivo e perché i vescovi, con l’indeterminatezza di molti paragrafi, gli hanno lasciato il cerino in mano. Qualcosa Francesco l’ha già detta, nel suo discorso conclusivo. Ha ribadito la dottrina tradizionale sul matrimonio («tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità»). Ma ha anche pronunciato alcune parole che potrebbero assumere una sorta di bussola per il «discernimento», oppure il preludio ad una prossima Esortazione postsinodale che interpreti le conclusioni del Sinodo. «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri», ha detto Bergoglio. «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio», «i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo». E ancora: bisogna spogliare «i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».

La relazione finale, approvata dal quorum dei 2/3 dei 265 partecipanti al voto, conferma ovviamente i principi cattolici sul matrimonio «naturale» ed «indissolubile». Ed evidenzia i fattori di crisi della famiglia: cause culturali («esasperata cultura individualistica», «femminismo», «ideologia del gender»), ma anche economico-sociali («povertà», «migrazioni forzate», «conflitti», «sistema economico che produce diverse forme di esclusione sociale», a cominciare dalla mancanza di lavoro).

Quindi passa in rassegna i punti più dibattuti. A partire dalla questione dei divorziati risposati, sulla quale si incoraggia il ricorso al processo per riconoscere la nullità del matrimonio, semplificato da un motu proprio di papa Francesco. «Devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo», occorre «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate», si legge nel paragrafo 84, approvato con 187 sì e 72 no (quorum 177). Più controverso il paragrafo successivo: è «compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo», tenendo conto delle diverse situazioni, valutando così «che in alcune circostanze l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate». Pertanto «il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla imputabilità soggettiva», «la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi». Nonostante l’equilibrismo, il paragrafo ottiene solo 178 sì (80 no), segno che la divisione fra i vescovi è profonda. L’ammissione all’eucaristia non è menzionata – come invece per i divorziati non risposati – ma nemmeno negata: l’evidenza della mediazione raggiunta.

Sulle coppie conviventi e sposate solo civilmente, la Relazione finale è interlocutoria. Non le approva ovviamente e tende ad indirizzarle verso il matrimonio cattolico, ma nemmeno le condanna severamente (non a caso sono i due paragrafi che, dopo i divorziati risposati, ottengono meno consensi): anche qui la parola d’ordine è «discernimento». Che invece non vale per la contraccezione artificiale: l’unica ammessa continua ad essere quella naturale prescritta dalla Humanae Vitae di Paolo VI,. E soprattutto non vale per le coppie omosessuali: la persona omosessuale va «rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» (e ci mancherebbe altro); ma «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ovvero quanto già prescritto dalla Congregazione per la dottrina della fede allora guidata da Ratzinger.

Sinodo: ultime schermaglie prima della conclusione. Dove andrà la Chiesa di papa Francesco?

24 ottobre 2015

“Adista”
n. 37, 31 ottobre 2015

Luca Kocci

Se la scorsa settimana la lettera parzialmente spuria dei 13 cardinali che criticavano le procedure dell’assemblea sinodale e lanciavano l’allarme sulla possibilità di consentire l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati aveva caratterizzato i lavori del Sinodo (v. Adista Notizie n. 36/15), in questa terza ed ultima settimana la notizia della presunta malattia di papa Francesco che sarebbe affetto da un tumore benigno al cervello – lanciata dal Quotidiano Nazionale e smentita da chiunque poteva smentirla: il direttore della sala stampa vaticana p. Federico Lombardi, L’Osservatore romano, il medico che avrebbe visitato il papa – ha catalizzato l’attenzione dei media (informazione veritiera o nuovo “complotto” in stile Vatileaks per indebolire il papa facendolo sembrare malato o “fuori di testa”?), distraendoli dai lavori dell’assemblea sinodale. Dove invece si è giocata una partita importante, forse decisiva.

I 13 circoli minori divisi per gruppi linguistici (4 inglesi, 3 francesi, 3 italiani, 2 spagnoli, 1 tedesco) si sono infatti confrontati sulla terza ed ultima parte dell’Instrumentum laboris (“La missione della famiglia oggi”), in cui sono presenti i nodi più problematici: divorziati risposati, coppie conviventi, omosessuali e contraccezione. E hanno prodotto 13 relazioni – di cui diamo ampiamente conto nelle notizie successive – che, unitamente agli interventi dei 270 padri conciliari nel dibattito in assemblea generale, serviranno alla Commissione nominata dal papa per elaborare la Relazione finale del Sinodo che verrà messa si voti nel pomeriggio del 24 ottobre.

In assemblea il dibattito è stato vivace, e si sono confermate le due posizioni che dividono i vescovi, soprattutto sulla questione dell’ammissione ai sacramenti per i divorziati risposati, il tema più discusso e quello che inevitabilmente costituirà la cartina di tornasole sugli esiti del Sinodo. «Io penso che si debba chiarire bene la questione del matrimonio valido», ha sintetizzato a Radio Vaticana il card. Marc Ouellet, fra i capofila dei conservatori. «Se il matrimonio è nullo, si deve chiarire attraverso le procedure giudiziarie; altrimenti, se il vincolo coniugale e sacramentale indissolubile c’è, lì non possiamo, senza cambiare la dottrina, proporre un accesso ai sacramenti, perché è un punto dottrinale». Sul fronte opposto, il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha invece spiegato in assemblea che «si dovrebbe prendere in seria considerazione la possibilità, sebbene non in maniera generalizzata, di consentire ai divorziati risposati l’accesso al sacramento della penitenza e dell’eucaristia». Fra i due estremi, potrebbe farsi strada una terza via, di mediazione, ovvero quella di proporre un approccio personalizzato, distinguendo caso per caso, guidato dai vescovi diocesani. Che in un certo senso risponderebbe anche a quello che papa Francesco ha ripetuto – lo aveva già scritto nella Evangelii Gaudium – durante il discorso per la commemorazione del cinquantesimo anniversario del Sinodo dei vescovi, lo scorso 17 ottobre: «Non è opportuno che il papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione».

Mentre scriviamo, la commissione è al lavoro per l’elaborazione e la redazione della relazione finale del Sinodo, che verrà messa ai voti nel tardo pomeriggio di sabato 24 ottobre e poi consegnata al papa che deciderà cosa farne. Solo allora si capirà come è finito il Sinodo e, soprattutto, in quale direzione andrà veramente la Chiesa di papa Francesco

Sinodo: i circoli italiani puntano sul «discernimento»

24 ottobre 2015

“Adista”
n. 37, 31 ottobre 2015

Luca Kocci

I circoli in lingua italiana decidono di non decidere. È quanto emerge dalle relazioni dei tre circoli minori (Italicus A, Italicus B e Italicus C) che da sabato 17 e martedì 20 ottobre si sono confrontati sulla terza parte dell’Instrumentum laboris, quella in cui erano contenuti i nodi più problematici dei temi in discussione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia: accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, convivenze, persone omosessuali e contraccezione.

Nessuna chiusura e nessuna apertura esplicita. Il termine più usato – riferito in particolare alla situazione dei divorziati risposati – è «discernimento». Per molte questioni si rinvia alla decisione di papa Francesco (affermazione scontata, dal momento che il Sinodo è solo consultivo). Sulla contraccezione viene riaffermato il valore indiscutibile dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae (che la vieta). Di persone omosessuali quasi non si parla.

«Rispetto della situazione di coloro che hanno sperimentato il fallimento del matrimonio i membri del circolo – Italicus A (moderatore card. Francesco Montenegro, relatore mons. Manuel Arroba Conde) – si sono trovati d’accordo sull’esigenza di affrontarle avendo particolare cura nel distinguere la varietà di situazioni, promuovendo comunque itinerari di fede, di riconciliazione e di integrazione nella comunità ecclesiale». Una proposta piuttosto generica, dal momento che le parole sacramenti ed eucaristia non sono nemmeno pronunciate. Tuttavia si raccomanda che «questi itinerari comprendano un accurato e prudente discernimento pastorale sotto l’autorità finale del vescovo» e che le Conferenze episcopali maturino «criteri comuni adeguati alle situazioni delle rispettive Chiese particolari». Un sostegno, quindi, a quella valorizzazione delle Conferenze episcopali e delle Chiese locali – una sorta di devolution ecclesiale – più volte caldeggiata dallo stesso Francesco (v. notizie precedente). Ma il circolo ha voluto anche ricordare il «carattere profetico dell’Humanae Vitae, ribadendone l’attualità», e la «necessità di evitare di contrapporre la coscienza e la legge morale». Sul fronte più politico si è riaffermato «il diritto all’obiezione di coscienza in un contesto come l’attuale dove i poteri pubblici provano a limitarlo in forza di un presunto bene comune». Non è scritto esplicitamente, ma pare evidente il riferimento ai medici e ai sanitari obiettori di coscienza alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Sul tema dei conviventi e dei divorziati risposati si è espresso anche il circolo Italicus B (moderatore card. Edoardo Menichelli, relatore card. Mauro Piacenza): «A livello canonico tale situazione sarebbe insanabile, a meno che il matrimonio della parte battezzata non possa essere riconosciuto nullo». Tuttavia «l’ansia del pastore è quella di individuare e trovare ogni mezzo dottrinalmente valido per aiutare chi ha sperimentato il fallimento a ritrovare la strada verso l’abbraccio pieno con la Chiesa». Ma, in particolare per i divorziati risposati, «a tutt’oggi non è possibile stabilire criteri generali inclusivi di tutti i casi, talvolta molto diversificati fra loro». La soluzione? Un «discernimento, primariamente del vescovo, accurato e rispettoso della complessità di tali situazioni». Ma soprattutto la parola del papa: «Si domanda al santo padre di voler valutare la convenienza di armonizzare e di approfondire la materia complessa (dottrina, disciplina e diritto) al riguardo del sacramento del matrimonio, che consideri anche l’azione pastorale nei confronti dei divorziati risposati».

Sulla stessa lunghezza d’onda – per quanto riguarda i divorziati risposati – anche il circolo Italicus C (moderatore card. Angelo Bagnasco, relatore mons. Franco Giulio Brambilla). «I padri hanno convenuto su quattro punti: rimuovere alcune forme di esclusione liturgica, educativa, pastorale, ancora esistenti; promuovere cammini di integrazione umana, familiare e spirituale da parte di sacerdoti, coppie esperte e consultori; in ordine alla partecipazione alla comunione, ferma restando la dottrina attuale, discernere in foro interno sotto la guida del vescovo e di presbiteri designati le singole situazioni con criteri comuni secondo la virtù di prudenza, educando le comunità cristiane all’accoglienza; affidare al santo padre l’approfondimento del rapporto tra aspetto comunionale e medicinale della comunione eucaristica».

Sinodo: il circolo di lingua tedesca invoca il primato della coscienza

24 ottobre 2015

“Adista”
n. 37, 31 ottobre 2015

Luca Kocci

«Abbiamo percepito con grande turbamento e tristezza le dichiarazioni pubbliche di alcuni padri sinodali su persone, contenuto e svolgimento del sinodo», «prendiamo decisamente le distanze». «Nel malinteso sforzo di rispettare la dottrina della Chiesa, si è giunti ripetutamente ad atteggiamenti duri e intransigenti nella pastorale, che hanno portato sofferenza alle persone, in particolare alle madri nubili e ai bambini nati fuori dal matrimonio, a persone in situazioni di convivenza prematrimoniale e non matrimoniale, a persone di orientamento omosessuale e a persone divorziate e risposate. Come vescovi della nostra Chiesa chiediamo loro perdono».

La relazione del Germanicus, il circolo minore di lingua tedesca (moderatore card. Christoph Schönborn, relatore mons. Heiner Koch), comincia con una presa di distanza dalla lettera dei 13 cardinali che la scorsa settimana hanno criticato le procedure dell’assemblea sinodale, lanciando anche l’allarme sulla possibilità di consentire l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati aveva caratterizzato i lavori del Sinodo (v. Adista Notizie n. 36/15) e prosegue con una richiesta di perdono alle persone che sono state fatte soffrire in nome della dottrina.

Quindi i padri sinodali entrano nel merito e affrontano alcune questioni problematiche, come il gender («è sì possibile distinguere in modo analitico tra la sessualità biologica (sex) e il ruolo socioculturale dei sessi (gender), tuttavia non possono essere scissi in modo fondamentale o arbitrario. Tutte le teorie che considerano il genere dell’uomo un costrutto successivo e vogliono imporre, a livello sociale, la sua intercambiabilità arbitraria, vanno respinte come ideologie»), la «genitorialità responsabile» («dinanzi a Dio, e tenendo conto della loro situazione di salute, economica, morale e sociale, nonché del bene proprio e dei loro figli, come anche del bene dell’intera famiglia e della società, devono formarsi un giudizio circa il numero dei figli e il tempo tra l’uno e l’altro») e soprattutto l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. E su quest’ultimo nodo formulano una proposta decisamente avanzata, ispirata fatta al «discernimento», ma che punta soprattutto sul primato della coscienza. «Non esistono soluzioni semplici e generali», scrivono i padri sinodali di lingua tedesca, che invitano «a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido. È pertanto compito del pastore compiere con la persona interessata questo cammino di discernimento». Un «cammino di riflessione e di penitenza» che, «esaminando la situazione oggettiva nel dialogo con il confessore, può contribuire, nel forum internum, a prendere coscienza e a chiarire in che misura è possibile l’accesso ai sacramenti». E qui entra in gioco la coscienza individuale: «Ognuno – si legge nella relazione – deve esaminare se stesso secondo le parole dell’apostolo Paolo (1 Corinzi 11, 28-31), che valgono per tutti coloro che si accostano alla mensa del Signore: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (…). Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati».

Sinodo: la settimana dei veleni

20 ottobre 2015

“Adista”
n. 36, 24 ottobre 2015

Luca Kocci

Al Sinodo dei vescovi sulla famiglia in corso in Vaticano, quella appena trascorsa è stata la settimana dei veleni e degli intrighi. Ma anche la settimana che ha certificato in maniera inequivocabile – ammesso che qualcuno ancora nutrisse dei dubbi – che i vescovi sono spaccati in due partiti: i conservatori, che hanno come unico punto del proprio programma la riaffermazione dell’immutabilità della dottrina e quindi la chiusura ad ogni possibilità di aggiornamento, anche solo pastorale; e gli innovatori, che invece pur dichiarando – non si capisce se per tattica o per convinzione – che la dottrina non si tocca, sono aperti a possibili aperture sul piano pastorale. In mezzo, e probabilmente si tratta della maggioranza dei 270 padri sinodali, un blocco di centro incerto sul da farsi che sarà decisivo per determinare gli esiti dell’assemblea.

A strappare il velo di armonia che secondo le dichiarazioni ufficiali contraddistinguerebbe le assemblee e le riunioni dei circoli minori è stata la pubblicazione sul blog di Sandro Magister, vaticanista dell’Espresso, di una lettera riservata indirizzata a papa Francesco e firmata da alcuni cardinali conservatori di primo piano. L’assemblea sinodale, scrivono i firmatari, sarebbe abilmente manipolata dal papa al fine di ottenere il semaforo verde ad una serie di aperture e innovazioni, a cominciare dall’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati.

Nella mattinata di lunedì 12, sul blog di Magister (lo stesso che a giugno pubblicò con qualche giorno di anticipo l’enciclica Laudato si’, in possesso anche di altri vaticanisti che però rispettarono la regola dell’embargo, tanto da beccarsi la sospensione dalla sala stampa vaticana, v. Adista Notizie n. 23/15) viene postata una lettera – di cui aveva parlato per primo Andrea Tornielli sulla Stampa (8/10), senza però pubblicare il testo – firmata da 13 cardinali (Caffarra, Collins, Dolan, Erdo, Eijk, Müller, Napier, Pell, Piacenza, Sarah, Scola, Urosa Savino e Vingt-Trois) e consegnata al papa alla vigilia dell’apertura dell’assemblea. Nella lettera si criticano l’Instrumentum laboris del Sinodo («non può adeguatamente servire da testo guida o da fondamento di un documento finale»), la mancata elezione dei cardinali che dovranno redigere la Relazione finale (tutti nominati dal papa, come del resto avviene sempre) e le procedure sinodali «mancanti d’apertura e di genuina collegialità» che condurrebbero ad un esito già predeterminato – ovvero a presunte aperture volute dallo stesso Bergoglio – e si paventa il rischio che venga dato il via libera alla «comunione per i divorziati risposati civilmente».

Nel giro di poche ore, un po’ come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie, uno dopo l’altro quattro cardinali smentiscono di aver firmato la lettera (gli italiani Scola e Piacenza, gli arcivescovi di Parigi e Budapest Vingt-Trois ed Erdo, quest’ultimo autore della reazionaria relazione introduttiva dell’assemblea sinodale). Anche se potrebbe trattarsi di una smentita diplomatica. E altri due (il “ministro” dell’economia Pell e il cardinale sudafricano Fox Napier) dicono di aver firmato un testo diverso da quello pubblicato. Dagli Usa, sul settimanale dei gesuiti America, Gerard O’Connel, rivela che la lettera è sì firmata da 13 cardinali, ma i 4 che hanno smentito andrebbero sostituiti con altri quattro (Di Nardo, Rivera Carrera, Sgreccia e Njue), ma Rivera Carrera e Sgreccia dichiarano immediatamente di non aver firmato nulla. Arriva anche la precisazione del direttore della sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, che condanna la pubblicazione della lettera come «un atto di disturbo» e ribadisce che sia il contenuto della lettera sia i nomi e il numero dei firmatari sono imprecisi.

Fra quelli che restano ci sono comunque dei pezzi da 90, come i prefetti delle Congregazioni per la dottrina della fede (Müller) e per il culto divino (Sarah), l’arcivescovo di New York (Dolan) e lo stesso Pell, che gettano acqua sul fuoco, ma confermano le preoccupazioni per un ammorbidimento del magistero. «L’ortodossia deve realizzarsi nella pastorale, ma non c’è una pastorale senza sana dottrina», dice Müller al Corriere della Sera (13/10). E Pell, attraverso un suo portavoce, puntualizza che «non esiste possibilità di cambiamento della dottrina, anche se alcuni «elementi di minoranza vogliono cambiare gli insegnamenti della Chiesa». È la conferma, come Adista sostiene da tempo, che i vescovi sono spaccati e che al Sinodo si gioca una partita importante, forse decisiva, per capire in quale direzione andrà veramente la Chiesa di papa Francesco. Proprio per questo, allora, tutti i colpi sono leciti, anche quelli che puntano soprattutto a creare scompiglio.

Sul fonte del dibattito – al di là delle interviste rilasciate dai padri sinodali e delle conferenze quotidiane piuttosto “ingessate” – la novità più rilevante è la pubblicazione delle due relazioni ufficiali di ciascuno dei 13 circoli minori divisi per gruppi linguistici (4 inglesi, 3 francesi, 3 italiani, 2 spagnoli, 1 tedesco). Documenti importanti perché saranno parte decisiva della Relazione finale che verrà redatta dalla apposita commissione sulla base del dibattito in assemblea generale (dove ciascun padre sinodale può parlare al massimo per tre minuti) e appunto delle relazioni dei Circoli minori (di cui diamo ampiamente conto nelle notizie successive). Fino ad ora, in base alla procedura dettata dalla Segreteria generale, si è discusso durante la prima settimana della prima parte dell’Instrumentus laboris (“Le sfide sulla famiglia”) e durante la seconda settimana della seconda parte (“Il discernimento della vocazione familiare”). Nella terza ed ultima settimana il confronto entrerà nel vivo perché si discuterà della terza parte dell’Instrumentum laboris (“La missione della famiglia oggi”), in cui sono presenti i nodi più problematici e divisivi: divorziati risposati, coppie conviventi, omosessuali e contraccezione. Il 24 ottobre la votazione della Relazione finale (che ci sarà, nonostante qualche indiscrezione avesse sostenuto il contrario) e, il giorno dopo, domenica, con una messa a San Pietro, la conclusione del Sinodo. Dopodiché, dal momento che il Sinodo è solo consultivo, il cerino resterà in mano a papa Francesco che dovrà prendere le decisioni

Sinodo: i circoli in lingua italiana e l’ossessione del “gender”

20 ottobre 2015

“Adista”
n. 36, 24 ottobre 2015

Luca Kocci

Nessuna proposta innovativa arriva dai tre circoli minori in lingua italiana che in queste prime due settimane di Sinodo si sono confrontati sulle prime due parti dell’Instrumentum laboris. Viene anzi affermata la necessità che la Relazione finale confermi il magistero tradizionale e che conduca un’azione di contrasto più decisa alle ideologie ritenute pericolose, a cominciare dal gender e dal femminismo.

«Una buona parte dei padri», si legge nella relazione del circolo Italicus A (moderatore card. Francesco Montenegro, relatore mons. Manuel Arroba Conde) «ha segnalato l’esigenza di utilizzare formule che lascino fuori dubbio sin dall’inizio che l’unico modello di famiglia che corrisponde alla dottrina della Chiesa è quello fondato sul matrimonio tra uomo e donna». Inoltre «è parso necessario riferirsi con maggiore abbondanza ai rischi dell’ideologia del gender, nonché alla sua incidenza negativa nei programmi educativi di molti Paesi».

Ancora più netta la relazione del circolo Italicus B (moderatore card. Edoardo Menichelli, relatore card. Mauro Piacenza), che parte da una considerazione sul «cambiamento antropologico-culturale» segnalato dall’Instrumentum laboris. «Cambiamento di chi?», si chiedono i padri sinodali. «Certamente non dell’insegnamento di Cristo: il cambiamento è del mondo e si dovrebbe chiarire». Da qui procede tutto il resto. «La pari dignità fra uomo e donna ha radici evangeliche», va perseguita «evitando eccessi e unilateralità» e sottolineando « i limiti di un femminismo all’insegna della sola uguaglianza che schiaccia la figura della donna su quella dell’uomo e i limiti di quello all’insegna della sola differenza che tenta di allontanare le identità uomo-donna». Si invocano «efficaci interventi legislativi finalizzati al sostegno della famiglia» e, sul piano internazionale, si auspica «un cambiamento della prassi delle Organizzazioni internazionali che condizionano i loro aiuti per lo sviluppo dei Paesi più poveri alle politiche demografiche»

Le «teorie del genere» sono il principale nemico anche per il circolo Italicus C (moderatore card. Angelo Bagnasco, relatore mons. Franco Giulio Brambilla). Va messo «più chiaramente in luce il loro carattere ideologico» e va offerto «alle famiglie un aiuto per riprendersi il loro originario diritto all’educazione dei figli nel dialogo responsabile con gli altri soggetti educativi».

Tutti e tre i circoli, con accenti più o meno decisi, intervengono poi sugli aspetti comunicativi della Relazione: si sottolinea di utilizzare un linguaggio semplice e immediato affinché «i contenuti siano esposti nella maniera più leggibile ed organica possibile»

Sinodo: il circolo Germanicus e la via della gradualità

20 ottobre 2015

“Adista”
n. 36, 24 ottobre 2015

Luca Kocci

«Il nostro circolo chiede di non cedere troppo a una sopravalutazione della percezione alquanto pessimistica della nostra società». Il Germanicus (circolo minore di lingua tedesca: moderatore card. Christoph Schönborn, relatore mons. Heiner Koch), nella discussione sulle prime due parti dell’Instrumentum laboris, critica i “profeti di sventura” e chiede che la Relazione finale del Sinodo si apra ad una visione positiva della realtà e della famiglia, a partire proprio dal matrimonio, senza rinchiuderlo in gabbie troppo rigide. «Chiediamo di aggiungere un paragrafo che descriva la bellezza del matrimonio e la missione del matrimonio e delle famiglie», si legge nella prima relazione del circolo, che aggiunge: «Il matrimonio non è soltanto un tema che riguarda la fede cattolica, ma si rivela, nel suo contenuto più profondo, come anelito fondamentale degli uomini. Si dimostra, ben al di là dei confini culturali e religiosi e di qualsiasi cambiamento sociale, straordinariamente costante. L’uomo desidera amare e donare amore. L’amore è il sì completo e incondizionato a un’altra persona, fine a se stesso, senza secondi intenti e senza riserve». Sulle situazioni delle famiglie in difficoltà il circolo non entra nel merito – lo farà durante la discussione della terza parte dell’Instrumentum laboris – ma chiede di avere come punto di partenza la biografia delle persone e non «un’ermeneutica deduttiva unilaterale che riduca situazioni concrete sotto un principio generale», si legge nella seconda relazione. «Prudenza» e «saggezza» sono le parole chiave: è necessaria «una giusta e ragionevole applicazione con prudenza e saggezza delle parole di Gesù, ad esempio quelle sull’indissolubilità del matrimonio». Unite alla «gradualità», soprattutto in riferimento alle coppie conviventi o sposate solo civilmente: occorre «lasciare alle persone un tempo di maturazione sul loro cammino verso il matrimonio sacramentale e non agire in base al principio del “tutto o niente”»

Un secondo punto riguarda una sorta di rivalutazione delle singolarità delle persone. Nell’Instrumentum laboris, si legge, «si parla spesso di individualismo. Come caratteristica fondamentale egoistica, esso rappresenta senza alcun dubbio un grande pericolo per la vita delle persone. Non deve però essere confuso con l’individualità dell’uomo. Ogni singola persona è stata creata da Dio in modo unico e straordinario e merita di essere rispettata e protetta nella sua dignità. Nel nostro testo si parla più volte di individualismo, ma si tiene poco conto dei segni dei tempi positivi, che risultano dal rispetto dell’individualità della persona».

Infine la lingua e lo stile comunicativo, anch’esso aperti. «Nel redigere i testi – concludono i padri conciliari del Germanicus – occorre fare attenzione che le posizioni ecclesiastiche e teologiche non siano comprensibili solo all’interno, ma anche accessibili a un mondo laico. Per questo occorre pure una “traduzione culturale”, in certo qual modo un’inculturazione. Da ciò consegue se, nella redazione del documento completo, a prevalere sarà un linguaggio negativamente delimitante e normativamente condannante (stile forense) o un linguaggio positivo, che spiega la posizione cristiana, portando così implicitamente il discorso su quali posizioni sono cristianamente incompatibili». Ad esempio «si eviti di creare l’impressione che la Sacra scrittura venga usata solo come fonte di citazioni dogmatiche, giuridiche o convinzioni etiche». Forse, si legge ancora «abbiamo bisogno di una sorta di “ermeneutica dell’evangelizzazione”, che contempli i diversi oggetti “alla luce del Vangelo”».

Vescovi spaccati, scompiglio al Sinodo

14 ottobre 2015

“il manifesto”
14 ottobre 2015

Luca Kocci

Nei sacri palazzi è ricominciato il Vatileaks.

Una lettera riservata indirizzata al papa e firmata da alcuni cardinali conservatori di primo piano è stata pubblicata su un blog di informazione vaticana, sollevando un vespaio, tanto che ieri il portavoce vaticano, p. Lombardi, è intervenuto per condannare l’episodio («un atto di disturbo») e per precisare che sia il contenuto della lettera sia i nomi e il numero dei firmatari sono imprecisi.

Oggetto del contendere di questo nuovo giallo è il Sinodo dei vescovi – giunto ormai all’ultimo chilometro – che, secondo i firmatari, della lettera sarebbe abilmente manipolato da papa Francesco al fine di ottenere il semaforo verde ad una serie di aperture e innovazioni, a cominciare dall’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (finora esclusi).

I fatti. Lunedì mattina sul blog del vaticanista dell’Espresso Sandro Magister (lo stesso che a giugno pubblicò con qualche giorno di anticipo l’enciclica Laudato si’, in possesso anche di altri vaticanisti che però rispettarono la regola dell’embargo) viene postata una lettera – di cui si vociferava già da diversi giorni – firmata da 13 cardinali e consegnata al papa alla vigilia dell’assemblea sinodale. Nella lettera si criticano l’Instrumentum laboris del Sinodo («non può adeguatamente servire da testo guida o da fondamento di un documento finale») e le procedure poco collegiali che condurrebbero ad un esito già predeterminato – ovvero a presunte aperture volute dallo stesso Bergoglio – e si paventa il rischio che venga dato il via libera alla «comunione per i divorziati risposati civilmente».

Nel giro di poche ore, un po’ come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie, uno dopo l’altro quattro cardinali smentiscono di aver firmato la lettera (gli italiani Scola e Piacenza, gli arcivescovi di Parigi e Budapest Vingt-Trois ed Erdo, quest’ultimo autore della reazionaria relazione introduttiva dell’assemblea sinodale). E altri due (il “ministro” dell’economia Pell e il cardinale sudafricano Fox Napier) dicono di aver firmato un testo diverso da quello pubblicato. Dagli Usa, sul settimanale dei gesuiti America, rimbalzano i nomi di altri quattro cardinali che andrebbero messi al posto di quelli hanno smentito, ma due dei nuovi dichiarano immediatamente di non aver firmato nulla.

Fra quelli che restano ci sono comunque dei pezzi da 90, come il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) card. Müller, l’arcivescovo di New York card. Dolan e lo stesso Pell, che gettano acqua sul fuoco, ma confermano le preoccupazioni per un ammorbidimento del magistero. «L’ortodossia deve realizzarsi nella pastorale, ma non c’è una pastorale senza sana dottrina», dice Müller al Corriere della Sera. E Pell, attraverso un suo portavoce, puntualizza che «non esiste possibilità di cambiamento della dottrina, anche se alcuni «elementi di minoranza vogliono cambiare gli insegnamenti della Chiesa».

La vicenda non fa che confermare quello che da più parti – anche da questo giornale – si sostiene da tempo: che i vescovi sono divisi in due “partiti” (conservatori e innovatori) e che al Sinodo si gioca una partita importante, forse decisiva, per capire in quale direzione andrà la Chiesa di papa Francesco. Proprio per questo tutti i colpi sono leciti, anche quelli che puntano soprattutto a creare scompiglio.