Sinodo sulla famiglia: parte la fase finale. E inizia tutta in salita

“Adista”
n. 35, 17 ottobre 2015

Luca Kocci

Dopo quasi due anni di dibattito – avviato con la diffusione del Questionario rivolto ai cattolici di tutto il mondo nel novembre 2013 (v. Adista Notizie n. 40/13 e Adista Segni Nuovi n. 42/13) – e la prima tappa dell’assemblea straordinaria dei vescovi nell’ottobre 2014 (v. Adista Notizie n. 36, 37 e 38/14), domenica 4 ottobre, con una messa a San Pietro presieduta da papa Francesco, è cominciato l’ultimo chilometro del Sinodo dei vescovi sulla famiglia.

La strada parte tutta in salita. La relazione introduttiva del relatore generale, il card. Péter Erdő, arcivescovo di Budapest – che la mattina del 5 ottobre ha aperto formalmente i lavori con la I congregazione generale – ribadisce infatti una serie di no che sembrano azzerare le risposte ai due questionari diffusi dalla Segreteria del Sinodo per preparare i due Instrumentum laboris, i risultati della prima assemblea dell’ottobre 2014 e l’intero dibattito che si è svolto fino ad ora. No alla comunione ai divorziati risposati, no alle convivenze e ai matrimoni civili se non sono orientati verso il matrimonio religioso, no alle coppie omosessuali, no alla contraccezione, dice Erdő, chiudendo tutte le porte che avevano visto aprirsi qualche spiraglio, perlomeno su alcuni aspetti. Ed è forse per questo che il direttore della sala stampa della Santa sede, p. Federico Lombardi, nella successiva conferenza stampa, precisa in conferenza stampa: «Il Sinodo comincia oggi, non finisce oggi».

Papa Francesco: la Chiesa apra le porte

Papa Francesco, nell’omelia nella messa del 4 ottobre, ricorda alcune parole profetiche di Gesù («il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato», «non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati»), invita i vescovi al dialogo con la società contemporanea («Una Chiesa con le porte chiuse tradisce se stessa e la sua missione, e invece di essere un ponte diventa una barriera») e incoraggia la Chiesa alla misericordia più che al giudizio: «La Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella carità che non punta il dito per giudicare gli altri ma, fedele alla sua natura di madre, si sente in dovere di cercare e curare le coppie ferite con l’olio dell’accoglienza e della misericordia; di essere “ospedale da campo”, con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, di uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza».

All’interno però di un discorso in cui ribadisce la dottrina tradizionale sul matrimonio («unione di amore tra uomo e donna, feconda nella donazione reciproca») e «l’indissolubilità del vincolo coniugale» («l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»), ammonendo la Chiesa a «difendere l’unità e l’indissolubilità del vincolo coniugale come segno della grazia di Dio e della capacità dell’uomo di amare seriamente» e «a vivere la sua missione nella verità che non si muta secondo le mode passeggere o le opinioni dominanti».

Card. Erdő: non possumus!

Il dibattito è aperto ma i paletti sembrano stretti. Addirittura inamovibili secondo Erdő il quale, dopo aver illustrato in maniera articolata gli elementi «esterni» che contribuiscono a disgregare la famiglia («cambiamenti climatici ed ambientali», «ingiustizia sociale, violenze, guerre che spingono milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine» e quindi a frantumare le famiglie, «salari così bassi» che ne impediscono la formazione), accusa soprattutto i «cambiamenti antropologici» che «toccano gli strati più profondi dell’essere umano», «l’individualismo», il «soggettivismo», la fuga dalle responsabilità, la diffusione dell’ideologia del gender («teorie secondo le quali l’identità personale e l’intimità affettiva devono affermarsi in una dimensione radicalmente svincolata dalla diversità biologica fra maschio e femmina») e il riconoscimento delle unioni omosessuali («riconoscere alla stabilità di una coppia istituita indipendentemente dalla differenza sessuale la stessa titolarità della relazione matrimoniale intrinsecamente legata ai ruoli paterno e materno, definiti a partire dalla biologia della generazione»).

Qual è allora il compito della Chiesa? Usare la «misericordia che si basa sulla verità». Ovvero riaffermare la dottrina tradizionale sulla famiglia, a partire dalla «unione indissolubile del matrimonio tra l’uomo e la donna». Non esistono vie mediane, perché «tra il vero e il falso, tra il bene e il male non c’è gradualità» (un principio invocato da tanti, a cominciare da Civiltà Cattolica che su questo tema ha pubblicato un ampio colloquio fra il direttore p. Antonio Spadaro e il teologo domenicano p. Jean-Miguel Garrigues, v. Adista Notizie n. 22/15) .

Erdő entra nel merito dei singoli “punti caldi”. No alla comunione ai divorziati risposati. «Riguardo ai divorziati e risposati civilmente – spiega – è doveroso un accompagnamento pastorale misericordioso il quale però non lascia dubbi circa la verità dell’indissolubilità del matrimonio insegnata da Gesù Cristo stesso. La misericordia di Dio offre al peccatore il perdono, ma richiede la conversione. Il peccato di cui può trattarsi in questo caso non è soprattutto il comportamento che può aver provocato il divorzio nel primo matrimonio. Riguardo a quel fatto è possibile che nel fallimento le parti non siano state ugualmente colpevoli, anche se molto spesso entrambe sono in una certa misura responsabili. Non è quindi il naufragio del primo matrimonio, ma la convivenza nel secondo rapporto che impedisce l’accesso all’Eucarestia». L’unica possibilità resta quella di vivere la loro relazione nella «continenza», ovvero senza rapporti sessuali: «Questi fedeli potranno accedere anche ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia evitando però di provocare scandalo» (una posizione diametralmente opposta a quella del teologo Severino Dianich, spiegata in una articolo su Vita Pastorale, v. Adista Notizie n. 26/15) .

Bocciata anche l’ipotesi di seconde nozze dopo un periodo di penitenza, come nella Chiesa dei primi secoli e nelle Chiese ortodosse (una tesi sostenuta da molte realtà di base, sulla base soprattutto delle ricerche del teologo don Giovanni Cereti, (v. Adista Notizie nn. 44/13 e 19/15). «Per quanto riguarda il riferimento alla prassi pastorale delle Chiese ortodosse – aggiunge Erdő –, essa non può essere valutata giustamente usando solo l’apparato concettuale sviluppatosi in Occidente nel secondo Millennio. Va tenuta presente la grande differenza istituzionale riguardo ai tribunali della Chiesa, nonché il rispetto speciale verso la legislazione degli Stati, che a volte può diventare critica, se le leggi dello Stato si staccano dalla verità del matrimonio secondo il disegno del Creatore».

Di coppie omosessuali nemmeno a parlarne: «Ogni persona va rispettata nella sua dignità indipendentemente dalla sua tendenza sessuale», dice Erdő, ma «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sulla famiglia».

E non si discute neanche sulla contraccezione: la «apertura alla vita» – ovvero la procreazione all’interno della coppia – è una «esigenza intrinseca dell’amore coniugale» e non si può ridurre «ad una variabile della progettazione individuale o di coppia». La contraccezione artificiale quindi – conferma il relatore generale – resta bandita. L’unica possibilità resta il ricorso ai «metodi naturali».

Mons Forte: aperture possibili solo sulla pastorale

«Se vi aspettate stravolgimenti della dottrina resterete delusi», risponde ai giornalisti l’arcivescovo di Parigi, card. André Vingt-Trois. Più possibilista il card. Bruno Forte, anche se lascia intendere che aperture sono possibili solo sul piano pastorale: «Non ci stiamo riunendo per non dire nulla. Le sfide ci sono e vogliamo affrontarle con responsabilità, intervenendo sulla pastorale». «Il Sinodo non è un parlamento, dove per raggiungere un consenso o un accordo comune si occorre al negoziato, al patteggiamento o ai compromessi, ma l’unico metodo è quello di aprirsi allo Spirito Santo», spiega papa Francesco.

Il dibattito fra i 270 padri sinodali è cominciato lunedì: tre settimane di discussione, tre minuti di intervento a testa in assemblea, più tempo invece nei 13 circoli minori per gruppi linguistici. Il 24 ottobre le votazioni e la consegna della Relazione finale al papa. Il giorno dopo il Sinodo si concluderà come è iniziato, con una messa a San Pietro. E si capirà che Chiesa è quella di Francesco: immutabile o disposta al cambiamento?

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